LE CONSEGUENZE MILITARI E POLITICHE DELLA BATTAGLIA DI PAVIA di Filippo Secciani

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ANTEFATTO.

La pace dei Lodi del 9 Aprile del 1454 permise di instaurare in Italia un periodo di assoluta serenità dopo il conflitto, durato quasi un cinquantennio, che vide fronteggiarsi da una parte Milano e dall’altra Venezia e fu responsabile della devastazione dell’Italia.

Nel corso di questo periodo di distensione tra le varie città stato italiane si assistette al fiorire della cultura rinascimentale.

Mentre in tutta Europa si affermarono gli Stati Nazione, l’anomalia italiana delle città stato continuava a porre l’Italia in una posizione di sudditanza nello scacchiere continentale. Se da un lato la pace di Lodi segnò una politica dell’equilibrio tra il Ducato di Milano, le repubbliche di Venezia e Firenze, lo stato della Chiesa e il regno di Napoli, che favorì un’intensa attività artistico-culturale, dal punto di vista militare questa frammentazione costituì un ridimensionamento delle aspirazioni militari italiane.

Inoltre in virtù delle ricchezze e della sua posizione strategica affacciata sul Mediterraneo e a contatto con le vie commerciali dell’Oriente, l’Italia attirò le attenzioni delle forze straniere fino al Risorgimento.

In questo contesto va inserito il conflitto che si scatenò tra gli iberici e i francesi per il controllo italiano. Già nel 1498 – come conclusione della guerra d’Italia combattuta tra i vari staterelli e iniziata quattro anni prima – il sovrano francese Carlo VIII riuscì ad attraversare la penisola giungendo fino a Napoli praticamente senza incontrare nessuna forma di opposizione (Guerra del Gesso), mentre il successore Luigi XII occupò il Ducato di Milano e scacciò gli Sforza;  fu solo grazie alla Lega Santa costituita per volere del papa Giulio II che fu sconfitto e perse tutti i suoi possedimenti, compreso Milano.

Francesco I di Valois, riconquistò il ducato nel 1515 e di fatto divise l’Italia in due sfere di influenza: a nord i francesi e a sud gli spagnoli (imperiali), con Venezia ancora forte ed indipendente ed uno stato della Chiesa obbligato a intensi giochi di equilibrio diplomatico.

Con l’incoronazione di Carlo V – sovrano di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero –  Milano andava ad occupare uno snodo fondamentale per i collegamenti tra i domini italiani e germanici dell’imperatore, per cui gli equilibri del 1515 furono nuovamente rimessi in gioco.

ARMI E TATTICA.

L’importanza della battaglia di Pavia va soprattutto riscontrata nell’innovazione che apportò all’ars bellandi, che mutò radicalmente il concetto di guerra. Non vi era la vecchia cavalleria pesante che caricava la fanteria nemica, ma i due schieramenti poterono contarono su equilibrio pressoché perfetto di effettivi che componevano la cavalleria, la fanteria e le prime forme di proto artiglieria, che decimaro le formazioni dei “picchieri”. Queste tipologie di formazioni militare erano costituite esclusivamente da contadini, comparendo nel corso del 1300 durante le guerre cantonali della Svizzera ed è nella confederazione che il picchiere si sviluppa: una perfetta macchina da guerra composta da 85 colonne e 70 righe che procedevano in formazione e caratterizzati da una assoluta spietatezza (era vietato soccorrere i feriti e catturare i prigionieri, pena la morte) le armi erano ovviamente la picca (che doveva arrestare la carica della cavalleria) e l’alabarda. Il tatticismo faceva della sua semplicità la sua efficacia. Un primo quadrato affrontava il nemico, a cui si aggiungeva un secondo che lo affrontava lateralmente ed infine il terzo che concludeva l’attacco.

Anche la cavalleria subì mutamenti nel corso di questi anni, l’insegnamento che derivò dalla guerra dei Cento Anni, quando gli arcieri inglesi longbowmen fecero strage della cavalleria francese pesante e lenta, fu la necessità di una cavalleria più agile e rapida che fosse in grado di sferrare attacchi rapidi e devastanti. In Francia si sviluppò secondo questo principio “la lancia”, una formazione militare composta da sei uomini: un cavaliere con armatura pesante, lo scudiero di sostegno, due tra arcieri o balestrieri, un valletto che poteva entrare in battaglia con mazza o arco ed infine il paggio.

Come detto nel corso della battaglia di Pavia si fece largo uso delle armi da fuoco. In primis dell’artiglierà che era evidentemente l’unico strumento in grado di far cadere il muro dei picchieri, ma soprattutto l’uso degli archibugi, che seppur ingombranti, pesanti da manovrare e lenti nella ricarica, incutevano un certo effetto nell’avversario, la forza distruttiva nella breve distanza e non ultimo il facile apprendimento nell’uso. Infine i primi prototipi di bombarde.

In generale dunque l’introduzione di armi da fuoco negli scontri campali mutò radicalmente le strategie di guerra per i secoli a venire, avviando al lento declino della fanteria ed in modo ancora più rapido le picche – già sotto Carlo V il quadrato era composto da un numero ridotto di picchieri, schierati al centro, con ai due lati fanti armati di archibugi.

