GUARDACASO SANREMO E’ SEMPRE SANREMO – di Jacopo Rossi

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La prima volta che ho visto Sanremo non me ne sono nemmeno accorto. La citazione, presa in prestito dal sottovalutato Cristicchi è quanto mai opportuna. Da alcune edizioni, tristemente, sembra di assistere allo stesso programma: cambia qualche faccia, qualche tormentone, ma non le logiche di un programma che, bontà sua, almeno in quest’anno di elezioni è riuscito a tener gente di fronte agli schermi. Riferimento politico non casuale: il podio che pecca di qualità non spaventa certo gli organizzatori, pronti ogni anno a onorare il dio Audience con qualsiasi mezzo. Missione quest’anno facile, a partire dalla scelta dei presentatori, ovviamente forieri di polemiche e orgasmi d’auditel, così come il comico di punta, quel Crozza che tanto bene ha fatto in altri show e tanto poco ha fatto per il festival, firmando una presenza di rilievo solo grazie all’arcinota claque della quale restano sconosciutissimi i mandanti (come ogni mistero all’italiana che si rispetti). Meglio, seppur di poco, il buon Bisio, che ha pescato furbescamente dal suo datato repertorio con qualche ventata di novità. Con loro una pletora variopinta di ospiti: la prima sera i due gay cartellomuniti, che sul palco hanno replicato un video virale presente su youtube . Hanno fatto bene, male? Patetici o rivelatori? La tematica non è nuova a Sanremo, dunque che perlomeno se ne parli, vista l’arretratezza (una delle molte) del nostro Paese in tale tema. Poi, come nel più lisergico dei sogni, lui, l’immarcescibile Cutugno al comando di un plotone dell’Armata Rossa, a offrire qualcosa di…indimenticabile, sicuramente.
Da segnalare anche la zigomata Première dame (ché si diceva, ai tempi, felice d’esser francese) e il Divin Codino, ché anche se ha perso la capelluta propaggine non ha smarrito la personalità. Una prece, cortesemente, sulle bellone.
Ma Sanremo vuol dire soprattutto musica, perdio. Ecco, musica. Dicesi musica, in Italia, genere di diporto dominato dalla scena televisiva, anche quando dovrebbe essere il contrario. D’altronde, a parte la felice pausa vecchioniana del 2011, il palmarés parla chiaro: iniziò Marco Carta nel 2009 (vincitore dell’edizione precedente di Amici), lo seguì nel 2010 il boccoluto Valerio Scanu (secondo ad Amici sempre nel 2008). L’anno scorso è stata la volta della popputa Emma (vincitrice del misconosciuto Superstar Tour del 2003 e di –toh!– Amici nel 2010). Quest’anno, con il paluso d’una claque milfeggiante, ha vinto il Mengoni, (“maestro del gorgheggio effimero”, come l’ha magistralmente definito Scanzi in un articolo  su Il Fatto) già noto al pubblico di X Factor: alle sue spalle il genio tra comicità e musica degli Elii. Sul gradino più basso del podio (ma sarebbe dovuto essere della classifica) i dimenticabili Modà guidati da Kekko (konati in korso), protetti dall’egida bastarda del televoto, ormai sempre più assurto ad arma di distruzione di masse intellettuali. Peccano nel non avere santi in poltrona i vari Cristicchi, Silvestri e Gazzè, come dei numeri dieci che non vestono mai la maglia della Nazionale e finiscono la carriera in un bar. Io ci andrei, a prendere almeno un caffè in quel bar.

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