I FILM PIU’ BELLI DELLA STORIA DEL CINEMA – di Michele Iovine

2001

Fare classifiche è la mania del nuovo millennio. Ci piace catalogare le cose. Le rende importanti, se ne risalta il loro valore assoluto, ma soprattutto è un esercizio provocatorio che serve per accendere un dibattito, un confronto. Il cinema non si è sottratto a questa moda anche perché dopo oltre cento anni di storia e con un’ innumerevole produzione alle spalle è divertente, più che necessario, fare una sorta di bilancio di quali prodotti artistici sono rimasti nella nostra mente con maggior forza. Le classifiche che potremmo riportare ed esaminare sarebbero molteplici, ognuna con le sue variazioni e i suoi punti fissi, con i film inaspettati che non avremmo mai creduto di trovare, con le sue esclusioni eccellenti. In questa moltitudine di materiale ci affidiamo a quelle più autorevoli che hanno una tradizione in questa attività. Poniamo l’attenzione e l’inevitabile confronto su due classifiche: una redatta dalla rivista inglese “Sight&Sound” che ogni dieci anni, dal 1952, stila una classifica dei film più belli di tutti i tempi per il British Film Institute ed è attualmente quella più recente (2012) e l’altra invece pubblicata dall’altrettanto autorevole rivista americana TIME anche se un po’ più datata in quanto risalente al 2005.
Per quanto riguarda “Sight&Sound” le classifiche sono due: la prima è stilata da oltre 800 critici che prevede la scelta di 50 film, l’altra dai registi che ricercano i 10 migliori film di sempre tra quelli dei loro colleghi.
Di queste classifiche è sempre bene tenere presente che non rappresentano un giudizio oggettivo, assoluto e incontrovertibile sul panorama cinematografico mondiale, ma fanno sempre riferimento ad un giudizio personale.

