INSIDE FINSBURY PARK – di Federica Corbelli

La routine è sempre la stessa. Ti svegli con un messaggio di un amico che ti dice che ha letto quello che è successo e ti chiede se stai bene. Ti affretti ad aprire la pagina web della BBC o del Guardian, con il cuore in gola, pensando ‘adesso cosa è successo, dove è successo, quante vittime ci sono, dove sono i miei amici, come stanno?’.

Questa mattina è andata così. Mi ha scritto un’amica da Siena, chiedendomi quanto sono vicina dalla stazione di Finsbury Park, dove c’era stato un attacco.
Ho aperto la pagina della BBC in uno stato di shock totale, la conferma di un attacco terroristico contro musulmani che stavano uscendo da una moschea. Ieri sera ho sentito delle sirene spiegate, ma non più del solito, a mezzanotte probabilmente già dormivo. Ho guardato la mappa dell’attacco, la strada che percorro tutti i giorni da casa alla metro.
Finsbury park non è un quartiere a maggioranza musulmana, c’è una grande comunità musulmana, e in generale di migranti medio-orientali, ma non solo. È un quartiere ben collegato con il centro, relativamente economico, non particolarmente bello (ricordo ancora la faccia che ha fatto mia mamma quando mi ha aiutato a fare il trasloco) – la ‘gentrification’ è ancora abbastanza lontana, quindi accoglie tutti, migranti europei e non, studenti, working-class inglese. Un articolo del Guardian oggi definisce il quartiere ‘One of London’s most diverse neighbourhoodshttps://www.theguardian.com/uk-news/2017/jun/19/scene-of-the-finsbury-park-van-attack-one-of-londons-most-diverse-neighbourhoods
Ed è assolutamente vero. È un quartiere ‘rough around the edges’ ma pieno di personalità. Un quartiere che si colora di rosso quando gioca l’Arsenal e tutti i pub sono presi d’assalto.
Un quartiere in cui è facile vedere gente dall’aspetto strano, ma nel quale non mi sono mai sentita in pericolo, la sera tardi, la notte, la mattina presto. È un quartiere che rappresenta Londra al meglio, Londra come mix di culture e religioni. Non voglio dipingerlo come il quartiere migliore in assoluto, non è un luogo idilliaco in cui tutti vivono in pace, e mi è capitato che un barbone mi urlasse contro ‘Fuck you, yeah, I’m talking to you! FUCK YOU!!!’, ma è il quartiere che mi ospita, il quartiere a cui sono affezionata, è il mio quartiere.
Questa mattina l’atmosfera era surreale, Seven Sisters road (che collega Holloway Road, una delle strade principali di Londra nord, alla stazione di Finsbury Park) di solito è trafficatissima di lunedì mattina, oggi il traffico era chiuso, per raggiungere la stazione si poteva solo andare a piedi, quindi mi sono unita ai pedoni che nel silenzio più totale si dirigevano alla stazione. Lungo la strada principale solo polizia e giornalisti.
Una bambina che mi camminava di fianco mi si è avvicinata e con un tono da adulta mi ha detto ‘ci sono dei feriti gravi sai?’, ho saputo rispondere solo con un ‘lo so, è triste vero?’.
Sono passate ore da quello che è successo e continuo a vivere in uno stato di shock, mi faccio domande alle quali non so rispondere e soprattutto mi chiedo ‘e ora?’.

Forse è semplice chiudere con un messaggio di ottimismo e speranza, dicendo che Londra supererà anche questo, quindi lascio semplicemente parlare la frase del giorno, scritta dall’azienda dei trasporti di Londra:

‘Tough times don’t last. Tough people do. Stick together all of us’.

#TORNAACASALASSIE – di Marco Brizzi

Ebbene si, sono di nuovo sulle lastre.
Qualcuno dirà che dopo tante rotture di scatole, discorsi, sfoghi, potevo anche starmene fuori un po’ di più. Qualcuno mi ha detto che secondo lui sono tornato da sconfitto… da cosa ancora non l’ho capito.
Sono partito volutamente senza un soldo, senza un lavoro e senza sapere l’inglese. Volevo sperimentarmi, cercare di capire alcune cose: non del mondo, di me, che già mi pare abbastanza.
Questa ricerca mi ha portato lontano dalla spiaggia e sono andato a fare quel giro di boa di cui ho già parlato. Una volta arrivato alla boa mi sono ritrovato inevitabilmente solo. Non ci sono stato molto è vero, ma avendo deciso in partenza di sperimentarmi, ho vissuto tutto al limite e con molta intensità.
In due mesi ho cambiato due lavori, ho mangiato caramelle a pranzo e cena per dieci giorni aspettando il primo stipendio, ho rischiato di dormire in strada. Dopo un breve periodo di panico, inaspettatamente, mi sono ritrovato ad essere parte di quello che stavo vivendo, ho improvvisamente capito che ero presente.
Senza farmi troppe domande e troppi problemi mi sono accorto che stavo parlando una lingua della quale sapevo si e no tre frasi. Ho fatto un colloquio, domandandomi alla fine cosa avessi realmente detto a quello che mi ascoltava; ma è andata bene, evidentemente non ho detto troppe cazzate. Senza forzare troppo il canape, ho trovato una casa, dei nuovi amici, dei piccoli locali che mi hanno fatto compagnia nelle sere in cui scrivevo.
Stavo allegramente nuotando intorno a questa benedetta boa quando all’improvviso mi sono ricordato che la sera, tornato a casa, non avrei potuto accarezzare i miei gatti, andare a casa del mio migliore amico a bere una birra, chiedere in prestito la macchina a mio fratello. La nostalgia è arrivata come un inatteso pugno nello stomaco, che mi ha tolto il fiato. Allora ho dovuto per forza rivolgere lo sguardo a quella spiaggia che tanto odiavo prima di partire. Ho notato cose che sapevo, ma che non mi ero mai detto per paura di rovinare quel poco di tranquillità che avevo. Dopo un’attenta osservazione, senza fare troppi paragoni che sarebbero stati inutili, sono arrivato alla conclusione che ci meritiamo tutto quello che abbiamo seminato negli anni. Qui è tornata in gioco la scoperta di se stessi e mi sono fatto molte domande.
Tutti quei turbamenti erano davvero colpa del luogo in cui ero o erano dovuti a chi questo luogo lo vive? O magari erano dovuti a me?
Ho fatto veramente tutto il possibile per cambiare quello che non mi piaceva? Davvero non c’è rimedio, come spesso ci diciamo tra di noi forse per non prendersi responsabilità? Cosa ho visto da lontano? Ho visto una città dove c’è veramente troppo egoismo, dove abbiamo solo il fiato per giudicare chi abbiamo accanto. Ho visto una città che, dopo il crollo economico,si è accorta di far parte del mondo con tutti i problemi che ne derivano. Ho sentito persone che non si capacitano di come possano esserci cosi tanti furti nelle case, che non capiscono come ci si possa uccidere a quarant’anni. Persone che coltivano il proprio orticello e solo quando non cresce la roba a loro si lamentano della siccità… …a quello accanto al vostro erano anni che non venivano su neanche due patate, ma avendo voi da mangiare, cosa ve ne poteva fregare? Continuiamo ad essere convinti di sfruttare noi il sistema, quando è palesemente il contrario. C’è solidarietà per i terremotati (e ci mancherebbe altro, non mi dovete fraintendere) ma poi non c’è solidarietà se un bimbo non ha i soldi per la mensa scolastica. Siamo i grandi salvatori del mondo ma non capiamo che il mondo si salva iniziando a salvare noi stessi, poi quello accanto e cosi via. Persone che fanno presidi davanti ad un asilo ma non si sono mai visti quando veramente ce ne era bisogno. Ho visto una città vuota di idee, di tolleranza (se non per i ricchi ed i potenti), vuota di entusiasmo, di onestà, di sincerità.
Ho anche appreso che ci sono ancora analfabeti tra noi, nel duemiladiciassette. Ho visto che non mettiamo energia se non per cercare di chi è la colpa, di cosa non importa, l’importante è non fermarsi troppo a ragionare, l’importante è scrivere su facebook che c’è stata una piccola scossa di terremoto. Sisssssignori, si, il terremoto esiste ovunque; smettiamola di sorprenderci per le cose ovvie, ve ne prego.
Ci hanno levato ogni tipo di slancio di personalità, ci hanno spiegato che essere diversi non èuna ricchezza ma una colpa, che non possiamo fare più di questo, che per cambiare le cose dovrebbe….dovrebbe….dovrebbe cosa? Non vi basta tutto quello che già è successo? Non vi basta che chi vi ha ridotto cosi, ora vi ride anche in faccia? Non capisco cosa cazzo aspettate ad uscire di casa ed a smettere di aspettare che accada qualcosa per scriverlo su un qualsiasi social di sto cazzo. Non voglio fare quello che ha capito tutto dalla vita, ho appena iniziato a conoscere quello che vedo allo specchio tutte le mattine. Però mi sento di dire che non posso più vedere la mia città cosi ridotta. Non posso più essere parte di questo campanilismo malato nell’anima, che porta solo a emarginare il “diverso”. Ne ho veramente le palle piene dei vari “non posso”, come faccio?”. Ho conosciuto famiglie partite con i figli piccoli al seguito, per cercare una vita migliore, mi hanno aiutato persone che probabilmente qualche tempo fa avrei scartato come appestate. Non ci siamo solo noi al mondo, non possiamo essere sono una cosa. Non aspettiamo di essere nella merda più completa per poi chiamarci fratelli.
Insomma, credo sia arrivato il momento di provarci per davvero a cambiare le cose, ognuno con le proprie possibilità. Dobbiamo dare una sterzata al nostro maledetto campanilismo da quattro soldi che non ci fa amare quello che abbiamo ma ci fa odiare quello che non siamo. Alzare la testa da quei cellulari e magari vedere che quelle persone che abbiamo davanti sono come noi, spesso inaspettatamente.

