UN ARTISTA AL MESE: L’ENIGMA TANO FESTA di Michele Piattellini

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Gaetano Festa nacque a Roma nel 1938,lo stesso giorno della festa dei morti,quasi un presagio della sua dolorosa esistenza.Da giovane soffri’ di una febbre celebrale e durante la malattia costretto a letto con le finestre chiuse partiva per lunghi viaggi oltremare.Non aveva un carattere facile ed era spesso imbronciato e tagliente,la sua persona gli appariva superiore a tutte le altre:desiderava la gloria.Studio’ filosofia e fotografia e poi comincio’ a comporre poesie che distribuiva ai passanti in Piazza di Spagna.Fu subito considerato pericoloso dalle forze dell’ordine che lo fermarono piu’ volte.Alcuni suppongono che dei poeti iniziati vennero ad intrattenersi con lui ma è piu’ probabile che il suo destino di artista gli fosse rivelato all’improvviso.Da li comincio’ il suo singolare percorso,nella vita come nell’arte.E’ dirompente come il rumoreggiare dei tuoni in sottofondo ai lampi nel mitico incalzare delle filosofie dell’arte che con le scariche di Burri e Fontana misero in corto circuito lo scenario delle arti figurative italiane.Festa è coinvolto in tutta l’articolata e vasta sperimentazione che darà in quegli anni peso storico capitale all’avanguardia in Italia.Essendo fondatamente un poeta, non pote’praticare un azzeramento totale come altri poterono,neppure ai suoi inizi nel 1960.Egli è ancora troppo legato all’arte del passato.Fu proprio meditando sull’arte antica e piu’ precisamente sul celebre quadro di Jan Van Eyck,I coniugi Arnolfini,dove la fragile umanità degli sposi è sovrastata dall’incombente geometria del lampadario, che ebbe inizio il suo celeberrimo ciclo degli oggetti della memoria.Egli penso'”di ricostruire oggetti mutilati delle loro funzioni,oggetti che nella loro fisicità esprimessero una sottile inquietudine di fronte alla loro troppo facile e certa presenza,un senso di ambiguita e di impotenza di fronte al loro essere fisico inorganico,ottuso,e ancora un senso di mistero e di impenetrabilità  nelle loro fredde e oscure geometrie.”Di qui vennero alla ribalta quei suoi oggetti cosi’ riconoscibili,ed ormai riconosciuti,fatti dal 1962 al 1965 in maggior numero,ed altrettanti successivamente:gli armadi con specchio,e con cielo, le finestre,i pianoforti,gli obelischi nelle loro ottuse forme,ma di certo oscure e misteriose geometrie.Mai fredde anzi accese dalla pittura con il colore a smalto e con i toni caldi dei neri e dei rossi ,delle tinte ad acqua,delle sue porte,delle persiane,dello “Studio per pianoforte”.I suoi lavori avevano al loro interno una forza sconvolgente.Il pittore De Chirico presente ad una sua mostra abbasso’ gli occhi dicendo che non voleva penetrare nel caos modernista.In quel periodo Festa frequentava il gallerista Plinio De Martis,il collezionista Giorgio Franchetti ed i pittori Mario  Schifano,Franco Angeli ed Enrico Castellani.Nel 1973 Tano comincio’ ad usare eroina e medicinali di ogni tipo sprangava porte e finestre e rimaneva sdraiato per ore dicendo che l’etrnità si stratificava nella stanza.Non si rese piu’ conto delle ore che passavano e nemmeno degli anni,si chiuse nello studio e visse anni di grandiosa solitudine.Per vivere scelse il peggiore dei mondi possibili:la poverta’ e la strada.Vagava di notte per i vicoli portava la sua arte sulle spalle e se ne nutriva.Degli anni ottanta si segnalano i famosi cicli ispirati a Don Chichotte, gli omaggi alla Catalogna ed i rifacimenti esaltanti nel grottesco di classici come “L’entrata di Cristo a Bruxelles” di James Ensor o nel tragico come “La danza della vita”di Munch.Negli ultimi giorni di vita l’amico Schifano che non usciva mai dallo studio ando’ a trovarlo all’ospedale San Giacomo.Tano lo saluto’ dicendo che stava contemplando la sua morte e che la vedeva tutta azzurra.Poi gli sussurro'”Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo”e gli regalo’ il suo coltello d’argento.Mori’ solo e dimenticato da tutti il 9 gennaio 1988

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