CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: La breve, ma intesa, Marcia – di Jacopo Rossi

Betlemme è strana. Maciullata dal Muro, si sviluppa in maniera del tutto casuale, e forse non potrebbe essere altrimenti. È inframezzata da campi enormi ed incolti, rifugio di capre che brucano tra i rifiuti: è ribelle nei graffiti sul muro, quasi romantica nel suo suq, nelle stradine che si inerpicano fino ad esso, triste nei muri coperti di manifesti che, anche se non comprendi la scrittura, dalla foto e dai colori capisci che piangono un martire o, più spesso, una vittima.

Si trova, dentro Betlemme, l’Hogar “Nino Dios” che accoglie bambini disabili abbandonati o indigenti e offre loro un tetto, assistenza medica, spirituale e morale, una famiglia.

Non è ancora dato sapere perché far del bene sia più facile lontano da casa, fatto sta che è stato naturale entrarci per capire, guidati da chi di noi c’era già stato pochi mesi fa. Il contributo minimo, è stato accettato: il nostro nume tutelare in Palestina ci ha affettuosamente scortato mentre accompagnavamo tre di loro, i meno gravi, fuori per una passeggiata, sotto gli sguardi divertiti, e a volte indispettiti, dei turisti.

Una mattinata utile, una mattinata strana, una mattinata ben spesa. Una mattinata che si è chiusa nel lamento del muezzin: il tono pare minaccioso, il significato è sconosciuto. La tensione in questi giorni è palpabile in queste terre, più del solito, si sono moltiplicati scontri ed arresti, feriti e cariche della polizia. Questa terra è una polveriera ed i nomi delle micce sono noti a tutti: Nablus, Hebron, i campi profughi ed i villaggi intorno a Betlemme, ma ce ne sono altri.

Mentre attraversiamo la piazza abbiamo la lieve sensazione di non centrarci nettamente un benemerito, con questa gente e questa situazione: sotto il minareto si moltiplicano i gruppetti di giovani e meno giovani, tutti parlano tra loro, tutti squadrano i turisti.

Ma son solo paranoie, dato che, appena svoltato l’angolo, la ruffiana cortesia di venditori e bottegai torna a confortare il tuo nervosismo.

«Where are you from?»

«Italy.»

«Ah ah, Italia, bella, buongiorno, ciao, 30% sconto, 50%, 60%, sheckel, dollari, euro».

La nenia tentatrice non è mai uguale, né mai troppo convincente. Due passi per le mulattiere di Betlemme, erte e sconnesse come quelle di tutte le città che si sono volute bene in passato, ed è subito fame. Proprio sotto il minareto, che adesso domina una piazza quasi vuota, rincalcato dietro un angolo, in fondo a una rampa di scale, si trova quanto di più vicino ad un vinaio patrio un nostalgico senese possa scovare in quest’angolo conteso di mondo.

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E anche questo serve, in vista del pomeriggio: dieci anni fa, nasceva, con tripudio di pochi, lutto di molti e vergogna di tutti, il Muro. Nel mattino le prime manifestazioni a Gerusalemme sono già terminate in scontri e feriti, mentre la città tentava di nascondere il tutto con una maratona indetta ad hoc. Il troppo correre non permette di guardarsi intorno, evidentemente.

Che si vada al Cremisan, noialtri, dove un cocktail di lingue e fedi ci attende. Il Cremisan, una delle ultime vallate non ancora, per poco, soffocate dalle ruspe israeliane. Per poco, perché i lavori avanzano, e Bet Jalla, malmessa periferia di Betlemme che sovrasta la valle, può solo assistere al nastro dell’asfalto overprotetto da mura e bastioni di cemento e metallo, destinate ad espandersi. Come detto giorni fa, il problema di Israele è il traffico: c’è da allargare le strade, perdìo, e al diavolo quegli zappaterra che già non riescono a lasciare Betlemme tranquillamente, a recarsi a un ospedale decente, a godere dei frutti della propria terra, a irrigare i raccolti.

Italiani e palestinesi insieme per una messa bilingue: non serve parteciparvi attivamente, basta esserci per la marcia. Marcia che, dal verde della valle arriva al grigio del muro, davanti al checkpoint, sotto lo sguardo vigile di soldati israeliani e poliziotti palestinesi. Nervosismo? Un po’. Tensione? Anche. Soddisfazione? Certa. Lo dicono gli occhi di chi, dalla sua casa distante pochi chilometri, non aveva ancora trovato il coraggio di arrivare sin lì. Quando sfiliamo nuovamente davanti alle sbarre, i soldati sono decuplicati e molti indossano già la tenuta antisommossa. Urlano, imbracciano i fucili, invitano a disperdersi, e l’apparente obbedienza del serpentone dei marcianti basta a tranquillizzarli.

Serviranno, nemmeno un’ora dopo, alcuni scoppi, forse di prova e forse no, uditi distintamente mentre siamo in casa, a ricordarci che, comunque vada, qualcosa non dorme mai, né si tranquillizza, in queste terre contese e lacere.

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