Possiamo realmente diventare grandi, continuando a sorridere come facevamo da piccoli.

NELL’UOVO DI PASQUETTA: PICCOLA RIFLESSIONE SUL SENSO DELLA COMUNITA’ – di Fausto Jannaccone

Oggi è il lunedì di Pasquetta. Questo implica il fatto che nei precedenti due giorni abbiamo partecipato ad un momento dell’anno che ci ha investiti tutti: la Santa Pasqua.
Che l’abbiate passata “con-chi-vuoi” o con le vostre famiglie, che siate stati al lavoro o in vacanza, tutti noi ci siamo trovati a doverci confrontare con questo passaggio del calendario che ci ha fatto accopagnare nonne alla messa, comprare uova di cioccolato ai nipoti, dibattere sulla grande disputa etica dell’agnello e messo a sedere a grandi banchetti; quindi credenti, atei, cristiani, ebrei, musulmani, bianchi, neri, rossi o gialli tutti siamo stati coinvolti in questa ritualità.
Anche io naturalmente non sono potuto esimermi da tutto ciò. E trovandomi quindi a ragionarvici sono arrivato ad una conclusione: il male alla fine dei salmi (è proprio il caso di dirlo) non è la relgione in sé per sé, ma l’uso, o meglio l’abuso che ne viene fatto: ovvero quando la religione, una qualsiasi religione diventi pretesto per limitare diritti altrui.
Che si parli di burqa o eutanasia quando in nome di un credo si pretende di imporre a qualcun’altro un costume o una regola, qui nasce l’abuso della religone che la porta ad essere un male.
Se con estrema ratio ci si mette ad analizzare la religione, qualsiasi, insisto, è naturale che ciò che viene a galla non può esser altro che l’artificio con cui ogni credo viene creato e l’infondatezza, l’impossibilità addirittura dei dogmi fondanti.
Detto questo poi c’è da scegliere quanto vogliamo “limitare” alla pura razionalità le nostrre scelte: cosa vuol dire questo?
Questo vuol dire che l’essere umano non può comunque fare a meno di una spiritualità, di una dose di misticismo cui appellarsi di tanto in tanto e dove rifugiare inoltre alcune necessità “dell’anima”, come paure, speranze, a volte dubbi. E’ una scappatoia che nel tempo ci è servità a spiegare il fuoco, il giorno e la notte; adesso resta se non altro a custodire il grande “perchè sono qui”.
Ad alcuni è sufficiente sapere che gli sia stato insegnato esser questa la verità. Ad altri un po’ più “dubbiosi” quello che viene chiesto è il famoso “atto di fede”.
Ed è su questo però che si regge tutta l’impalcatura identitaria che forma la nostra società, cui possiamo scegliere di conformarci, almeno in parte, o distaccarcene.
Ma le ritualità sono i momenti su cui si fonda la nostra comunità, ogni comunità.
Ritorniamo all’inizio del ragionamento, ed al nostro contesto di immediata pertinenza: sulla base di un calcolo astronomico decidiamo il momento dell’anno in cui celebrare la morte e quindi resurrezione del Dio principale della società occidentale.
Vedete che posta così tutta la questione non fa che fare acqua da tutte le parti.
Ma se dal significato ci spostiamo al significante vengono poi a galla tutte quelle ritualità che su quel momento, su quella “bugia buona”, su quell’ “atto di fede”, si reggono: l’uovo di Pasqua, l’agnello, la gita “fuori porta”.
E sono queste che hanno cotriubuito a formare quel bagaglio di esperienze e ricordi che ci ha reso noi stessi.
In un momento come questo, di sradicamento ed alienazione, dove il rischio di conformarci ed omologarci troppo, per quindi perderci, è ormai tangibile, credo che dobbiamo tener saldo il “da dove veniamo” per poter scegliere serenamente il “dove adiamo”.
Avendo di coscienza di noi stessi possiamo apprezzare l’altro, e dalle diversità nasce la ricchezza e l’opportunità del confronto, dell’incontro, e mai la motivazione di uno scontro.
Personalmente ritengo la religione qualcosa che, nell’accezione tradizionale, non possa che esser relegata ad un passato se pur prossimo e vivo.
Di contro il senso di legame comunitario penso possa esser un valore cui riferire molte delle scelte che abbiamo davanti in un momento storico come questo.

LA PARABOLA DEL BUONO E DEL CATTIVO PASTORE – di Fausto Jannaccone

Nella presentazione del blog a suo tempo dichiarammo che nelle nostre intenzioni c’era di portare Siena nel Mondo e viceversa il Mondo a Siena.
Questa stagione in particolare ci siamo impegnati nella fase di importazione, per dirla con termini di mercato.
Ma oggi vorrei con questo piccolo editoriale portare una piccola riflessione sulla decisione che ieri è stata presa nel locale consiglio comunale, riguardo alla soluzione dei problemi relativi alla cosiddetta “movida” notturna della città.
Come sapete io sono da sempre e chiaramente schierato in direzione di una intelligente apertura di questa città, perchè non si chiuda sempre più a riccio, rischiando poi un’irreversibile implosione da cui non potrebbe trarne giovamento nessuno. Ovviamente non può e non deve essere la “night-life” la moneta d’attrazione per una città come Siena. Ma limitarne i “canali ufficiali” a vantaggio appunto di “vie alternative” credo possa essere una delle vie più sbagliate di soluzione al problema.
Ecco quindi di seguito un breve racconto che esprima per metafore il mio personale punto di vista.

