A. VIVALDI, STABAT MATER

Lo Stabat Mater è una delle prime composizioni sacre di Vivaldi e fu scritta per la festa patronale della chiesa bresciana di Santa Maria della Pace, che il musicista visitò nel 1711 in qualità di violista. A differenza della musica sacre scritta per le fanciulle del Pio Ospedale veneziano, quest’opera è per voce maschile, castrato o falsetto. Il testo liturgico non può essere modificato, ma per i Vespri del venerdì successivo alla settimana santa si utilizzava una versione ridotta. Ciò permise a Vivaldi di usare solo 9 delle 18 strofe originali, conferendo al brano maggiore uniformità ed estensione rispetto, per esempio, all’opera omonima di Alessandro Scarlatti. Vivaldi, inoltre, riutilizzò la musica per le prime tre sezioni, a tutto vantaggio della coesione dell’opera. A dispetto della sua relativa inesperienza in questo genere, Vivaldi si avvale di uno stile fortemente descrittivo, aderendo perfettamente al significato del testo.

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CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: «Do you have a gun?» – di Jacopo Rossi

Sono ancora molte le cose che stupiscono in Israele. Ti stupiscono i Giardini Bahá’í di Haifa, che scendono dalla sommità della città verso il porto con maniacale geometria di siepi ed alberi, fiori e statue, carezzate dai riflessi della lucente cupola dello shrine, la Casa Universale di Giustizia, Mecca dei fedeli, che credono nel non assolutismo della rivelazione religiosa e nel ruolo di messaggeri di un unico Dio tutte le figure di riferimento delle principali religioni monoteiste. C’è anche il nuovo, quaggiù. Il wi-fi libero, praticamente ovunque, da Haifa ad Acri, che consente di fare un salto virtuale in patria.

Ma il sorriso sulla faccia pulita della modernità si spegne presto. La voglia di sicurezza degli israeliani è ben più che palpabile, è ossessionante, pervasiva, è ovunque. Fuori dal centro commerciale, dai negozi, per le strade, fuori dagli stupendi Giardini, fuori, sempre. In differenti divise, tutti, o quasi, armati, con un caricatore di scorta ché non si sa mai, dietro ad un metal detector, poco accomodanti di primo acchito. «Do you have a gun?» è la parola d’ordine.

jr2La paura nel non godere di una sicurezza spontanea è un virus ben visibile, una malattia che lascia il segno dove più si vede e più si nota. Scompare, un poco, per le vie di Acri, dannatamente arabomediterranea, nonostante le sirene che fanno capolino dai tetti. Alcuni bambini stanno andando a scuola e sono stupiti dai grossi obiettivi delle macchine fotografiche che vi portate dietro. Scherzano e se ne vanno mentre entri nella piccola città, che lascerai di lì a poco, per una tournée spirituale tra il Monte delle Beatitudini, il Lago di Tiberiade e Cafarnao. Oasi di pace non necessariamente, o non solo, spirituale, oasi di pace dove, ricordano i cartelli, non si può indossare calzoncini corti, mangiare, portare armi (!). Ma è l’ora di rimontare in macchina e raggiungere Gerusalemme: attraversandola, si può entrare, poi, a Betlemme. Due ore che scorrono, e appare la tentacolare capitale «indivisibile» (peculiarità che le riconoscono solo gli ebrei stessi), dello stato d’Israele d’albionica matrice. È quasi impossibile trovare indicazioni stradali per Betlemme, che pure dista solo 10 km, ed è meglio non chiedere informazioni, pare. Alla fine, tra una rotonda e un po’ di fortunoso istinto, arriva il checkpoint. Il primo. Già perché per spoggettare bisogna superarlo, passaporto alla mano, sotto gli sguardi comunque sospettosi dei militi armati di mitra. E poi, il Muro, che circonda per tre lati la guest house-albergo-ostello che ci ospita. Pochi metri, l’aria sembra ingenuamente diversa. La storia appare almeno un po’ diversa da come la racconta un Pagliara qualsiasi, che dai microfono Rai pareggia qualche morto “di qua” con qualche ferito “di là”. L’uomo che ci accoglie è gentile e ci porge subito una teiera con sette bicchieri una volta entrati nell’appartamento, che ricorda vagamente quello di Goodbye Lenin. Grande, un mobilio non da palati fini, funzionale: il filo spinato che circonda la veranda precede solo di qualche metro la pesantezza prepotente del Muro. Non sarà finita. Ora che ci sei davvero voluto venire, devi saper tollerare la visione di ciò di cui sentivi solo parlare.