LA CLASSIFICA DEI 50 FILM PIU’ BELLI DI TUTTI I TEMPI (Slight&Sound – critici)
1. La donna che visse due volte (Hitchcock, 1958)
2. Quarto Potere (Welles, 1941)
3. Viaggio a Tokyo (Ozu, 1953)
4. La regola del gioco (Renoir, 1939)
5. Aurora (Murnau, 1927)
6. 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968)
7. Sentieri Selvaggi (Ford, 1956)
8. L’uomo con la macchina da presa (Vertov, 1929)
9. La passione di Giovanna d’Arco (Dreyer, 1927)
10. 8 ½ (Fellini, 1963)
11. La corazzata Potëmkin (Ejzenstejn, 1925)
12. L’Atalante (Vigo, 1934)
13. Fino all’ultimo respiro (Godard, 1960)
14. Apocalypse Now (Coppola, 1979)
15. Tarda primavera (Ozu, 1949)
16. Au hasard Balthazar (Bresson, 1966)
17. I sette samurai (Kurosawa, 1954)
17. Persona (Bergman, 1966)
19. Lo specchio (Tarkovsky, 1974)
19. Cantando sotto la pioggia (Donen & Kelly, 1951)
21. L’avventura (Antonioni, 1960)
21. Il Disprezzo (Godard, 1963)
21. Il Padrino (Coppola, 1972)
24. Ordet (Dreyer, 1955)
24. In the Mood for Love (Wong, 2000)
26. Rashomon (Kurosawa, 1950)
26. Andrei Rublev (Tarkovsky, 1966)
28. Mulholland Drive (Lynch, 2001)
29. Stalker (Tarkovsky, 1979)
29. Shoah (Lanzmann, 1985)
31. Il Padrino – Parte II (Coppola, 1974)
31. Taxi Driver (Scorsese, 1976)
33. Ladri di biciclette (De Sica, 1948)
34. Il generale – Come vinsi la guerra (Keaton & Bruckman, 1926)
35. Metropolis (Lang, 1927)
35. Psycho (Hitchcock, 1960)
35. Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce 1080 Bruxelles (Akerman, 1975)
35. Sátántangó (Tarr, 1994)
39. I 400 colpi (Truffaut, 1959)
39. La dolce vita (Fellini, 1960)
41. Viaggio in Italia (Rossellini, 1954)
42. Il lamento sul sentiero (Satyajit Ray, 1955)
42. A qualcuno piace caldo (Wilder, 1959)
42. Gertrud (Dreyer, 1964)
42. Il bandito delle 11 (Godard, 1965)
42. Play Time (Tati, 1967)
42. Close-Up (Kiarostami, 1990)
48. La battaglia di Algeri (Pontecorvo, 1966)
48. Histoire(s) du cinéma (Godard, 1998)
50. Luci della città (Chaplin, 1931)
50. I racconti della luna pallida d’agosto (Mizoguchi, 1953)
50. La Jetée (Marker, 1962)
Dopo 40 anni d’incontrastato dominio del capolavoro di Orson Welles “Quarto potere” la vetta della classifica la conquista un altro capolavoro “Vertigo”, conosciuto anche in Italia con il titolo “La donna che visse due volte” del regista inglese Alfred Hitchcock. Il film di Hitchcock è sempre stato nelle primissime posizioni in qualsiasi classifica, ma mai aveva conquistato la vetta scavalcando addirittura l’opera più importante del poliedrico Orson Wells.
E’ una classifica retrò quella della rivista inglese, dove nelle prime dieci posizioni il film più vicino ai nostri tempi è “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, anno di produzione 1968. Nell’economia dei 50 film selezionati invece quello più recente in assoluto che è entrato in classifica è Mulholland Drive di Lynch del 2001 che insieme a “The Mood for Love” di Wong Kar-Wai rappresentano le uniche due pellicole di questo secolo entrate in classifica. La fanno indiscutibilmente da padrone gli anni ’60 con ben 16 pellicole e gli anni ’50 con 11, un po’ più attardati gli anni ’70 con 7 pellicole.
La considerazione più importante che secondo me viene fuori da un esercizio del genere, nel momento dell’analisi, è quella che riguarda il nostro cinema, al fine di capire di quale e quanta considerazione gode all’estero. Ci sono ben sei pellicole italiane di cui una “8e1/2” di Federico Fellini che chiude la top 10. Lo stesso Fellini è presente anche al 39 posto con “La dolce vita”. Gli altri quattro registi presenti sono Antonioni, De Sica, Pontecorvo e Rossellini. Sostanzialmente tutti i maestri dell’epoca d’oro del nostro cinema sono nominati. La cosa ci fa ancora più onore se andiamo a vedere la classifica stilata dai registi:
1. Viaggio a Tokyo (Ozu, 1953)
2. 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968)
2. Quarto Potere (Welles, 1941)
4. 8 ½ (Fellini, 1963)
5. Taxi Driver (Scorsese, 1980)
6. Apocalypse Now (Coppola, 1979)
7. Il Padrino (Coppola, 1972)
7. La donna che visse due volte (Hitchcock, 1958)
9. Lo specchio (Tarkovsky, 1974)
10. Ladri di biciclette (De Sica, 1948)
Ben due film italiani nella top 10! Ancora Fellini con l’intramontabile 8 e 1/2 e De Sica con un altro marchio di fabbrica come “Ladri di biciclette”. Non molte differenze sostanzialmente tra le due classifiche, non troviamo infatti nessun film nuovo, in quest’ultima catalogazione, che non fa parte della top 50 vista prima, ma solo un cambio di posizione di alcuni film, con i tre lungometraggi simbolo degli anni ’70 che entrano prepotentemente tra i primi dieci come “Apocalypse now”, “Taxi driver” e “Il Padrino” più Tarkovsky con “Lo specchio”. “Viaggio a Tokyo”, “2001 Odissea nello spazio” e “Quarto potere” si confermano intoccabili!

