La recensione di oggi: RE DELLA TERRA SELVAGGIA di Benh Zeitlin – di Michele Iovine

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    E’ il film sorpresa dell’anno. Regista esordiente, giovanissimo, appena trent’anni, vincitore al Sundance, vincitore a Cannes della Camera d’Or, il premio assegnato alla migliore opera prima tra quelle presenti in tutte le sezioni, ben quattro nomination all’Oscar nelle categorie più importanti, ovvero miglior regia, film, sceneggiatura non originale e attrice protagonista. Sponsorizzato dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama in persona nel salotto di Oprah Winfrey, “ma lo avete visto questo straordinario film?” ha domandato con un tono di grande ammirazione e stupore, è decisamente questa la pellicola intorno alla quale si dibatterà più a lungo, anzi già si sta facendo. Andiamo con ordine. “Re della Terra selvaggia” è un film sulla natura, sull’uomo e il suo rapporto con essa. Siamo in Louisiana, dove un gruppo di persone vive in totale povertà in delle terre completamente isolate da qualsiasi contatto con la civiltà, conducono la loro esistenza al di la di una diga costruita per evitare alle continue inondazioni di avanzare, questa costruzione ha così lasciato delle terre completamente vuote e dominate dalla natura più selvaggia in cui però un piccolo nucleo di esseri umani continua a voler vivere, senza desistere. La protagonista intorno alla quale ruota tutta la vicenda è una bambina di nome Hushpuppy (Quvenzhané Wallis) che vive in una baracca insieme al padre alcolizzato, violento e malato, ma che a suo modo gli vuole bene. Nonostante l’ostilità dell’ambiente vi è un rapporto di perfetta simbiosi con la natura, sono persone che si sono adatte perfettamente all’ecosistema e ne sanno trarre il meglio e il giusto per sopravvivere. Il regista ce ne fa un affresco attraverso uno stile prettamente documentaristico, tramite la telecamera a mano ci mostra cultura, usi e costumi di questi pittoreschi personaggi privi di qualsiasi bene materiale, ma è nei rapporti che hanno instaurato fra loro e con il territorio circostante che hanno trovato il loro modo di essere felici, non perdendosi mai d’animo. La cooperazione, il sostegno sociale reciproco e il rispetto per l’ecosistema di quella terra hanno fatto si che per loro quell’ambiente sia idoneo e soddisfacente, nonostante le molte difficoltà che presenta. Dopo il temuto uragano che si abbatte sulle loro ‘case’ non si scoraggiano e cercano di ripartire da quello che gli è rimasto, brinando e cantando invece di piangere per i loro amici, vittime della sciagura. E’ un viaggio quindi in una sub-cultura arcaica e selvaggia all’interno del paese più moderno e civilizzato del mondo, ma è proprio da questo che loro vogliono tenersi lontano e mantenere il loro stato primitivo e animalesco che rappresenta la loro natura. E’ un viaggio spiazzante, spesso surreale e onirico intorno alla diaspora di questa comunità che si muove tra sogni e immaginazioni della piccola protagonista, soprattutto verso il finale. Quello che contraddistingue maggiormente il film è indubbiamente lo stile visivo con cui avviene la messa in scena che sembra procedere quasi senza stacchi secondo il flusso di coscienza del personaggio principale, un evento si lega all’altro così in maniera fluida e diretta senza alcun preambolo o spiegazione, facendo spesso perdere le coordinate da seguire e creando a volte un senso di smarrimento. Vi è sicuramente un certo eco del Terrence Malick di “The Tree of Life”, ma se in quel caso Malick sapeva creare immagini di grande intensità poetica che pervadevano l’intera pellicola, attraverso l’uso libero della macchina da presa e una musica trionfante, qui questo succede solo a tratti. Al vivido realismo documentaristico si oppongono i sogni e le immaginazioni della piccola protagonista che ci conducono all’interno di una sorta di altra dimensione immaginifica e poetica che si stacca nettamente dal reale e qui forse sorgono i problemi della pellicola che risulta faticosa e un po’ confusa. Detto questo la coraggiosa operazione di Benh Zeitlin rimane e come tale merita di essere dibattuta, c’è tanto cinema in questo film, però non convince fino in fondo.

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