Così giunsero un sabato nella città dei pellegrini, nel nord della provicia
Grande era la folla che gremiva le strade, ed il clamore si poteva udire dalla circostante campagna
Entrati dalla grande porta nelle vecchie mura i discepoli furono investiti da quella turba di genti
La folla in tumulto urlava e si dibatteva, e sembrava che tutti si dirigessero alla piazza centrale ove aveva dimora il palazzo del potere
Allora il Maestro si rivolse ai suoi discepoli e disse loro: “Seguitemi in quell’orto di ulivi che cresce dietro al tempio ed alla grande scuola, e li vi narrerò la parabola del buon pastore e del cattivo pastore”
Una volta giunti nell’orto, sedutisi tutti i discepoli intorno a Lui, all’ombra di un vecchio ulivo, Egli cominciò la sua narrazione:

“Dovete sapere che tanto tempo fa, in una terra non distante da qui, vi era un uomo che aveva un gregge di pecore
Vi erano tra queste alcune che non rispondevano ai comandi del pastore
Esse non sottostavano alle regole, mangiavano ciò che non dovevano mangiare,
mangiavano quando non dovevano mangiare, e non mangiavano quando era tempo.
Dormivano quando era ora di pascolare e pascolavano quando era tempo di riposare.
Queste pecore ribelli destavano disturbo nel resto del gregge
Provocando insofferenza nelle pecore che invece ubbidivano e rispettavano gli orari
Dopo pochi richiami, e scarso impegno il cattivo pastore ruppe il recinto e liberò l’intero gregge
Le buone pecore finirono tutte in pasto ai lupi che popolavano la regione
Le cattive invece prosperarono selvagge e continuarono a comportarsi in modo scorretto,
Avendo quindi ragione del cattivo pastore incapace
A qualche distanza dalla casa del cattivo pastore viveva un altro uomo
Anche questo possedeva delle pecore, e come in tutti i greggi
Aveva tra le sue pecore alcune di buone ed alcune di cattive
Costui a differenza del primo pastore, con pazienza e dedizione si dedicò alle pecore cattive
Costantemente dedicava loro attenzione invece di lasciarle fare e bearsi delle buone
Continui furono i richiami, grande la cura nell’educarle e portarle sulla retta via
Dopo qualche tempo così anche quelle che erano cattive si adeguarono ad i corretti modi
E chi delle cattive pecore non lo fece fu venduta o regalata o liberata
Grande giovamento ne trasse tutto il gregge, e prosperò, crescendo in salute e moltiplicandosi
Così il buon pastore fu premiato della pazienza e della dedizione
Si arricchì e permise alla sua famiglia una vita agiata e felice
Al contrario del cattivo pastore che per incapacità e pigrizia cadde in disgrazia”
“Cosa ci insegna questa parabola maestro?” chiese uno dei discepoli.
“Ci insegna che questa città in tumulto è stata governata da un cattivo pastore,
che ha preferito prender la strada più facile e breve e rompere il recinto
Ed adesso le buone pecore sono preda dei lupi, e le cattive regnano padrone”

 

REALTA’ E PERCEZIONE DELLA PRESIDENZA OBAMA – di Filippo Secciani

L’elezione di Obama quale presidente degli Stati Uniti ha provocato fin da subito un’ondata emotiva negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La motivazione è facilmente comprensibile: per la prima volta nella storia, un uomo di colore occupava la poltrona di comando del più potente stato al mondo. Non solo una minoranza, Obama rappresentava anche un’ideale cosmopolita di individuo, positivista, con radici multiculturali e vicino all’Islam. Obama in altre parole è stato un perfetto rappresentante dell’eccezionalissimo americano. secoba1Come se non bastasse era successore di G.W. Bush, responsabile dell’invasione dell’Afghanistan e della guerra in Iraq, delle torture e dell’unilateralismo neoconservatore. Dall’altro lato l’elezione dell’ex professore dell’università di Chicago ha contribuito ad acuire quella divisione latente all’interno della società americana tra provincia e metropoli, tra industria e servizi e tra bianchi e neri che l’elezione di Trump ha definitivamente portato a frattura, polarizzando una società che molto difficile troverà soluzione. “Tutta la sua retorica politica [di Obama], a partire dal famoso discorso della convention democratica del 2004, è stata centrata sulla necessità, e possibilità, di riportare queste due Americhe a parlare tra di loro” (Mario del Pero). Missione a quanto pare fallita. L’America di Obama è un’America profondamente differente (e quella di Trump lo sarà ancora di più). I motivi possono essere racchiusi in due macroinsiemi: il primo è il cambiamento demografico della società statunitense, in cui assume rilevanza maggiore la componente latino-ispanica della popolazione (da sempre elettorato democratico) ed il graduale processo di indebolimento della classe media americana che ha ricevuto il colpo da ko con la crisi economica del 2008. Forte del consenso dei liberal e degli “emarginati” Obama ha incentrato la sua politica verso una maggiore inclusione sociale, investendo buona parte della sua amministrazione verso l’ampliamento dei diritti civili e sociali (unioni gay, salario uguale per uomini e donne, lotta alle disuguaglianze, tutela delle minoranze, sanità pubblica) i cui risultati sono parzialmente stati raggiunti e superati, ma mettendo da parte, o nel peggiore dei casi escludendo totalmente, i bianchi impoveriti e colpiti dalla crisi economica e dal processo di de industrializzazione degli Stati Uniti, in quella che lo storico della Columbia University Mark Lilla definisce la fine del “liberalismo identitario” e provocando una forte reazione negativa tra le frange più dure dell’elettorato repubblicano. Cioè l’agire progressista e liberal per la tutela quasi esclusiva della diversità culturale, religiosa e razziale all’interno degli USA, finendo per favorire identità separate, a scapito di un comune interesse di tutti gli americani verso politiche economiche e sociali universaliste. Non è un caso che la popolarità di Obama fosse maggiore al di fuori degli Stati Uniti, specialmente in Europa e nel continente africano. Questa sorprendente fiducia nell’opinione pubblica europea verso Obama si manifesta anche nelle sue scelte di politica internazionale (nel 2016 l’80% degli europei ha fiducia nella politica estera di Obama – Pew Research Center). Tutto ciò nonostante le Primavere Arabe, la Libia, il disimpegno dall’Afghanistan, l’Isis, la crisi siriana e la Russia al centro del Medio Oriente. Esperti e studiosi di relazioni internazionali hanno accusato Obama di non aver avuto una strategia efficace ed una linea chiara da perseguire, “di non avere, in altre parole, quella necessaria e dottrinale grand strategy sempre elaborata invece dalle amministrazioni statunitensi del dopoguerra.” (Mario del Pero). Va anche riconosciuto che gli ultimi due anni e mezzo della sua amministrazione sono stati caratterizzati da una maggioranza repubblicana al Congresso (anatra zoppa) che ha fatto dell’ostruzionismo una prassi regolare per combattere le iniziative legislative. Obama ha dovuto anche guardarsi dal suo stesso partito, frammentato al suo interno in più fazioni e per certi versi ostile alla sua nomina, al quale lui ha cercato di porre rimedio nominando la sua acerrima nemica Hillary Clinton alla carica di Segretario di Stato. Soluzione che ha pagato sul breve, ma che alla lunga ha accentuato questo conflitto interno, specie in seguito alle scelte di politica estera di questa amministrazione, nel corso del secondo mandato. secobaAd Obama è stato spesso fatto notare di agire in maniera troppo soft in questioni di politica internazionale (anche per un presidente democratico) e di aver gestito le questioni estere in funzione di un tornaconto in politica interna. Questa sua “debolezza” nell’operare a livello internazionale è una delle cause minori della sconfitta democratica della Clinton alle ultime elezioni presidenziali. A fronte di un’iniziale apertura con Mosca (politica del reset), la questione ucraina ha evidenziato la mancanza di una strategia americana, rimasta in qualche modo sopraffatta dall’azione dirompente russa. Non è stata migliore l’azione intrapresa in Medio Oriente. La scelta all’interno della crisi siriana è stata quella di finanziare le forze di opposizione di Assad, molto spesso islamiste ed estremisti islamici, salvo poi dover impegnare forze sul terreno per arginare l’asse Iran-Russia, che ha costretto a mutare radicalmente le scelte obamiane per la Siria: da un desiderio di eliminare Assad dalla scena politica siriana (forse anche fisicamente) l’ultimo periodo della sua presidenza è stato segnato da un cambio di rotta in questa decisione. Allo stesso modo l’Iraq ha visto un’iniziale decisione di adottare un basso profilo, se non di deciso disinteresse, salvo poi dover far marcia indietro ed intraprendere misure più efficaci nella lotta all’Isis. I teorici del declinismo americano, sostengono che chi faccia largo utilizzo dell’apparato militare per il mantenimento dell’ordine, non abbia nessun tipo di controllo. Egemonia significa intrinsecamente non fare ricorso alla armi. Viceversa per quanto riguarda Obama, il non ricorso alle armi – se non quando fosse troppo tardi – ed il non immischiarsi in questioni esterne ha indicato un generale indebolimento dell’egemonia americana, contrariamente al rischio di overstretching della presidenza Bush. Per garantire la propria supremazia Obama ha fatto un largo utilizzo di tecnologia e di droni, arrivando anche a bombardare paesi formalmente alleati e non in guerra come Filippine e Pakistan (soprattutto la regione del Waziristan). Un buon risultato è stato ottenuto da questa amministrazione per quanto riguarda la sua politica verso il Pacifico ed in particolare nei confronti della Cina: la creazione del TPP (Trans Pacific Partnership) ha contribuito a delimitare l’avanzamento economico dell’ex impero celeste nella regione, rispecchiando appieno quel pivot to Asia cavallo di battaglia del Segretario di Stato Hillary Clinton prima e John Kerry dopo. Il TPP escludeva la Cina da accordi commerciali tra i partner regionali di una zona in cui transitano il 50% degli scambi commerciali mondiali e al contempo rafforza politicamente il Giappone ed in misura minore la Corea del Sud in funzione anti Pechino. Il PCC per rispondere a questa iniziativa occidentale, ha promosso dal 2013 la costruzione della Nuova Via della Seta (One-Belt-One-Road) per rafforzare gli scambi economici con Asia Centro-meridionale ed Europa. Per conclude possiamo riassumere la figura di questo presidente attraverso due parole: percezione e realtà sono state le dinamiche della politica di Obama.17035351_1252161311519765_1755848394_n La percezione della sua persona e della sua personalità, con la realtà delle sue politiche. La percezione è stato lo storico discorso del 2008 all’università del Cairo, rivolto al mondo musulmano, la realtà è il caos che regna nel Medio Oriente. Sulla carta un’abile utilizzo di una retorica assai lontana dalla tradizione statunitense di interventismo ed internazionalismo delle precedenti amministrazioni, ma nella realtà un ricorso allo strumento militare tale e quale al passato.

