LA ROSSA, LA GRASSA, L’UNIVERSALE- di Viola Lapisti

“[…] Oh quanto eravamo poetici, ma senza
pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza
pudore e vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma
Bologna…[…]”
Bologna – Francesco Guccini.

Avevo circa otto anni quando ci sono stata per la prima volta, mi ricordo che il mio babbo mi raccontava che in quelle vie aveva vissuto il servizio militare e la rivolta studentesca del sessantotto, bandiera rossa, bella ciao ed i cori sui carri di Lotta Continua. In quegli anni ho conosciuto le canzoni di De André e quelle di Guccini, anche se non capivo ancora bene che cosa volessero dire quelle parole. Sapevo a mala pena intuire quando nelle canzoni si parlava d’amore. Mi sembrava un luogo tanto lontano e immenso rispetto alla mia città straordinario, caotico ma degno del più reverenziale rispetto.

Ci sono tornata dieci anni dopo, era il 3 dicembre 2004, stavo andando a vedere un Concerto di Guccini, che poi ho saputo essere stato il suo ultimo concerto in quella città, prima che decidesse di dare l’addio al palco. Quelle parole che da piccola ascoltavo dal mangianastri di babbo, adesso le conoscevo a memoria. Ero emozionata, mi sembrava di essere sul set cinematografico del mio beniamino, ora che anche io calpestavo le vie cantate nei suoi testi.

Ci sono tornata e rimbalzata altre volte, perfino a cercare dei testi per la bibliografia della tesi, in Via Zamboni 36.

Qualche anno dopo, anche Sara, avrebbe calpestato il marmo sotto a quei portici e avrebbe iniziato il suo viaggio. Bologna sarebbe diventata la sua città, il luogo dove avrebbe vissuto, fino ad oggi, gli anni più belli della sua vita.

Ho conosciuto Sara al Liceo. Io avevo ventitré anni e lei quindici. Io ero una ex liceale che dava una mano per la Commedia, lei una giovane liceale che sivergognava a recitare, ma quando recitava era bravissima. Roberto Ricci, il regista, diceva che Sara aveva una dote innata. La sua bravura, mentre recitava, era manifesta anche all’occhio meno esperto perché la sua bellezza,oltre ad avere una disinvoltura non comune sul palcoscenico, nasceva soprattutto dal fatto che Sara era totalmente inconsapevole del suo talento.

Sara era ed è una ragazza determinata e piena di talenti, da piccola voleva fare il magistrato. Al Liceo le piaceva studiare Storia dell’Arte. Oggi, vive a Copenaghen e tra qualche mese partirà per Calcutta.
Quando le ho chiesto se sarebbe stata disposta a raccontarmi un po’ di sé e da rispondere a qualche domanda per questo articolo, non ha esitato un istante e la ringrazio. Le ho detto che in questo articolo si sarebbe parlato di Bologna, e di ciò che la città ed il suo Ateneo sta vivendo nelle ultime ore. Sapevo che questo argomento la stava toccando da vicino, che probabilmente stava tormentando il suo fianco scoperto, lei che considera Bologna la sua seconda casa ed il sentimento che prova nei suoi confronti “è simile a quello che si prova per una mamma, applicato ad una città”.
Sara a Copenaghen lavora e sta frequentando un master, nonostante questo in meno di ventiquattrore ha trovato il tempo per rispondere alle domande che leggerete. Le ho detto che volevo capire, che le notizie che ci stanno arrivando sono rarefatte e che, in questi casi, il confine tra la strumentalizzazione e la verità è labile. Le ho chiesto quale fosse la sua opinione, lei che ha vissuto in prima persona l’ambiente e che ne ha respirato il clima. Senese di nascita, ma bolognese di adozione
Presentati. Chi è oggi Sara Nardi?
Sono una giovane donna, energica e molto determinata. Al momento studio alla Copenhagen Business School e lavoro part time a Eataly. Ho studiato per tre anni all’Università di Bologna, il periodo più bello della mia vita. Frequentavo un corso internazionale, Business and Economics, insegnato in lingua inglese. I miei colleghi venivano davvero da tutto il mondo. Per il master sono voluta andare all’Estero per sfruttare al meglio l’internazionalità che la triennale mi aveva dato. Nel frattempo già avevo fatto uno scambio di sei mesi a Buenos Aires e il prossimo settembre partirò per un altro scambio di sei mesi in India. Mi sento cittadina del mondo ormai, ed è una bellissima sensazione
Il tuo colore preferito
Nero, sta bene praticamente con tutto, non passa mai di moda, ed è la somma di tutti I colori messi insieme.
Dopo la maturità hai scelto Bologna. Come mai proprio questa tra tutte le città del panorama universitario italiano?
Le esperienze all’Estero che avevo fatto durante il liceo mi avevano sempre entusiasmato, ma non mi sentivo ancora pronta per fare l’Università fuori, però volevo studiare in inglese. Il corso di Business e Economics in inglese c’era solo in poche altre università pubbliche italiane e Bologna era l’Ateneo che mi interessava di più. Ne avevo sempre sentito parlare benissimo.
L’ Offerta formativa è stata dunque all’altezza delle tue aspettative?
Le ha superate, devo dire. L’insegnamento all’avanguardia, I corsi ricchi di contenuti e I professori molto validi e qualificati. L’ottica del mio corso era molto internazionale, l’equilibrio tra esami più tradizionali (individuali) e lavori o esami di gruppo era ottimo. L’Università di Bologna mi ha arricchito tantissimo sia dal punto di vista accademico sia personale.
vio2Il più bel ricordo di Bologna (ed anche il più brutto, se ne hai)
Ho la testa piena di bei ricordi e belle sensazioni. Bologna complessivamente è tutta un bel ricordo per me. Dai ragazzi seduti in cerchio a suonare sul prato dei Giardini Margherita, alle colazioni primaverili in Piazza Santo Stefano, le camminate sui colli nelle giornate di sole, il buon caffé con lo sconto studenti alla Scuderia.
Mi ricordo che prima partire per il mio ultimo semestre a Buenos Aires, presa dalla tristezza di lasciare Bologna, spesso dopo cena andavo in giro a camminare per le vie della città che amo di più. Per godermela da sola, anche in silenzio.
Il ricordo più brutto è quando un sabato sera d’estate un gruppo di ragazzi loschi, quelli che occupano il portico sotto il teatro comunale mi seguì in bicicletta mentre io ero sola a piedi. Era tardi e stavo tornando da una serata tra amici. Appena hanno iniziato a farmi domande inopportune, ho cambiato strada e hanno continuato a seguirmi, allora ho iniziato a correre verso un taxi e mi sono fatta riportare a casa. Anche se era una distanza che avrei potuto benissimo percorrere a piedi in 5 minuti. Queste cose non dovrebbero mai succedere.
Bologna, fin dalla rivolta studentesca del ’68, è da sempre lo specchio rivoluzionario della gioventù universitaria di questo paese. Il particolare per l’universale. Qual è, secondo te, la differenza tra la Bologna sessantottina cantata da Guccini e la Bologna di oggi?
Onestamente dello spirito sessantottino ci vedo poco adesso.
Chiaramente non essendoci stata al tempo non posso paragonare, ma le rivoluzioni universitarie che ho visto io a Bologna mi sembrano solamente una scusa per fare casino, spesso chi è a capo delle proteste e/o manifestazioni si esprime in un italiano a dir poco pessimo, schiamazzando al megafono frasi spesso senza significato che, per come la vedo io, rivelano la mancanza di un piano e di vere convinzioni. Non mi sembra ci sia proprio nessuna continuità con la rivolta studentesca del ’68. Spesso adesso le occupazioni delle aule sfociano in atti violenti o vandalici. Gli edifici storici che noi studenti dovremmo tanto amare vengono imbrattati sia fuori che dentro.
Come hai vissuto, da studentessa universitaria, il forte radicamento del movimento studentesco, diciamo quasi identitario, di Bologna stessa?
Ho sempre cercato di starne alla larga vivendomi Bologna nelle cose più belle che ha da offrire: le iniziative culturali e artistiche, l’atmosfera internazionale e giovanile, l’opportunità di studiare in aule storiche e bellissime.
Per me ci sono tanti modi di fare informazione e protesta pacificamente, per esempio organizzando dibattiti interdisciplinari, mettendo insieme idee di studenti motivati e competenti. Purtroppo sono abbastanza diffidente nei confronti dei movimenti studenteschi bolognesi perché ho visto in prima persona come le idee che ne stanno alla base siano strumentalizzate e come le manifestazioni in questi anni siano degenerate nella violenza e nel degrado che rovinano la zona universitaria
Il CUA. La prima cosa che ti viene in mente
Probabilmente la mia risposta è falsata da pregiudizi, ma basti pensare che la loro pagina web è piena di articoli verbalmente violenti, la loro foto di copertina su Facebook è un murales terribile che imbratta un muro della mia biblioteca preferita dove andavo a studiare. Questo è quello che mi viene in mente.
Viene chiamata “la rivolta dei tornelli”, quella delle ultime settimane, iniziata con la decisione di installare tornelli all’ingresso della biblioteca di Lettere al civico 36 di via Zamboni, decisione presa dall’Ateneo su richiesta degli stessi lavoratori della biblioteca. Cosa ne pensi e come vivi da Copenaghen questi scontri.
I tornelli sono SACROSANTI! Zamboni 36 è un posto dove io stessa ho studiato, ma spesso è un covo di spacciatori, sicuramente non sicuro. I tornelli arginano solo parzialmente il problema di infiltrazioni di gente poco raccomandabile all’interno di locali universitari, visto che in alcuni casi alcuni studenti stessi sono spacciatori, ma quantomeno proibisce l’accesso a chi non è studente e quindi non ha il badge. È una misura di sicurezza necessaria. Purtroppo anche nei locali della Facoltà di Economia, prima entravano non-studenti che, si è scoperto, hanno rubato telefoni e computer.
Adesso l’accesso è regolato anche a Economia. Mi sembra giusto che questo sistema sia stato introdotto anche a Lettere.
Da qua inorridisco di fronte alla violenza da parte di tutti, polizia compresa. È inammissibile. Inorridisco di fronte alle proteste per tale provvedimento. Non mi sembra davvero che ci sia alcuna scusa a cui appigliarsi per sostenere che non sia un buon provvedimento, vista la situazione critica della biblioteca e della zona universitaria in generale. Da Copenhagen mi viene solo tanta tristezza e rabbia. Non so come si possa maltrattare così la città che da sempre accoglie tutti e li fa sentire a casa.
Il CUA smentisce le versioni e le ricostruzioni del personale e degli studenti, in particolare il racconto di Emilia Garuti (studentessa di Lettere e membro della Segreteria regionale del Pd di Rolo). Cosa ne pensi delle dichiarazioni rilasciate da Emilia? Pensi che in questa fase, entrambe le parti stiano strumentalizzando la protesta?
Emilia Garuti mi trova d’accordissimo, non stento a credere ai suoi racconti dal momento che io ho visto e vissuto cose molto simili sia ad Economia sia, appunto, proprio fuori da Lettere, sotto i portici, quando ho sentito che un tizio, chiaramente non studente e a me sconosciuto, mi frugava nella tasca esterna dello zaino in pieno giorno. Credo che Emilia non abbia strumentalizzato proprio niente, racconta I fatti come stanno. Però le sue verità risultano scomode, quindi si sente la necessità di smentirla ed offenderla perché proprio le sue verità intaccano gli interessi di quelli che la smentiscono. In piccolo mi ricorda un po’ la figura di Roberto Saviano (Emilia)e di tutti quelli (CUA) che si accaniscono contro di lui sostenendo che strumentalizza la questione mafia.
vio1Cosa può fare oggi uno studente dell’Ateneo per Bologna?
Farsi cullare “fra I portici cosce di mamma Bologna”, andare a scambiarsi idee pacificamente e in allegria davanti a un buon vino all’Osteria del Sole, godersi spensieratamente gli anni più belli di quando si è studenti e si conosce almeno una nuova persona interessante al giorno. Frequentare locali tandem, dove si può mettere a disposizione la propria lingua italiana per insegnarla agli studenti in Erasmus e nel frattempo imparare una nuova lingua da loro. Seminare la conoscenza e la cultura che sono poi i presupposti della pace.
Inoltre, i professori sono una risorsa inestimabile. Sono convinta che alcuni di loro vorrebbero essere coinvolti nell’organizzazione di dibattiti interdisciplinari,quelli che ho menzionato anche prima, o eventi culturali di formazione extracurricolare.
Sara e Bologna. Qual è e qual è stato il vostro rapporto? Quanto c’è di Bologna nella Sara di oggi?
Lo è stato e lo è tuttora: un rapporto simbiotico. Quando torno da Copenhagen ancora prima di tornare a Siena, torno a Bologna. In realtà sento come se Bologna fosse la mia vera casa. “Mamma Bologna” come dice Guccini. Mi ricordo che l’unica volta che sono tornata direttamente a casa avevo un cambio di treno a Bologna, solo 5 minuti. Anche solo vedendo la stazione mi sono emozionata. Ovunque mi trovi, ovunque vada, anche lontano me la porto sempre con me, insieme a tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita e dei ricordi di quegli anni. La mia migliore amica, i miei colleghi e amici, che adesso sono sparsi in giro per il mondo, il tabaccaio, il mercato delle Erbe e quello della Terra. Le sessioni di esami estenuanti ed i festeggiamenti tutti in compagnia, e i piani per il futuro. Che nostalgia…
Sara oggi è diventata grande, non vuole più fare il magistrato, ma non ha abbandonato la sua sensibilità verso il senso sociale e universale di giustizia. Vorrebbe lavorare nell’ambito dell’imprenditoria sociale. Ha il sogno di cercare di sollevare le popolazioni in crisi, sfruttate da secoli di governi autoritari e da secoli di nocivi sistemi economici capitalisti, con l’ambizione di portare nei loro paesi un modello di industria collettiva e sostenibile. Per questo ha scelto l’India, per questo tra poco partirà per Calcutta.

