DA DOVE RIPARTIRE ? di Fausto Jannaccone

fenix (1)

Questa La Domanda, quella che prima o poi uno si trova davanti, dopo una storia d’amore finita, dopo una debacle sportiva, dopo la cessazione di un’attività, quale che sia, o semplicente al termine di un percorso, fisico o figurato.
Ecco, in un momento come questo non può che essere una domanda pertinente, ora che il sale è stato sparso sui campi dopo il passaggio di Attila, il flagello di Dio, ora che i Monti ed i Monte hanno lasciato un profondo solco sulle sicurezze di ognuno di noi.
Ripartire si deve inevitabilmente, essendo quantomeno a livello locale un punto di svolta epocale; in un modo o nell’altro ed in qualsivoglia modo possa evolversi e magari risolversi la situazione. Hic sunt leones. Quello che c’è dietro siamo noi.
Fino ad ora tutto è andato bene, tutto ha funzionato, perchè della felicità delle scelte fatte sino adesso nessuno ne pagava le conseguenze, il paracadute che aveva la città era bello ampio, e che che ricevesse strattoni, folate improvvise, aggressioni, poi tutto con calma si riassestava, ed il volo riprendeva la sua inesorabile calma piatta.
E tutto ciò ha fatto sì che la calma piatta fosse anche pace. Sì, ma nell’accezione di Tacito.
Cosa ha fatto questa città per assicurarsi un atterraggio meno pericoloso quando il paracadute fosse venuto meno? Niente. Anzi, ci siamo procurati delle zavorre per accelerare la spinta gravitazionale. Chiudono i cinema, chiudono i teatri, chiude il museo delle Papesse, chiude il Terra di Siena film festival, chiuderà la Chigiana a breve, e così via… E adesso? Che cosa ci rimane? Da cosa ripartiamo?
Beh, da Siena? Come vi sembra? Se l’Italia non può prescindere dal fatto di essere l’unica Italia nel mondo, e su quello deve fondare la sua rinascita, investire, mettere i punti fermi di una pianificazione per riprendere il volo; così Siena: nonostante tutto e tutti rimane Siena. E non lo sto dicendo scadendo nell’abusato “chi gode Siena e ne dice male…”, nel “chi un’è di Siena stianti”, e varie altre formulette magiche che forse possono essere il bello e nel contempo il limite di questa città. Ma, insomma, l’ho già detto proprio in questa sede: la Piazza del Campo e la Torre del Mangia sono solo qui: sarà forse più bella piazza San Marco di Venezia, o Campo dei Miracoli di Pisa, per dirne due; ma non sono qui a stilar classifiche, e secondo me la nostra rimane una delle piazze che almeno una volta nella vita va vista. E dentro a quel palazzo che proprio lì si affaccia ci sono il Buongoverno, o la Maestà di Simone Martini, o sbaglio? In cima al colle del Terzo di Città non sono forse il Duomo con il suo celebrato pavimento e la Libreria Piccolomini? L’antistante museo dell’Opera del Duomo che basterebbe contenesse la sola Maestà di Duccio per essere ritenuto un museo di livello mondiale dove lo mettiamo? Dall’altro lato della piazza il complesso del santa Maria; a 200 metri la Pinacoteca; e poi le varie Fonti, i musei delle 17 contrade, le innumerevoli chiese cittadine. E poi Santa Caterina, l’Accademia dei Fisiocritici, l’Oratorio della Compagnia di San Bernardino… potrei continuare non so per quanto e tutte le cose che direi varrebbero la pena di esser viste e rivalutate, e molto più di mezzo mondo pagherebbe quello che non ha per poterne avere anche solamente una.
E per adesso ho solamente trattato da appassionato di Storia dell’Arte… Ma che ateneo era quello senese, per non dimenticare l’Università per Stranieri? Che Ospedale era quello di Siena? Come si mangia a Siena? E come si beve a Siena?
E Cecco Angioleri e Federigo Tozzi non eran forse di Siena? E Santa Caterina e San Bernardino non nacquero tra questi palazzi? Sallustio Bandini per non dire il Conte Chigi Saracini non mossero forse da qui per per portare Siena nel mondo ed il mondo a Siena?
Nonostante abbia al mio arco ancora svariate frecce per convincervi di quanto di buono possa essere in questa città, ora smetterò questa lunga lista. Perchè dicono da queste parti “chi si loda s’imbroda”.
E vi confesserò il mio pensiero riguardo ai nostri prossimi giorni, orfani di Babbo Monte: quella che era la principale delle fortune del nostro contesto in realtà, da par mio, non ne era che il più grande dei limiti. Il padre padrone: le “spalle coperte” hanno fatto sì che siamo cresciuti senza la capacità di reggerci sulle nostre proprie gambe. Se il Monte dei Paschi di Siena ce lo avevamo solo noi, di conseguenza tutto il resto del mondo non lo aveva, e se qualcuno ha fatto molta fatica a sopravvivere, se qualcun’altro non ce l’ha fatta, beh… in tanti ce l’hanno fatta, e parecchio meglio di come ce la stessimo facendo noi, con la Banca e con tutto quello che ho poco sopra elencato.
Questo mia breve invettiva in realtà non vuole essere altro che uno sprone, ad ognuno di noi, me stesso per primo, a domattina alzarci, scendere in strada, guardarci intorno e renderci conto. E non ripartire: cominciare a correre.
Per parafrasare quella citazione adottata nel manifesto del progetto da Masotti, che tanto mi piace: l’uomo prima è scioccato, poi è il caso si muova.

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