La recensione di oggi: ZERO DARK THIRTY di Kathryn Bigelow – di Michele Iovine

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A volte per recensire un’opera, sia essa cinematografica, artistica, letteraria o di altro genere non sono necessarie molte parole, ma basta un verbo, un articolo indeterminativo e un sostantivo. Questo è il caso di Zero Dark Thirty perché il film della Bigelow ‘E’ UN CAPOLAVORO!’. Non ci si limita mai a questo però, in quanto, sia per puro piacere personale sia soprattutto per rispetto nei confronti del lettore è corretto andare avanti e giustificare il nostro giudizio. Zero Dark Thirty è una parola in codice, usata nel gergo militare per indicare una qualsiasi ora della notte in cui avviene un’importante operazione militare, in questo caso quella dell’assalto da parte del corpo militare americano dei Navy Seals al bunker nel quale si trovava nascosto il terrorista numero uno: Osama Bin Laden. La storia attraversa un arco di tempo lungo dieci anni, dal Settembre 2001, evocato in maniera struggente con lo schermo completamente nero e il suono delle voci registrate delle vittime che dicono addio ai propri familiari, fino appunto al giorno della cattura, nel Maggio 2011, passando per tutti gli episodi di violenza e di terrorismo che hanno coinvolto il mondo in questa lotta sanguinosa, tra cui gli attentati di Londra del 2005. E’ un thriller Zero Dark Thirty più che un film bellico, per molti tratti un film di spionaggio che tiene sempre alta la tensione, con un ritmo serrato, scene spettacolari, crude e anche violente, come quelle iniziali di tortura ai prigionieri trattate con un vivido realismo. La regia nonostante l’abbondanza di materiale, tutto sommato è ben calibrata e non si lascia mai prendere la mano da un’eccessiva dose di prorompente spettacolarità attraverso scene di esplosioni e conflitti a fuoco che, badate bene, non mancano e sono anche ben fatte, ma non dominano mai lo schermo, né sovrastano la narrazione in maniera esagerata. La capacità del film è sicuramente quella di coinvolgere sempre lo spettatore nella ricerca di un nemico invisibile, di farlo immedesimare in questa caccia all’uomo mettendo però da parte qualsiasi tipo di aspetto patriottico ed è qui che sicuramente la Bigelow vince la sua sfida. E’ intelligente nel non cadere in questa trappola, potremmo dire ‘politica’, dove il trionfalismo per la cattura e l’uccisione del nemico numero uno degli Stati Uniti e ogni sorta di retorica o sentimentalismo pro-America non trovano mai spazio nelle oltre due ore e mezzo di pellicola, rinunciando saggiamente a costruire un happy ending finale nonostante l’obiettivo sia stato raggiunto. In questa rincorsa, attraversando l’Afghanistan, il Pakistan e anche con qualche tappa europea e oltre Atlantico, siamo guidati dalla tenacia e dalla determinazione di Maya, la protagonista principale del film (Jessica Chastain, candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista) che dopo anni e anni di contatti e false piste scova il nascondiglio del capo di Al-Qaeda. In questa figura femminile così candida e pulita di aspetto, ma determinata e vincente dentro, si può notare, non tanto una metafora dell’America, come si potrebbe facilmente immaginare, ma una sorta di trasfigurazione della Bigelow stessa, di un alter-ego che ben si addice alla sua personalità registica così adrenalinica, ma ben capace di controllare ogni singola inquadratura e dotarla, nello stesso tempo, dal punto di vista della significazione, di una grande efficacia emotiva. Maya non cede mai alla disperazione, neanche quando rischia la vita, non si arrende di fronte alla morte di colleghi e amici e porta avanti il suo credo e il suo progetto con una determinazione mascolina, vincendo alla fine la sua battaglia contro tutti i pregiudizi e le perplessità nei suoi confronti. Anche Kathryn Bigelow vince la sua sfida cinematografica e alla grande!

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