The Last of bartenders poet: FRACTURE – di Gabriele Zisa

This is my way,

This is my day

Scream his name in the darkness

Where no one can hear you

Screams your prayer for yours sickness

Where no one can save you.

Storm, thunder, thunderbolts

Inside you are destroying

The only things for you loving.

Clean your face from the mud

Clean your soul from bad mood.

When your story will end

You will cry tears of sand.

ARTE FIERA BOLOGNA 2017 -di Michele Piattellini

Doveva essere l’edizione della grande rivoluzione questa di Angela Vattese ma in realtà di nuovo abbiamo visto ben poco. I due padiglioni, 25 per le gallerie più “contemporanee” e 26 per le storicizzate non hanno saputo suscitare particolari emozioni rispetto al passato. La scelta di una nuova illuminazione, sebbene molto minimal, è stata invece indubbiamente azzeccata. Ma veniamo un po’ a cosa abbiamo visto e soprattutto a cosa ci è piaciuto.artef Si parte subito alla grande con lo stand della galleria Matteo Lampertico che sfoggia opere di grande prestigio a firma Klein, Fontana, Festa, Turcato, Castellani. Ci addentriamo successivamente tra gli espositori senza pero’ ricevere particolari altri sussulti a parte che nel solito straordinario show della galleria Tornabuoni dove i Miro’ e i Picasso si fanno bella compagnia a parete. Interessante anche lo stand di Maria Livia Brunelli con le splendide opere di Silvia Camporesi e Anna Di Prospero. Un salto, anche solo per mero campanilismo, alla “nostra” Galleria Continua di San Gimignano dove l’atmosfera, sara’ stata colpa del fatto che era lunedì,era in realtà un po’ dismessa. Restano però degni di nota i due grandi lavori di Giovanni Ozzola. Molto belle come sempre le proposte di Emilio Mazzoli e la bellissima monografica su Mario Schifano alla Galleria Alessandro Bagnai di Foiano della Chiana. Bellissima anche la proposta della galleria De Bonis con solo opere di Renato Guttuso, un maestro senza dubbio da riscoprire sotto il profilo del mercato. Per il resto tanti “doppioni” Castellani e Bonalumi anni novanta, superfici specchianti tarde di Michelangelo Pistoletto e Peter Halley declinati in tutte le salse. Una giornata insomma in chiaroscuro quella passata nella bella Bologna ma, alla fine dei giochi, possiamo dire che ne e’ valsa la pena.