La rabbia studentesca esplode all’Università di Roma – di Carlo Rivolta

Ed ero già vecchio quando a Roma, a Little Big Horn,
Capelli Corti generale ci parlò all’Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce;
ma non fumammo con lui, non era venuto in pace
E a un dio fatti il culo non credere mai. 

Il 17 febbraio del 1977 l’allora segretario della CGIL Luciano Lama tenne, o perlomeno tentò di tenere, un comizio all’Università della Sapienza di Roma, occupata dagli studenti in risposta alla famigerata riforma Malfatti. Le sue parole e la sua presenza non piacquero a quest’ultimi, che iniziarono a contestarlo, prima con slogan, poi scontrandosi con il servizio d’ordine dei giovani comunisti presenti. La violenza degli scontri indusse Lama a terminare prima del previsto il suo comizio e a lasciare la città universitaria insieme alla sua delegazione.
Il giornalista di Repubblica Carlo Rivolta*, uno dei cronisti più partecipi di quegli anni e di quel Movimento, raccontò così quella giornata memorabile.

Luciano Lama cacciato università sapienza 1977
Una fase degli scontri alla Sapienza


ROMA –
Alle otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell’Università erano già formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d’ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po’ attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli “indiani metropolitani“, (l’ala “creativa” del movimento, composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile). Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell’ateneo: “I Lama stanno nel Tibet”.

Gli “indiani” dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C’era scritto: “L’ama o non Lama”. “Non Lama nessuno” e altri giochi di parole del genere.

I sindacalisti e i servizi d’ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: “Sono goliardi, non bisogna farci caso”. Qualcun altro invece già alla vista del fantoccio si era innervosito: “E’ una provocazione inammissibile. Lama è un leader dei lavoratori”.
Assiepati intorno alla facoltà di Lettere gli indiani ballavano, cantavano, scandivano slogan polemici. Ritmavano ossessivamente: “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci”. Ce l’avevano con il governo Andreotti ma soprattutto con i partiti dell’astensione.

cacciata luciano lama università roma sapienza 1977
Alle 8.30, davanti alla facoltà di Lettere c’è stato uno degli episodi chiave, rimasto ignorato però dalla gran parte della gente. Quattro persone, infreddolite, preoccupate, una delegazione dell’intercollettivo universitario aspettavano Aurelio Misiti, segretario romano della Cgil-scuola. “Avevamo un appuntamento”, hanno detto ore dopo ai giornalisti, “per concludere un accordo già preso ufficiosamente la sera prima: al comizio dovevano esserci anche i nostri interventi. La posizione del movimento era quella della scontro politico, della critica aperta, ma in termini pacifici, e questa linea era legata, indissolubilmente, alla nostra partecipazione al comizio”. Aurelio Misiti, invece, secondo quello che hanno raccontato i rappresentanti dell’intercollettivo, all’appuntamento non è venuto. L’attesa si è prolungata per una mezz’ora, poi quattro dell’intercollettivo, delusi, si sono mescolati tra la folla.

Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al “carroccio” degli indiani (ma c’erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d’ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell’ironia e del sarcasmo, anche pesante. “Più lavoro, meno salario”, “Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà”. “Lama è mio e lo gestisco io”, “Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo è la produzione”, “Più baracche meno case”, “E’ ora, è ora, miseria a chi lavora”, “Potere padronale”, “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia” erano gli slogan più scanditi, parafrasi delle parole d’ordine delle manifestazioni e dei cortei della sinistra. Un gruppo cantava sull’aria di Guantanamera: “Fatte ‘na pera, Luciano fatte ‘na pera”. Una pera, nel gergo freak è una endovena di eroina. I militanti del Pci erano a questo punto non più perplessi, ma dichiaratamente ostili. Rispondevano con altri slogan: “Via, via la nuova borghesia”, “Pariolini, pariolini”.

Dall’altra parte, settori del movimento, rimbalzavano slogan non più ironici ma di aperta contrapposizione politica: “Provocatori sono Pci e sindacato che pieni di paura invocano lo Stato”, “Via, via la nuova polizia”.
E’ stato un crescendo polemico, di violenta contrapposizione, ma una contrapposizione fino a quel momento solo verbale. A ranghi serrati il servizio d’ordine sindacale e del Pci stringeva dappresso “indiani”, collettivi e autonomi. La gente assisteva perplessa, qualcuno già spaventato. Il punto di attrito più caldo era intorno al “carroccio” degli indiani: lì davanti era schierato il servizio d’ordine della federazione romana del Pci e i giovani della Fgci. I sindacalisti e i consigli di fabbrica occupavano prevalentemente le “retrovie” e stavano sui bordi della grande fontana di piazza della Minerva.

Luciano Lama è entrato nell’Università con una grande puntualità. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, è passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d’ordine ed è arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spazio fra le aiuole della facoltà di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite “marce” da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli “indiani”.

Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell’ortodossia comunista e quello della “creatività obbligatoria”, non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici; la pentola in ebollizione da un paio d’ore era ormai sul punto di scoppiare.

Il primo piccolo incidente è avvenuto sui bordi della fontana. Due consigli di fabbrica vicini ad “autonomia operaia”, si sono fatti largo per aprire i loro striscioni, rintuzzati dal servizio d’ordine dei sindacati stavano per venire alle mani. C’è stato un intervento di alcuni ragazzi del Pdup e la calma è tornata per poco.
Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano più violenti. Il Corriere della Sera ha scritto “che saremo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…”.Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata o vernice. Nel servizio d’ordine del Pci c’è stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice è piovuta sulla testa della gente. E’ partita allora una carica per espugnare il “carroccio” degli indiani. Travolta “l’ala creativa” del movimento, il servizio d’ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama è entrato in contatto con l’ala “militante”. Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio è tornato in mano agli occupanti dell’Università che lo hanno usato come un ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d’ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma è stata il segnale di partenza della rissa più selvaggia.Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltà di Lettere, contro il servizio d’ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d’asfalto.

