L’ARTE COME STRUMENTO DI POTERE di Filippo Secciani

scacco

 

Ogni grande uomo di potere ha sempre utilizzato l’arte e la cultura in generale come strumento di esercizio del suo potere.
Di fatto da sempre e’ esistita un’attrazione tra arte e potere politico a partire dagli egizi che utilizzavano le piramidi a memoria eterna per celebrare la grandezza dei loro faraoni, fino allo sfruttamento della tv e i nuovi media del politico 2.0.
Considerando che l’uomo medio è stato per gran parte della storia analfabeta possiamo comprendere come la pittura diventi il veicolo preferito per la propaganda politica: chiunque detenesse il potere si servì degli artisti per celebrare una vittoria militare, magnificare un sovrano, un ricco mercante o banchiere, o un evento religioso.
A fianco dell’attività bancaria la famiglia Medici seppe consolidare il suo potere con il mecenatismo, che portò nella Firenze rinascimentale le migliori menti che il tempo seppe offrire. Ampliare la base del consenso popolare, che avrebbe a sua volta assicurato la salvaguardia dalle cospirazioni delle famiglie rivali, che avrebbe garantito il potere assoluto sulla città.
Arte come strumento di controllo delle masse: è ciò che fa chiunque detenga il potere. Incutere paura, timore, oppure fiducia, forza attraverso la pittura e la scultura. La celebrazione di una vittoria o di un condottiero in battaglia, la forza di una nazione.
Oppure l’arte diventa uno strumento per deviare la rabbia e le frustrazioni dei popoli dal sovrano al circenses, mi riferisco in questo caso alle lotte gladiatore o alle corse delle bighe del Circo Massimo.
Chi, secondo me, ha fatto proprio l’utilizzo dell’arte e soprattutto della pittura come strumento di consolidamento del potere è la religione. In un mondo fatto di analfabetizzazione e di superstizione controllare le menti dei “deboli” garantiva un potere pressoché illimitato a chi era in grado di farlo. Tuttavia secondo l’adagio del Grande Timoniere Mao che un’immagine vale più di mille parole ecco che per secoli le immagini dirette al popolo rappresentavano da una parte danze macabre, morte, sofferenza e l’inferno e dall’altra le varie rappresentazioni del Sacro. Obbedendo all’istituzione ecclesiastica si riceveva la Salvezza, altrimenti per chi non avesse accettato questo ordine ci sarebbe stata la Dannazione.
L’arte intesa anche come strumento per influenzare le culture ed i costumi di altre nazioni. Il cinema statunitense ha di fatto monopolizzato il panorama cinematografico mondiale, così come la musica, imponendo stili di vita e costumi al mondo occidentale da almeno una trentina di anni.
Sia la politica, sia l’arte hanno dunque un obiettivo comune: arrivare al pubblico che osserva. Questi due fenomeni sociali si sono intrecciati molto più spesso di quanto si possa pensare: chi di noi non ha in mente i video propagandistici che spettacolarizzavano la potenza nazista, oppure i servizi realizzati dallo Studio Luce sulle imprese italiane in Africa e Albania. La macchina propagandistica cinematografica non si fermava tuttavia alle sole forze dell’Asse; anche al di la dell’Atlantico i grandi studios americani erano impegnati, attraverso film e cinegiornali a contribuire alla lotta al Nazifascismo: perfino Paperino fu arruolato per combattere Hitler e Mussolini (cartone animato del 1943 intitolato der Führer’s face).
Terminata la guerra e sconfitta la Germania si profilavano nuovi scenari geopolitici ed i vecchi alleati diventarono i nuovi avversari. Allora ecco che la macchina propagandistica si rimette in moto. Rocky e Rambo, per citarne solamente due, rappresentano in toto lo spirito regaeniano degli anni Ottanta.

Oltre cortina si inaugurò a partire dal 1934 il cosiddetto Realismo Sociale che “statalizzò” il movimento artistico dell’Unione Sovietica, riunendo tutti gli artisti sotto un unica sigla “Partjinoist”, poiché compito unico dell’arte era il consolidamento del Socialismo nel paese.

I vertici della DDR arrivarono a definire l’arte come “l’arma della lotta” ciò a decretare come essa sia subordinata agli ordini del Politburo e alla raccolta di adepti alla causa socialista.
I media vennero assunti nuovamente dal governo di Washington quando un nuovo nemico, questa volta ben più insidioso dell’URSS, stava iniziando a minacciare il predominio USA nel mondo: Il vecchio impero del Sol Levante vide un vero e proprio boom della sua economia a partire dagli anni Ottanta che portò ad un’intensificazione della commercializzazione dei prodotti giapponesi in tutto il mondo e che durò per tutto il decennio successivo, fino alla recessione dei primi anni Novanta, Lost Decade.
Nuovi slogan comparvero allora in tv, giornali e cinema “buy American” oppure “America First” invitavano il consumatore a non abbandonare il lavoratore americano, a non far soccombere le aziende statunitensi (soprattutto quelle automobilistiche) all’invasione nipponica, insieme ad un vero e proprio boicottaggio del made in Japan; questo fenomeno prese il nome di Japan bashing, ovvero bastona il giallo.
Ecco allora che lo spettatore occidentale si recò al cinema a vedere pellicole come Black Rain, oppure Sol Levante in cui i cattivi nipponici, sono sconfitti dai buoni americani.
I Giapponesi seppero resistere alla macchina diffamatoria hollywoodiana, facendo leva sul loro sentimento nazionale a cui contribuì anche l’allora presidente della Sony Morita Akio, il quale dette alle stampe un libercolo dal titolo “il Giappone che può dire no”, nel quale si celebravano le virtù del popolo nipponico.
il 26 settembre 1960 gli americani poterono vivere in pieno la rivoluzione della televisione come strumento di comunicazione politica; risale a quella data infatti il primo scontro televisivo che vide fronteggiarsi un fotogenico Kennedy ed un “sudaticcio” Nixon, non esattamente a suo agio davanti alle telecamere. Era l’alba del cosiddetto marketing politico. In Italia dovremo aspettare la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 e lo storico confronto televisivo con il candidato della sinistra Ochetto.
L’economia e di converso anche la finanza e la politica si sta rapidamente spostando verso Oriente. Non solo Cina, ma anche India e in misura (momentaneamente) minore Indonesia, Malesia e Vietnam; flussi di capitali stanno confluendo da questi nuovi attori della geopolitica internazionale verso i deboli mercati occidentali, le multinazionali e le grandi industrie hanno nuovi padroni, la diplomazia non può fare a meno di coinvolgere nelle questioni internazionali le tigri asiatiche, non è più possibile ragionare a livello geoeconomico di G7, la lotta per le risorse che questi paesi in pieno sviluppo necessitano potrebbe cambiare alleanze e strategie nel globo.

Se dunque il potere si sta spostando (inesorabilmente?) verso Est è logico aspettarsi che l’arte – in tutte le sue forme – possa diventare un’ulteriore strumento di influenza da parte di queste nuove forze internazionali.

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