LIKE ERGO SUM, ovvero CHI HA UCCISO UMBERTO E TULLIO – di Viola Lapisti

Avete presente quella scena del film Confusi e felici (di Massimo Bruno – 2014) in cui Caterina Guzzanti, nelle vesti di una paziente in terapia di coppia, pronuncia un “CIAONE” davanti al suo psicologo Claudio Bisio?
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Ecco, ultimamente mi sono ritrovata varie volte a pensare a questa scena, non tanto per l’interpretazione degli attori o per la gradevolezza o meno della commedia, quanto per l’uso di quella parolina, proprio quella, “Ciaone”, in un
film.
E mi sono chiesta, ma come ha fatto questa espressione ad entrare nel linguaggio gergale del nostro Paese in così poco tempo e con
questa dirotta smania? Premetto che parlo da persona particolarmente deformata nell’animo e nella mente a causa di un certo percorso di vita e di studi, di cui non staremo certo qui a narrare poiché non ci importa una mazza, piuttosto poco incline all’accettazione delle mode in generale e di quelle gergali in particolare, sommamente infastidita e poco tollerante verso l’uso degli slang giovanilisti correnti. Ma dico, ci piace davvero così tanto usare termini di questo tipo, cui nello stesso esatto momento in cui vengono pronunciati da qualche parte, in questo Paese, c’è un filologo dell’Accademia della Crusca che muore e un Vocabolario Treccani che prende fuoco per auto combustione?
Me lo sono chiesta e forse mi sono anche data una risposta, la questione è proprio quel “ci piace davvero” usarli? Pensate a questo, a quel verbo piacere, pensate alla frase “a me piace”. Qual è la prima cosa che vi viene in mente? Oso buttare là risposta: non state forse pensando al “mi piace” al “like”? Non sarà che il vostro primo pensierino inconscio è andato a quel pollice all’insù, diretta conseguenza di quel clic che date distrattamente mentre state facendo la pausa kaffeeeè, o siete in autobus, o siete in fila alla cassa del Conad, o che date anche mentre magari state parlando con qualcuno o mentre state distrattamente leggendo questo articolo?
Che cos’è quel “Mi piace”? È un segnale che ci siamo? O che forse non
sappiamo fino in fondo se “ci piace” davvero? Lo usiamo semplicemente per dare la conferma che siamo presenti lì, alla percezione di quel contesto, di quell’avvenimento a cui stiamo assistendo e che quindi, in qualità di essere presente alle vicende postate da un qualsiasi tu generico, diamo la nostra opinione. La quale altro non è che il nostro benestare.
Che quella foto o quel post ci piaccia veramente è argomento secondario, più importante è esserci, averlo assistito, likato, cliccato. Il meccanismo poi è pressoché lo stesso per chi il like lo riceve: a chi lo riceve non importa più ormai se all’amico di turno è piaciuto il suo post o la sua foto, ma quanti sono numericamente i like che ha ricavato da quella foto, da quel post, ed il numero che ne risulterà contribuirà ad innalzare o ad abbassare
la sua autostima. Il Ciaone si colloca lì: esattamente tra il like ricevuto sotto a quella foto o sotto a quel post e la sua didascalia. Essendo termine in voga, è facile: più lo usi, più piaci, più ci sei, più sei visibile.
Sapevate che #ciaone è da qualche anno il nome di uno dei gusti preferiti di una famosissima gelateria di Roma?
ciaoneArrivati a questo risultato, perché mai storcere la bocca quando anche il nostro ex Primo Ministro, scoperto il fascino del #ciaone fin dall’esperimento infelice in cui lo utilizzò per sbeffeggiare chi aveva creduto nel Referendum delle trivelle, ci continua a dilettare – ahinoi – sui suoi molteplici impieghi e
destinazioni?
L’uso di un certo linguaggio, di un lessico appropriato per parlare chiaro, popolare, familiare e ruffiano ad un pubblico dei più vasti ed eterogenei, mi direte, è argomento dei più grandi trattati di Retorica da secoli e secoli ancor prima della nascita di Sallustio e Cicerone, buonanime. Ma a tutto, gente, c’è un limite, soprattutto perché non stiamo parlando di trattati di Eloquenza.
C’è una intera generazione di belli, rampanti e in carriera che troviamo, ad esempio, tra gli imprenditori, tra i politici e tra i bloggers (o peggio ancora, tra i fashion bloggers!), che ci sta dirottando verso un revisionismo linguistico e verso un nuovo “stile” comunicativo che non sono poi così sicura possa conservare anche dei contenuti oltre che un’evidente efficacia comunicativa. Questa generazione parla più tra i social che in piazza, lo sappiamo bene ormai, ci mette in contatto con ciò che accade non più dalle pagine di un quotidiano, ma tramite un tag ricevuto ad un evento mondano. Ha un linguaggio fresco, “giovane”, diretto, friendly, informale e confidenziale fatto di camicia bianca e mano in tasca, di hashtag e di selfie. È un modo di comunicare che è credibile grazie al consenso e alla forza riproduttiva che suscita, ma non lo è per la veridicità e verificabilità dei suoi contenuti.
Quindi, vogliamo che non esista più un filtro e che tutti questi
soggetti sopracitati dal cinema, alla politica, ai social, al gourmet, al glamour si collochino in un unico flusso dialettico in cui invenzioni popolari possano essere confuse per perle da costituzionalisti e alcune infelici uscite istituzionali per chiacchere tra amici sul socializzatore? vastita
Di qui si dipanerà, ne sono certa, la vostra suprema e unanime risposta che immagino abbia attinenza con la vastità del c… che ve ne frega. Che, non fraintendetemi, come filosofia di sopravvivenza io, su la vastità del c… che me ne frega, credo moltissimo. Quest’anno, ad esempio, ho deciso che, oltre all’agenda dove quotidianamente annoto i miei impegni, non potevo cominciareadeguatamente il 2017 senza un’altra agenda, in cui annotare quotidianamente le cose che fanno parte della vastità del c… che me ne frega e delle quali mi importerà sempre la vastità del c… che me ne frega. È molto terapeutico tra l’altro, ve lo consiglio. Però ecco, basta. Vi prego, basta ammorbarci la vita con i post di foto e foto in cui ci siete voi a braccia spalancate davanti al Grand Canyon, o davanti al deserto del Sahara, o con le mani che si allargano al cielo su un fiordo in Norvegia perché basta, ci spezzate la poesia e non date nemmeno dignità a quei luoghi ameni. Tralasciando il fatto che la vastità del c… che ve ne frega è un’espressione gergale passata di moda nello stesso istante in cui avete iniziato ad usarla, istante che, sappiatelo, si colloca più o meno tra la morte di Umberto Eco e quella di Tullio De Mauro che sì, erano molto anziani, ma comincio a chiedermi se veramente non li abbiamo uccisi noi: Umberto col Ciaone e Tullio con la Vastità del c… che ce ne frega , chiediamoci se il loro immane contributo, a questo punto, sia da considerarsi morto insieme a loro, a meno che non vogliamo che lo diventi. ecodema
Per concludere, laddove purtroppo non c’è tristemente da ridere, condividerò con voi le mie conclusioni sulla motivazione per cui, cari
socializzatori, abbiamo #mainagioia.
Mainagioia che – chiariamo – è pur sempre quell’espressione aberrante cui evidentemente abbiamo la necessità di ricorrere qualora vogliamo condividere le mancate gioie di una giornata o della vita in generale, non è che l’illusione di un qualcosa che ci auguriamo sia possibile, ma che molto probabilmente non lo sarà mai. Ed è altrettanto probabile, tra l’altro, che riguardo alla quantità e all’entità delle nostre mancate gioie quotidiane, c’è
un’altrettanta, un’infinita vastità del c… che alla maggior parte dei
nostri amici del Villaggio globale di McLuhan gliene frega. Facciamocene una ragione. Quindi ecco che anche di questa, può darsi sia diventato troppo deprimente farne ancora uso. Anche perché sto iniziando a nutrire una certa ansia per la salute di Andrea De Benedetti.
mainagCerchiamo di pensare ogni tanto, a quanta parte della nostra esclusiva sensibilità, a quanta parte di idee, di inclinazioni, di gusti e personalità abbiamo tradito e accantonato per assistere all’omologazione totale, becera e indistinta di questa massa cieca di civiltà in questo preciso momento storico. Nella quale ci hanno portato a diventare, o siamo voluti diventare, ciò che socializziamoCerchiamo di riconoscere che, dopo il primo like, abbiamo venduto l’anima a quella realtà che, purtroppo non è la vera realtà, ma la socializzazione della realtà. E che in questo Villaggio esistono già da tempo tutti i segni tangibili per la nostra spersonalizzazione come individui e come comunità, vuoto contenitore di singoli senza alcuna relazione afferente tra loro se non la rete sociale, il servizio di social networking cui siamo ininterrottamente connessi.