Lama ha concluso il suo discorso alle 10.30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno già piangeva urlando “Basta, basta, non ci si picchia fra compagni”. Dopo Lama saliva sul paco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. “Compagni”, ha tuonato, “la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni”. L’ultima parola è stata quasi un segnale. Un’ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d’ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti.

Il camion è stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. A gruppi di due o tre, di dieci quindici persone, nei viali alle spalle del rettorato studenti e militanti del Pci e dei sindacati si sono affrontati, a bastonate, a colpi di spranga, di chiave inglese e sassate. Una rissa tragica, violentissima, con gente che piangeva, che imprecava, feriti portati via a braccia (molti militanti dei collettivi non sono andati all’ospedale perché temevano denunce). La facoltà di Lettere era trasformata in una infermeria, i militanti del Pci invece venivano portati di corsa al Policlinico.

La calma dentro l’ateneo è tornata solo quando i comunisti, usciti dall’Università, si sono schierati fuori dai cancelli. Dentro, una parte degli occupanti scandiva slogan contrapposti a quelli dei comunisti, un altro gruppo si riuniva in assemblea a Geologia e stilava una mozione: “La responsabilità degli scontri ricade sull’iniziativa provocatoria ed esterna al movimento presa dal Pci sotto una copertura sindacale unitaria…”. In sostanza tutto l’intercollettivo si è assunto la responsabilità di quello che era accaduto, anche se fino a poche ore prima c’era stata violenta polemica fra l’ala di Autonomia e il resto del movimento.

Alle 12.30 circa il rettore Ruberti è uscito dall’Università da un cancello secondario. Aveva già chiesto l’intervento della polizia. Per qualche ora c’è stata una pausa, come se i contendenti dovessero tirare il fiato per riprendersi dalle emozioni, dal trauma di quello scontro violento fra bandiere rosse. Poi, mentre cominciava l’assemblea dei collettivi, alle 16.30, fuori dall’ateneo sono cominciati ad affluire i reparti della polizia e dei carabinieri.

Qualcuno ha improvvisato barricate con tavoli, travi, automobili rovesciate, distrutte, demolite pezzo per pezzo. Colonne di jeep, camion, “pantere”, pullman di carabinieri hanno riempito rapidamente i viali intorno all’Università. Una sola strada è rimasta libera, quella dell’uscita di via dè Lollis, unica via di scampo per gli “assediati”.

Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Alle 17.40, dopo un timido tentativo di resistenza degli occupanti che avevano incendiato le auto della barricata, la polizia ha marciato verso i cancelli. In testa una autoblindo, dietro file di uomini con giubbotti antiproiettile e maschere, sotto un fuoco di copertura di centinaia di gas lacrimogeni che in breve hanno avvolto tutta la zona in una nuvola di fumo acre. La barricata è stata demolita da un bulldozer, poi, sempre sparando candelotti, gli agenti sono entrati. La gran massa degli occupanti era già fuggita, gli ultimi hanno imboccato il cancello di via de Lollis verso le 16.15.Padroni del campo, sotto la luce delle fotoelettriche, poliziotti e carabinieri hanno rastrellato gli edifici. Fuori, per le strade di San Lorenzo, si è acceso qualche focolaio di guerriglia. Forse sono stati sparati colpi di pistola (ma è una notizia ancora non confermata), secondo gli aderenti ai collettivi due giovani militanti di Lotta Continua sono stati picchiati dal servizio d’ordine della Fgci e del Pci fermo in via dei Frentani a presidiare le sue sedi.Alle 20 tremila studenti erano riuniti ad Architettura. Scadenze per i prossimi giorni: una manifestazione cittadina sabato, una manifestazione nazionale in settimana, assemblee nelle scuole.
Gli interventi, brevi, incalzanti, disegnavano la nuova strategia del movimento. Al primo posto la necessità di darsi una forma di organizzazione “perché la sovranità dell’assemblea e delle sue decisioni venga rispettata”. Ha parlato anche un giovane della Fgsi che ha espresso solidarietà ai collettivi e ai comitati di lotta contro la riforma Malfatti.

Da ieri mattina tutto il dibattito, le discussioni, le riunioni si sono spostate. Ad Economia e Commercio e Architettura, le due facoltà fuori dalla cinta dell’ateneo, le assemblee sono andate avanti fino a sera. E’ stata votata una mozione: dopo aver ribadito che il movimento “è stato fatto bersaglio di una offensiva dell’apparato dello Stato e del gruppo dirigente del Pci” si afferma che “è in corso da parte della borghesia italiana guidata dal governo Andreotti un aperto tentativo di criminalizzare la lotta dei giovani”. Gli obiettivi del movimento sono: “Ritiro del progetto Malfatti; sciopero generale nazionale contro il governo”. “Il movimento”, è scritto nel documento, “sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica sacrifici”. Si conclude indicendo una manifestazione per oggi pomeriggio alle 17, “pacifica e di massa”.

(Carlo Rivolta, 17 febbraio 1977, La Repubblica)

 

carlo rivoltaCarlo Rivolta nasce a Roma il 20 ottobre 1949. Nel 1971 inizia a collaborare con Paese Sera, dove realizza i suoi primi reportage notevoli, come quello sulle carceri di Rebibbia e Regina Coeli. Rivolta intervista le guardie e documenta la ribellione dei detenuti, finita con i carcerati. Il suo lavoro non passa inosservato: Eugenio Scalfari lo arruola tra le fila della nascitura Repubblica: è il dicembre del 1975. Diventa in breve tempo uno dei miglior cronisti presenti. Racconta il 1977 e il Movimento fino alla sua “morte” naturale: per via delle sue prese di posizione viene emarginato non solo dai colleghi, ma anche dagli autonomi. Il suo nome viene iscritto nella lista nera delle Brigate Rosse e per lui è il colpo di grazia: cerca rifugio nell’eroina. Nel 1978 Scalfari lo sospende per aver prestato la sua firma come direttore responsabile a Metropoli, periodico di Autonomia Operaia. Emigra verso le colonne di Lotta Continua. L’11 febbraio 1982, durante una crisi d’astinenza, cade dalla finestra del suo bagno. Va in coma e muore nella notte fra il 16 e il 17 febbraio.

LA ROSSA, LA GRASSA, L’UNIVERSALE- di Viola Lapisti

“[…] Oh quanto eravamo poetici, ma senza
pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza
pudore e vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma
Bologna…[…]”
Bologna – Francesco Guccini.

Avevo circa otto anni quando ci sono stata per la prima volta, mi ricordo che il mio babbo mi raccontava che in quelle vie aveva vissuto il servizio militare e la rivolta studentesca del sessantotto, bandiera rossa, bella ciao ed i cori sui carri di Lotta Continua. In quegli anni ho conosciuto le canzoni di De André e quelle di Guccini, anche se non capivo ancora bene che cosa volessero dire quelle parole. Sapevo a mala pena intuire quando nelle canzoni si parlava d’amore. Mi sembrava un luogo tanto lontano e immenso rispetto alla mia città straordinario, caotico ma degno del più reverenziale rispetto.

Ci sono tornata dieci anni dopo, era il 3 dicembre 2004, stavo andando a vedere un Concerto di Guccini, che poi ho saputo essere stato il suo ultimo concerto in quella città, prima che decidesse di dare l’addio al palco. Quelle parole che da piccola ascoltavo dal mangianastri di babbo, adesso le conoscevo a memoria. Ero emozionata, mi sembrava di essere sul set cinematografico del mio beniamino, ora che anche io calpestavo le vie cantate nei suoi testi.

Ci sono tornata e rimbalzata altre volte, perfino a cercare dei testi per la bibliografia della tesi, in Via Zamboni 36.

