LA NECESSARIA CONVIVENZA TRA STATI UNITI E ARABIA SAUDITA di Filippo Secciani

Due eventi hanno avuto luogo oggi 14 febbraio, i cui riflessi li leggiamo nei giornali o li vediamo in televisione. Uno è l’accordo tra gli Stati Uniti d’America e l’Arabia Saudita che segnò l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due paesi (14 febbraio 1945) l’altro la riunione per la prima volta della Knesset – il parlamento israeliano – il 14 febbraio del 1949.
Il primo detto “L’accordo del Quincy” dal nome dell’incrociatore sul quale fu firmato fu una trattativa riservata (Roosevelt era di ritorno dalla conferenza di Yalta), che prevedeva sicurezza militare alla famiglia reale saudita, compresa assistenza, fornitura di addetti militari, logistica volta a garantire l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di Riyad nel tempo. In cambio Ibn Saud e la sua famiglia assicuravano vantaggi alle compagnie petrolifere statunitensi operanti in loco, le quali per garantirsi la commessa assicurarono un aumento delle royalties ai Saud che sostanzialmente tagliò fuori la concorrenza inglese e olandese.
Attraverso questo accordo de facto si ponevano le basi per matrimonio di interessi che hanno caratterizzato i rapporti dei due stati fino ai giorni nostri, evidenziando anche un dato molto importante: l’inizio della decadenza politica britannica nel territorio che aveva contribuito a creare con l’appoggio alla rivolta del popolo arabo contro gli ottomani.
Il nemico da cui l’Arabia Saudita doveva difendersi era il nazionalismo panarabo che a partire dal secondo conflitto mondiale divampò nella regione del Medio e Vicino Oriente, ma soprattutto all’Iran che da sempre ha conteso il ruolo di leadership al regno dei Saud nella penisola. Differenti religioni – in Iran è praticato l’Islam Sciita, mentre in Arabia si pratica l’Islam Sunnita Wahabita, differenti visioni di governance, insieme al petrolio sono stati i motivi di attriti nel corso del tempo.
Fin qui la storia. Ma a cosa ha portato questo accordo?
In primo luogo ovvi interessi petroliferi. Gli Stati Uniti erano allora una potenza in piena crescita e necessitavano di materie prime per reggere lo sviluppo e sebbene al momento della firma dell’accordo fossero i maggiori esportatori di greggio, l’industria e la società americana in prospettiva ne aveva bisogno in quantità sempre maggiori, da qui l’interesse verso il Golfo Persico.

