GLI INTELLETTUALI OGGI: IL NUOVO CLERO – di Michele Masotti

1Il Wunder-Lettere riparte da una riflessione su quella che il sociologo Bauman ha definito “la decadenza contemporanea degli intellettuali”. Chi scrive riporta il punto di vista del filosofo torinese Costanzo Preve riguardo tale gruppo sociale, gruppo che il pensatore, non senza ragione, definisce ‘il nuovo clero’. Vediamo in che senso.

Preve fa cominciare la sua considerazione a partire dal momento in cui il clero vero e proprio, quello religioso-medievale e che fungeva da elemento di congiunzione tra feudatari e artigiani/plebe, perde la propria legittimazione di mediatore sociale. Ciò avviene in special modo con l’avvento dell’Illuminismo, quando le redini di tale legittimazione passano interamente nelle mani di un nuovo apparato filosofico-politico che pone la sua autofondazione su due concetti ancora attuali, eccome: l’autoregolamentazione economica della società (il capitalismo al tempo in nuce e oggi assoluto) e il mito “fondamentalista” del progresso infinito.

Con tale cambio di testimone ne conseguì la marginalizzazione del vecchio clero religioso, che perse la gestione della riproduzione comunitaria, declassato a semplice assistente di anime nei riti di nascita, morte, unione matrimoniale e recupero sociale individuale. Come del resto è ancora oggi ed in una forma sempre più secondaria.

2IL NUOVO CLERO

Ad oggi, secondo Preve, il nuovo clero è invece divisibile in due sottogruppi ben distinti: quello che definisce ‘secolare’: giornalisti, opinionisti, scrittorucoli, e quello ‘regolare’ dei professori universitari, entrambi completamente subordinati e organici al potere. Per capire come si è arrivati a tale subordinazione e alla mancanza di una qualsivoglia criticità sociale bisogna tornare un attimo alle radici e alla nascita della figura stessa dell’intellettuale; nascita che il filosofo torinese fa risalire a fine Ottocento (a meno che non si intendano intellettuali gli scribi egizi, i tragici greci o l’Arcadia seicentesca). È infatti lì che si forma una sorta di alleanza (la cosiddetta Sinistra) tra pensatori intesi come possibili legislatori comunitari e le classi dominate. Il connubio si compone di due perni ideologici: la critica economico-sociale alle ingiustizie del capitalismo, affiancata da quella “di costume” alle ipocrisie della società borghese. Tale collante regge per quasi un secolo, quando all’incirca nel e a causa del Sessantotto avviene un’emancipazione non dal capitalismo (come si crede erroneamente), ma del capitalismo stesso. Senza che vi sia alcuna rivoluzione sociale (tranne aggiustamenti migliorativi sul lavoro) è invece accolta completamente la richiesta di liberalizzazione dei costumi, comportando così una frattura ben visibile e accentuatasi oggi: le classi subalterne restano prive di portavoci e punti di riferimento, prive di intellettuali.

Se dunque per molto tempo si è pensato ‘gramscianamente’ che l’intellettuale potesse essere l’unico a farsi interprete dei subalterni, ad esserne ‘organico’, una volta accolte le richieste ‘progressiste’ di liberalizzazione del costume, tale organicità svanisce, o meglio, cambia diametralmente referente.

Dunque nella fase attuale, dove non vi è più una ‘società a economia di mercato’, ma un’intera ‘società di mercato’ gli intellettuali sono completamente inglobati dalla classe dominante, essendone però dominati (Bourdieu). In che modo? Semplice: essi posseggono un “capitale culturale” che possono valorizzare, spendere e far consumare, ma per far ciò debbono venderlo esclusivamente alle classi dominanti stesse (del capitalismo industriale e finanziario), oligarchie che attuano così un filtro selezionando le idee che possono accedere allo spazio pubblico e quelle a cui è proibito.

E così torniamo al concetto di decadenza: da presunti legislatori sociali e filosofi, dal dotto fichtiano come uomo moralmente migliore del proprio tempo, gli intellettuali si dividono adesso tra professori universitari, una sorta di nicchia che dibatte autoreferenzialmente e disincantatamente sui ‘mali’ del mondo e gli altri: giornalisti ruffiani, insipienti scrittori moralisteggianti, macchiette televisive e inqualificabili commentatori a cui è comunque consentita un’innocua critica alla società attuale, anzi paradossalmente tale critica è incoraggiata! Il nuovo potere totalitario della società dei consumi difatti ammette eccome una parvenza di obiezione (in ciò è molto più scaltro dei vecchi totalitarismi ingessati): consente sì la denuncia di “un mondo orribile, dove tutto è merce, dove si pensa solo al profitto, vi è la perdita dei valori, c’è relativismo, nichilismo ecc ecc”, ma al contempo tale denuncia deve arrestarsi lì e denotare come comunque si viva nel ‘migliore dei mondi possibili’ e si certifichi infine l’immodificabilità del presente. È dunque così che si maschera la cosiddetta libertà: a fronte di una abbozzata e annacquata critica (permessa) si affianca subito il filtro che certifica l’intrascendibilità e la datità storica attuale.