Qualche anno dopo, anche Sara, avrebbe calpestato il marmo sotto a quei portici e avrebbe iniziato il suo viaggio. Bologna sarebbe diventata la sua città, il luogo dove avrebbe vissuto, fino ad oggi, gli anni più belli della sua vita.

Ho conosciuto Sara al Liceo. Io avevo ventitré anni e lei quindici. Io ero una ex liceale che dava una mano per la Commedia, lei una giovane liceale che sivergognava a recitare, ma quando recitava era bravissima. Roberto Ricci, il regista, diceva che Sara aveva una dote innata. La sua bravura, mentre recitava, era manifesta anche all’occhio meno esperto perché la sua bellezza,oltre ad avere una disinvoltura non comune sul palcoscenico, nasceva soprattutto dal fatto che Sara era totalmente inconsapevole del suo talento.

Sara era ed è una ragazza determinata e piena di talenti, da piccola voleva fare il magistrato. Al Liceo le piaceva studiare Storia dell’Arte. Oggi, vive a Copenaghen e tra qualche mese partirà per Calcutta.
Quando le ho chiesto se sarebbe stata disposta a raccontarmi un po’ di sé e da rispondere a qualche domanda per questo articolo, non ha esitato un istante e la ringrazio. Le ho detto che in questo articolo si sarebbe parlato di Bologna, e di ciò che la città ed il suo Ateneo sta vivendo nelle ultime ore. Sapevo che questo argomento la stava toccando da vicino, che probabilmente stava tormentando il suo fianco scoperto, lei che considera Bologna la sua seconda casa ed il sentimento che prova nei suoi confronti “è simile a quello che si prova per una mamma, applicato ad una città”.
Sara a Copenaghen lavora e sta frequentando un master, nonostante questo in meno di ventiquattrore ha trovato il tempo per rispondere alle domande che leggerete. Le ho detto che volevo capire, che le notizie che ci stanno arrivando sono rarefatte e che, in questi casi, il confine tra la strumentalizzazione e la verità è labile. Le ho chiesto quale fosse la sua opinione, lei che ha vissuto in prima persona l’ambiente e che ne ha respirato il clima. Senese di nascita, ma bolognese di adozione
Presentati. Chi è oggi Sara Nardi?
Sono una giovane donna, energica e molto determinata. Al momento studio alla Copenhagen Business School e lavoro part time a Eataly. Ho studiato per tre anni all’Università di Bologna, il periodo più bello della mia vita. Frequentavo un corso internazionale, Business and Economics, insegnato in lingua inglese. I miei colleghi venivano davvero da tutto il mondo. Per il master sono voluta andare all’Estero per sfruttare al meglio l’internazionalità che la triennale mi aveva dato. Nel frattempo già avevo fatto uno scambio di sei mesi a Buenos Aires e il prossimo settembre partirò per un altro scambio di sei mesi in India. Mi sento cittadina del mondo ormai, ed è una bellissima sensazione
Il tuo colore preferito
Nero, sta bene praticamente con tutto, non passa mai di moda, ed è la somma di tutti I colori messi insieme.
Dopo la maturità hai scelto Bologna. Come mai proprio questa tra tutte le città del panorama universitario italiano?
Le esperienze all’Estero che avevo fatto durante il liceo mi avevano sempre entusiasmato, ma non mi sentivo ancora pronta per fare l’Università fuori, però volevo studiare in inglese. Il corso di Business e Economics in inglese c’era solo in poche altre università pubbliche italiane e Bologna era l’Ateneo che mi interessava di più. Ne avevo sempre sentito parlare benissimo.
L’ Offerta formativa è stata dunque all’altezza delle tue aspettative?
Le ha superate, devo dire. L’insegnamento all’avanguardia, I corsi ricchi di contenuti e I professori molto validi e qualificati. L’ottica del mio corso era molto internazionale, l’equilibrio tra esami più tradizionali (individuali) e lavori o esami di gruppo era ottimo. L’Università di Bologna mi ha arricchito tantissimo sia dal punto di vista accademico sia personale.
vio2Il più bel ricordo di Bologna (ed anche il più brutto, se ne hai)
Ho la testa piena di bei ricordi e belle sensazioni. Bologna complessivamente è tutta un bel ricordo per me. Dai ragazzi seduti in cerchio a suonare sul prato dei Giardini Margherita, alle colazioni primaverili in Piazza Santo Stefano, le camminate sui colli nelle giornate di sole, il buon caffé con lo sconto studenti alla Scuderia.
Mi ricordo che prima partire per il mio ultimo semestre a Buenos Aires, presa dalla tristezza di lasciare Bologna, spesso dopo cena andavo in giro a camminare per le vie della città che amo di più. Per godermela da sola, anche in silenzio.
Il ricordo più brutto è quando un sabato sera d’estate un gruppo di ragazzi loschi, quelli che occupano il portico sotto il teatro comunale mi seguì in bicicletta mentre io ero sola a piedi. Era tardi e stavo tornando da una serata tra amici. Appena hanno iniziato a farmi domande inopportune, ho cambiato strada e hanno continuato a seguirmi, allora ho iniziato a correre verso un taxi e mi sono fatta riportare a casa. Anche se era una distanza che avrei potuto benissimo percorrere a piedi in 5 minuti. Queste cose non dovrebbero mai succedere.
Bologna, fin dalla rivolta studentesca del ’68, è da sempre lo specchio rivoluzionario della gioventù universitaria di questo paese. Il particolare per l’universale. Qual è, secondo te, la differenza tra la Bologna sessantottina cantata da Guccini e la Bologna di oggi?
Onestamente dello spirito sessantottino ci vedo poco adesso.
Chiaramente non essendoci stata al tempo non posso paragonare, ma le rivoluzioni universitarie che ho visto io a Bologna mi sembrano solamente una scusa per fare casino, spesso chi è a capo delle proteste e/o manifestazioni si esprime in un italiano a dir poco pessimo, schiamazzando al megafono frasi spesso senza significato che, per come la vedo io, rivelano la mancanza di un piano e di vere convinzioni. Non mi sembra ci sia proprio nessuna continuità con la rivolta studentesca del ’68. Spesso adesso le occupazioni delle aule sfociano in atti violenti o vandalici. Gli edifici storici che noi studenti dovremmo tanto amare vengono imbrattati sia fuori che dentro.
Come hai vissuto, da studentessa universitaria, il forte radicamento del movimento studentesco, diciamo quasi identitario, di Bologna stessa?
Ho sempre cercato di starne alla larga vivendomi Bologna nelle cose più belle che ha da offrire: le iniziative culturali e artistiche, l’atmosfera internazionale e giovanile, l’opportunità di studiare in aule storiche e bellissime.
Per me ci sono tanti modi di fare informazione e protesta pacificamente, per esempio organizzando dibattiti interdisciplinari, mettendo insieme idee di studenti motivati e competenti. Purtroppo sono abbastanza diffidente nei confronti dei movimenti studenteschi bolognesi perché ho visto in prima persona come le idee che ne stanno alla base siano strumentalizzate e come le manifestazioni in questi anni siano degenerate nella violenza e nel degrado che rovinano la zona universitaria
Il CUA. La prima cosa che ti viene in mente
Probabilmente la mia risposta è falsata da pregiudizi, ma basti pensare che la loro pagina web è piena di articoli verbalmente violenti, la loro foto di copertina su Facebook è un murales terribile che imbratta un muro della mia biblioteca preferita dove andavo a studiare. Questo è quello che mi viene in mente.
Viene chiamata “la rivolta dei tornelli”, quella delle ultime settimane, iniziata con la decisione di installare tornelli all’ingresso della biblioteca di Lettere al civico 36 di via Zamboni, decisione presa dall’Ateneo su richiesta degli stessi lavoratori della biblioteca. Cosa ne pensi e come vivi da Copenaghen questi scontri.
I tornelli sono SACROSANTI! Zamboni 36 è un posto dove io stessa ho studiato, ma spesso è un covo di spacciatori, sicuramente non sicuro. I tornelli arginano solo parzialmente il problema di infiltrazioni di gente poco raccomandabile all’interno di locali universitari, visto che in alcuni casi alcuni studenti stessi sono spacciatori, ma quantomeno proibisce l’accesso a chi non è studente e quindi non ha il badge. È una misura di sicurezza necessaria. Purtroppo anche nei locali della Facoltà di Economia, prima entravano non-studenti che, si è scoperto, hanno rubato telefoni e computer.
Adesso l’accesso è regolato anche a Economia. Mi sembra giusto che questo sistema sia stato introdotto anche a Lettere.
Da qua inorridisco di fronte alla violenza da parte di tutti, polizia compresa. È inammissibile. Inorridisco di fronte alle proteste per tale provvedimento. Non mi sembra davvero che ci sia alcuna scusa a cui appigliarsi per sostenere che non sia un buon provvedimento, vista la situazione critica della biblioteca e della zona universitaria in generale. Da Copenhagen mi viene solo tanta tristezza e rabbia. Non so come si possa maltrattare così la città che da sempre accoglie tutti e li fa sentire a casa.
Il CUA smentisce le versioni e le ricostruzioni del personale e degli studenti, in particolare il racconto di Emilia Garuti (studentessa di Lettere e membro della Segreteria regionale del Pd di Rolo). Cosa ne pensi delle dichiarazioni rilasciate da Emilia? Pensi che in questa fase, entrambe le parti stiano strumentalizzando la protesta?
Emilia Garuti mi trova d’accordissimo, non stento a credere ai suoi racconti dal momento che io ho visto e vissuto cose molto simili sia ad Economia sia, appunto, proprio fuori da Lettere, sotto i portici, quando ho sentito che un tizio, chiaramente non studente e a me sconosciuto, mi frugava nella tasca esterna dello zaino in pieno giorno. Credo che Emilia non abbia strumentalizzato proprio niente, racconta I fatti come stanno. Però le sue verità risultano scomode, quindi si sente la necessità di smentirla ed offenderla perché proprio le sue verità intaccano gli interessi di quelli che la smentiscono. In piccolo mi ricorda un po’ la figura di Roberto Saviano (Emilia)e di tutti quelli (CUA) che si accaniscono contro di lui sostenendo che strumentalizza la questione mafia.
vio1Cosa può fare oggi uno studente dell’Ateneo per Bologna?
Farsi cullare “fra I portici cosce di mamma Bologna”, andare a scambiarsi idee pacificamente e in allegria davanti a un buon vino all’Osteria del Sole, godersi spensieratamente gli anni più belli di quando si è studenti e si conosce almeno una nuova persona interessante al giorno. Frequentare locali tandem, dove si può mettere a disposizione la propria lingua italiana per insegnarla agli studenti in Erasmus e nel frattempo imparare una nuova lingua da loro. Seminare la conoscenza e la cultura che sono poi i presupposti della pace.
Inoltre, i professori sono una risorsa inestimabile. Sono convinta che alcuni di loro vorrebbero essere coinvolti nell’organizzazione di dibattiti interdisciplinari,quelli che ho menzionato anche prima, o eventi culturali di formazione extracurricolare.
Sara e Bologna. Qual è e qual è stato il vostro rapporto? Quanto c’è di Bologna nella Sara di oggi?
Lo è stato e lo è tuttora: un rapporto simbiotico. Quando torno da Copenhagen ancora prima di tornare a Siena, torno a Bologna. In realtà sento come se Bologna fosse la mia vera casa. “Mamma Bologna” come dice Guccini. Mi ricordo che l’unica volta che sono tornata direttamente a casa avevo un cambio di treno a Bologna, solo 5 minuti. Anche solo vedendo la stazione mi sono emozionata. Ovunque mi trovi, ovunque vada, anche lontano me la porto sempre con me, insieme a tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita e dei ricordi di quegli anni. La mia migliore amica, i miei colleghi e amici, che adesso sono sparsi in giro per il mondo, il tabaccaio, il mercato delle Erbe e quello della Terra. Le sessioni di esami estenuanti ed i festeggiamenti tutti in compagnia, e i piani per il futuro. Che nostalgia…
Sara oggi è diventata grande, non vuole più fare il magistrato, ma non ha abbandonato la sua sensibilità verso il senso sociale e universale di giustizia. Vorrebbe lavorare nell’ambito dell’imprenditoria sociale. Ha il sogno di cercare di sollevare le popolazioni in crisi, sfruttate da secoli di governi autoritari e da secoli di nocivi sistemi economici capitalisti, con l’ambizione di portare nei loro paesi un modello di industria collettiva e sostenibile. Per questo ha scelto l’India, per questo tra poco partirà per Calcutta.

