Siena e la musica dal vivo: un silenzio assordante? – di Francesco Panzieri

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Spesso mi domando come sia possibile che in una città come la nostra la musica dal vivo abbia ancora uno spazio così marginale.
E certamente non mi è di conforto uno sguardo a 360° sulle nostre “sorelle” toscane: Firenze, con i suoi club e circoli, storici e non (Flog, Glue, Tender, Limonaia) e con l’attività dei teatri ed auditorium, Arezzo (Karemanski), Livorno (Teatro Cage), Prato, Pisa e Lucca. Perugia ha una scena musicale molto interessante, con radio e club votati alla musica indipendente, anche del livello più alto (radio Bonobo, Urban club).
La nostra Siena d’inverno si addormenta: per assistere a concerti dal vivo di band attive a livello nazionale ed internazionale bisogna raggiungere Colle val d’Elsa, con la roccaforte Sonar live, dove si continua una tradizione di qualità e di quantità, con 2-3 concerti e dj set a settimana. Si può assistere a qualche buon concerto anche al Mattatoio n°5 di Montepulciano, città che si onora di aver dato i natali ai geniali Baustelle.
La scena musicale cittadina soffre indubbiamente la mancanza di spazi adeguati per la musica dal vivo: lo dimostra il successo delle serate organizzate sempre più spesso da piccoli ma lungimiranti locali quali Il Cambio, storico portabandiera della scena musicale senese, ma anche pub come Cacio e Pere e lo Skilè di Vico Alto, la libreria-pub CubaLibro a Porta Siena ed il centro culturale Corte dei Miracoli. C’è un movimento, ci sono tanti studenti dell’Università e tanti giovani senesi appassionatisi alla musica grazie al tam tam dei social network e a You Tube, diverse band locali – forse senza nessuna punta di qualità eccelsa – che si alternano nelle serate e spesso suonano in altre città toscane. Stanno nascendo radio musicali indipendenti (Radio Cinque) e le radio locali più tradizionali cominciano a ritagliare nei palinsesti spazi per la musica rock, al di fuori del mainstream (Music Graffiti su ARE).
Insomma, l’ambiente potrebbe essere maturo, il pubblico ci sarebbe, così come una “galassia” di band per il supporto di ospiti importanti.
Ma a Siena bisogna aspettare l’estate, le iniziative del Comune (Città Aromatica) e del PD (Festa Democratica in Fortezza) per vedere i grandi nomi, con formule peraltro sempre più stanche e ripetitive, anche se immancabilmente glorificate dai giornali locali. Basti pensare che, lo scorso anno, su 4 concerti di grandi artisti, 2 erano programmati lo stesso giorno (Teatro degli Orrori in piazza San Francesco e Bandabardò in Fortezza).
Inutile dire che, nello stesso periodo dell’anno, volendosi muovere con la macchina, si possono raggiungere il Pistoia Blues Festival, il Lucca Summer Festival, Arezzo Wave, Festambiente a Rispescia, Umbria Jazz e Rock in Umbria, tutti festival con in cartellone grandi nomi italiani ed internazionali. A Firenze nel 2012 ci sono stati i concerti gratuiti di Radiohead ed Iggy Pop.
E non mi soffermo sui concerti negli stadi e palazzetti. A Siena al Palazzetto di viale Sclavo si possono fare soltanto i comizi politici…
Allora mi sorge una domanda: cosa ci manca? Imprenditori della musica? Solo un po’ di coraggio? Sicuramente una politica più attenta alle esigenze non solo dei giovani, ma anche di un’economia cittadina da rilanciare. Forse, col disgelo della primavera, con la riflessione sul crollo del Sistema-Siena e la spinta verso la candidatura a capitale europea della Cultura per il 2019 qualcosa potrà cominciare a muoversi.

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UN’OPERA DA’RTE AL MESE: GUERNICA, IL CAPOLAVORO MANCATO DI PABLO PICASSO – di Michel Piattellini

Se c’è un’opera d’arte che ho sempre odiato e che avrei voluto che non fosse stata mai dipinta questa è proprio Guernica di Pablo Picasso. Si, proprio l’enorme manifesto contro la guerra del grande maestro spagnolo ha sempre suscitato in me un misto di ironia e commiserazione. La scena è ambientata nel 1937, nel pieno della battaglia che infuria e che uccide migliaia di cittadini spagnoli impegnati in un’assurda quanto tragica guerra civile. L’intento di denuncia dunque, non puo’ che essere sottoscritto e apprezzato ma è il modo in cui è realizzato che non mi convince. Quel grande manierista che è stato Picasso, infatti, confeziona l’immenso telero che ha piu’ natura di propaganda che di opera d’arte. Illuminante in tal senso è un saggio del compianto critico Francesco Arcangeli dal titolo “Picasso, voce recitante”. Arcangeli vedeva Guernica come un cartellone pubblicitario, votato ad una giusta causa ma pur sempre costruito, architettato per uno scopo e con un trasporto diversi da quelli artistici, con un’ispirazione di maniera, una costruzione nella quale tutto sta al posto giusto in una misura elegante e quasi decorativa, e infine con una grafica finta, scenografica, studiata per creare in noi un trauma da film di guerra. Eterna finzione quella del maestro spanole, una sorta di richiamo a Carpaccio il quale firmava tutte le sue opere antecedendo al nome il verbo finxit. Da quel finxit si arriva a questa finzione, che è forse capace di simolare la nostra reazione emotiva, ma che nel farlo, e pur di farlo, si macchia dell’improbabilità del fumetto, priva com’è anche solo dell’ombra della tragedia della guerra. Picasso vuole essere evangelico e portatore di un messaggio di speranza contro l’orrore ma ma la sua accanita volonta’ traumatizzante non riesce a farlo che scadere nella semplice decorazione, effetto piu’ e piu’ volte ritrovato in tutta la produzione artistica contemporanea se si eccettua alcuni momenti di vera tragedia riscontrabili nell’opera di Alberto Burri.

