L’EROICA: La fatica e la polvere sulle Strade Bianche fino a Piazza del Campo – Michele Masotti

I ciottoli e l’epica in un giorno di marzo, questo esige la retorica del ciclismo. Perché quando si parla di questo sport meraviglioso e dannato pare rincorrersi la leggenda di un’età dell’oro perduta. Del resto il passato suscita da sempre sensazioni e trasporti. Ogni cosa fatta ieri è più densa d’emozione, ammantata di un fascino e di una gloria irripetibile. Dai ricorsi alla gioventù, alle cose di una volta, allo sport appunto. E il ciclismo non sfugge di certo a questa legge, anzi questa fatica strana che dietro la competizione secerne gocce di poetica filosofia riacquista oggi in questa giornata toscana il suo ‘tempo perduto’ fatto di strade a sterro e che pare richiamare a un qualcosa di sfumato: l’Italia contadina sui lastroni del dopoguerra, le radioline e le maglie di lana, le vecchie bici e i sentieri non battuti.
Nascono così da pochi anni ‘Le Strade Bianche’, corsa unica (come dice il nome stesso) e col bisogno di un passato nostalgico e mitico da riacciuffare. In un mondo impazzito e sempre più incanalato nell’idea di velocità, il ciclismo pare al contrario lottare disperatamente per conservare una sorta di necessaria lentezza.
E allora dal mattino assolato di Gaiole, fino all’erta di Radi e Sante Marie, verso le crete di Asciano e altri tratti polverosi capita di vedere la serpentina fuggevole dei ciclisti sulle colline ed è come se per qualche ora l’immagine della bicicletta sul terreno agreste ti riportasse ragazzo, fino alle pieghe dell’infanzia.
Chi scrive è in quell’età strana in cui il ricordo principia a sfumare, ma qualcosa di nitido resta ancora degli odori della primavera, quando da bambino si usciva in fretta nei giorni d’estate sulle strade silenziose di campagna, come silente sfrecciava il tubolare sullo sterro subito fuori le vecchie mura. C’erano allora e ci sono oggi i raggi e le borracce piene, nella bici scassata del te ragazzino come nelle ruote al carbonio dei corridori che sabato sfrecciavano di una fuga imprendibile verso Piazza del Campo. La corsa culmina lì.
Dopo pochi chilometri c’è già il primo sterrato e la polvere splende al mattino di un sole d’argento. Si scaldano i muscoli, quattro uomini in fuga e a metà del giorno il gruppo insegue nelle crepe di questa terra nostra bordata di cipressi; fischiano i corridori lungo i rettifili, di fianco alle case toscane di mattoni rossi e il ciclismo riacquista i fasti di un’epopea adesso nuova e antica al tempo. Il plotone da Vescovado a Buonconvento, su a Montalcino e poi per Torrenieri e oltre. Ma il traguardo è lontano, poca gente ancora sulle strade. Qualcuno da dietro, disperato tenta un aggancio. Passa il gruppo sulla campagna senese e i ciclisti, simili a tanti api, si sparpagliano sui campi brulli, ai bordi delle case, corrono per strade secondarie mangiate dal tempo.
E’ pomeriggio inoltrato e c’è un ragazzino in testa adesso, un italiano. Ci si avvicina a Siena ed è un lampo. Quando infine s’entra dalle porte gotiche è ancora in testa. La fonte guerriera che presidia la valle sotto il Campo vede passarlo mentre di fianco sventola la bandiera dell’Oca in segno di saluto al suo passaggio. Santa Caterina poi è un attimo. Moreno è sempre primo, le gambe indurite e la paura di non farcela. Ma la piaggia sembra addolcirsi grazie alle grida di sostegno della gente assiepata per strada; pochi metri, Piazza Indipendenza, Banchi di Sotto e proprio Il Campo infine, che per un giorno dimentica il suo gioco più vivo, la sua essenza vera fatta di zoccoli e gonfaloni e si fa ospite di volti contratti e antichi marciatori, quelli che uno a uno giungono alla linea sottile che biancheggia all’arrivo. Si battono le mani, si vocifera nel pieno della conchiglia quello che accade. Ha vinto un ragazzo, il futuro è tutto da scrivere, Moreno Moser sorride.
Quel momento speciale trasforma così il ciclismo in un qualcosa di immateriale, proprio perché le Strade Bianche sono una corsa contemporanea ma fuori dal tempo, retorica come detto eppure immediata, non più sport e sacrificio, ma un sogno che sembrava già non potesse ripetersi nella storia di corridori e corse sempre più mondializzate e dai nomi anonimi. Ñ
C’è un che di solenne in effetti, un qualcosa di magico non solo per gli addetti ai lavori, ma che parla di questo sport come di una danza antica, del ricongiungimento dell’uomo alla terra, della fatica come espiazione di colpe che sopraggiungono nel vivere esistenze passive e passeggere.
Resta l’immagine del plotone appena fuggito e della polvere levata in aria, le pietre della Piazza e gli alberi scossi dal vento. Le Strade Bianche chiudono il loro giorno sterrato di Marzo.
Fino al prossimo anno.

 

 

Ñ

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