The Last of bartenders poet: FRACTURE – di Gabriele Zisa

This is my way,

This is my day

Scream his name in the darkness

Where no one can hear you

Screams your prayer for yours sickness

Where no one can save you.

Storm, thunder, thunderbolts

Inside you are destroying

The only things for you loving.

Clean your face from the mud

Clean your soul from bad mood.

When your story will end

You will cry tears of sand.

ARTE FIERA BOLOGNA 2017 -di Michele Piattellini

Doveva essere l’edizione della grande rivoluzione questa di Angela Vattese ma in realtà di nuovo abbiamo visto ben poco. I due padiglioni, 25 per le gallerie più “contemporanee” e 26 per le storicizzate non hanno saputo suscitare particolari emozioni rispetto al passato. La scelta di una nuova illuminazione, sebbene molto minimal, è stata invece indubbiamente azzeccata. Ma veniamo un po’ a cosa abbiamo visto e soprattutto a cosa ci è piaciuto.artef Si parte subito alla grande con lo stand della galleria Matteo Lampertico che sfoggia opere di grande prestigio a firma Klein, Fontana, Festa, Turcato, Castellani. Ci addentriamo successivamente tra gli espositori senza pero’ ricevere particolari altri sussulti a parte che nel solito straordinario show della galleria Tornabuoni dove i Miro’ e i Picasso si fanno bella compagnia a parete. Interessante anche lo stand di Maria Livia Brunelli con le splendide opere di Silvia Camporesi e Anna Di Prospero. Un salto, anche solo per mero campanilismo, alla “nostra” Galleria Continua di San Gimignano dove l’atmosfera, sara’ stata colpa del fatto che era lunedì,era in realtà un po’ dismessa. Restano però degni di nota i due grandi lavori di Giovanni Ozzola. Molto belle come sempre le proposte di Emilio Mazzoli e la bellissima monografica su Mario Schifano alla Galleria Alessandro Bagnai di Foiano della Chiana. Bellissima anche la proposta della galleria De Bonis con solo opere di Renato Guttuso, un maestro senza dubbio da riscoprire sotto il profilo del mercato. Per il resto tanti “doppioni” Castellani e Bonalumi anni novanta, superfici specchianti tarde di Michelangelo Pistoletto e Peter Halley declinati in tutte le salse. Una giornata insomma in chiaroscuro quella passata nella bella Bologna ma, alla fine dei giochi, possiamo dire che ne e’ valsa la pena.