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Sulla sua scena Picasso dispone degli oggetti molto meditati ma anche maldestramente accozzati per tentare di proporre il caos drammatico della guerra. Si ha in lui una tragicita’ esibita che riporta a Niccolo’ Dell”Arca e a quella meridionalissima sensibilità di scenograficizzare la morte. Troviamo quindi la donna che si getta verso l’uomo morente in una sorta di Compianto del Cristo morto, dalla cui spada spezzata sboccia una sorta di fiore, forse simbolo di speranza, di resurrezione che viene dal sacrificio estremo dell’uomo. Piu’ avanti troviamo un cavallo, eterno simbolo dell’energia oppressa, schiacciata. Piu’ avanti ancora abbiamo un altro animale simbolo della Spagna: il toro. Questo possente animale simbologgia la resistenza piu’ profonda del popolo spagnolo alla violenza testimoniata come già detto dalla donna che ha nelle braccia, straziata e mesta come la Vergine, l’uomo sacrificatosi sull’altare della patria. Al centro della composizione campeggia una luce, vertice del triangolo compositivo, luce divina e fonte di speranza, che si oppone al buio della battaglia, ulteriormente enfatizzata poco piu’ in basso da una lanterna impugnata per far luce sul concittadino caduto, gettando squarci di chiaro sul nero trionfante e cosi’, proprio come in una scena teatrale, rendendo esterno l’interno e viceversa. Elemento dunque all’apparenza casuale ma in realta’ studiatissimo quello della luce che tende ad enfatizzare il fragore e la luminosità delle bombe che squarciano drammaticamente il buio della morte. E’ dunque un’opera molto pensata questa guernica, apparentemente drammatica ma il cui dramma sta in superficie, ed è un dramma di costruzione, da architettura dell’immagine. E’ si un momento dell’ arte contemporanea ma ha in se tutti i risvolti negativi che l’hanno condotta lontano dalla vera pittura e piu’ incline all’effetto, alla provacazione, al colpo di teatro. Nonostante le dimensioni eccezionali c’è molta piu’ vera pittura in un piccolo lembo di un muro giallo della Veduta di Delft di Vermeer che nel capolavoro mancato di Picasso.

IL VOLO DI LUCIO DALLA – di Emilio Mariotti

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Il ricordo di Lucio Dalla non può che partire dalla fine. Da quelle parole lette dal compagno Marco Alemanno al funerale del musicista bolognese. Non erano frasi prese da “L’anno che verrà”, da “Anna e Marco” o da “Attenti al lupo” (sarebbe stato molto in tono con il luciodalla pensiero!). La voce di Marco, piena di dolore e con rispetto, diede colore ed emozione al testo di “Le rondini”, una canzone minore del repertorio dalliano. Riascoltarla e leggerne il testo non fanno che confermare come quella sia stata la scelta più giusta, inevitabile. Parole che parlano di volare e di emozioni semplici e ingenue, due topoi della poetica di Lucio Dalla. E’ difficile capire come mai un autore, che sia uno scrittore o un poeta o un cantante, usi spesso le stesse parole o cerchi di rappresentare sempre il medesimo sentimento. Come se ognuno di noi avesse una piccola ossessione, o forse desiderio, da portarsi dentro. Con cui combattere e con cui farsi compagnia. Per Lucio questa ossessione era il “volare”, la possibilità di essere liberi, accompagnati e sorretti dal vento. Gli uccelli che volano non sanno di farlo, lo fanno e basta. Questa loro inconsapevolezza nell’agire è quello che tanto manca agli uomini. E a Lucio Dalla, vitale ed ingenuo come un bambino, questo, si vede, mancava ancora di più. Alla fine della canzone, sognante e malinconica contemporaneamente, questo sogno di vivere per vivere, ignorando le scelte della vita, rientra, si dissolve. Dalla capisce che è proprio quella consapevolezza a essere profondamente umana. Quando ci si chiede chi siamo, cosa vogliamo, chi amiamo.

Le rondini

Vorrei entrare dentro i fili di una radio
E volare sopra i tetti delle città
Incontrare le espressioni dialettali
Mescolarmi con l’odore del caffè
Fermarmi sul naso dei vecchi mentre Leggono i giornali
E con la polvere dei sogni volare e volare
Al fresco delle stelle, anche più in là
Coro : Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.
Vorrei girare il cielo come le rondini
E ogni tanto fermarmi qua e là
Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici
E come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità.
Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
Per capire cosa succede dentro
e cos’è che lo muove
Da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
Dov’è che si prende, dov’è che si dà
Coro : Sogni, tu sogni nel cielo dei sogni

LINK ALLA CANZONE:http://youtu.be/nFui_6xwmrs