ALESSANDRO VII di Fausto Jannaccone

 

In questi giorni vaticanomaniaci non si fa che parlar di papi, Benedetto XIV e Celestino V su tutti, e vedere, da tutte le angolazioni possibili, San Pietro che con le sue due lunghe colonnate braccia cinge la porspicente piazza, pronta ad accogliere fedeli, femministe ribelli, ed in questi giorni soprattutto cronisti di tutte le razze e provenienze.
Tornando proprio a quel colonnato, qualora vi piaccia bisogna che vi complimentiate con Gian Lorenzo Bernini e quindi con quel Papa che glielo commissionò, Alessandro VII; già che ci siete fategli gli auguri che proprio oggi avrebbe festeggiato il proprio genetliaco.

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Proprio lui, al secolo Fabio Chigi fu l’uomo sotto il cui pontificato il celebre scultore barocco ebbe modo di lasciarci alcune delle sue più rilevanti opere:…
Quatro sono stati i pontefici cui Siena dette i natali: anche Alessandro VII, come l’altro più famoso dei conterranei papi, Pio II Piccolomini, fu uomo di arte e lettere, laureandosi all’Università di Siena in filosofia, diritto canonico e teologia.
Vice-legato pontificio a Ferrara, inquisitore a Malta, vescovo di Nardò, fu fatto cardinale da Innocenzo X e quindi, col conclave del 1655 eletto Papa, anche con il sostegno della corona spagnola.
Sostenne ed incoraggiò l’architettura e le arti in genere, divenendo uno dei pontefici più attivi nel compiere il rinnovamento della città di Roma, e a lui si devono molte delle opere in stile barocco della città eterna; in tal senso fu grande patrono ed estimatore di Gian Lorenzo Bernini.
Ordinò le decorazioni della chiesa di Santa Maria del Popolo, delle chiese titolari di diversi dei Cardinali della famiglia Chigi, la Scala Regia, l’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro, ed in particolare patrocinò la costruzione del magnifico e famoso colonnato del Bernini nella piazza della basilica vaticana. Anche il suggestivo monumento sepolcrale a lui dedicato, che si trova all’interno della Basilica di San Pietro, fu realizzato dall’artista napoletano.

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Da ricordare inoltre riguardo a questo personaggio il gran attrito di cui fu protagonista nei confronti del celebre Mazzarino, successore del cardinale Richelieu e consigliere di Luigi XIV, il famoso Re Sole.

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LICHTENSTEIN: A RETROSPECTIVE (Tate Modern: Exhibition 21 February – 27 May 2013)

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UN’OPERA D’ARTE AL MESE: LA MADONNA DI LORETO DI CARAVAGGIO di Michele Piattellini

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Che Michelangelo Merisi sia stato in realtà due persone totalmente diverse è oramai un dato di fatto.Se da una parte,infatti, abbiamo lo straordinario artista il cui fuoco divampo’ per tutta l’Europa dei primi del Seicento,dall’altra troviamo invece l’assassino ,lo scomunicato,il reietto.Caravaggio nacque a Milano il 29 settembre 1572 e già a dodici anni la madre,intuendone il talento,lo mando’ ad imparare il mestiere alla bottega del Pederzano.Dopo l’apprendistato lombardo il giovane Michelangelo decise che fosse pronto per diventare il grande artista che poi fu e,per questo motivo, si trasferi’ a Roma luogo in cui comincia la storia del Caravaggio pittore di fama mondiale.Fondamentali nel suo percorso furono la frequentazione con il cardinal Dal Monte e il Cavalier D’Arpino che lo inserirono nell’ ambiente e gli procurarono le piu’ importanti commesse dell’epoca.Tra queste spicca senza ombra di dubbio la Madonna di Loreto,una delle opere piu’ alte di tutta la produzione caravaggesca.La grande tela situata nella cappella Cavalletti in Sant’ agostino a Roma raffigura un tema classico a cui pero’ Caravaggio toglie quella vena idealizzante che fino ad allora era stata data alla scena immettendola in un contesto piu’ che mai reale.Se,infatti,la Madonna incarna come da tradizione la Chiesa Cattolica,che accoglie i penitenti,offrendo loro la possibilita’ di redenzione,essa è per la prima volta rappresentata come una qualsivoglia donna della porta accanto,terrena,concreta,reale.Possiamo vedere,infatti,la Vergine appoggiata all’uscio di casa ai cui piedi inginocchiati ed in preghiera sono posti due pellegrini.Essi sono stati riconosciuti come Ermete Cavalletti,committente dell’opera’ e la madre o cmq una persona di famiglia.Grande scandalo procuro’ il fatto che una delle due figure inginocchiate avesse i piedi sporchi:era inammissibile un tale azzardo nella Roma del seicento.Per capire la straordinaria originalità di quest’opera,una mostra di un paio di anni fa fu a mio avviso molto esplicativa nel mostrare le  differenze che c’erano tra la rivoluzionaria visione caravaggesca e quella classica che aveva in Carracci il suo campione.L’esposizione dal titolo “Roma al tempo di Caravaggio”,infatti, si apriva proprio con il confronto tra il Merisi e Annibale Carracci.Due protagonisti assoluti che svilupparono e perfezionarono in quegli anni i fondamenti,opposti,del loro modo di dipingere.Annibale elaboro’ una pittura classicista di ispirazione raffaellesca,basata su una rappresentazione di realtà idealizzata ed emendata da ogni crudezza;Caravaggio ,dal canto suo,uno stile naturalistico impiantato sulla raffigurazione della realtà cosi’ come appare,senza alcuna idealizzazione.E’questa una novità rivoluzionaria.Esemplare,per capire le differenza tra i due sommi artisti,è proprio il confronto inedito,tra due dei loro massimi capolavori,eseguiti negli stessi anni e raffiguranti il medesimo soggetto:la Madonna di Loreto.Un confronto che ,da solo,vale piu’ di mille parole per le differenze abissali che caratterizzano i due straordinari dipinti.

