I FASTI MUSICALI DELLA SIENA CHE FU di Davide Cortonesi

 

Conte

 

Come primo articolo musicale di questo blog, non potevamo che partire ricordando la figura senese che più di ogni altra si è spesa in favore di quest’arte, e per la quale ha dedicato la sua intera esistenza. L’amore incondizionato del Conte Guido Chigi Saracini per la musica e la sua adoratissima Siena, fecero di lui «l’ultimo dei grandi patrizi mecenati italiani» e «della sua città un tempio dell’arte musicale conosciuto nel mondo».

Ben prima della creazione dell’illustre Accademia Chigiana, inaugurata nel 1932, il Chigi dette mostra delle sue doti impresariali in diverse occasioni. Nel 1908 promosse la fondazione del ‘Quintetto Senese’ e ne assunse la presidenza. Nel 1913, in occasione del centenario della nascita di Giuseppe Verdi, si fece promotore dell’esecuzione della Messa da Requiem, realizzata all’interno della Basilica di S. Francesco. Nel 1923, in seguito a un progetto di restauro del palazzo in Via di Città, vennero inaugurate – all’interno della celebre sala ‘Micat in Vertice’ – quelle stagioni di musica da camera che sopravvivono tutt’oggi, e che avevano l’intento di spezzare la routine operistica in voga nei teatri cittadini.

A partire da questa data ciò che differenzia in modo sostanziale queste manifestazioni da tutte le altre «è l’eccezionale livello pressoché unico in Italia, sintomatico non soltanto dei mezzi finanziari che il mecenate evidentemente mette a disposizione per queste iniziative, ma anche di una efficacissima rete di informazioni che a volte fa sì che proprio a Siena, città senz’altro decentrata rispetto alla più ampia circolazione degli interpreti musicali, alcuni virtuosi facciano le loro prime apparizioni».

Siena ruppe così con il ‘provincialismo’ che l’aveva caratterizzata grazie proprio al coraggio, la capacità organizzativa e il prestigio personale di Guido Chigi Saracini, il quale riuscì a trasformare la città in un «centro propulsore di attività musicali». Ancora qualcosa mancava però per dare a Siena quel carattere distintivo all’interno del panorama internazionale. Punto di svolta in questa direzione fu l’incontro di Guido Chigi con Alfredo Casella durante il Palio di luglio del 1927. L’ospitalità del Conte e il fascino della città fecero infatti colpo sul musicista torinese, se a distanza di un anno Siena venne scelta all’unanimità come sede del VI Festival della S.I.M.C. (Società Internazionale per la Musica Contemporanea).

Inizialmente non furono poche le resistenze del nobile senese, il quale non faceva mistero di quanto fosse «contrario e nemico di ogni modernità in Arte e specie per la Musica e per i così detti musicisti moderni», ma le doti oratorie di Casella unite all’orgoglio senese del Chigi, fece sì che dal 10 al 15 settembre 1928 vennero eseguite a Siena, quasi tutte in prima italiana e con interpreti d’eccezione, musiche di autori come Tommasini, Hindemith, Ravel, Webern, de Falla, Stravinskij, Casella, Prokof’ev, Bloch e molti altri. Il Conte dovette infine riconoscere che: «la Settimana Musicale Senese del 1928 fu una festa mondana e di eleganza, nella quale la mia cara Città si segnalò come ospite magnifica e signora». Lo stesso Casella nella sua autobiografia I segreti della giara scrive: «Vi fu infine – oltre alla musica – un “Palio” fuori serie organizzato specialmente per i convenuti. Quando si aggiunga che vennero dall’Italia e dall’estero oltre 700 persone per quella settimana, bisogna ammettere che un simile festival non si è più incontrato nella storia ulteriore della S.I.M.C.».