LA CLASSIFICA DEI 100 FILM PIU’ BELLI DI TUTTI I TEMPI (TIME)
• 8½, regia di Federico Fellini (1963)
• Addio mia concubina (Ba wang bie ji), regia di Kaige Chen (1993)
• Aguirre, furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes), regia di Werner Herzog (1972)
• Alla ricerca di Nemo (Finding Nemo), regia di Andrew Stanton (2003)
• Amanti perduti (Les enfants du paradis), regia di Marcel Carné (1945)
• A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot), regia di Billy Wilder (1959)
• Baby Face, regia di Alfred E. Green (1933)
• Separato magnetico (Bande à part), regia di Jean-Luc Godard (1964)
• Barry Lyndon, regia di Stanley Kubrick (1975)
• Berlin Alexanderplatz, regia di Rainer Werner Fassbinder (1980)
• Blade Runner, regia di Ridley Scott (1982)
• Brazil, regia di Terry Gilliam (1985)
• Il buono, il brutto, il cattivo, regia di Sergio Leone (1966)
• Calma, signori miei! (Sherlock, Jr.), regia di Buster Keaton (1924)
• Cantando sotto la pioggia (Singin’ in the Rain), regia di Stanley Donen, Gene Kelly (1952)
• Casablanca, regia di Michael Curtiz (1942)
• Le catene della colpa (Out of the Past), regia di Jacques Tourneur (1947)
• C’era una volta il West, regia di Sergio Leone (1968)
• Chinatown, regia di Roman Polanski (1974)
• Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin), regia di Wim Wenders (1987)
• City of God (Cidade de Deus), regia di Fernando Meirelles (2002)
• Commando, regia di Mark Lester (1985)
• Crepuscolo di gloria (The Last Command), regia di Josef von Sternberg (1928)
• Crocevia della morte (Miller’s Crossing), regia di Joel ed Ethan Coen (1990)
• Decalogo (Dekalog), regia di Krzysztof Kieslowski (1989)
• Il delitto del signor Lange (Le Crime de Monsieur Lange), regia di Jean Renoir (1936)
• Detour, regia di Edgar G. Ulmer (1945)
• Il diritto d’uccidere (In a Lonely Place), regia di Nicholas Ray (1950)
• Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb), regia d Stanley Kubrick (1964)
• Effetto notte (La nuit américaine), regia di François Truffaut (1973)
• E.T. l’extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial), regia di Steven Spielberg (1982)
• Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie), regia di Luis Buñuel (1972)
• La fiamma del peccato (Double Indemnity), regia di Billy Wilder (1944)
• La folla (The Crowd), regia di King Vidor (1928)
• Follie d’inverno (Swing Time), regia di George Stevens (1936)
• Fronte del porto (On the Waterfront), regia di Elia Kazan (1954)
• La furia umana (White Heat), regia di Raoul Walsh (1949)
• Gangster Story (Bonnie and Clyde), regia di Arthur Penn (1967)
• Guerre stellari (Star Wars), regia di George Lucas (1977)
• Hong Kong Express (Chung hing sam lam), regia di Wong Kar-wai (1994)
• Incontriamoci a Saint Louis (Meet Me in St. Louis), regia di Vincente Minnelli (1944)
• Infedeltà (Dodsworth), regia di William Wyler (1936)
• L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers), regia di Don Siegel (1956)
• It’s a Gift, regia di Norman Z. McLeod (1934)
• Il lamento sul sentiero (Pather Panchali), Aparajito e Il mondo di Apu (Apur Sansar), regia di Satyajit Ray (1955, 1956, 1959)
• Drunken Master 2 (Jui kuen II), regia di Chia-Liang Liu (1994)
• King Kong, regia di Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack (1933)
• The Lady Eve, regia di Preston Sturges (1941)
• Lawrence d’Arabia (Lawrence of Arabia), regia di David Lean (1962)
• Léolo, regia di Jean-Claude Lauzon (1992)
• Luci della città (City Lights), regia di Charlie Chaplin (1931)
• Margherita Gauthier (Camille), regia di George Cukor (1936)
• Metropolis, regia di Fritz Lang (1927)
• Mio zio d’America (Mon oncle d’Amérique), regia di Alain Resnais (1980)
• La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein), regia di James Whale (1935)
• La mosca (The Fly), regia di David Cronenberg (1986)
• Mouchette, regia di Robert Bresson (1967)
• Nayakan, regia di Mani Ratnam (1987)
• Ninotchka, regia di Ernst Lubitsch (1939)
• Notorious, l’amante perduta (Notorious), regia di Alfred Hitchcock (1946)
• Olympia, regia di Leni Riefenstahl (1938)
• L’orribile verità (The Awful Truth), regia di Leo McCarey (1937)
• Il padrino (The Godfather) e Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II), regia di Francis Ford Coppola (1972, 1974)
• Parla con lei (Hable con ella), regia di Pedro Almodóvar (2002)
• Persona, regia di Ingmar Bergman (1966)
• Piombo rovente (Sweet Smell of Success), regia di Alexander Mackendrick (1957)
• Pinocchio, regia di Hamilton Luske, Ben Sharpsteen (1940)
• Psyco (Psycho), regia di Alfred Hitchcock (1960)
• Pulp Fiction, regia di Quentin Tarantino (1994)
• Pyaasa – Sete eterna (Pyaasa), regia di Guru Dutt (1957)
• Quarto potere (Citizen Kane), regia di Orson Welles (1941)
• I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups), regia di François Truffaut (1959)
