CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: In fine. – di Jacopo Rossi

Tirare somme è sempre bello, perché vuol dire essere riusciti a concludere qualcosa, ché non sempre è facile. La bontà delle somme, poi, è aleatoria, ça va sans dire.

Alle volte volando basso, altre pescando nel mare della retorica, altre ancora affidandomi inconsciamente a stili migliori del mio: ho cercato di raccontare il Muro, le sue storie, le città intorno. Ho sicuramente peccato di partigianeria, sgrammaticature ricercate e logorrea.

Ma è la prima volta di una (spero) lunga serie di viaggi in queste zone, scomode ma fondamentali.

Dopo un viaggio pseudo letterario come quello di chi ha avuto la pazienza di sciropparsi le 27872 battute bisogna smettere, e lo dico contro il mio interesse, fidarsi di chi scrive. Uno perché magari  non lo si conosce e due perché spesso, non sempre, è possibile scriva per farsi leggere anche la volta dopo e, se dice bene, quella dopo ancora.

Sarebbe fondamentale cercare di venirci, in questi Paesi: molto sforzo, molto onore e godimento. Fare i bagagli, passare i controlli e imbarcarsi, perché leggere non basta, meno che mai guardare la tv e i telegiornali, sempre, più o meno volutamente, schierati e parziali.

Bisogna venir qua e ripartire, per aver l’occasione di conoscere e, soprattutto, ricordare. Tutto ciò che si è visto, sentito, annusato, gustato, toccato. Per poi tentare di raccontarlo ad altri, contagiarli, infondere una certa volontà di esserci dentro, seppur solo per quattro, cinque giorni.

On the Palestinian side a picture of Handala--a symbol of

Ciò che si vede: un altro mondo. Descritto alla meno peggio nei pezzi passati. Si vedono dignità e arroganza, ismi per tutti i gusti e in tutte le declinazioni, povertà nera e senza speranze. Si vedono soldati e soldatesse imberbi ma già con un lanciagranate in mano e l’espressione severa, ad ogni angolo. Si vede il grigio variopinto del muro, tempestato di murales, graffiti, adesivi. Grigio che contrasta il bianco panna accecante delle colonie e degli insediamenti, tutto uguale, tutto aggressivo. Si vedono volti da caratteristi degli anni ’70, che avrebbero potuto impersonare indiani e picciotti senza difficoltà. Scuri, rugosi, scavati: vecchi sakem arcigni o padrini sorridenti.

Ciò che si sente: un’altra melodia. La nenia lamentosa del muezzin, che rimbomba nella valle alle ore più impensabili. L’arabo e l’ebraico, lingue che suonano aggressive alle orecchie dei profani, piene di suoni gutturali, di saliva che gratta nel palato, di suoni duri. Le bombe, non molte per la verità, ma rumorose. Più che altro inaspettate, almeno per noi. Vicine, ci ha detto Claire, è c’è da fidarsi. Il rotondo Yalla, il nostro esortativo “andiamo”, usato per qualsiasi cosa, piacevole a dispetto della quasi totalità delle parole sentite in una settimana. Il bip dei metal detector, praticamente presenti ogni quindici metri, in qualsiasi città. Di solito seguiti dalle occhiate sospettose dei militi presenti. Il soffice fumo dei mille e colorati narghilè, metafora e simbolo di chi ha capito cosa fare da qui alla fine. Le preghiere sussurrate al Muro del Pianto, armoniche, ripetitive.

Ciò che si annusa: altri odori, definitivamente. Le spezie sono più spezie, il cumino, il curry, il pepe. Scalano i bordi dei sacchetti dove i mercanti le rinchiudono nel suq e ti assalgono con una così piacevole violenza ché non vorresti andar via. L’incenso degli aspersori che le varie confessioni muovono con esperienza nel Santo Sepolcro. Armeni, ortodossi, copti: odore e gesti si assomigliano, cambiano stole e paramenti. La plastica bruciata, puzzo persistente che resta nell’aria dopo le bombe non distanti di cui sopra, entra negli androni e lo incontri per le scale come un vicino antipatico.

Ciò che si gusta: altra amarezza. Nel vedere ciò che non si conosceva, nello sbalordirsi di fronte all’umana assurdità di un Muro che pare tracciato da un bimbo di 5 anni. Amarezza nel vedere la fila impotente al checkpoint, amarezza nel sentire che nemmeno i ventenni hanno speranza nel futuro in quelle zone. Il sapore del caffè arabo, vero terno al lotto per le papille gustative, che si conclude sovente con l’imperdibile e polposa fondata nera.

Ciò che si tocca: altre storie. La polvere delle città. Il sale aspro del Mar Morto. I ruvidi falafel, che poi l’odore ti resta attaccato alle mani fino a sera. La copertina del passaporto, dato che tocca tirarlo fuori spesso davanti ai numerosi controlli. Il cielo con un dito quando si trova un wifi libero, ché sembra d’essere particolarmente distanti da casa in queste zone. La plastica igienica dei narghilè di cui sopra, anticipo d’un momento da gustare, per i cultori.

Ciò che si ricorda: tutto. Perché poi c’è da raccontarlo. Sennò Betlemme, Gerusalemme, Haifa, Beit Jalla ed Hebron (Dio com è brutta e angosciante) restano nomi da telegiornale o da opuscolo peregrino di parrocchia e poco più. Il che è, francamente, imperdonabile per chiunque.

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