Era il 1928, e Siena si ergeva a capitale Internazionale della musica. Certo di avvenimenti ne sono successi da allora, primo fra tutti la morte del Conte e il passaggio dell’Accademia alla Fondazione MPS, ma questo non dovrebbe giustificare l’assopimento culturale che la nostra città sta vivendo. Certo la Chigiana sta passando momenti brutti per la mancanza dei fondi (i teatri senesi non sono più abbordabili per le loro casse e gli studenti stanno diminuendo), ma ciò che più spaventa, è che di questa eccellenza a livello mondiale che la nostra città ha il privilegio di avere, al senese non interessa, o semplicemente non sa che esista…

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LA CRISI ACCENTUATA DELLA SETTIMA ARTE di Michele Iovine

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Il cinema è in crisi. Non è una sensazione, non è nemmeno un luogo comune. E’ un dato di fatto; lo confermano le statistiche e i dati. Anche Siena è una città in crisi. In questo caso non ci sono solo fattori numerici e proiezioni statistiche varie che lo confermano, ma soprattutto fatti reali e concreti che sono sotto gli occhi di tutti. La storia ci ha insegnato però che dopo una crisi economica segue sempre un periodo di ripresa e ci ha anche detto che qualsiasi mezzo di comunicazione di massa non è mai stato sopperito dalla nascita e dalla diffusione di uno nuovo. Ogni mezzo di comunicazione ha sempre saputo riposizionarsi nel mercato e adattarsi ai cambiamenti che sono avvenuti all’interno della società. Detto questo il cinema come mezzo d’intrattenimento è destinato a continuare a vivere, non svolgendo magari più il ruolo primario e centrale di cui è stato protagonista negli anni cinquanta e sessanta.
A Siena si è deciso di non puntare su questo tipo d’intrattenimento, ma più che incontro a un ridimensionamento si è andati incontro ad una politica che ha puntato a non prendersene cura, il che è peggio. Essendo un fenomeno come detto di massa il cinema è fortemente influenzato da quelli che sono i cambiamenti tecnologici, ma non solo, direi anche e soprattutto culturali cui va incontro il tessuto sociale. Oggi chi si reca al cinema non va soltanto alla ricerca del prodotto culturale che esso veicola, ovvero il film, ma va alla ricerca di qualcosa di molto più complesso. D’altra parte siamo diventati più esigenti, abituati ad essere costantemente sotto una costante e quanto mai ampia offerta, si cercano più cose nello stesso tempo. Un’offerta, non solo materiale, ma anche qualitativa che punta ai canoni estetici di bellezza, comodità e svariati comfort. Tutto questo è ovvio a Siena non c’è. Si può discutere sulla riduzione del numero delle sale, sette forse erano eccessive, tre sono eccessivamente poche invece, ma quello che lascia indubbiamente a desiderare è che queste tre sale per come sono state progettate e costruite non hanno certo quell’appetibilità che oggi lo spettatore richiede. Il caso del Metropolitan è eclatante. Un cinema costruito ex novo pochi anni fa che pecca nella qualità strutturale più importante che una sala deve possedere: la grandezza dello schermo. A pochi chilometri da noi abbiamo un esempio invece molto intelligente. A Poggibonsi si ha un esempio nitido di come si possa integrare questo tipo di intrattenimento con altri di carattere diverso, il tutto supportato da una struttura moderna. Il Politeama non è solo un cinema, è un luogo polivalente costruito per formare un centro dello spettacolo e di aggregazione, un punto di ritrovo che ha moltiplicato la sua mission. Dall’essere un teatro si è trasformato contemporaneamente in un cinema, un teatro, un luogo per concerti, un luogo dove si fa musica, dove si tengono mostre, laboratori audiovisivi e si fa ristorazione ed è anche attrezzato per effettuare incisioni musicali. E’ infinitamente triste dover fare questo paragone con una piccola cittadina di provincia, è terribilmente paradossale pensare che siano gli abitanti di Siena a doversi spostare nei paesi limitrofi per andare a cercare attrazioni che invece proprio la nostra città in qualità di capoluogo di Provincia dovrebbe pianificare per attirare l’interland. Ma non è solo una questione campanilistica, è una questione economica e di prestigio soprattutto. E’ vero, Siena alla fine è una piccola cittadina, ma ha un patrimonio artistico-culturale che la qualifica tra i posti più belli e importanti non solo d’Italia, ma del mondo e come tale ha il dovere non solo di tutelarlo, ma di dimostrare costantemente di essere una piccola capitale della cultura nelle sue più svariate accezioni. Con i giusti limiti, senza strafare, anche il settore dell’audiovisivo deve avere il suo spazio e la sua visibilità. In ultimo è vero che forse la gente va meno al cinema, ma è altrettanto veritiero che la domanda va stimolata attraverso un’offerta appetibile. Le strutture della nostra città non solo non rispondono a questo requisito, ma puntano decisamente a non creare proprio alcun tipo d’interesse verso questo settore.
Non tutto però è da buttare, qualcosa di buono c’è e da lì bisogna ripartire. A questo proposito merita una menzione speciale il Nuovo Cinema Pendola che sta lavorando egregiamente in questa direzione attraverso sconti e promozioni e soprattutto una programmazione variegata che richiama anche la visione di alcuni vecchi classici restaurati come il recente ‘C’era una volta in America’ in versione integrale e con l’appuntamento del Lunedì d’essai dedicato alle pellicole che non hanno trovato distribuzione a Siena. E lo sapete che c’è? La gente ci va!