• Quei bravi ragazzi (Goodfellas), regia di Martin Scorsese (1990)
• I racconti della luna pallida d’agosto (Ugetsu monogatari), regia di Kenji Mizoguchi (1953)
• La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo), regia di Woody Allen (1985)
• Sangue blu (Kind Hearts and Coronets), regia di Robert Hamer (1949)
• Schindler’s List, regia di Steven Spielberg (1993)
• Sciarada (Charade), regia di Stanley Donen (1963)
• Scrivimi fermo posta (The Shop Around the Corner), regia di Ernst Lubitsch (1940)
• Sentieri selvaggi (The Searchers), regia di John Ford (1956)
• La sfida del Samurai (Yojimbo), regia di Akira Kurosawa (1961)
• Lo sguardo di Ulisse (To vlemma tou Odyssea), regia di Theo Angelopoulos (1995)
• La signora del venerdì (His Girl Friday), regia di Howard Hawks (1940)
• Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello (The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring), Il Signore degli Anelli – Le Due Torri (The Lord of the Rings: The Two Towers) e Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re (The Lord of the Rings: The Return of the King), regia di Peter Jackson (2001, 2002, 2003)
• The Singing Detective, regia di Jon Amiel (1986)
• Sorrisi di una notte d’estate (Sommarnattens leende), regia di Ingmar Bergman (1955)
• Gli spietati (Unforgiven), regia di Clint Eastwood (1992)
• Sunrise, regia di Raymond Longford, F. Stuart Whyte (1926)
• Taxi Driver, regia di Martin Scorsese (1976)
• Toro scatenato (Raging Bull), regia di Martin Scorsese (1980)
• Touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante (A Touch of Zen), regia di King Hu (1971)
• Un tram che si chiama desiderio (A Streetcar Named Desire), regia di Elia Kazan (1951)
• Treni strettamente sorvegliati (Ostre sledované vlaky), regia di Jirí Menzel (1966)
• Tutti per uno (A Hard Day’s Night), regia di Richard Lester (1964)
• Umberto D., regia di Vittorio De Sica (1952)
• L’uomo con la macchina da presa (Chelovek s kino-apparatom), regia di Dziga Vertov (1929)
• Va’ e uccidi (The Manchurian Candidate), regia di John Frankenheimer (1962)
• Viaggio a Kandahar (Kandahar), regia di Mohsen Makhmalbaf (2001)
• Viaggio a Tokyo (Tokyo monogatari), regia di Yasujiro Ozu (1953)
• La vita è meravigliosa (It’s a Wonderful Life), regia di Frank Capra (1946)
• Vivere (Ikiru), regia di Akira Kurosawa (1952)
Una classifica indubbiamente di più ampio respiro che fa riferimento anche a prodotti molto più recenti della cinematografia mondiale. I film non sono in ordine di preferenza, ma seguono semplicemente un ordine alfabetico. Per quanto riguarda l’Italia i film presenti sono di meno, solo quattro, con Fellini (8 e 1/2), De Sica (Umberto D.), e Sergio Leone con “Il buono, il brutto e il cattivo” e “C’era una volta il west”. Esclusioni eccellenti quindi senza la presenza né di Antonioni, Rossellini e Pontecorvo. Il film più recente in assoluto è “Il ritorno del Re”(2003). Ampio predominio della filmografia americana con 56 titoli.
Per quanto riguarda i registi, quelli presi in maggior considerazione sono nove (Hitchcock, Kurosawa,Leone,Fellini,Kasdan,Kubrick,Wilder,Truffaut e Bergman), ma nessuno è presente con più di due titoli. Analizzando la classifica per annate sono sempre gli anni a cavallo del secolo scorso che la spuntano. Gli anni ’50 sono presenti con ben 18 titoli seguiti a ruota dagli anni ’40 e ’60 con 15. Diradate le presenze dagli anni 80 in poi; sono presenti, per quanto riguarda questo secolo, solo 6 titoli di cui tre facenti parte di una trilogia: “Il signore degli Anelli”.
Tre concetti principali dal confronto di queste due classifiche: uno, il criterio intimo e personale con cui vengono stilate queste classifiche. La soggettività è la regola. Il secondo che nonostante il filtro del gusto personale, ci sono dei capolavori immortali che mettono d’accordo tutti e li troveremo sempre in tutte le classifiche che verranno fatte in futuro. Il terzo concetto che emerge invece, mette in evidenza come il cinema a cavallo tra gli anni ’50 e ’70 risulti il cinema migliore che sia mai stato realizzato, più apprezzato e più ricordato. Da questo ultimo dato possiamo trarre un’ulteriore considerazione: oggi nonostante non siano diminuite le produzioni di film (anzi!) vi è sicuramente una qualità inferiore rispetto alla precedente, dovuta molto probabilmente ad una scarsezza di originalità e fantasia, ma anche a delle leggi di mercato che non permettono di puntare più su certi prodotti.
Personalmente mi sono cimentato spesso in questo genere di cose, ma non sono mai arrivato ad una conclusione, troppo difficile! Voglio provare però qui, perlomeno, a stilare una classifica di quelli che sono, a mio giudizio, i 10 film più belli di tutti i tempi (se la rifaccio fra un mese sarà sicuramente diversa!)