LA LINGUA FA L’UNIONE – di Gabriele Zisa

 

 

Il nostro mondo è sempre più piccolo, non esiste più il concetto di distanza, infinito e spazio, se non quando parliamo di galassie e buchi neri. La tecnologia ha fornito la risposta a tutte le domande che l’uomo si poneva, ed ora che abbiamo “quasi finito” di conoscere la terra cerchiamo risposte altrove, perché è questa la nostra natura, porci domande su tutto ciò che ci circonda: il come, chi, perché. Se facciamo un passo indietro nel tempo di circa seicento anni l’uomo, pur essendo uguale a l’uomo del nostro tempo, si poneva i nostri stessi quesiti seppur su una scala inferiore alla nostra. Per esempio al tempo di Cristoforo Colombo si pensava che navigando verso ovest si sarebbe andati verso l’infinito, infinito oceano senza una terra su cui arrivare.caravelle_640 Ai tempi si pensava che non vi fossero altre terre da scoprire e che il mondo conosciuto fosse finito ed oltre di esso il nulla. Quest’ultima era una teoria vecchia mille anni, dai tempi dei romani: solo con l’esperienza e con il coraggio di pochi l’uomo è cresciuto, e non smetterà mai di porsi nuove domande e cercare di trovarvi le risposte. Infondo noi non siamo così diversi spiritualmente da un antico romano, solo per esperienze compiute; ma c’è un’altra cosa che alla mia mente torna attuale e lega il nostro mondo a quello dei romani, una cosa da loro l’abbiamo copiata ed è tutt’ora attuale. Conosciamo tutti a grandi linee la storia del grande impero romano, le grande conquista di quasi tutto il continente europeo e zone del nord Africa e medio oriente. Quanti popoli di lingue, religioni e culture diverse condensate in pochi lembi di terra, ma uniti da una cosa sola, semplice, la lingua latina. Una concetto semplice ma allo stesso tempo potente, capito e copiato da un altro popolo secoli dopo, gli Inglesi, che colonizzarono quasi mezzo mondo lasciando in eredità ai popoli sottomessi strascichi di cultura, ma soprattutto la conoscenza della lingua inglese, così come fu all’epoca per il latino, l’inglese è per noi adesso.

 

Unprecedented study shows how much of a melting pot the US really is

Sono rimasto affascinato da questo concetto della lingua, ma se non lo vivete nelle vostre esperienze non potete comprendere il valore altissimo che essa ha. Dal mio arrivo a Londra mi sono trovato a dover interagire con persone provenienti da diverse parti d’Europa e del mondo ed  ecco che sapere questa lingua diventa strumento di comunicazione in primis, ma soprattutto di scoperta dopo. Londra la vedo più come un piccolo impero romano concentrato, come tutte le colonie inglesi unite in uno stesso luogo, come se l’intero pianeta fosse conciso in un solo posto. Quando pensi che andrai ad imparare “solo” una lingua ed al contrario di ritrovi ad apprendere molto di più su gli altri e soprattutto te stesso. Ecco la lingua come strumento di unione, non di finito ma infinito sapere e forse come fu per il latino un giorno sara lo stesso per l’inglese, perché l’uomo è sempre in movimento come quel Cristoforo Colombo che testardamente solcò l’infinito alla ricerca  di risposte. e forse un giorno un altro come lui farà lo stesso “navigando” nell’immensità dello spazio.

“LA MIA CIPRO” DI CRISTINA CHIAPPINELLI: VIAGGIARE RESTANDO A SIENA – di Fausto Jannaccone

hpgoblet-hermione-portkey“Harry!” se Arthur Weasley non richiamasse il giovane Potter, il maghetto rischierebbe di restare in cima a quella collina nell’alba inglese invece di esser trasportato con i restanti Weasley, Hermione Granger ed i Diggory all’ imperdibile, sensazionale finale della Coppa del Mondo di Quidditch tra Irlanda e Bulgaria. Non aveva mai visto, Harry, una Passaporta: “(…) oggetti comuni e quotidiani spesso di scarso valore, come vecchie bottiglie, grucce, lattine ecc. in modo che se un Babbano le trovasse non sentirebbe il bisogno di raccoglierle. Una volta create, dopo aver pronunciato l’incantesimo Portus (piuttosto difficile da eseguire), possono trasportare in un determinato luogo chiunque le tocchi, oppure possono attivarsi in un momento predeterminato e trasportare nel luogo prescelto chiunque tocchi l’oggetto stesso in quel momento” (wikipedia)
Invece in “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio”, quando all’inizio del racconto i quattro ragazzi protagonisti si mettono a giocare a nascondino nella vecchia villa, per ingannare il tempo e provare a divertirsi un po’, Lucy si imbatte in un alto vecchio armadio, nascosto da un grande telo bianco, che sonnecchia in una polverosa soffitta; curiosa, la bambina vi entra, e scopre che è molto di più di un semplice “Wardrobe”: è infatti una specie di portale che conduce in una terra incantata chiamata “Narnia”, abitata da fauni, streghe ed ogni sorta di essere fantastico.
Poi ci sono la Tana del Bianconiglio, lo Stargate, il libro sul Regno di Fantàsia, la Delorean ed un’infinità di altri “mezzi di trasporto” che catapulteranno di punto in bianco i vari Harry, Alice, Bastiano in un altro mondo, una realtà parallela, una dimensione fantastica, surreale, lontanissima ed inspiegabile.

Ecco quello che succede a chi voglia concedersi ai disegni di Cristina Chiappinelli: che sia Cipro, Tarquinia o Mosca il luogo raccontatoci dalla giovane illustratrice senese, il suo tratto rende tutto meno afferrabile, non riusciamo a reggerci ben saldi e rimanere con i piedi per terra. Volando dietro a Margherita sulla sua scopa o appoggiandoci per un momento ad un cuscino del simposio, rimaniamo però sempre sospesi e fluttuanti in una dimensione di sogno che ci circonda senza che riusciamo bene a comprenderla. Un po’ come quando la notte sogniamo e “percepiamo” le quinte della scena che stiamo vivendo, sappiamo di esser in un determinato posto o in un particolare momento, ma tutto resta sempre fluido e precario, lo sappiamo, ma un attimo dopo può esser svanito tutto. Questa è la magia di una cifra stilistica che ad una primo impatto può sembrare elementare ed approssimativa, ma se ci fidiamo e ci lasciamo andare ci assorbe e trasporta in avventure esotiche e bizzarre, un po’ come facevano i romanzi di Salgari con i bambini italiani dello scorso secolo.dragomanno1

I soggetti di Cristina sono quasi sempre tratte dalla letteratura, come si evince anche dalla mostra esposta negli ambienti di BiP (presso il bar Il Palio, in Piazza del Campo a Siena, fino al 05/01/2016), ma in questo caso specifico ci offre anche i colori ed i profumi dell’isola di Cipro, dove ha passato un periodo di formazione un anno fa, attraverso 10 spaccati di una terra di confine, isola isolata a metà tra occidente ed oriente.

Rubate 10 minuti a queste fredde giornate di un grigio dicembre e concedetevi il lusso di un viaggio fuori programma.

PER ASPERA AD ASTRA: IL FUTURO DELL’ESPLORAZIONE SPAZIALE – di Niccolò Fattorini

Mentre l’Europa ha appena tentato per la prima volta di atterrare su Marte (per quanto ahinoi sia andata male proprio all’ultimo momento), con il lander made-in-Italy “Schiapparelli”, ci siamo chiesti quali saranno il futuro dell’esplorazione spaziale e le missioni più significative programmate per la prossima decade.