TU, MANGIA di Fausto Jannaccone

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L’inverno scorso, quello a cavallo tra 2011 e 2012 verrà ricordato per i più svariati accadimenti… Passerà alla storia come l’inverno del Professor Mario Monti e del suo governo di tecnici; ricorderemo tutti per anni ed anni la prodigiosa manovra, quel famoso inchino, con cui un comandante di Castellamare di Stabbia regalò alla splendida Isola del Giglio, un ulteriore motivo di attrazione per un gran numero di curiosi e praticanti un turismo diverso da quello che fino a quel momento aveva frequentato l’isola toscana.

Ma io lo ricorderò anche per un personale motivo, ovvero di come sia stato l’inverno in cui sono stato a bordo del Pequod. Alternato ad altre letture sono riuscito a portare in fondo quel libro di Melville che proporzionalmente a quanto possa risultare ostico il progresso in certi passaggi della narrazione, così quando lo concludi ti accorgi che ti ha lasciato un segno dentro. Uno degli effetti del segno lasciatomi è stato che senza ombra di dubbio nell’estate successiva l’unica aspirazione per i miei progetti futuri sarebbe stata di imbarcarmi per l’antica nobile professione baleniera.

Così come sono stato certo che la mia strada fosse quella, durante la mia vita mille altri indirizzi mi sono apparsi inevitabili per il resto dei miei giorni.

Fatto sta che ad ora, come l’anno scorso, come 5 anni fa e probabilmente tra dieci anni il mio mestiere è quello di commerciante. Con i suoi pro ed i suoi contro, l’attività che ho ereditato dai miei bisnonni ha una caratteristica ben precisa, che non posso non considerare come il maggiore dei suoi pregi, ed è quella di essere situata nella Piazza del Campo di Siena, proprio di fronte al Palazzo Comunale con quella sua interminabile Torre del Mangia.

Talvolta mi rendo conto di trattare quasi con bonaria supponenza, distacco, tutte quelle decine di avventori del locale che con sincero stupore rimangono folgorati dalla Piazza, e che vengono a ripetere quanto siamo fortunati noi senesi, quale eccezionale sorte ci sia toccata di poter quotidianamente godere di siffatte meraviglie. E puntualmente io “grazie, sì, in effetti, è vero, sì, lo sappiamo, vivaddio, ecc…” Ma è sempre una risposta automatica, un disco che si ripete nel tempo lasciando indietro il senso stesso di quelle affermazioni. Lo dico senza nemmeno pensare a ciò che dico.