CLASSIFICA PERSONALE 10 FILM PIU’ BELLI DI TUTTI I TEMPI (non in ordine di preferenza)
• 2001 Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, USA, 1968)
• La fiamma del peccato (Billy Wilder, USA, 1944)
• La finestra sul cortile (Alfred Hitchcock, USA, 1955)
• Roma città aperta (Roberto Rossellini, ITA, 1945)
• Tutto su mia madre (Pedro Almodovar, SPA, 1999)
• Manhattan (Woody Allen, USA 1970)
• I 400 colpi (Francois Truffaut, FRA, 1959)
• Quarto potere (Orson Wells, USA, 1941)
• I 10 comandamenti (Cecile B. De Mille, USA, 1956)
• Magnolia (Paul Thomas Anderson, USA, 1999)

THE END

LE CONSEGUENZE MILITARI E POLITICHE DELLA BATTAGLIA DI PAVIA di Filippo Secciani

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ANTEFATTO.

La pace dei Lodi del 9 Aprile del 1454 permise di instaurare in Italia un periodo di assoluta serenità dopo il conflitto, durato quasi un cinquantennio, che vide fronteggiarsi da una parte Milano e dall’altra Venezia e fu responsabile della devastazione dell’Italia.

Nel corso di questo periodo di distensione tra le varie città stato italiane si assistette al fiorire della cultura rinascimentale.

Mentre in tutta Europa si affermarono gli Stati Nazione, l’anomalia italiana delle città stato continuava a porre l’Italia in una posizione di sudditanza nello scacchiere continentale. Se da un lato la pace di Lodi segnò una politica dell’equilibrio tra il Ducato di Milano, le repubbliche di Venezia e Firenze, lo stato della Chiesa e il regno di Napoli, che favorì un’intensa attività artistico-culturale, dal punto di vista militare questa frammentazione costituì un ridimensionamento delle aspirazioni militari italiane.

Inoltre in virtù delle ricchezze e della sua posizione strategica affacciata sul Mediterraneo e a contatto con le vie commerciali dell’Oriente, l’Italia attirò le attenzioni delle forze straniere fino al Risorgimento.

In questo contesto va inserito il conflitto che si scatenò tra gli iberici e i francesi per il controllo italiano. Già nel 1498 – come conclusione della guerra d’Italia combattuta tra i vari staterelli e iniziata quattro anni prima – il sovrano francese Carlo VIII riuscì ad attraversare la penisola giungendo fino a Napoli praticamente senza incontrare nessuna forma di opposizione (Guerra del Gesso), mentre il successore Luigi XII occupò il Ducato di Milano e scacciò gli Sforza;  fu solo grazie alla Lega Santa costituita per volere del papa Giulio II che fu sconfitto e perse tutti i suoi possedimenti, compreso Milano.

Francesco I di Valois, riconquistò il ducato nel 1515 e di fatto divise l’Italia in due sfere di influenza: a nord i francesi e a sud gli spagnoli (imperiali), con Venezia ancora forte ed indipendente ed uno stato della Chiesa obbligato a intensi giochi di equilibrio diplomatico.

Con l’incoronazione di Carlo V – sovrano di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero –  Milano andava ad occupare uno snodo fondamentale per i collegamenti tra i domini italiani e germanici dell’imperatore, per cui gli equilibri del 1515 furono nuovamente rimessi in gioco.

ARMI E TATTICA.

L’importanza della battaglia di Pavia va soprattutto riscontrata nell’innovazione che apportò all’ars bellandi, che mutò radicalmente il concetto di guerra. Non vi era la vecchia cavalleria pesante che caricava la fanteria nemica, ma i due schieramenti poterono contarono su equilibrio pressoché perfetto di effettivi che componevano la cavalleria, la fanteria e le prime forme di proto artiglieria, che decimaro le formazioni dei “picchieri”. Queste tipologie di formazioni militare erano costituite esclusivamente da contadini, comparendo nel corso del 1300 durante le guerre cantonali della Svizzera ed è nella confederazione che il picchiere si sviluppa: una perfetta macchina da guerra composta da 85 colonne e 70 righe che procedevano in formazione e caratterizzati da una assoluta spietatezza (era vietato soccorrere i feriti e catturare i prigionieri, pena la morte) le armi erano ovviamente la picca (che doveva arrestare la carica della cavalleria) e l’alabarda. Il tatticismo faceva della sua semplicità la sua efficacia. Un primo quadrato affrontava il nemico, a cui si aggiungeva un secondo che lo affrontava lateralmente ed infine il terzo che concludeva l’attacco.