 

Da piccolo mi chiedevo sempre come doveva essere stato assistere allo sbarco umano sulla Luna, avvenuto nel luglio 1969 per mezzo dell’Apollo 11. Mio nonno mi raccontò di avervi assistito in diretta TV, confermando la spettacolarità dell’evento.buzz_salutes_the_u-s-_flag

Nonostante teorie complottiste sostengano che fu tutta una finzione1 (con lo sbarco girato magistralmente da Stanley Kubrick in un set cinematografico), dopo il picco mostrato negli anni ’70 con il programma Apollo, l’esplorazione spaziale non si è più mantenuta ai livelli di sviluppo raggiunti durante la Guerra Fredda. Le prospettive attuali, però, fanno ben sperare per il futuro.

Negli ultimi anni, grazie all’impegno di ESA e NASA, l’interesse per l’esplorazione sembra aver ripreso forza (le recenti imprese delle sonde Rosetta e New Horizons vi dicono niente?). Inoltre, grazie anche allo sforzo di agenzie asiatiche (ad es.: RKA, Russia; JAXA, Giappone), tra le sonde orbitanti (orbiter) e quelle che discenderanno sulla superficie di altri corpi celesti (lander e rover), nei prossimi anni ne vedremo delle belle2,3.

L’interesse per Marte sembra dominare. Sul pianeta rosso è pronta a sbarcare la missione InSight (NASA, lancio previsto a marzo 2018), con l’obiettivo di studiare la geofisica di Marte. Un lander equipaggiato da un sismografo e da un sensore per il flusso termico perforerà per 5 metri la superficie grazie a un braccio estensibile. La missione servirà per rilevare l’attività sismica eventualmente presente sul pianeta, il flusso termico proveniente dal suo interno, che dedurranno le dimensioni e lo stato fisico (solido o liquido) del nucleo. Nel 2020 la missione ExoMars (ESA-RKA), appena cominciata con l’arrivo dell’orbiter di qualche giorno fa, proseguirà con l’invio di un rover sulla superficie marziana, dotato di strumenti di analisi biochimica in tempo reale per andare a caccia di eventuali tracce di vita, passata o presente. La missione servirà inoltre per conoscere meglio la geochimica del pianeta e la distribuzione dell’acqua. Nello stesso anno anche una missione NASA, Mars2020, sbarcherà sul pianeta rosso con un rover che andrà a caccia di eventuali tracce di attività biologica. Entro il 2020 è stato proposto anche il lancio della missione congiunta NASA-ESA Mars Sample Return, che avrà lo scopo di riportare a Terra campioni rocciosi di suolo marziano.

press_photo_4Nel 2022 sarà la volta di Mercurio, raggiunto dalla missione Bepi-Colombo (ESA-JAXA, lancio previsto per gennaio 2017) che, con l’ausilio di due diversi orbiter, studierà la geologia, la composizione e la magnetosfera del pianeta più vicino al Sole.

Europa, Ganimede e Callisto, i satelliti di Giove – attualmente monitorato dalla sonda Juno, che ne studia la composizione esterna e la magnetosfera (fino al 2018, quando verrà risucchiata e distrutta dall’atmosfera gioviana) – saranno l’obiettivo della missione JUICE (Jupiter Icy Moon Explorer, ESA, con lancio previsto nel 2022). Europa, invece, sarà l’unico scopo della NASA per Europa Mission. Entrambe le missioni, che raggiungeranno la destinazione intorno al 2030, sono previsti diversi orbiter equipaggiati con strumenti in grado di svelare in dettaglio la struttura chimico-fisica, interna ed esterna, dei satelliti gioviani, nonché di mapparne la superficie. L’interesse è alto soprattutto per i ghiacci di Europa, sotto ai quali gli scienziati si aspettano la conferma di un oceano di acqua in grado di ospitare potenziali forme di vita.

Ma l’esplorazione futura non sarà limitata a pianeti e satelliti. La missione Osiris-Rex (NASA, lanciata un mesetto fa) raggiungerà nel 2019 l’asteroide “101955 Bennu”, con l’obiettivo di recuperarne un campione incontaminato per permettere successive analisi a Terra dei suoi costituenti (il campione sarà riportato a Terra nel 2023), mappandone le proprietà geochimiche e mineralogiche, e con l’obiettivo di effettuare misurazioni precise del moto di un asteroide potenzialmente pericoloso per la Terra.

Neanche il Sole, la nostra stella, è stato escluso dalle future esplorazioni. Ad ottobre 2018 verrà lanciato SOLO, un satellite ESA che orbiterà attorno ad esso per ottenere osservazioni ravvicinate della superficie definite come non mai, nonché per fotografarne le regioni polari (non osservabili dalla Terra).

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E oltre al Sistema Solare? Gli scenari mostrati dal film Interstellar sono ancora pura fantascienza, se mai saranno realmente percorribili. Tuttavia, l’interesse suscitato dalla ricerca dei pianeti extrasolari (compito perfettamente svolto dal telescopio Keplero, che dal 2009 ha scoperto 1284 pianeti al di fuori del Sistema Solare), sarà soddisfatto dalle missioni TESS (NASA, lancio previsto nel 2018) e Plato (ESA, lancio previsto nel 2024). La messa in orbita di questi potenti telescopi spaziali adatti a scovare esopianeti rocciosi attraverso i passaggi davanti alle proprie stelle mapperà rispettivamente fino a mezzo milione e un milione di astri di svariati tipi, con lo scopo di scoprire potenziali mondi abitabili.

Infine, pare ritornata in auge l’idea delle missioni umane. L’ultimo astronauta ha lasciato la Luna nel dicembre 1972. Il nostro satellite sembrerebbe aspettarci di nuovo nel 2024 (ESA)4, mentre nei mesi scorsi Obama ha dichiarato che entro il 2030 l’uomo andrà su Marte5, grazie anche alla collaborazione con compagnie finanziatrici private. Per Elon Musk invece, fondatore di SpaceX, compagnia che sta rivoluzionando il trasporto spaziale, l’uomo vi sbarcherà tra meno di 10 anni, in un incredibile viaggio senza ritorno per tentare la prima colonizzazione di un altrauto pianeta: la missione MarsOne. Fantascienza? Tutt’altro, secondo quando presentato da Musk durante l’ International Astronautical Congress di settembre6. Sempre se qualcuno non si divertirà a mostrarci immagini riprese in un set cinematografico.

 

Riferimenti

 

  1. http://it.ibtimes.com/siamo-davvero-stati-sulla-luna-5-risposte-chi-ne-dubita-1410385
  2. http://www.jpl.nasa.gov/missions/?type=future
  3. http://www.esa.int/Our_Activities/Operations/Current_and_future_missions
  4. http://www.esa.int/Our_Activities/Human_Spaceflight/Exploration/The_European_Space_Exploration_Programme_Aurora
  5. http://www.repubblica.it/scienze/2016/10/11/news/obama_annuncia_entro_il_2030_invieremo_i_primi_uomini_su_marte-149557609/
  6. http://www.nationalgeographic.it/scienza/2016/09/28/news/elon_musk_un_milione_di_persone_su_marte_entro_il_2060_-3250501/

 

Keywords

Esplorazione spaziale; spazio; sonda; Luna; Marte; Europa; asteroidi; pianeti extrasolari; NASA; ESA; Elon Musk

Quanto vale l’arte contemporanea italiana – di Marco Ciacci

L’arte contemporanea italiana va… all’estero. Perché in Italia è frenata. Frenata da politiche fiscali svantaggiose, soprattutto rispetto agli altri mercati internazionali (Londra in primis) che, comunque, continuano a puntare molto sugli artisti del Belpaese. Tanto che l’Italia rimane al 7° posto nello speciale report di Art Price 2016, che classifica i migliori 500 artisti internazionali in base al fatturato e ai lotti venduti nelle aste.

rudolf stingel
Rudolf Stingel, Untitled

Nella classifica al primo posto, tra gli italiani, c’è Rudolf Stingel, classe 1956 da Merano, diventato un vero caso mondiale sotto l’ala di Pinault, che raggiunge la settima posizione con 28 milioni di fatturato per 26 lotti venduti. Secondo è l’artista più chiacchierato e provocatorio che c’è nel nostro Paese: Maurizio Cattelan, che si posiziona all’11esimo. Cattelan occupa un posto di rilievo, sempre il secondo, anche nella Top 10 delle opere più costose, grazie a “Him”,  ritrae Hitler in ginocchio devotamente immerso in preghiera (o in atto di chiedere perdono) con occhi da bambino commossi e pieni di lacrime. L’opera, ovviamente discussa e controversa, è stata battuta a maggio da Christie’s New York alla cifra record di 17 milioni di dollari (il primo posto va a Basquiat che nella stessa asta ha spuntato 57 milioni).