Tutti i giorni che Dio mette in terra attraverso i nove spicchi rosa di mattoni della piazza, più volte al giorno percorro l’imponente, pesante ombra di quella immensa meridiana che è la Torre, passo davanti a Fonte Gaia, e provoco il volo dei piccioni che gremiscono quello spazio con il mio passaggio.

Chissà quante volte ho guardato distrattamente quel Palazzo, prima e dopo la sua pulitura che ne ha quasi cambiato i connotati, quante volte ne ho viste le foto, i disegni, le riproduzioni. Più volte ho scalato gli interminabili, sempre più piccoli e stretti gradini che conducono alla sommità della Torre, al Campanone.

Ma non so quanto sacro rispetto abbia provato ogni volta che ho avuto a che fare con la Torre del Mangia. E che sia necessario questo sentimento me ne sono accorto oggi, forse non per la prima volta, ma ancora oggi, quando seduto ad un tavolo del bar, con la mia tazza di caffè ed i quotidiani ho iniziato, ancora una volta, ancora oggi, a scoprire quella torre. Osservavo gli stemmi, alcuni solamente ormai intuibili, altri ancora nella loro originale interezza, della Balzana e del leone rampante del Capitano del Popolo. Che erano lassù, mi stavano sovrastando da quasi 90 metri di altezza, e da quasi sette secoli di età. Tutto ad un tratto mi sono ritrovato schiacciato da quella Torre bicroma, tutta bucherellata di fori per l’impalcatura che servì per edificarla ed adesso sono rifugio per i piccioni, con quell’orologio che ancora nell’epoca dei cellulari continua a rivelare ai senesi l’ora ed il giorno. Nella prima metà del xiv secolo i nostri avi hanno eretto questa Torre, così come il sottostante Palazzo Comunale, o il vicino Duomo… i numerosi palazzi, le fonti ed altri edifici… ma quella Torre è sconvolgente. Con quella forma così ardita, che squarcia il cielo di Siena, che tende al divino, e quasi lo sfida, ultimo baluardo tra terra e cielo. Oggi mi ha di nuovo sconvolto. E chi sa quanti altri nei secoli. Siena con la sua Torre di sfida ha meravigliato chiunque vi passasse sotto.

Cosa è rimasto in noi senesi del nuovo millennio di quell’ardire che fece di quella città toscana Siena? C’è qualche traccia residua di quella grandezza che osò sfidare il mondo, e soccombere solo per vicissitudini storiche alla vicina Firenze, ma senza che fosse possibile estirparle il prestigio guadagnato, la bellezza che ci è arrivata intatta, forse cristallizzata, ma che ancora la fregia? Ripartiamo da una Torre che sfida il cielo e rialziamoci.