Anche la cavalleria subì mutamenti nel corso di questi anni, l’insegnamento che derivò dalla guerra dei Cento Anni, quando gli arcieri inglesi longbowmen fecero strage della cavalleria francese pesante e lenta, fu la necessità di una cavalleria più agile e rapida che fosse in grado di sferrare attacchi rapidi e devastanti. In Francia si sviluppò secondo questo principio “la lancia”, una formazione militare composta da sei uomini: un cavaliere con armatura pesante, lo scudiero di sostegno, due tra arcieri o balestrieri, un valletto che poteva entrare in battaglia con mazza o arco ed infine il paggio.

Come detto nel corso della battaglia di Pavia si fece largo uso delle armi da fuoco. In primis dell’artiglierà che era evidentemente l’unico strumento in grado di far cadere il muro dei picchieri, ma soprattutto l’uso degli archibugi, che seppur ingombranti, pesanti da manovrare e lenti nella ricarica, incutevano un certo effetto nell’avversario, la forza distruttiva nella breve distanza e non ultimo il facile apprendimento nell’uso. Infine i primi prototipi di bombarde.

In generale dunque l’introduzione di armi da fuoco negli scontri campali mutò radicalmente le strategie di guerra per i secoli a venire, avviando al lento declino della fanteria ed in modo ancora più rapido le picche – già sotto Carlo V il quadrato era composto da un numero ridotto di picchieri, schierati al centro, con ai due lati fanti armati di archibugi.

LA BATTAGLIA.

Il sovrano Francesco cinse d’assedio la città di Pavia già nell’ottobre del 1524, ma a causa della resistenza degli archibugieri che inflissero serie perdite agli attaccanti e al fossato costruito in fretta e furia all’interno delle mura cittadine, il piano di conquista rapida della città rovinò rapidamente e Francesco I fu costretto ad assediare la città, la quale riuscendo a resistere per mesi, permise alle forze imperiali, rafforzate da milizie dei lanzichenecchi – i picchieri tedeschi – di giungere in soccorso della guarnigione di Pavia il 25 gennaio 1525.

Al momento della battaglia, 24 febbraio 1525, le forze in campo erano così composte: per la parte di Francesco I 9000 picchieri svizzeri e francesi, 9000 fanti e archibugieri francesi e italiani, 5000 mercenari tedeschi, 1200 lance di nobili, 2000 cavalli leggeri e infine 53 cannoni. Per la parte imperiale, sotto la guida di Francesco Ferdinando d’Avalos marchese di Pescara, le forze potevano contare su 800 cavalieri pesanti, 1500 cavalli leggeri, 20000 fanti tra lanzichenecchi, spagnoli e italiani e infine 17 cannoni.

Oltre alla superiorità numerica di Francesco I, il sovrano francese poté contare (anche se non lo sapeva) sulla data della scadenza del contratto che legava il marchese di Pescara ai mercenari; le due parti erano legate fino al 24 febbraio.

Mosso dall’incombenza del fattore tempo, il marchese si mosse alla volta del parco di Mirabello, sito ad uso caccia degli Sforza, che divideva i due accampamenti, lasciando 5000 uomini nelle retrovie.

Sebbene il sovrano francese fosse stato avvisato dalle truppe di ricognizione dell’avanzata delle truppe imperiali, considerò tali iniziative come un’azione diversiva ed attese alcune ore (forse decisive) prima di prendere un’iniziativa. Va ricordato che per attraversare il muro di cinta che assicurava il parco il marchese di Avalos fu costretto ad aprire delle brecce ed in caso di fuga precipitosa quelle strette brecce rischiavano di trasformarsi in trappole per gli effettivi dell’esercito imperiale.

Alle prime luci dell’alba le forze di Carlo V erano in formazione: sulla destra la cavalleria, gli archibugieri con lo stesso Pescara in posizione centrale ed i lanzichenecchi sulla sinistra sistemati in due quadrati.