Maurizio Cattelan, Him (2001)
Maurizio Cattelan, Him (2001)

Dopo di loro c’è comunque il vuoto. Per trovare un altro italiano, infatti, bisogna scendere al 190esimo posto dove si posiziona un genio del fumetto come Milo Manara (che ha esposto anche a Siena nel 2011) con 64 lotti venduti per un fatturato di 834 mila dollari. Segue a ruota Mimmo Paladino (833 mila dollari, 192esima posizione), che ha dipinto il Drappellone del Palio di Siena dell’agosto 1992. Insieme a Chia, Gian Marco Montesano, Bertozzi&Casoni e Pino Deodato è anche l’autore della “piastrella” della vendemmia 2015 per il Consorzio del Brunello di Montalcino.

milo manara bardot
Uno degli acquerelli che Milo Manara ha dedicato a «Madame Bardot, femme, libérée, sauvage, fière», recentemente battuti all’asta per 600mila euro.

Dopo un salto di 50 posti, troviamo un altro artista legato al Palio di Siena, come Francesco Clemente (Palio Agosto 2012) con un fatturato di 590 mila dollari, al 248esimo posto. Seguono un poverista come Giuseppe Penone (558 mila), un informale come Marcello Lo Giudice (479 mila), un concettuale come Salvo (scomparso l’anno scorso) con 477 mila dollari fatturati. Dopo troviamo due transavanguardisti come Nicola de Maria (436 mila) e Sandro Chia (401 mila), artista molto legato a Siena, sia per il Palio di agosto 1994, dedicato al congresso eucaristico nazionale svoltosi a Siena, sia perché ha scelto Montalcino, e il Castello del Romitorio, come sede fissa per il suo laboratorio artistico.

Sandro Chia Attesa 2013
Sandro Chia, Attesa (2013)

Resiste al 392esimo posto Gino De Dominicis (334 mila), centra il 422esimo Luca Pignatelli (312 mila) il cui lavoro, al pari di Stingel, va dalla figurazione all’astrazione. Unica donna italiana in classifica è Paola Pivi al 411esimo posto con 319 mila dollari fatturati per 5 lotti venduti e un record di 227 mila per singola opera.

paola pivi One cup of cappuccino then I go 2007
Paola Pivi, One cup of cappuccino then I go (2007)

 

GLI SCIENZIATI… QUESTI SCONOSCIUTI! – di Gianmaria Bonari

Vi è mai capitato di sentire un bambino che, alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?”, abbia risposto: “Voglio fare lo scienziato!”?

Ma se è vero che da piccoli la fervida immaginazione non pone ostacoli nel pronunciare una parola come “scienziato”, crescendo vi sarà raramente capitato di pronunciarla. Ma andiamo per gradi…
Ognuno di noi associa alla figura di uno scienziato una precisa immagine mentale. C’è chi si immaginerà una figura un po’ bizzarra vestita con un camice bianco e capelli grigiastri dal look esplosivo, intenta a preparare fumanti pozioni in un oscuro laboratorio situato nel peggior seminterrato e chi vedrà invece un curvo vecchietto con barba lunga e piccoli occhiali tondi sulla punta del naso dinanzi a lavagne e lavagne di enigmatici calcoli matematici… Ma cosa fanno davvero gli scienziati di oggi? Chi sono? Qual è la percezione che la società ha di loro? Sono uguali a quelli delle grandi scoperte del passato?
La parola “scienziato” deriva da “scienza”, dal latino Scientia, cioè il fatto di sapere, di conoscere qualche cosa (Treccani). Egli è dunque colui che è portatore di Scienza: la vuole conoscere, la scopre, la divulga ma soprattutto la dimostra. Tuttavia questi “scienziati” vi sembrano lontani anni luce; sono quelli che non incontri per strada, neppure quei personaggi che vincono i premi Nobel che talvolta compaiono in televisione.

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2016 Nobel Prize Winner Yoshinori Oshumi

Perché se così fosse in Italia allora dovremmo chiamare scienziati solo 20 persone, di cui solamente 3 attualmente viventi (Wikipedia, 2016). In realtà gli scienziati sono discretamente numerosi e molto più vicini di quanto siate portati a credere. Vediamo insieme perché…
Innanzitutto vi rivelerò che i produttori di scienza sono diffusi a vari livelli; li potrete sentire chiamare dottori, ricercatori e anche professori con precise gerarchie e ruoli. Pensate che nel 2013 si contavano in Italia ben 163.925 ricercatori (OECD, 2016) e l’Italia si piazzava quinta in Europa dopo Germania, Gran Bretagna, Francia e Spagna. Lo so che siete ancora scettici e state pensando di nuovo a vecchi pazzi che premono pulsanti su macchine rumorose e giganti. Comunque bravi, lo scetticismo è un ottimo punto di partenza. Tuttavia spero non vi deluda sapere che la maggior parte degli scienziati sono persone semplicissime, sedute accanto a te sul mezzo pubblico, che fanno la spesa al supermercato e che non hanno nulla da ostentare se non la loro spontanea curiosità. Questi signori vanno anche a prendere una birra con gli amici, non hanno auto di lusso, vanno al cinema, hanno perfino dei partner o allattano bambini. Sì, molti bravissimi scienziati, infatti, sono donne caparbie e brillanti. Non sono famosi ai più, non firmano autografi ma, più semplicemente, a loro piace vivere la vita portando avanti le loro ricerche, senza rammaricarsene. Ci sono però degli aspetti che li accumunano: sono ligi al metodo scientifico basandosi su dati certi raccolti con rigore, sono mossi da uno spirito critico senza eguali e, soprattutto, sono, come accennato precedentemente, infinitamente curiosi, perché come è noto “la curiosità muove il mondo”. Curiosi a tal punto dall’essere disposti a saltare pranzi e cene, o a dormire solo qualche ora pur di trovare risposta alle domande che si erano posti o che qualcuno si era posto prima di loro. Gli scienziati di oggi, sono quelli che hanno creato la molecola che è nella pillola che prendete prima di dormire, ma anche quelli che hanno progettato il sistema viario della tua città per ridurre il traffico; sono quelli che calcolano modelli previsionali per i sistemi franosi ancora sono quelli che ti fanno vedere un tuo caro dall’altra parte del mondo con un semplice click; sono coloro che cercano di capire come articoliamo le parole mentre parliamo o coloro che studiano lo scioglimento dei ghiacci causato dal riscaldamento globale, solo per citarne alcuni tra i più disparati.
Le scoperte della Scienza, piccole o grandi che siano, dovute a questa massa perlopiù anonima di persone, sono pubblicate all’ordine del giorno in sintetici articoli che riassumono anni di lavoro in riviste di settore e come attraverso un setaccio a maglie ultra fine, solo un’infinitesima parte di queste passano alla ribalta dei media. Pensate: solo nel 2006 circa 1 350 000 articoli scientifici sono stati pubblicati (Björk et al., 2008).gm Questi articoli compaiono in riviste che non si trovano proprio nell’edicola sotto casa, spesso sono sul web, sono scritte in inglese e si possono consultare con specifici motori di ricerca, come ad esempio Google Scholar, che è uno dei più comuni. La facilità di comunicazione che abbiamo raggiunto porta a una maggiore informazione, ma solo apparentemente a una maggiore conoscenza. Questa ondata di informazioni che ogni giorno invade i nostri computer, tablet, smartphone e molto distrattamente le nostre menti, dovrebbe infatti essere contenuta e ordinata da fonti autorevoli di verità, altrimenti potremmo tutti svegliarci una mattina atterriti dall’imminente invasione di vespe ultra velenose della Polinesia, oppure rallegrarci per la nuova miracolosa cura per l’emicrania a base di cedro marinato. Non vi risentite, anche le vostre bacheche su Facebook ne sono invase e chissà quanti di voi o dei vostri amici più o meno virtuali, avranno condiviso emerite falsità “acchiappa-click” con portentose retoriche da avvocato, simulando conoscenze fisiopatologiche da medico chirurgo con 40 anni di servizio, con capacità di divinazione straordinarie e uno spirito etico e morale che finirà per sollevare le dita dalla tastiera mettendole nella cartaccia che getterà infine a terra senza essere visto da nessuno. Conoscere la materia, controllando la fonte di ciò che si legge, e che diamine, leggerne più di una se si è veramente mossi da interesse: questo è il modo più corretto per approcciarsi alla materia. Basterebbero poche e semplici regole a limitare il perpetuarsi di scemenze! Se mi permettete vi consiglio di seguire alcune delle mie pagine Facebook preferite: “Curiosità scientifiche”, “Italia Unita per la Scienza”, “No alle Pseudoscienze”, “A Science Enthusiast” e “ScienceAlert” dove troverete un sacco di informazioni interessanti e tanti miti sfatati.
Cercate di voler bene a questi scienziati, che quando aprono Facebook si sentono morire dentro. Molti di voi sono la causa di infarti, depressioni, disturbi bipolari di questi onesti cittadini e lavoratori.
Non ricordo esattamente dove lessi per la prima volta questa frase di Norberto Bobbio ma so solo che mi è rimasta bene impressa nella mente:
“Il còmpito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccoglier certezze.”
Quindi, ricapitolando, sebbene gli Scienziati di oggi non vivano più nelle grandi corti di un tempo, sicuramente ciò che è non è cambiato è il ruolo che essi hanno nel vivere la Scienza come una vera e propria missione, per cui come le persone comuni, ogni mattina si alzano, vanno nei loro laboratori, cercano risposte o sollevano dubbi, contribuendo a portare un progresso continuo e reale nella quotidianità delle persone con azioni a medio-lungo termine per il nostro pianeta.

