La recensione di oggi: FLIGHT di Robert Zemeckis – di Michele Iovine

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Il nuovo lavoro di Robert Zemeckis che torna a dirigere un film dopo 12 anni dedicati alla sperimentazione high-tech nell’animazione, è una storia che ci parla del problema dell’alcolismo e delle dipendenze in generale. Zemeckis decide di introdurre il tema in maniera originale, spiazzando le attese dello spettatore attraverso una prima parte che fa presupporre di assistere ad una pellicola di genere catastrofico e di alto impatto adrenalinico. Non è così. Un incidente aereo perfettamente girato che tiene fortemente in tensione lo spettatore (Zemeckis è particolarmente bravo nel girare scene di incidenti aerei, da ricordare infatti anche la bellissima sequenza di Cast away) serve per veicolare in realtà un’altra storia, quella che veramente il regista vuole raccontare. Un pilota di linea con una manovra eccezionale evita una catastrofe. Solo 6 passeggeri su 102 perdono la vita in un incidente che di norma non avrebbe lasciato scampo a nessuno. E’ un eroe. Ma l’inchiesta che segue mette in discussione l’uomo-eroe Whip Whitaker (Denzel Washington). Risulta infatti, come il regista ci mostra all’inizio del film esplicitamente, che il pilota era ubriaco e sotto l’effetto di stupefacenti al momento del decollo. C’è allora un processo da affrontare e una verità da nascondere, una dignità da difendere, non tanto per l’uomo, quanto piuttosto per l’immagine dell’intera compagnia e del sindacato piloti. Una dignità politica potremmo dire. Il problema del film nasce nel momento in cui la vicenda si attesta definitivamente sulla linea tematica principale che il regista in primis voleva raccontare e affrontare, ovvero quello della dipendenza, cadendo in tutti quei clichè propri di questo tipo di storia. Il rapporto con una donna che ha i suoi stessi problemi e che cerca di convincerlo a curarsi senza successo, il rifiuto di riconoscersi malati, la ripresa e la sensazione di avercela fatta da soli e poi la ricaduta proprio nel momento più importante il giorno stesso della deposizione, il rapporto problematico con il figlio ecc… sono tutti episodi prevedibili e già visti che esauriscono l’effetto di originalità e curiosità che la commistione tra generi cinematografici che spiazzano dal catastrofico al legal-thriller, aveva conferito per certi intensi tratti alla pellicola. Se la scrittura del film quindi presenta dei limiti e si alterna tra alcuni momenti di pregevolissima fattura come ad esempio il dialogo nel sottoscala dell’ospedale, ad altri più scontati, perché come detto cede alle convenzioni tipiche del genere, Zemeckis dal punto di vista della regia non sbaglia un colpo e lo dimostra attraverso alcune soluzioni stilistiche davvero notevoli anche affidandosi all’interpretazione di un ritrovato Denzel Washington e uno strepitoso John Goodman che funziona sempre alla grande, soprattutto in chiave ironica (a questo proposito vedere anche Argo di Ben Affleck).

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