L’artiglieria francese iniziò il cannoneggiamento delle truppe lanzichenecche del Pescara, le quali per sfuggire dovettero attraversare un ampio terreno scoperto che fece numerose vittime oltre che scompaginare le formazioni, a questa vista il re “attivò” la cavalleria che si lanciò alla carica dell’artiglieria spagnola, di cui ebbe la meglio, riuscendo perfino a catturare alcuni pezzi. Sopraffatta questa si diresse alla carica della cavalleria spagnola, attaccandola sul lato destro – nel frattempo l’artiglieria di Francesco I cessò il suo cannoneggiamento per non rischiare di colpire i cavalieri e il sovrano stesso, impegnato in prima linea. La carica della cavalleria francese diventa inarrestabile e gli spagnoli vengono rapidamente sopraffatti.

A questo punto prese il sopravvento l’arguzia strategica del marchese di Pescara, il quale fece sistemare tra i 1500 e i 2000 archibugieri baschi (rinomati per la loro precisione) in un boschetto in soccorso della cavalleria spagnola, aprendo il fuoco sul lato destro delle lance francesi e rifugiandosi dietro i cavalli di Carlo V per ricaricare e attaccare nuovamente.

In soccorso dei francesi non poté accorrere nessuno, né l’artiglieria costretta ad interrompere il fuoco per non colpire i commilitoni, né i picchieri svizzeri (i pochi rimasti erano occupati nella parte centrale dello schieramento, mentre il resto fuggì verso Milano), tantomeno i lanzichenecchi trucidati dagli archibugieri del Pescara che avevano mantenuto la loro posizione a difesa del centro dello schieramento. In questa situazione la mitica cavalleria francese (la gendarmerie) fu sterminata, persero la vita tutti i luogotenenti del sovrano, che fu fatto prigioniero.

Mentre il re veniva sconfitto e catturato al centro proseguiva il massacro delle fanterie, con l’uccisione dei lanzichenecchi francesi e i pochi svizzeri rimasti e la cattura o distruzione dei pezzi di artiglieria francesi.

A questo punto sta per entrare in battaglia anche la retroguardia francese, cioè il personale esercito del capitano di ventura Giovanni de’ Medici detto delle “Bande Nere”, che essendo rimasto ferito ad una gamba in una delle tante attività di guerriglia messe in essere dal marchese di Pescara per indebolire e fiaccare l’esercito francese superiore in numero, verrà trasportato a Piacenza. Ma alle loro spalle sopraggiunge la guarnigione imperiale rimasta a difesa di Pavia e dopo aver agevolmente sconfitto i mercenari italiani, inferse i colpi decisi agli uomini del Valois.

La battaglia si risolse in poco più di un paio di ore, sul campo francese caddero circa 6000 uomini, molti generali e soprattutto il re Francesco I fu catturato insieme a circa 5000 uomini; sul campo spagnolo i caduti furono circa 500.

CONSEGUENZE STORICHE

Il sovrano fu catturato e condotto prigioniero in Spagna ed in seguito liberato dietro riscatto e dopo la firma del trattato di Madrid (1526) con il quale Francesco I di Valois si impegnava alla rinuncia di ogni pretesa sul regno di Napoli, sul ducato di Milano ed infine la cessione della Borgogna alla Spagna.

Appena tornato in patria il sovrano ricusò il trattato ed insieme al papa Clemente VII creò la lega di Cognac, a cui si aggiunsero anche alcuni stati italiani, ma che fu in un completo fallimento e si risolse con il Sacco di Roma (6 maggio 1527) ad opera di quegli stessi lanzichenecchi del Frundsberg che combatterono a Pavia.

La pace di Cambrai del 1529 segnò il definitivo controllo imperiale-spagnolo sull’Italia, riconfermando gli accordi di Madrid (Milano e Napoli alla Spagna), ma in cambio Francesco I ottenne nuovamente il controllo della Borgogna e la riconsegna dei due suoi figli usati come ostaggio per assicurarsi il suo impegno nel rispettare il trattato del 1526. Si trattò comunque di una mezza vittoria di Carlo V, che aveva necessità di concludere velocemente il conflitto e gli accordi di pace a causa di tensioni interne e della minaccia turca a est.

Con questa pace l’Italia (ad eccezione di Venezia e a breve avrebbe preso anche il controllo di Firenze) era in mano a Carlo V che poté garantirsi un corridoio sicuro per collegare la Spagna alle Fiandre.

Si aliena momentaneamente la Francia dalla questione italiana e si ha il riconoscimento e l’incoronazione da parte di Clemente di Carlo V come re d’Italia e del Sacro Romano Impero.