3LE ERESIE     

Ma allora quali sono le idee veramente pericolose e critiche? Senza bisogno di dibattere sulla loro giustezza o meno, è però innegabile come alcune problematiche degne comunque di confronto vengano volutamente taciute e/o ignorate.

Ad oggi le idee incompatibili con la riproduzione capitalistica assoluta e il suo fenomeno guida (la mondializzazione) sono tutto ciò che è connesso al recupero della sovranità nazionale sotto ogni suo aspetto (economico-energetico-politico-militare-culturale) che comporterebbe evidentemente una messa in discussione del processo globalizzante voluto come irreversibile. Ed è qui che avviene il filtraggio: chi pone tali questioni, evidentemente incompatibili col pensiero dominante, viene silenziato ed emarginato dallo stesso clero mediatico. Così, alle ‘eresie’ si contrappone un misto di dogmi neo-religiosi (‘la globalizzazione è inevitabile’, ‘i mercati lo vogliono’, ‘l’Europa lo chiede’) e nuove idolatrie in realtà completamente funzionali al dominio, che però si fanno passare come libere ed emancipatrici: i generici diritti umani (spesso previo bombardamento) in sostruzione ai vecchi diritti sociali non più di moda, la condanna di ‘cattivi e perfidi dittatori’, rei in verità di non allinearsi all’egemonia che guida la mondializzazione stessa (e che ha nome e cognome!) e tutta una serie di ulteriori ‘libertà’ che però concernono SOLO alla sfera del costume: eutanasia, matrimoni gay, droghe libere e via discorrendo.

È così che gli intellettuali odierni, completamente asserviti alle oligarchie finanziarie e al sistema, hanno introiettato più o meno inconsapevolmente quello che è un vero e proprio mandato sociale: credendosi ‘liberi pensatori’ in realtà sono completamente allineati all’ideologia dominante.

4IL DOGMA

Dunque la fine della funzione sociale dell’intellettuale non avviene poiché la società è disorganica, oppure poiché mancano gli strumenti critici, questa fuffa cioè che si vorrebbe vendere per giustificare l’assenza totale di un punto di vista diverso, ma perché la critica stessa oggi è permessa solo entro un certo limite, che, lungi dal comprendere le dinamiche della riproduzione sociale, pone appunto un filtro ad esse celandone le contraddizioni.

E se si è parlato di nuovo clero, infine si dovrà anche svelare il nuovo dogma, individuabile nel coacervo di interdizioni che soggiacciono al Politicamente Corretto. Esso è infatti composto da infrangibili tabù, è un codice di accesso che permette all’intellettuale organico (alle nuove forme di capitale) di arrivare appunto alla già citata opinione pubblica.

È così che è avvenuto il riciclaggio: quello che un tempo era il costume borghese e il conformismo religioso, oggi mutua in un nuovo insieme di divieti culturali.

Non si può ridiscutere un riorientamento geopolitico né tantomeno l’Impero Americano, non si può dibattere sull’Olocausto nella sua misura storica poiché esso rappresenta il nuovo Peccato Originale e il Mito (colpevole) di fondazione dell’Europa. Non si può mettere in discussione l’Europa stessa (formatasi su basi evidentemente antisociali), né la questione dei gay in relazione alla famiglia tradizionale. Non si può mettere in dubbio il multiculturalismo senza essere tacciati di razzismo.

Queste ed altre questioni sono bandite dai dogmi del Politicamente Corretto; chi li infrange è considerato un pericolosissimo portatore di vecchie idee totalitarie. È singolare come la società che si contrabbanda come post-ideologica sia in realtà il regno assoluto dell’ideologia, laddove si può mettere in discussione tutto tranne la società stessa. Ecco la libertà, una strana libertà immodificabile però, che appunto è solo ideologica e nient’altro.

Ovvio infine come il Politicamente Corretto non appartenga al cosiddetto ‘popolo’. Gli esclusi, gli emarginati, gli ignoranti, le vecchie classi sociali politicamente scorrette, loro, (proprio perché subalterne), i ragazzi delle periferie, l’operaio e il pensionato da bar. Coloro che un tempo erano gli interlocutori privilegiati per i liberi pensatori, che appunto dall’ignoranza e dal servaggio culturale volevano emancipare.

Oggi il cosiddetto ‘popolo’ che pensa scorrettamente è invece passibile di un vero e proprio disprezzo da parte di questo nuovo clero intellettuale, che, senza accorgersene, riprende odiosi e insopportabili connotati classisti.

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