IL NATURALISTA, IL “BEAGLE” E LA STORIA DELLA BIOLOGIA di Fausto Jannaccone

Oggi (ieri n.d.r), 204 anni fa, a Shrewsbury, Shropshire, (GB), veniva alla luce il piccolo Charles Darwin: 50 anni dopo avrebbe pubblicato “L’origine della specie” dove presentava al mondo la sua teoria dell’evoluzionismo.
A bordo di una nave, la HMS Beagle nel corso di un viaggio intorno al mondo, in particolare alle Isole Galàpagos, si cimentò nella raccolta, annotazione ed analisi dei dati su cui poi basare la sua teoria: la selezione naturale e la variabilità dei caratteri genetici per sopravvivere a quella; la discendenza di tutti i primati ivi naturalmente compresa la razza umana da un unico antenato comune; la possibile esistenza di un unico comune antenato per tutte le specie viventi.
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Il comandante del Beagle Fitz-Roy desiderava avere a bordo, nel viaggio di indagine scientifica di cui era stato incaricato dall’ammiragliato inglese, un naturalista, meglio “senza paga”: il posto fu accettato da Darwin che stava sempre più appassionandosi alla ricerca scientifica piuttosto che gli studi ecclesiastici cui era stato avviato dal padre.
Era il 27 Dicembre del 1831 quando salparono da Davenport: Capo Verde, la costa brasiliana arricchita di escursioni nell’entroterra, tutto il litorale a sud di Montevideo con lunghe, pericolose spedizioni nella Pampa ed in Patagonia, le Isole Falkland e la Terra del Fuoco; il rischio di naufragare in una tempesta nel doppiare Capo Horn e quindi il Pacifico con le Isole Chiloe e Chonos, il Chile ed il Perù con anche le penetrazioni andine ed infine il lungo, minuzioso, fondamentale periodo alle Galàpagos.
Il 5 di Ottobre 1836, dopo cinquantasette mesi di navigazione, a Falmouth si concluse il viaggio per mare e nel 1839, nel Journal of Researchers Darwin pubblicò quel resoconto che poi alla terza edizione del 1860 prese il nome di “A Naturalist’s Voyage”.
Durante il viaggio sul Beagle alcune importanti osservazioni attrassero la sua attenzione sul problema dell’origine delle specie biologiche.
Confrontando fossili relativamente recenti, che lui stesso rinvenne, con le corrispondenti forme viventi constatò la graduale transizione dalle une alle altre; notò come forme viventi tra loro affini si succedessero gradualmente procedendo da nord verso sud; fu colpito dalla variabilità dei caratteri degli animali, principalmente dei Fringillidi dell’arcipelago delle Galàpagos e come specie affini differissero da un’isola all’altra: ne derivò che le specie lentamente vanno modificandosi.
Cresciuto in campagna aveva osservato i coltivatori e gli allevatori “scegliere” e “creare” forme di piante ed animali differenti dalle originali, e si rese conto che tali forme erano state artificialmente ottenute mediante una scelta come riproduttori, generazione per generazione, di quegli individui che presentavano più sviluppati gli accenni dei caratteri nuovi che si volevano ottenere.
Ma come la natura poteva operare una scelta quale quella artificialmente indotta dall’uomo? La lettura del saggio di T.R.Malthus sulle popolazioni gli venne in soccorso, suggerendogli il concetto di “selezione naturale”. 
A tale conclusioni arrivarono quasi contemporaneamente  Darwin e A.R.Wallace, dimostrando la ormai raggiunta maturità di una tale idea.
Varie pubblicazioni intercorsero tra la fine del viaggio e l’uscita del primo estratto prodotto dalla sua lunga ricerca: “Sull’origine della specie”; era il Novembre del 1859. La prima edizione di oltre mille copie andò esaurita in un giorno; nel 1876 nella sola Inghilterra ne erano state vendute 60.000 copie.
L’opera suscitò immediate reazioni da parte di scienziati, filosofi e teologi. I biologi tradizionale obbiettarono l’impossibilità per Darwin di provare le ipotesi avanzate; i teologi invece furono scandalizzati da due conseguenze della sua teoria: la prima era che il comune antenato di scimmia e uomo detronizzavano questo dalla privilegiata posizione di creatura fatta da Dio a sua immagine e somiglianza; la seconda nasceva dalla considerazione che l’eventuale veridicità della teoria dell’origine di piante ed animali (ivi compreso l’uomo) attraverso la selezione naturale, gran parte delle argomentazioni per provare l’esistenza di Dio, fondata sulla presenza di un “disegno divino” del mondo, crollavano irrimediabilmente.
Ad una riunione, diventata famosa, della Associazione britannica per il Progresso della Scienza, tenutasi nel Giugnio 1860 ad Oxford, il reverendo Samuel Wilberforce attaccò la teoria darwiniana giudicandola immorale ed anticristiana in quanto faceva discendere l’uomo dalla scimmia.
L’accumularsi di evidenze a favore dell’evoluzione e la formulazione di teorie capaci di spiegarla scientificamente stavano definitivamente sconfiggendo l’idea creazionista che (derivante da un’interpretazione quasi letterale dalla Genesi) aveva dominato le scienze biologiche fino ad allora.
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Anche a prescindere dalla sua teoria sull’evoluzione della specie Charles Darwin rimane pur sempre un grandissimo naturalista. Quanto alla teoria generale sull’evoluzione, cui deve la sua fama, l’idea, è vero, non era nuova. Tuttavia fino ad allora era stata presa in considerazione soltanto il ruolo eliminatorio e quindi negativo della selezione: Darwin fu tra i primi a riconoscerle l’aspetto “creatore” ed a far trionfare la selezione novatrice.
La sua opera influenzò radicalmente, mutando definitivamente, la rotta di tutto il progresso delle scienze biologiche. 