Il progetto di un impero universale sembrava vicino alla realizzazione, ma gli eventi futuri ne decretarono il fallimento e la suddivisione del vasto territorio tra suo figlio e suo fratello.

Dalla battaglia di Pavia esce vincitrice la polvere da sparo. Le armi da fuoco ed in particolar modo quelle individuali divennero decisive nello scontro, causando la sconfitta della più forte cavalleria del tempo e la necessità di una riflessione nel modo di fare la guerra, andando verso un sistema incentrato sempre più sull’uso di artiglieria e archibugi e meno su cavalleria e picche.

F.J. HAYDN, SINFONIE NN. 6-8

Indiscutibilmente riconosciuto come il “padre della sinfonia” per il lavoro pionieristico svolto su questa forma compositiva, a essa Haydn impresse, più di ogni altro, un impulso che la portò all’apice dell’arte orchestrale. La sua produzione comprende più di cento sinfonie, una quantità incredibile se si considera che ciascuna di esse rappresenta un lavoro sostanzialmente originale e innovativo. Buona parte della sua produzione è pervasa da brillante arguzia e senso dell’umorismo, caratteristiche che lo rendono anche oggi molto amato.

Il suo primo trittico di sinfonie – rispettivamente Le matin, Le midi e Le soir – fu composto nel 1761, anno in cui cominciò a lavorare presso la corte degli Esterházy. Prendendo a modello Le quattro stagioni di Vivaldi, le sinfonie evocano momenti differenti del giorno e sono dominate da elementi solistici, pur non essendo concerti: Le matin inizia con un’alba gloriosa; Le midi è caratterizzato da un malinconico recitativo per violino solo; Le soir si conclude con una drammatica tempesta di tuoni, fulmini e pioggia torrenziale.

F.J. HAYDN, UN PONTE TRA BAROCCO E CLASSICISMO di Davide Cortonesi

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Attraverso la sua lunga esistenza, Franz Joseph Haydn (Rohrau, 1732 – Vienna, 1809) abbraccia pressoché tutte le trasformazioni musicali del proprio secolo: nasce mentre Bach sta lavorando alla Messa in si minore, muore quando Mozart è già scomparso da diciotto anni e Beethoven ha già scritto la Sesta Sinfonia; di ogni avvenimento compreso fra questi estremi, sul piano del linguaggio, del gusto, dell’organizzazione sociale della musica, è stato protagonista o testimone diretto.

Dai posteri è ricordato come il padre della musica strumentale, non tanto perché si possa attribuire a lui la creazione della sonata o della sinfonia, quanto piuttosto per esserne stato il massimo educatore, colui che riuscì a sintetizzare le conquiste del Settecento italiano e tedesco.

Va detto però che questo sommo strumentalista in realtà non fu virtuoso di nessuno strumento ed entrò nella musica dalla porta vocale, per la bellezza della sua voce infantile. Congedato dal coro per il cambio di voce, cioè messo su una strada a diciotto anni, conobbe anni di ristrettezze finanziarie e di duro lavoro. Nel 1761 la vita di Haydn si assesta per circa trent’anni, dopo essere entrato al servizio di una delle più illustri e ricche famiglie europee, gli Esterházy. Nel 1970, alla morte del principe Nicolaus, Haydn si stabilì con una pensione a Vienna, compiendo così un passo significativo, seppur simbolico, per la storia della musica: il passaggio dal mecenatismo al libero professionismo. Per alcuni anni fu accolto dalla società londinese con grandi onori, e di ritorno a Vienna conobbe Beethoven di cui fu maestro insoddisfatto per circa un anno. Trascorse gli ultimi anni della sua vita infermo, ma sollevato dalla venerazione affettuosa di tutta Vienna.

Il complesso della sua produzione presenta ancora, per caratteri e dimensione, molti aspetti dell’età barocca. Almeno fino al 1790 l’opera di Haydn può essere considerata come l’ultimo grande frutto del mecenatismo in campo musicale; la copiosità è degna delle generazioni precedenti: più di cento sinfonie, più di ottanta quartetti e altrettanti divertimenti, oltre venti opere teatrali; circa 175 lavori cameristici coinvolgono il baryton (sorta di viola da gamba ormai fuori moda) unicamente perché strumento praticato dal signore servito da Haydn. Un’impressione di altri tempi è data anche dal commercio con tutti i generi musicali, con ogni tipo di produzione strumentale e vocale profana e sacra.

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