LIKE ERGO SUM, ovvero CHI HA UCCISO UMBERTO E TULLIO – di Viola Lapisti

Avete presente quella scena del film Confusi e felici (di Massimo Bruno – 2014) in cui Caterina Guzzanti, nelle vesti di una paziente in terapia di coppia, pronuncia un “CIAONE” davanti al suo psicologo Claudio Bisio?
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Ecco, ultimamente mi sono ritrovata varie volte a pensare a questa scena, non tanto per l’interpretazione degli attori o per la gradevolezza o meno della commedia, quanto per l’uso di quella parolina, proprio quella, “Ciaone”, in un
film.
E mi sono chiesta, ma come ha fatto questa espressione ad entrare nel linguaggio gergale del nostro Paese in così poco tempo e con
questa dirotta smania? Premetto che parlo da persona particolarmente deformata nell’animo e nella mente a causa di un certo percorso di vita e di studi, di cui non staremo certo qui a narrare poiché non ci importa una mazza, piuttosto poco incline all’accettazione delle mode in generale e di quelle gergali in particolare, sommamente infastidita e poco tollerante verso l’uso degli slang giovanilisti correnti. Ma dico, ci piace davvero così tanto usare termini di questo tipo, cui nello stesso esatto momento in cui vengono pronunciati da qualche parte, in questo Paese, c’è un filologo dell’Accademia della Crusca che muore e un Vocabolario Treccani che prende fuoco per auto combustione?
Me lo sono chiesta e forse mi sono anche data una risposta, la questione è proprio quel “ci piace davvero” usarli? Pensate a questo, a quel verbo piacere, pensate alla frase “a me piace”. Qual è la prima cosa che vi viene in mente? Oso buttare là risposta: non state forse pensando al “mi piace” al “like”? Non sarà che il vostro primo pensierino inconscio è andato a quel pollice all’insù, diretta conseguenza di quel clic che date distrattamente mentre state facendo la pausa kaffeeeè, o siete in autobus, o siete in fila alla cassa del Conad, o che date anche mentre magari state parlando con qualcuno o mentre state distrattamente leggendo questo articolo?
Che cos’è quel “Mi piace”? È un segnale che ci siamo? O che forse non
sappiamo fino in fondo se “ci piace” davvero? Lo usiamo semplicemente per dare la conferma che siamo presenti lì, alla percezione di quel contesto, di quell’avvenimento a cui stiamo assistendo e che quindi, in qualità di essere presente alle vicende postate da un qualsiasi tu generico, diamo la nostra opinione. La quale altro non è che il nostro benestare.
Che quella foto o quel post ci piaccia veramente è argomento secondario, più importante è esserci, averlo assistito, likato, cliccato. Il meccanismo poi è pressoché lo stesso per chi il like lo riceve: a chi lo riceve non importa più ormai se all’amico di turno è piaciuto il suo post o la sua foto, ma quanti sono numericamente i like che ha ricavato da quella foto, da quel post, ed il numero che ne risulterà contribuirà ad innalzare o ad abbassare
la sua autostima. Il Ciaone si colloca lì: esattamente tra il like ricevuto sotto a quella foto o sotto a quel post e la sua didascalia. Essendo termine in voga, è facile: più lo usi, più piaci, più ci sei, più sei visibile.
Sapevate che #ciaone è da qualche anno il nome di uno dei gusti preferiti di una famosissima gelateria di Roma?
ciaoneArrivati a questo risultato, perché mai storcere la bocca quando anche il nostro ex Primo Ministro, scoperto il fascino del #ciaone fin dall’esperimento infelice in cui lo utilizzò per sbeffeggiare chi aveva creduto nel Referendum delle trivelle, ci continua a dilettare – ahinoi – sui suoi molteplici impieghi e
destinazioni?
L’uso di un certo linguaggio, di un lessico appropriato per parlare chiaro, popolare, familiare e ruffiano ad un pubblico dei più vasti ed eterogenei, mi direte, è argomento dei più grandi trattati di Retorica da secoli e secoli ancor prima della nascita di Sallustio e Cicerone, buonanime. Ma a tutto, gente, c’è un limite, soprattutto perché non stiamo parlando di trattati di Eloquenza.
C’è una intera generazione di belli, rampanti e in carriera che troviamo, ad esempio, tra gli imprenditori, tra i politici e tra i bloggers (o peggio ancora, tra i fashion bloggers!), che ci sta dirottando verso un revisionismo linguistico e verso un nuovo “stile” comunicativo che non sono poi così sicura possa conservare anche dei contenuti oltre che un’evidente efficacia comunicativa. Questa generazione parla più tra i social che in piazza, lo sappiamo bene ormai, ci mette in contatto con ciò che accade non più dalle pagine di un quotidiano, ma tramite un tag ricevuto ad un evento mondano. Ha un linguaggio fresco, “giovane”, diretto, friendly, informale e confidenziale fatto di camicia bianca e mano in tasca, di hashtag e di selfie. È un modo di comunicare che è credibile grazie al consenso e alla forza riproduttiva che suscita, ma non lo è per la veridicità e verificabilità dei suoi contenuti.
Quindi, vogliamo che non esista più un filtro e che tutti questi
soggetti sopracitati dal cinema, alla politica, ai social, al gourmet, al glamour si collochino in un unico flusso dialettico in cui invenzioni popolari possano essere confuse per perle da costituzionalisti e alcune infelici uscite istituzionali per chiacchere tra amici sul socializzatore? vastita
Di qui si dipanerà, ne sono certa, la vostra suprema e unanime risposta che immagino abbia attinenza con la vastità del c… che ve ne frega. Che, non fraintendetemi, come filosofia di sopravvivenza io, su la vastità del c… che me ne frega, credo moltissimo. Quest’anno, ad esempio, ho deciso che, oltre all’agenda dove quotidianamente annoto i miei impegni, non potevo cominciareadeguatamente il 2017 senza un’altra agenda, in cui annotare quotidianamente le cose che fanno parte della vastità del c… che me ne frega e delle quali mi importerà sempre la vastità del c… che me ne frega. È molto terapeutico tra l’altro, ve lo consiglio. Però ecco, basta. Vi prego, basta ammorbarci la vita con i post di foto e foto in cui ci siete voi a braccia spalancate davanti al Grand Canyon, o davanti al deserto del Sahara, o con le mani che si allargano al cielo su un fiordo in Norvegia perché basta, ci spezzate la poesia e non date nemmeno dignità a quei luoghi ameni. Tralasciando il fatto che la vastità del c… che ve ne frega è un’espressione gergale passata di moda nello stesso istante in cui avete iniziato ad usarla, istante che, sappiatelo, si colloca più o meno tra la morte di Umberto Eco e quella di Tullio De Mauro che sì, erano molto anziani, ma comincio a chiedermi se veramente non li abbiamo uccisi noi: Umberto col Ciaone e Tullio con la Vastità del c… che ce ne frega , chiediamoci se il loro immane contributo, a questo punto, sia da considerarsi morto insieme a loro, a meno che non vogliamo che lo diventi. ecodema
Per concludere, laddove purtroppo non c’è tristemente da ridere, condividerò con voi le mie conclusioni sulla motivazione per cui, cari
socializzatori, abbiamo #mainagioia.
Mainagioia che – chiariamo – è pur sempre quell’espressione aberrante cui evidentemente abbiamo la necessità di ricorrere qualora vogliamo condividere le mancate gioie di una giornata o della vita in generale, non è che l’illusione di un qualcosa che ci auguriamo sia possibile, ma che molto probabilmente non lo sarà mai. Ed è altrettanto probabile, tra l’altro, che riguardo alla quantità e all’entità delle nostre mancate gioie quotidiane, c’è
un’altrettanta, un’infinita vastità del c… che alla maggior parte dei
nostri amici del Villaggio globale di McLuhan gliene frega. Facciamocene una ragione. Quindi ecco che anche di questa, può darsi sia diventato troppo deprimente farne ancora uso. Anche perché sto iniziando a nutrire una certa ansia per la salute di Andrea De Benedetti.
mainagCerchiamo di pensare ogni tanto, a quanta parte della nostra esclusiva sensibilità, a quanta parte di idee, di inclinazioni, di gusti e personalità abbiamo tradito e accantonato per assistere all’omologazione totale, becera e indistinta di questa massa cieca di civiltà in questo preciso momento storico. Nella quale ci hanno portato a diventare, o siamo voluti diventare, ciò che socializziamoCerchiamo di riconoscere che, dopo il primo like, abbiamo venduto l’anima a quella realtà che, purtroppo non è la vera realtà, ma la socializzazione della realtà. E che in questo Villaggio esistono già da tempo tutti i segni tangibili per la nostra spersonalizzazione come individui e come comunità, vuoto contenitore di singoli senza alcuna relazione afferente tra loro se non la rete sociale, il servizio di social networking cui siamo ininterrottamente connessi.

"L'uomo prima è meravigliato, poi si muove." (F. Hadjadj)

Mira, Milano

Notizie, pareri ed opinioni di un fuorisede in ritardo

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