UN’OPERA D’ARTE AL MESE:THE PHYSICAL IMPOSSIBILITY OF DEATH IN THE MIND OF SOMEONE LIVING di Michele Piattellini

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Come primo articolo di questa mia nuovissima rubrica ho deciso di presentare un’opera simbolo degli ultimi anni. The physical impossibility of death in the mind of someone living,meglio conosciuta come  lo squalo da dodici milioni di dollari è un ‘opera del 1991 dell’artista inglese Damien Hirst. Quest’impressionante belva intrappolata in una teca riempita di formaldeide,fu commissionata dal collezionista Charles Saatchi,uno dei pubblicitari piu’ famosi al mondo,e realizzata da Hirst dopo un singolare percorso creativo. Hirst,infatti, mise un annuncio in un giornale australiano con la scritta “Cercasi Squalo”. Dopo alcuni mesi fu accontentato e lo squalo venne spedito nel suo studio londinese dove l’artista lo inseri’ nella teca riempita con la formaldeide,liquido indispensabile per la conservazione. A questo punto entro’ in scena il genio commerciale di Saatchi che,con un grande battage mediatico creo’ un interesse incredibile nei confronti dell’opera che,nel 1998, fu esposta alla Tate Modern di Londra. Nel 2005 Saatchi si convinse che era il momento giusto per vendere e riusci’ a spuntare l’iperbolica cifra di 12 milioni di dollari. Ad aggiudicarselo fu un top manager di hedge found che occupa la posizione numero 35 tra gli uomini piu’ ricchi d’America.Si scatenarono come era prevedibile una serie di grosse polemiche incentrate fondamentalmente sul fatto che molti ritenessero scandaloso pagare 12 milioni di dollari per uno squalo sotto formaldeide.Sono d’accordo. E’ una cifra troppo bassa per un’opera del genere.Dovrebbe costarne almeno 120, come l’Urlo di Munch appena venduto. Hirst,infatti,che lo si voglia o meno è il piu’ lucido interprete dei nostri tempi.Il suo progetto di raccontare la morte,non delle farfalle o degli squali,delle mosche o degli umani ma dell’utopia dell’arte come pharmakon per migliorare il mondo è a dir poco illuminante. Hirst è un genio. Perchè solo un genio puo’ fare di uno squalo l’icona del nostro tempo.

L’ARTE COME STRUMENTO DI POTERE di Filippo Secciani

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Ogni grande uomo di potere ha sempre utilizzato l’arte e la cultura in generale come strumento di esercizio del suo potere.
Di fatto da sempre e’ esistita un’attrazione tra arte e potere politico a partire dagli egizi che utilizzavano le piramidi a memoria eterna per celebrare la grandezza dei loro faraoni, fino allo sfruttamento della tv e i nuovi media del politico 2.0.
Considerando che l’uomo medio è stato per gran parte della storia analfabeta possiamo comprendere come la pittura diventi il veicolo preferito per la propaganda politica: chiunque detenesse il potere si servì degli artisti per celebrare una vittoria militare, magnificare un sovrano, un ricco mercante o banchiere, o un evento religioso.
A fianco dell’attività bancaria la famiglia Medici seppe consolidare il suo potere con il mecenatismo, che portò nella Firenze rinascimentale le migliori menti che il tempo seppe offrire. Ampliare la base del consenso popolare, che avrebbe a sua volta assicurato la salvaguardia dalle cospirazioni delle famiglie rivali, che avrebbe garantito il potere assoluto sulla città.
Arte come strumento di controllo delle masse: è ciò che fa chiunque detenga il potere. Incutere paura, timore, oppure fiducia, forza attraverso la pittura e la scultura. La celebrazione di una vittoria o di un condottiero in battaglia, la forza di una nazione.
Oppure l’arte diventa uno strumento per deviare la rabbia e le frustrazioni dei popoli dal sovrano al circenses, mi riferisco in questo caso alle lotte gladiatore o alle corse delle bighe del Circo Massimo.
Chi, secondo me, ha fatto proprio l’utilizzo dell’arte e soprattutto della pittura come strumento di consolidamento del potere è la religione. In un mondo fatto di analfabetizzazione e di superstizione controllare le menti dei “deboli” garantiva un potere pressoché illimitato a chi era in grado di farlo. Tuttavia secondo l’adagio del Grande Timoniere Mao che un’immagine vale più di mille parole ecco che per secoli le immagini dirette al popolo rappresentavano da una parte danze macabre, morte, sofferenza e l’inferno e dall’altra le varie rappresentazioni del Sacro. Obbedendo all’istituzione ecclesiastica si riceveva la Salvezza, altrimenti per chi non avesse accettato questo ordine ci sarebbe stata la Dannazione.
L’arte intesa anche come strumento per influenzare le culture ed i costumi di altre nazioni. Il cinema statunitense ha di fatto monopolizzato il panorama cinematografico mondiale, così come la musica, imponendo stili di vita e costumi al mondo occidentale da almeno una trentina di anni.
Sia la politica, sia l’arte hanno dunque un obiettivo comune: arrivare al pubblico che osserva. Questi due fenomeni sociali si sono intrecciati molto più spesso di quanto si possa pensare: chi di noi non ha in mente i video propagandistici che spettacolarizzavano la potenza nazista, oppure i servizi realizzati dallo Studio Luce sulle imprese italiane in Africa e Albania. La macchina propagandistica cinematografica non si fermava tuttavia alle sole forze dell’Asse; anche al di la dell’Atlantico i grandi studios americani erano impegnati, attraverso film e cinegiornali a contribuire alla lotta al Nazifascismo: perfino Paperino fu arruolato per combattere Hitler e Mussolini (cartone animato del 1943 intitolato der Führer’s face).
Terminata la guerra e sconfitta la Germania si profilavano nuovi scenari geopolitici ed i vecchi alleati diventarono i nuovi avversari. Allora ecco che la macchina propagandistica si rimette in moto. Rocky e Rambo, per citarne solamente due, rappresentano in toto lo spirito regaeniano degli anni Ottanta.

