CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: La storia di Claire – di Jacopo Rossi

Dice Claire che è sempre vissuta a Betlemme. Dice che una volta qua non era tutta campagna, ma nemmeno tutto Muro. Dice che passava più gente, questo sì. Del resto il suo negozio si affaccia(va) sulla via principale di Betlemme, ed è (era) pieno di souvenir e ricordi della Holy Land.

Poi hanno deciso, loro, quelli là, che così non andava più bene e hanno messo la prima pietra e su quella pietra è iniziata la chiusa. Era, ora più ora meno, il primo marzo del 2002. Nel mentre, i maggiori esportatori di democrazia al mondo invadevano l’Afghanistan a cavallo dell’operazione Anaconda, e l’Euro diventava l’unica valuta degna di questo nome nel Vecchio Continente.

Quindi al diavolo muri, sbarre e dissuasori, volete mettere con quest’altri chiari di luna? Claire tutte le mattine racconta qualcosa di nuovo, mentre a fatica noialtri viaggiatori sbocconcelliamo qua e là, pizzicando dalla legione di piatti che ci ha messo a disposizione, colmi di olive, marmellata, formaggi, hummus, piccoli toast e quant’altro serva per iniziare la giornata da questa parte dei mattoni, già destati dai rumori della caserma israeliana vicina.

Dice che casa sua, ai caporioni israeliani, piaceva non poco. Per la posizione, sostenevano, ché dalle finestre del secondo piano, lo stesso dove dormiamo, potevano cecchinare che pareva un luna park. Li volevano fare sloggiare, ma non ci sono riusciti. Entravano, bardati, la notte col mitra spianato ed il colpo in canna, per spaventarli e minacciarli. Urlavano, sparavano per strada, si facevano consegnare le chiavi. Una volta la sua figlia più  piccola si svegliò con un fucile alla tempia. Ne nacque un diverbio, dove, dice Claire, la sua fermezza ebbe la meglio sullo stolido capitano, che voleva anche scardinare una porta con gli esplosivi e si dovette accontentare di requisire una stanza, quella accanto a dove si dorme, per sparare e sorvegliare:

«I changed his mind».

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Ma non quello dei suoi commilitoni, che, da una telecamera, una sera, videro che suo marito, vagamente somigliante al Joe Pesci di Goodfellas era entrato nella mansarda, il cui lucernario superava di non poco la sommità del Muro. Lo arrestarono, perché quelli di qua, figli di un Dio infimo, non possono guardare di là senza permesso. Una notte in galera, di là. Poi lo hanno abbandonato in mezzo a un campo, senza documenti, sempre dalla parte di Gerusalemme. Se si fosse presentato al checkpoint senza passaporto e fuori dall’orario consentito, sarebbe stato nuovamente arrestato, ospite delle carceri israeliane come altri 4750 conterranei, 186 dei quali in detenzione amministrativa, cioè senza accuse specifiche. È tornato a casa solo qualche giorno dopo. Dice Claire che, per andare nella loro mansarda adesso devono prima richiedere un permesso speciale. Non si ricorda nemmeno da quanto non sale sul tetto.

Il Muro ha smezzato la strada, dice Claire, ché quando ci passi in macchina, come recita uno dei poster di protesta affissi, sembra di restare incastrati tra i palazzi e la barriera. A casa di Claire se ti affacci dalla finestra di cucina vedi il Muro, da quella del bagno idem, per non parlare della finestra di camera. Però, dal corridoio si vede il palazzo davanti.

La casa di Claire infatti la chiamano “la casa del Muro” e non potrebbero fare altrimenti. A Betlemme è una specie di istituzione, la conoscono tutti. È solo una delle tante assurdità urbanistico-architettoniche del Muro: le gira intorno, lasciandole una sola via di fuga. La separa però, fatto non secondario, dalla Tomba di Rachele, che una volta attraeva torme di fedeli turisti: adesso continua ad attirarli, ma dalla parte di quelli che sono meno e hanno di più.

Dice Claire che però non ha voluto chiudere il negozio. Ha adibito la palazzina a guest house: una sorta di soffice ed accogliente Casa nella Prateria, dove lei, padrona indomita di casa, cucina la colazione per gli ospiti aiutata dal marito, mentre la madre prega in camera e i figli si preparano per andare a scuola. Una parvenza di normalità, non fosse per il filo spinato che assedia i divanetti posti, con garbo, in terrazza, a metri tre dal muro.

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