pip1

Con la guerra fredda alle porte il ruolo di questa partnership assumeva anche una nuova funzione: interesse geostrategico per arrestare l’infiltrazione sovietica nella regione, in questa ottica si comprende l’impulso dato alla costruzione di basi americane in Arabia da cui è conseguito il monopolio dell’apparato militare-industriale di Washington nel rifornire l’esercito di Ryad.
La presenza dei kafir (ovvero di infedeli) all’interno del territorio che racchiude due dei luoghi sacri per eccellenza dell’Islam (la Mecca e Medina) è stato motivo di forti tensioni sociali in Arabia Saudita a partire dalla concessione di re Fahd di usare il territorio saudita come base per gli attacchi a Saddam Hussein nella Prima Guerra del Golfo – concessione poi negata nel 2003.
Queste tensioni religiose sono da accostare anche alla corrente wahabita che è maggioritaria nel paese, corrente che prende il nome dal suo fondatore, un teologo del XVIII secolo che predicava il ritorno alla purezza praticando un Islam rigoroso seguendo gli insegnamenti del Corano alla lettera. A questo rigorismo morale si convertì Mohammad ibn Saud che inizierà l’unificazione della penisola, terminata dal suo successore nel 1932, sotto l’egida morale wahabita ed i precetti della Sunna. Da un punto di vista giuridico invece l’Arabia fa riferimento alla scuola hanbalita per l’interpretazione della Sharia – la legge islamica – secondo questa dottrina non vi può essere interpretazione del Corano, poiché la ragione umana è imperfetta per comprendere appieno il disegno di Dio.
Questa instabilità interna può portare al danneggiamento dell’attività di influenza che l’Arabia Saudita oggi sta esercitando sulla regione.
La lotta intestina che si sta combattendo tra sunniti e sciiti rischia di minare la solidità di un’area ancora fondamentale dal punto di vista energetico.
Inoltre il rafforzamento dell’Iran e il suo tentativo di insinuarsi in un territorio che le era stato precluso per secoli getta ulteriore benzina sul fuoco.
In Arabia la tribù che ruota intorno alla casa regnante dei Saud si attesta intorno ai 5 milioni di membri su una popolazione totale di circa 25 milioni, mentre gli sciiti sono circa 4,5 milioni e risiedono intorno alla zona che possiede il maggior numero di pozzi petroliferi; si comprende quindi quanto possa essere alto il rischio di shock petrolifero se la regione precipitasse in una crisi sociale e religiosa.
Le relazioni con gli Stati Uniti, inoltre, si sono raffreddate notevolmente in seguito all’attentato delle Torri Gemelle, quando si scoprì che alcuni attentatori provenivano da li. Ciò portò in primo luogo ad una riduzione della fornitura di armamenti, ma la situazione geopolitica in continuo mutamento, con la stabilità del Golfo messa a dura prova ha costretto a rivedere i rapporti tra re Abdullah ed Obama almeno da un paio d’anni, da quando cioè le mire iraniane si sono fatte più forti ed è accresciuta l’influenza russa e cinese a Riyad.
Il tentativo di intraprendere una incerta via al progressismo del principe ereditario Salman rispecchia il timore che anche nella nazione possano nascere movimenti di rivolta con l’acuirsi delle tensioni tra sette rivali dell’Islam.
Passa da un radicale rinnovamento della PA, della sanità, del welfare, del lavoro, nonché la lotta alla corruzione e dalla capacità di ascolto che i governanti saranno in grado di dimostrare verso i sudditi la stabilità dell’Arabia Saudita.
E’ soprattutto merito del vecchio sovrano Abdullah se finora in Arabia non si sia assistito alle rivolte della “Primavera Araba” che hanno coinvolto il vicino Bahrein e lo Yemen, nonché gli stati affacciati sul Mediterraneo.
Abdullah nutre all’interno del regno fiducia e gratitudine, aumentata con il suo ritorno in patria dopo lunghe cure mediche all’estero (il sovrano ha ottantotto anni) e soprattutto dopo la messa in atto delle riforme sociali promesse – si tratta comunque di piccole gocce nel mare.
Alla luce di tutto ciò le relazioni tra i due stati sembrano al momento destinate a rafforzarsi in funzione anti iraniana e diretta al rafforzamento dell’Islam sunnita uscito sconfitto in Egitto con la nomina di Morsi alla presidenza e nel nuovo Iraq post americano.
Tuttavia senza un serio programma di riforme al miglioramento della vita dei cittadini che parta dall’alto, dalla casa reale, la quale è si legittimata dal corpo religioso all’esercizio delle sue funzioni, ma dipendente sempre più dagli umori della gente comune, anche l’Arabia Saudita potrebbe rischiare di essere travolta dall’onda delle rivolte – in Arabia il 60% della popolazione è intorno ai venti anni – con il rischio di far crollare l’intero sistema politico, che a sua volta produrrebbe un’effetto domino sull’intera regione e su chi dalle esportazioni petrolifere saudite basa il proprio sistema di sussistenza energetica.

Annunci

J.S. BACH, L’ARTE DELLA FUGA

Sebbene sia ampiamente accettato che L’arte della fuga si presti meglio a un’esecuzione alla tastiera, rimane il fatto che Bach non fornì alcuna indicazione a proposito dello strumento o degli strumenti da usare per la sua esecuzione. Alla sua morte, la pubblicazione di ciò che il secondo figlio, Carl Philipp Emanuel, descrisse come “la più perfetta delle Fughe” rimase incompleta, lasciando ai posteri una serie di domande irrosolte. Di seguito potrete ascoltare tre grandi interpretazioni dell’opera eseguita al pianoforte, all’organo e al clavicembalo.