Oltre cortina si inaugurò a partire dal 1934 il cosiddetto Realismo Sociale che “statalizzò” il movimento artistico dell’Unione Sovietica, riunendo tutti gli artisti sotto un unica sigla “Partjinoist”, poiché compito unico dell’arte era il consolidamento del Socialismo nel paese.

I vertici della DDR arrivarono a definire l’arte come “l’arma della lotta” ciò a decretare come essa sia subordinata agli ordini del Politburo e alla raccolta di adepti alla causa socialista.
I media vennero assunti nuovamente dal governo di Washington quando un nuovo nemico, questa volta ben più insidioso dell’URSS, stava iniziando a minacciare il predominio USA nel mondo: Il vecchio impero del Sol Levante vide un vero e proprio boom della sua economia a partire dagli anni Ottanta che portò ad un’intensificazione della commercializzazione dei prodotti giapponesi in tutto il mondo e che durò per tutto il decennio successivo, fino alla recessione dei primi anni Novanta, Lost Decade.
Nuovi slogan comparvero allora in tv, giornali e cinema “buy American” oppure “America First” invitavano il consumatore a non abbandonare il lavoratore americano, a non far soccombere le aziende statunitensi (soprattutto quelle automobilistiche) all’invasione nipponica, insieme ad un vero e proprio boicottaggio del made in Japan; questo fenomeno prese il nome di Japan bashing, ovvero bastona il giallo.
Ecco allora che lo spettatore occidentale si recò al cinema a vedere pellicole come Black Rain, oppure Sol Levante in cui i cattivi nipponici, sono sconfitti dai buoni americani.
I Giapponesi seppero resistere alla macchina diffamatoria hollywoodiana, facendo leva sul loro sentimento nazionale a cui contribuì anche l’allora presidente della Sony Morita Akio, il quale dette alle stampe un libercolo dal titolo “il Giappone che può dire no”, nel quale si celebravano le virtù del popolo nipponico.
il 26 settembre 1960 gli americani poterono vivere in pieno la rivoluzione della televisione come strumento di comunicazione politica; risale a quella data infatti il primo scontro televisivo che vide fronteggiarsi un fotogenico Kennedy ed un “sudaticcio” Nixon, non esattamente a suo agio davanti alle telecamere. Era l’alba del cosiddetto marketing politico. In Italia dovremo aspettare la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 e lo storico confronto televisivo con il candidato della sinistra Ochetto.
L’economia e di converso anche la finanza e la politica si sta rapidamente spostando verso Oriente. Non solo Cina, ma anche India e in misura (momentaneamente) minore Indonesia, Malesia e Vietnam; flussi di capitali stanno confluendo da questi nuovi attori della geopolitica internazionale verso i deboli mercati occidentali, le multinazionali e le grandi industrie hanno nuovi padroni, la diplomazia non può fare a meno di coinvolgere nelle questioni internazionali le tigri asiatiche, non è più possibile ragionare a livello geoeconomico di G7, la lotta per le risorse che questi paesi in pieno sviluppo necessitano potrebbe cambiare alleanze e strategie nel globo.

