CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: Marmellata fatta in casa – di Jacopo Rossi

jr3 Accanto al Muro le giornate iniziano presto e le notti finiscono ancora prima, grazie ai faretti che dal filo spinato puntano verso le finestre. E soprattutto quando nella caserma vicina, ma dietro i 9 metri di barriera, decidono di esercitarsi, hai visto mai scoppia un conflitto. Pazienza, non è l’ultima né sarà la prima delle sveglie antelucane. La padrona di casa, Claire, al piano di sopra già spadella la colazione per tutti, insieme al taciturno marito e ai due figli, già in tenuta scolastica. Una parvenza di normalità, non fosse che guardar fuori di finestra ti riporta bruscamente ad un presente fatto di oppressione fisica, burocratica e muraria. Olive, pita, hummus, sfogliatine con la ricotta, toast al formaggio, olio speziato, marmellata («I made it, homemade» sostiene orgogliosa), pancake e sciroppo d’acero. Saluti, ringraziamenti e qualche cenno di vita vissuta (che meriterà, forse, qualche capitolo a venire), s’esce, alla volta dell’Università di Betlemme, davanti alla quale abbiamo appuntamento con un altro gruppo di italiani ben più numeroso e variopinto. Non è facile comunque muoversi in una città che, casualmente, per Google Maps non esiste (come il resto dei Territori), come la Petoria situata al 31 di Spooner Street. Non resta che chiedere. «Sorry, we’re looking for the University of Bethlehem». «Are you speaking English? Why? Speak Arabic!» «Thanks». Guappo ma comprensibile: non più di vent’anni, infanzia bruscamente interrotta dal Muro, facile che abbia visto qualche parente vessato, percosso ed arrestato dal nemico. Anche se, tranne qualche asperità dei tratti somatici, il ragazzo è del tutto simile ai suoi coetanei dall’altra parte del mediterraneo, pare facile l’equazione inglese = Occidente = amici del nemico. Ed è una carognata dargli torto, se si conosce la storia. Tant’è. Resta il checkpoint, per noi folklore, per loro umiliazione obbligatoria. I due alla sbarra non arrivano a cinquant’anni. Quello che ci ferma non smette di giocare con un piccolo cubo di Rubik, l’altro, elmetto in testa e mitra ad armacollo, è impegnato in un match di Ruzzle, so social, so global. Si passa, direzione (tocca) Monte degli Ulivi, con la democrazia spirituale che ne deriva. Italiani (si riconoscono, si riconoscono), polacchi, russi, spagnoli, americani, che parcheggiano pullman e pulmini “at their own risk” sulla sommità dalla quale si domina un gran bel pezzo della vecchia Gerusalemme. È l’ingresso per la Disneyland ufficiale della fede: tra anziani bruciati dal sole che si tirano dietro paciosi cammelli ad usum turisti e venditori di gadget straordinari, fai fatica a distinguere, nella rumorosa e devota massa di forestieri chi ci voleva venire e chi essere. Al di là del credo, è un posto che si fa sentire, anche dentro cinici scettici bestemmiatori senzadio. Gerusalemme Vecchia, del resto, vecchia lo è davvero. Nelle bancarelle del suq, nei suoi odori, nei banchi di fumo dei narghilé, nelle pietre dei vicoli, nei volti scavati e nelle barbe lunghe, nella nenia del muezzin che non conosce defezione. Fuori, sulle pietre che a tratti ricordano quelle di casa, è una ricchezza di sensazioni confuse e distinte ché par quasi di poter mordere gli odori che scaturiscono ordinatamente dai sacchetti delle spezie, altrettanto geometricamente ordinati sugli scaffali. Dentro, alle chiese, a ciò che dicono essere eretto sopra il Santo Sepolcro, dominano due odori: quello del sudore e quello dell’incenso. Quest’ultimo asperso con generosità ogni pochi minuti dai rappresentanti di tre confessioni: il rigido ortodosso, il cangiante armeno, lo svogliatissimo copto. Facile perdersi, impossibile tirar dritto, sarebbe da codardi. (segue)

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