La recensione di oggi: RE DELLA TERRA SELVAGGIA di Benh Zeitlin – di Michele Iovine

  • red

    E’ il film sorpresa dell’anno. Regista esordiente, giovanissimo, appena trent’anni, vincitore al Sundance, vincitore a Cannes della Camera d’Or, il premio assegnato alla migliore opera prima tra quelle presenti in tutte le sezioni, ben quattro nomination all’Oscar nelle categorie più importanti, ovvero miglior regia, film, sceneggiatura non originale e attrice protagonista. Sponsorizzato dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama in persona nel salotto di Oprah Winfrey, “ma lo avete visto questo straordinario film?” ha domandato con un tono di grande ammirazione e stupore, è decisamente questa la pellicola intorno alla quale si dibatterà più a lungo, anzi già si sta facendo. Andiamo con ordine. “Re della Terra selvaggia” è un film sulla natura, sull’uomo e il suo rapporto con essa. Siamo in Louisiana, dove un gruppo di persone vive in totale povertà in delle terre completamente isolate da qualsiasi contatto con la civiltà, conducono la loro esistenza al di la di una diga costruita per evitare alle continue inondazioni di avanzare, questa costruzione ha così lasciato delle terre completamente vuote e dominate dalla natura più selvaggia in cui però un piccolo nucleo di esseri umani continua a voler vivere, senza desistere. La protagonista intorno alla quale ruota tutta la vicenda è una bambina di nome Hushpuppy (Quvenzhané Wallis) che vive in una baracca insieme al padre alcolizzato, violento e malato, ma che a suo modo gli vuole bene. Nonostante l’ostilità dell’ambiente vi è un rapporto di perfetta simbiosi con la natura, sono persone che si sono adatte perfettamente all’ecosistema e ne sanno trarre il meglio e il giusto per sopravvivere. Il regista ce ne fa un affresco attraverso uno stile prettamente documentaristico, tramite la telecamera a mano ci mostra cultura, usi e costumi di questi pittoreschi personaggi privi di qualsiasi bene materiale, ma è nei rapporti che hanno instaurato fra loro e con il territorio circostante che hanno trovato il loro modo di essere felici, non perdendosi mai d’animo. La cooperazione, il sostegno sociale reciproco e il rispetto per l’ecosistema di quella terra hanno fatto si che per loro quell’ambiente sia idoneo e soddisfacente, nonostante le molte difficoltà che presenta. Dopo il temuto uragano che si abbatte sulle loro ‘case’ non si scoraggiano e cercano di ripartire da quello che gli è rimasto, brinando e cantando invece di piangere per i loro amici, vittime della sciagura. E’ un viaggio quindi in una sub-cultura arcaica e selvaggia all’interno del paese più moderno e civilizzato del mondo, ma è proprio da questo che loro vogliono tenersi lontano e mantenere il loro stato primitivo e animalesco che rappresenta la loro natura. E’ un viaggio spiazzante, spesso surreale e onirico intorno alla diaspora di questa comunità che si muove tra sogni e immaginazioni della piccola protagonista, soprattutto verso il finale. Quello che contraddistingue maggiormente il film è indubbiamente lo stile visivo con cui avviene la messa in scena che sembra procedere quasi senza stacchi secondo il flusso di coscienza del personaggio principale, un evento si lega all’altro così in maniera fluida e diretta senza alcun preambolo o spiegazione, facendo spesso perdere le coordinate da seguire e creando a volte un senso di smarrimento. Vi è sicuramente un certo eco del Terrence Malick di “The Tree of Life”, ma se in quel caso Malick sapeva creare immagini di grande intensità poetica che pervadevano l’intera pellicola, attraverso l’uso libero della macchina da presa e una musica trionfante, qui questo succede solo a tratti. Al vivido realismo documentaristico si oppongono i sogni e le immaginazioni della piccola protagonista che ci conducono all’interno di una sorta di altra dimensione immaginifica e poetica che si stacca nettamente dal reale e qui forse sorgono i problemi della pellicola che risulta faticosa e un po’ confusa. Detto questo la coraggiosa operazione di Benh Zeitlin rimane e come tale merita di essere dibattuta, c’è tanto cinema in questo film, però non convince fino in fondo.