Se dunque il potere si sta spostando (inesorabilmente?) verso Est è logico aspettarsi che l’arte – in tutte le sue forme – possa diventare un’ulteriore strumento di influenza da parte di queste nuove forze internazionali.

MOSTRA: LA GIOSTRA E’ FERMA, Giovedì 31 Gennaio ore 19.00, Bar il Palio.

ImmagineIn questa piccola mostra abbiamo chiesto a quattro amici, quattro giovani artisti senesi che si affacciano adesso sul panorama cittadino, di indagare sul Palio e mostrarlo sotto una luce inedita e spesso celata.
Nella fattispecie le opere esposte vogliono svelare l’altra faccia della Festa, quella meno gloriosa e glorificata, quella intima e forse più pura. Cosa rimane sospeso e quasi immobile tra l’ultimo giro d’agosto e le Carriere dell’anno seguente? Cosa resta di quel carosello di luci, voci e suoni che veste e investe la città colorandola due volte all’anno della sua essenza inconfondibile?
E’ in questa direzione che si sono dunque mosse quattro espressioni artistiche differenti, quattro diverse prospettive che mostrano lo spirito principale della città, il suo dualismo e la forza dialettica che ne è il primo motore. Come se ogni cosa, ogni persona, ogni luogo oscillasse inevitabilmente fra buio e luce, suono e silenzio.
Proprio i luoghi in primis, animati d’estate e che adesso si svuotano, si spogliano della loro carica liturgica. Accade in un attimo, quando la Piazza improvvisamente tace i suoi clamori e nella notte del Palio le fiaccole sui merli preannunciano i mesi della quiescenza. Come il Cortile del Podestà, tempio inviolabile per quattro giorni e che invece dal mattino seguente la corsa torna ad accogliere inconsapevoli turisti e farsi anonimo ‘entrone’ medievale.
Gli oggetti poi: le armi che sfilano nel Corteo Storico, quelle vere dell’antica Repubblica e quelle figurate come le bandiere, i tamburi battenti ad annunciare la prossima guerra sul tufo giacciono ora riposte nella gelosa intimità di piccole stanze, così lontane dalla grandezza assordante del tramonto di fine agosto.
Da ultimo le persone in carne e ossa, gente comune come noi pervasa in quegli attimi dal furore orgiastico, avvolta dalle proprie grida e che ora invece si raccoglie in un vocio silenzioso, tra chiacchiere amicali e qualche canto posato ma sincero che omaggia Siena nelle sue notti d’inverno.
Sembra dunque che tutto si allontani e divenga opaco, benché nelle interiorità di ognuno stia ancora impressa quell’immagine viva, come fosse la nostra radiografia più vera e che mostra ciò che più di tutto è espressione di vitalità e foga: il cavallo e la sua corsa. L’animale che più di tutto è sguardo immediato all’estate prossima, al tempo che fugge e che nel proprio istinto libero rivela il volto stesso del Palio, attimale e già trascorso. Adesso anch’egli attende mansueto e la sua corsa riposa, nascosta nel nostro mondo interiore.
La giostra è ferma dunque, ed è su questa stasi che gli artisti puntano i riflettori. Le loro espressioni estetiche paiono riassumere infine proprio una sorta di silenzio, “il silenzio del Palio” inteso come soffocamento dolce che opprime la città e l’addormenta quasi , la libera dal suo gioco titanico per mesi e mesi che paiono eterni. Le giornate si accorciano e i lampioni vanno piano accendendosi. Riaprono le scuole e sembra impossibile che un giorno torni la terra in Piazza, e i tramonti alle nove e mezzo di sera. Le contrade si abbuiano e così i loro bracciali di legno appesi ai muri. Le bandiere tolte dai balconi.
Resta l’attesa. E la contemplazione di immagini come queste, che da sole riescono a evocarla e a tradurre al meglio sensazioni e sogni.