DUE PAROLE PER OGGI di Fausto Jannaccone

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PONTEFICE: Deriva da “pons, pontis”, m.: “ponte”, e dalla radice del verbo “facere”: fare. Etimologicamente quindi la parola “pontefice” significa “costruttore di ponti”, nel senso che un ponte non si considerava ultimato, e quindi non entrava in servizio, prima che i “pontifices” non compissero su di esso i prescritti sacrifici per invocare la protezione degli dei. In seguito tale specifico significato andò perduto, e col nome di “pontefici” si indicava un collegio sacerdotale, che aveva il compito di controllare il culto pubblico e privato, di suggerire il modo di soddisfare gli obblighi religiosi, di compilare il calendario, di fissare i giorni festivi, di curare la consacrazione dei templi, ecc… Ad essi presiedeva il “pontifex maximus”: sommo pontefice. Con Augusto, il 12 d.C., il titolo di pontifex maximus fu assunto dagli imperatori, che lo deposero nel 382, con Graziano. Nella chiesa cattolica il titolo di pontefice si dava ai vescovi ed in particolare al vescovo di Roma; di qui l’uso di chiamare pontefice il papa, il capo della chiesa cattolica.

VESCOVI: Gli ebrei ellenisti, ossia i giudei disseminati nelle città greche dell’Asia Minore, della Siria, ecc. dissero episcopos il capo della Sinagoga, che altrimenti i giudei in Palestina chiamavano Morè. In Grecia gli Episcopoi erano magistrati annonari, e così vennero appellati anche i prefetti che andavano a governare le provincie subalterne; con il procedere dei tempi fu anche Sorvegliante delle comunità cristiane, quindi del clero cistiano in una diocesi con principalmente l’ufficio di vigilare sui costumi dei fedeli tutti.