CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: Il problema di Tel Aviv è il traffico – di Jacopo Rossi

 

In certi posti ci devi voler andare. «Quanto si ferma? Cosa va a fare? Conosce tutti i componenti del suo gruppo? Ha fatto lei la valigia? Che lavoro fa? Può aprire il bagaglio? Glielo chiedo per la sicurezza del suo volo». I controlli sono accurati, quasi paranoidi, ma la motivazione pellegrin-spirituale regge. La gentilezza degli addetti casca loro addosso male come le giacche troppo larghe che portano. L’italiano è incerto, mandato a memoria. Iniziano presto,  alle 7.15 di mattina: la severità israeliana non fa sconti ed è dura cavarsela in meno di venti minuti. Qualcuno viene trattenuto anche di più e accompagnato fin dentro l’aereo. Però in certi posti ci devi voler andare. Non sai quando ricapita. E quando riesci a montare sull’aereo suona già come  una prima conquista. Pasto a bordo, tutto rigorosamente kosher, è chiaro, vino compreso. Dopo tre ore le nuvole lasciano il posto al mare, che cede il passo alla terraferma, a Tel Aviv. E allora questa terra massacrata da poco meno di un secolo d’occupazione non sempre silenziosa la vedi, ma sembra ancora un plastico di Porta a Porta finché non atterri.

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La prima cosa che ti lascia senza fiato è, banalmente, il caldo. La seconda è doversi sottoporre ad ulteriori controlli, in inglese stavolta. La parola d’ordine è una sola, categorica: “Please, don’t stamp”. Guai infatti a farsi apporre il timbro di Israele sul passaporto: molti Paesi vicini non gradiscono ed impediscono l’accesso. La curiosità dell’addetto, che avrà sentito questa formula mille volte, è automatica. «Why?». La risposta può variare, l’affettata cortesia non decade, ma rimane l’impressione d’essere ospiti non graditi all’aeroporto Ben Gurion. Ti muovi nel mezzo a decine di cappelli neri, trecce, barbe curate e lunghe vesti nere quasi con rispetto, hai visto mai che ti rimpatriano al volo e addio il voler andare in certi posti.

Ma finalmente esci (e non potrai rientrarci fino al ritorno) dall’aeroporto e l’ennesima addetta alla sicurezza si avvicina lesta e ruvida ad un tuo compagno di viaggio, reo d’aver scattato una foto verso il Ben Gurion.

Ma in certi posti ci devi voler andare: due scuse, un’espressione colpevole e te la cavi con un rimprovero, ormai ci siete. Rilevate il pulmino a noleggio, e non puoi fare a meno di notare il ragazzo dai tratti mediorientali che te lo consegna mentre guarda di traverso un gruppuscolo di coetanei appena atterrati che cantano e lanciano la kippah in aria per festeggiare chissà cosa.

Ti fermi per il pieno ed il benzinaio è in buona. «Where do you come from?»

«Italy.»

«Milan or Neaples?»

«Near Florence».

Ma non la conosce, e devia parlando di calcio, di squadre, non conosce nemmeno il Siena, e di Balotelli: «he’s mad». Paghi, 400 shekel, 80 euro, grazie e arrivederci, buon pellegrinaggio.

La terza cosa che ti sorprende? Il problema di Israele è il traffico. Granitico, lungo le arterie del Paese, numerate con scarsa fantasia. Sirene e macchine ovunque, semafori impietosi, code infinite. La prima tappa, Haifa, dopo più di due ore, è ancora lontana. Ma, del resto, in certi posti ci devi voler davvero andare.

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