La questione della Lingua – Parte Prima : L’ALLARME di Michele Masotti

“Quando la lingua si corrompe la gente perde fiducia in quello che sente”
W.H. Auden

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Apro la sezione ‘Wunder-Lettere’ con una serie di articoli che usciranno settimanalmente sul blog, tutti riguardanti un tema che dovrebbe stare molto a cuore: la decadenza della lingua italiana e l’urgenza di un suo recupero.

Il bisogno che spinge chi scrive a trattare tale argomento nasce da una semplice considerazione: se questo spazio interesserà tra le tante anche la letteratura, la poesia, la magia insomma delle Lettere in generale, sarà bene iniziare dando un primo sguardo alla salute attuale della lingua italiana.

Arrivo immediatamente al nocciolo della questione senza troppi orpelli introduttivi e fronzoli vari: l’Italiano oggi (2013) è sottoposto a una continua offensiva da parte di terminologie anglofone che in esso si infiltrano, snaturandolo, sostituendosi a vocaboli legittimi e che lo renderanno a poco a poco una sorta di ibrido.

Questa mia previsione nefasta può riuscire esagerata e scandalizzare i lettori, me ne scuso, non era mia intenzione aprire il blog con altisonanti allarmismi; ma credo in effetti che la situazione sia grave e sottovalutata. Sia chiaro, quando parlo di lingua ibrida non mi riferisco a un processo consumantesi dall’oggi al domani, ma di una evoluzione storica che impiegherà decenni. Ciò non toglie che se i primi sintomi sono già evidenti forse è bene denunciarne da subito la natura perniciosa.

Credo inoltre che un necessario dibattito sull’Italiano non significhi attestarsi su posizioni ottuse o che mirino ad una sua conservazione statica, ma dovrebbe essere anzitutto una riflessione su un mondo che va globalizzandosi e su come la pericolosa uniformazione ad un solo modello culturale investa anche e soprattutto la nostra ‘parlata’.

 

L’INGLESE COME LINGUA MONDIALE

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La premessa doverosa da fare è che chi scrive è favorevole all’uso di una lingua franca di comunicazione, a patto però che tale lingua non distrugga gli altri idiomi. Questo mi sembra un ragionevole punto di partenza.

Entrando nel dettaglio notiamo come la scelta convenzionale dell’inglese scaturisca da precisi processi storici (non è certo una preferenza estetica), processi riguardanti dapprima l’espansione coloniale britannica, infine l’attuale ampliamento geopolitico statunitense. Non solo, in alcuni campi specifici il suo utilizzo è scontato: penso all’informatica (poiché storicamente nasce e si sviluppa nel mondo statunitense), penso ad alcune branchie scientifiche. E ci mancherebbe!, sarebbe come insegnare la filosofia ignorando il greco antico o il tedesco.

Il discorso storico sarebbe dunque appena iniziato, ma forse è più opportuno trattarlo in altra sede, o con un articolo apposito. In questo breve saggio ciò che invece mi preme constatare è come l’influenza della cultura americana sull’Europa, influenza che va avanti dal dopoguerra, sia oggi più che mai inficiante sulle riproduzioni artistico-culturali del vecchio continente, compresa evidentemente la lingua.

Come intuibile la questione della penetrazione di modelli culturali differenti è complessa e non negativa in toto. Riguardo all’Italiano però tale problematica è di vitale importanza, fosse solo per un discorso di mera salvaguardia identitaria.

Difatti ciò che nei secoli più di tutto ha unito simbolicamente i popoli sono stati proprio il lessico e la parlata, con le miriadi di varianti dialettali (problema che a sua volta necessiterà di una trattazione a parte). Traslando poi il discorso in piccolo vediamo come proprio l’idea di appartenenza sia un punto cardine del nostro ‘Progetto Wunderbar’, che muove i primi passi dal recupero artistico-sociale della peculiare collettività senese. Ed è proprio la deriva e la frammentazione comunitaria che il Wunder cerca di arrestare.

Ezra Pound sosteneva che quando decade la lingua decade l’intera comunità: difatti è così, ha ragione da vendere il poeta! Purtroppo in pochi però sembrano davvero avvertire la necessità della tutela dell’Italiano, straziato oggi da inqualificabili mezzobusti televisivi o semplicemente dalla gente comune che inserisce anglicismi in ogni dove.

Ovviamente non v’è necessità di scadere nel ridicolo come i cugini spagnoli che usano il vacchitos al posto di jeans, così come mai nessuno in Inghilterra si sogna di chiamare il movimento sinfonico allegrohappy.