LA RICERCA DI UN CENTRO DI GRAVITA’ E IL BELFORT DI GENT – di Valeria Mileti Nardo

 

Una premessa personale
Fino ai diciotto anni mi sono sempre considerata un’apolide, a mio modo: sono nata a Milano ma la mia famiglia si è trasferita nella più tranquilla Legnano quando ancora ero nella culla e non sapevo dire né “mamma”, né “pappa” né “papà”. Niente radici, dunque, né a Milano, in cui uso tutt’oggi google maps per orientarmi, né a Legnano, che ho sempre considerato poco più che un dormitorio. E non poteva essere altrimenti, visto che la mia mamma è della provincia di Viterbo (Bagnoregio) e papà, benché nato a Milano, sia di padre siciliano e di mamma bagnorese. Altro fatto indicativo: i miei non si sono spostati a Milano ma a Recanati, in terra franca.
A Legnano, dunque, nessun parente, nessun amico di vecchia data per i miei genitori, nessun attaccamento alla città. Per di più, verso i sedici anni, quando ha iniziato a nascere dentro di me l’amore per la Storia dell’Arte, di arte e storia ne vedevo poca in una piccola città dell’interland milanese.
Tutto è cambiato l’11 settembre 2010. Quel giorno, a diciannove anni, mi sono trasferita a Siena per studiare Storia dell’Arte all’Università. Dopo aver sistemato la mia camera singola in via del Porrione e salutato i miei genitori, sono andata in Piazza e mi sono seduta proprio al centro, di fronte al Palazzo Pubblico. Forse era un pensiero ingenuo ma mi sembrava di aver trovato il mio posto. Ho avuto con Siena quello che in amore si chiama colpo di fulmine. Da quel giorno in poi ho conosciuto la città, la sua storia, le sue bellezze, il suo fascino, ma anche i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ho conosciuto una contrada che mi ha accolto e di cui farò parte per sempre. Col passare dei mesi e poi degli anni, capii, senza dubbio, di aver trovato il mio “centro di gravità permanente”. Battiato, ovviamente, docet.
Dopo aver perso la mia condizione di apolide, per così dire, psicologica, è stata molto dura lasciare Siena il 19 agosto scorso. Da tre mesi vivo in Belgio, o meglio, nelle Fiandre orientali, nella città di Gent, dove rimarrò per altri nove mesi.
Passare dal niente al tutto e poi ripartire da capo, per di più all’estero, non è stato semplice. Sto cercando di alleviare questa mancanza di radici che sento di nuovo bussare alla mia porta, provando a conoscere questo nuovo paese e la città che mi circonda nel miglior modo possibile. Devo ammettere che qui ho trovato un centro di gravità. Non è permanente – quello sarà per sempre Siena – ma mi accompagnerà per il resto della mia permanenza qui e, se non tornerò più a Gent, sicuramente rimarrà sempre nei miei ricordi più belli. Gent, il mio centro di gravità provvisorio ha un simbolo ben preciso: il Belfort.

Gent, Gand, Ghent; Belfort, Beffroi, Belfry

1Per un italiano, il Belgio può apparire un posto strano: clima molto piovoso in autunno e inverno (ma, nonostante l’acqua, sempre in bici!), freddo (ma qualcuno, a novembre, ancora con la giacca di jeans), cibo a tutte le ore, pochi piatti tipici (rispetto ai nostri standard), birra über alles e soprattutto tre lingue per un paese grande la metà del nord Italia: francese, fiammingo e tedesco. Per fare chiarezza sul titolo: “Gent” (pronuncia: hent) è il nome della città in fiammingo, lingua principale di Fiandra, “Gand” in francese e “Ghent” in inglese. Allo stesso modo, “Belfort” è il nome fiammingo del monumento di cui ora si parlerà, “Beffroi” è la versione francese e “Belfry” quella inglese (sì, in Belgio l’inglese lo sanno, e pure bene).
2Ma perchè, come primo articolo su Gent e il Belgio, vado proprio a parlare del Belfort, di un singolo monumento, e non di altri aspetti di questo paese, come la lingua, la divisione politica, il cibo, la birra, il cioccolato, l’art nouveau o i fumetti? Semplicemente, e forse ingenuamente, per il punto di vista con cui scrivo: potrà sembrare ridicolo o sentimentale ma ritrovare, nel bellissimo centro di Gent, questa maestosa torre civica medievale, mi ha fatto pensare al mio primo giorno a Siena, quando andai a sedermi sotto la Torre del Mangia. 3Ho provato quasi la stessa emozione, come in una specie di déjà vu. Per di più, pensare che le due torri furono edificate negli stessi anni, le ha rese, ai miei occhi, ancora più vicine.

Ma ora bando alle ciance: cercherò di tracciare un breve profilo del Belfort, accompagnato da un repertorio fotografico che ho reperito sia in rete, sia nella collezione dello STAM, il museo della storia di Gent (“stam”, in fiammingo, significa “radice”).
La storia del Belfort inizia all’incirca negli stessi anni in cui inizia quella del Palazzo Pubblico di Siena. E’ stato edificato, infatti, tra il 1313 e il 1380 sotto la guida del capomastro Jan van Haelst mentre la guglia, così come la possiamo ammirare oggi, è frutto della riedificazione del 1913 (ci torneremo più avanti). La torre, alta 95 metri, è entrata, insieme ad altre 23 torri civiche fiamminghe e 6 vallone, nell’elenco del patrimonio mondiale dell’umanità 6dell’UNESCO.
Ma cos’è di preciso il Belfort, un edificio che si trova in molte città del Belgio, come Bruxelles, Bruges e Tornai? È essenzialmente un edificio laico, sede del potere civico e simbolo dell’autonomia, della potenza economica e dell’indipendenza della città. Inoltre, la sua maestosità serviva a imporre simbolicamente la superiorità del governo centrale sulla costellazione dei poteri nobiliari, simboleggiati da dimore sontuose.
Il termine “belfort”, infatti, deriva dall’alto tedesco “Bërvrit” che significa “preservare la pace” (o anche dai termini tedeschi “bergen”, ossia “conservare” e “Frieden”, “pace”).
Altro compito fondamentale adempiuto dal Belfort era quello di custodire gli oggetti preziosi della città, come atti e documenti ufficiali che venivano conservati, in singola copia, in massicci forzieri posti in stanze segrete: il Belfort stesso, in realtà, fungeva da monumentale forziere.7

Come vedremo meglio a breve, il Belfort è sinonimo di campane. Se i rintocchi delle chiese e delle basiliche scandivano i momenti della vita religiosa, erano quelle delle torri civiche ad accompagnare la vita quotidiana civile e laica. Il Belfort è infatti associato al carillon: un sistema articolato e complesso formato da decine e decine di campane dai toni diversi, ognuna con un preciso significato. Inoltre, in combinazione tra loro, le campane potevano lanciare diversi messaggi alla popolazione.

Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane
Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane

Entriamo nei particolari: per edificare tutti e sei i piani della maestosa torre, il cantiere è proseguito per circa otto anni, dal 1313 al 1380; solamente per la sommità del Belfort, i costruttori sono stati impegnati per tre anni, dal 1377 al 1380: l’aspetto della guglia del Belfort, che caratterizza fortemente il panorama della città fiamminga, non era tuttavia, nell’anno domini 1380 come la possiamo contemplare oggi. Nel 1380, il Draak, ovvero il drago segnavento simbolo della custodia del tesoro, fu posizionato su una guglia lignea temporanea.vale6

Nei secoli, questa sommità provvisoria è stata come una tela bianca su cui architetti e progettisti hanno impresso la loro idea progettuale, cambiando di continuo lo skyline della città. L’ottocento poi, con l’avvento dei nuovi materiali edificativi, ha dato il suo contributo, regalando alla città una guglia in ghisa in stile neogotico, progettata dall’architetto Louis Roelandt.12

 

 

13

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Léon Spillaert, Bozzetto per un manifesto dell’Esposizione Universale di Gent, tecnica mista su carta, 12×8 cm, 1913, Gent, STAM (il bozzetto risale senza dubbio a prima dell’intervento di ripristino di Vaerwyck)

14E arriviamo al Novecento, più precisamente nel 1913, anno dell’Esposizione Universale tenutasi proprio nel capoluogo delle Fiandre Orientali. Questo importante avvenimento ha portato grandi novità nel panorama architettonico della città, novità che hanno coinvolto anche il Belfort. La sommità, infatti, venne riedificata ex novo secondo il progetto dell’architetto Valentin Vaerwyck che si basò esclusivamente sul progetto trecentesco dell’edificio che si può ammirare nelle collezioni del museo STAM. Fino al 1913, infatti, l’aspetto del Belfort, come si può vedere in numerose testimonianze fotografiche coeve, era molto diverso. Il monumento, come lo vediamo oggi, è dunque frutto dell’intervento di “ripristino” dell’antico condotto da Vaerwyck, perfettamente in linea con la tendenza ottocentesca e primo-novecentesca di “recupero” dell’antico piuttosto che di conservazione delle preesistenze storicizzate.
Ma torniamo al Medioevo: nel XV secolo, precisamente dal 1442, il Belfort di Gent era anche la sede delle guardie civiche che, insieme ai trombettisti, formavano il corpo di vigilanza della città, associato ai rintocchi delle campane che fungevano da eventuali allarmi per la popolazione. Per essere più precisi, una sola campana aveva la funzione di “campana dell’allerta”: la “Klokke Roeland” che prende il nome dal mitico paladino Rolando e che è stata posizionata nel Belfort nel 1325. Era proprio la Klokke Roeland che, se suonava dopo i rintocchi di altre tre piccole campane dai toni diversi, dava il segnale di allerta.22
Questo carillon formato da una manciata di campane, è stato col tempo ingrandito fino a comprenderne ben 54.
La Klokke Roeland del 1325 venne rifusa nel 1659 e trasformata in un carillon di 40 campane. La più grande di queste mantenne il nome di klokke Roeland ma, quando nel 1914 il carillon iniziò ad essere azionato ad elettricità, la nuova grande campana si fessurò e venne rimossa dal Belfort e adagiata sulla piazza adiacente al monumento. Dopo il restauro del 2001 e i nuovi interventi architettonici che hanno interessato il centro della città proprio nei primi anni 2000, la klokke venne spostata nella zona adiacente alla chiesa di Sint-Niklaas, incastonata in una struttura di cemento armato.

L’attuale carillon che si può vedere (e sentire!) all’interno del Belfort è composto dunque ancora dalle campane del 1659, nate dal materiale fuso della klokke trecentesca, e da una nuova Roeland del 1948.24
Il ruolo di guardia, simboleggiato in modo emblematico dal grande drago del 1377, è stato rivestito dal maestoso edificio fino a tempi relativamente recenti (1869). Osservando attentamente l’edificio, si notano dei particolari molto eloquenti che collegano ulteriormente l’edificio al suo ruolo di costruzione di sorveglianza: ai quattro angoli della costruzione trecentesca sono addossate delle sculture di cavalieri in arme, con tanto di armatura e ampio scudo. Queste sculture, moderne, si rifanno agli originali antichi. Delle quattro sculture originali, tuttavia, è sopravvissuta solo una, un tempo nel “Musée lapidaire” di Gent e oggi conservata nella hall del Belfort insieme ad altre tre copie.26

Questa affascinante torre polifunzionale non si staglia solitaria nel centro di Gent. Come la Torre del Mangia è parte integrante del Palazzo Pubblico di Siena, il Belfort è affiancato dalla bellissima Halle aux Draps (in fiammingo “Lakenhalle”) un edificio, simbolo della prosperità economica nelle città medievali, tutto quattrocentesco (1425-1441) ma rimaneggiato nel 1907.
29Il Belfort e la Lakenhalle dalla piazza di Sint-Baafs
Una curiosità legata alla Lakenhalle di Gent è rappresentata dal grande altorilievo apposto a un piccolo edificio settecentesco addossato alla parete meridionale del Belfort e alla Lakenhalle stessa: esso raffigura il “Mammelokker” e risale al 1741. L’altorilievo raffigura il mito di Cimone e Pero, o della Caritas Romana: il vecchio Cimone, condannato a morire di fame in una prigione, sarebbe sopravvissuto bevendo ogni giorno il latte materno della figlia che si recava da lui in visita. Il nome “Mammelokker” ha un’etimologia rivelatrice: se “mamme” infatti significa “seno” e “lokken” invece “succhiare”, vediamo che il temine significa “colui che succhia dal seno” e si riferisce, di conseguenza, a Cimone.31

Ma perchè richiamare il mito della Caritas Romana (o del Mammelokker) sulla facciata di questo piccolo edificio addossato al Belfort e alla Lakehanlle? In effetti, la scelta di questo soggetto non fu affatto dettata dal caso ma dalla volontà di simboleggiare una funzione specifica della lakenhalle, o meglio, della sua cripta: quella di prigione.
E ora, per concludere, veniamo al maestoso “Gulden Draak” (drago d’oro) di 3,55 metri che svetta sulla sommità del Belfort. Abbiamo visto che l’edificio è stato soggetto a cospicui cambiamenti e anche il suo particolare simbolo non è stato da meno. 36Già si è accennato al fatto che la grande scultura di rame risalga al 1377 ma, guardando con attenzione il drago che si staglia sulla città, si nota che si tratta di una copia moderna, precisamente di una copia del 1913, posizionata ai tempi dell’intervento di Vaerwyck, in occasione dell’Esposizione Universale. L’esemplare originale del 1377, corroso per l’esposizione secolare al caldo, al freddo e alle intemperie, si conserva all’interno del Belfort. Vedere il draak da vicino permette di osservare la maestria degli artisti e artigiani medievali che hanno realizzato un’opera complessa, ricca di saldature che quasi accompagnano e sottolineano le linee di forza di questo magnifico dragone.33
Sul maestoso drago esiste una leggenda abbastanza articolata, di origine medievale: pare che la scultura dorata ornasse la prua della nave con cui Sigrid Magnusson partí per la III Crociata. Il condottiero nordico, in quel d’Oriente, avrebbe fatto dono del drago all’imperatore di Costantinopoli che issò la scultura sulla cupola della Basilica di Santa Sofia. Cento anni dopo questi fatti, il drago venne acquisito da Balduino IX Conte di Fiandra che lo portò a Bruges. Soltanto nel 1382, in seguito alla battaglia di Beverhoutsveld, Gent riuscí a mettere le mani sul maestoso drago che venne posizionato in cima al Belfort e divenne poi il simbolo della città fiamminga.
Una curiosità, unita a una confessione: ammetto, prima di tutto, che questa leggenda l’ho letta sull’elegante cartone della birra di Gent “Gulden Draak”, appositamente testata per voi lettori!! Scrivendo sul Belfort e sul suo Draak, non potevo concludere senza fare un breve cenno a questa ottima birra, ispirata proprio al simbolo del Belfort, prodotta dalla “Brouwerij Van Steenberge” e servita nel suo caratteristico bicchiere che dovrebbe richiamare la forma di un uovo di drago nel suo nido!
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"L'uomo prima è meravigliato, poi si muove." (F. Hadjadj)

Mira, Milano

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