Come mai? Semplice, perché i jeans sono statunitensi e l’Opera è italiana, così è nel mondo. Quindi voler chiamare topo il mouse è un rigurgito nazionalista ridicolo degno del baraccone fascista, che infatti provava disperate traduzioni di parole dai significati fioriti in altre terre. Ma è anche evidente che se va combattuto un estremo, altresì va ostacolata la competa e indiscriminata assimilazione di ogni gergo, specie quando è inutile, soprattutto quando abbiamo i nostri che funzionerebbero a meraviglia.

 

METODI E SCOPI DELL’INFILTRAZIONE

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L’invasione dei termini anglofoni avviene su più fronti: in primis portati dall’avanguardia del sistema ideologico attuale, dove il predominio della forma-merce irrompe in ogni scampolo di vita: la pubblicità dunque, o meglio detto spot (un tempo reclame, quando non ancora chiaro dove volgesse il predominio); ma oltre a ciò vi è un secondo motivo più sotterraneo e patetico.

Ritengo infatti che l’uso degli inglesismi serva più che altro per darsi un tono: che sia nel colloquio informale tra ragazzini, o sui social network, oppure in una conversazione di lavoro. Parliamoci chiaro (per l’appunto): è più ganzo parlare di Sonnellino Time quando è giunto il momento di una pennichella, così come più è ganzo dire briefing al posto di riunione. Anzi è più trendy, poiché adesso usare il gergale ganzo non è nemmeno più ganzo!!! Perdonate il gioco di parole, spero si capisca ciò che intendo, anche perché i penosi esempi in tal senso si sprecano e nel prossimo articolo settimanale inserirò una lunga serie di vocaboli tradotti, dividendoli tra opportuni, accettabili, superflui e orrendi.

Il mio punto di vista sulla questione, si sarà capito, è molto critico poiché ritengo che quando si ha il bisogno di accumulare parole inutili per dare una certa enfasi a frasi e argomentazioni semplicemente vi è il naufragio in un preoccupante sottosviluppo culturale. Questa potrebbe sembrare un’esagerazione, ma l’azzardato paragone che mi sovviene è quello con i paesi del terzo mondo, i quali mancanti di molti beni di prima necessità, non si privano però di avere in ogni casa una parabola per la televsione. L’analogia con la questione linguistica è evidente: come la parabola rende accettata nel pianeta globale la famiglia del terzo mondo poiché uniformata, così dire Summer-Card, che so, a uno stabilimento balneare, è più ganzo di dire Carta-Estate. Come se le due parole italiane che pure esistono e godono di ottima salute divenissero improvvisamente desuete o inefficaci! Ma inefficaci rispetto a cosa?

La risposta è semplice se ci si pensa: se la società diviene mercificata in toto, laddove tutto è acquistabile, allora anche le parole proposte dall’Impero, essendo la mercificazione e l’accumulazione senza fine il suo principio-base, avranno più presa.

Si obbietterà infine sostenendo che l’inglese è più semplice, che ‘così facciamo prima’.

Ora, tralasciando la polemica che verrebbe spontanea sulla semplificazione fine a se stessa (che in una lingua lungi dall’essere merito è invece sinonimo di sterilità), anche il problema della ‘fretta’ è più filosofico di quanto non si pensi. Il bisogno della comunicazione veloce, anzi velocissima, non aiuta nessun interscambio culturale, al contrario è scorciatoia funzionale per una sempre maggiore accelerazione del presente in ogni suo aspetto: come la merce rompe ogni barriera reale impazzando nel villaggio mondializzato, snaturando e alienando l’essere umano, le sue comunità, i cicli vitali e quant’altro, così accade con la lingua: vi è il bisogno di un idioma elementare, sin troppo, che esondi ovunque e metta i consumatori di beni, di cultura e di istanti vitali in perenne comunicazione con un ‘click’.

È evidente come questo aspetto dovrebbe essere ostracizzato o almeno discusso; purtroppo però ciò che balza agli occhi è come la colonizzazione linguistica non solo non sia osteggiata, ma incredibilmente promossa; di più, si bolla il sacrosanto diritto della difesa della lingua come provincialismo. Non c’è bisogno di dire come questo sia un altro aspetto della sudditanza, quando non si capisce come provinciale sia al contrario la scimmiesca imitazione dei modelli di comportamento della ‘capitale’.

Il discorso è principiato adesso, ma lo concludo rimandandolo come annunciato ad altre parti, ribadendo solo che chi scrive non è ovviamente contro al dialogo tra le culture, spero non si incappi in questo banale fraintendimento. Vero è invece tutto il contrario e del resto basta il ‘nome tedesco’ del nostro progetto a far comprendere come vi sia la ferma volontà di attingere dall’esterno, di guardare al di fuori del proprio recinto.

Il tutto però salvaguardando e proteggendo ogni identità che ci rende vivi e consapevoli della propria storia, che sia il piccolo ma essenziale mondo senese come la grande tradizione culturale italiana, senza mostrarci perennemente supini e arresi di fronte a tutto.

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