LA BATTAGLIA.

Il sovrano Francesco cinse d’assedio la città di Pavia già nell’ottobre del 1524, ma a causa della resistenza degli archibugieri che inflissero serie perdite agli attaccanti e al fossato costruito in fretta e furia all’interno delle mura cittadine, il piano di conquista rapida della città rovinò rapidamente e Francesco I fu costretto ad assediare la città, la quale riuscendo a resistere per mesi, permise alle forze imperiali, rafforzate da milizie dei lanzichenecchi – i picchieri tedeschi – di giungere in soccorso della guarnigione di Pavia il 25 gennaio 1525.

Al momento della battaglia, 24 febbraio 1525, le forze in campo erano così composte: per la parte di Francesco I 9000 picchieri svizzeri e francesi, 9000 fanti e archibugieri francesi e italiani, 5000 mercenari tedeschi, 1200 lance di nobili, 2000 cavalli leggeri e infine 53 cannoni. Per la parte imperiale, sotto la guida di Francesco Ferdinando d’Avalos marchese di Pescara, le forze potevano contare su 800 cavalieri pesanti, 1500 cavalli leggeri, 20000 fanti tra lanzichenecchi, spagnoli e italiani e infine 17 cannoni.

Oltre alla superiorità numerica di Francesco I, il sovrano francese poté contare (anche se non lo sapeva) sulla data della scadenza del contratto che legava il marchese di Pescara ai mercenari; le due parti erano legate fino al 24 febbraio.

Mosso dall’incombenza del fattore tempo, il marchese si mosse alla volta del parco di Mirabello, sito ad uso caccia degli Sforza, che divideva i due accampamenti, lasciando 5000 uomini nelle retrovie.

Sebbene il sovrano francese fosse stato avvisato dalle truppe di ricognizione dell’avanzata delle truppe imperiali, considerò tali iniziative come un’azione diversiva ed attese alcune ore (forse decisive) prima di prendere un’iniziativa. Va ricordato che per attraversare il muro di cinta che assicurava il parco il marchese di Avalos fu costretto ad aprire delle brecce ed in caso di fuga precipitosa quelle strette brecce rischiavano di trasformarsi in trappole per gli effettivi dell’esercito imperiale.

Alle prime luci dell’alba le forze di Carlo V erano in formazione: sulla destra la cavalleria, gli archibugieri con lo stesso Pescara in posizione centrale ed i lanzichenecchi sulla sinistra sistemati in due quadrati.

L’artiglieria francese iniziò il cannoneggiamento delle truppe lanzichenecche del Pescara, le quali per sfuggire dovettero attraversare un ampio terreno scoperto che fece numerose vittime oltre che scompaginare le formazioni, a questa vista il re “attivò” la cavalleria che si lanciò alla carica dell’artiglieria spagnola, di cui ebbe la meglio, riuscendo perfino a catturare alcuni pezzi. Sopraffatta questa si diresse alla carica della cavalleria spagnola, attaccandola sul lato destro – nel frattempo l’artiglieria di Francesco I cessò il suo cannoneggiamento per non rischiare di colpire i cavalieri e il sovrano stesso, impegnato in prima linea. La carica della cavalleria francese diventa inarrestabile e gli spagnoli vengono rapidamente sopraffatti.

A questo punto prese il sopravvento l’arguzia strategica del marchese di Pescara, il quale fece sistemare tra i 1500 e i 2000 archibugieri baschi (rinomati per la loro precisione) in un boschetto in soccorso della cavalleria spagnola, aprendo il fuoco sul lato destro delle lance francesi e rifugiandosi dietro i cavalli di Carlo V per ricaricare e attaccare nuovamente.

In soccorso dei francesi non poté accorrere nessuno, né l’artiglieria costretta ad interrompere il fuoco per non colpire i commilitoni, né i picchieri svizzeri (i pochi rimasti erano occupati nella parte centrale dello schieramento, mentre il resto fuggì verso Milano), tantomeno i lanzichenecchi trucidati dagli archibugieri del Pescara che avevano mantenuto la loro posizione a difesa del centro dello schieramento. In questa situazione la mitica cavalleria francese (la gendarmerie) fu sterminata, persero la vita tutti i luogotenenti del sovrano, che fu fatto prigioniero.

Mentre il re veniva sconfitto e catturato al centro proseguiva il massacro delle fanterie, con l’uccisione dei lanzichenecchi francesi e i pochi svizzeri rimasti e la cattura o distruzione dei pezzi di artiglieria francesi.

A questo punto sta per entrare in battaglia anche la retroguardia francese, cioè il personale esercito del capitano di ventura Giovanni de’ Medici detto delle “Bande Nere”, che essendo rimasto ferito ad una gamba in una delle tante attività di guerriglia messe in essere dal marchese di Pescara per indebolire e fiaccare l’esercito francese superiore in numero, verrà trasportato a Piacenza. Ma alle loro spalle sopraggiunge la guarnigione imperiale rimasta a difesa di Pavia e dopo aver agevolmente sconfitto i mercenari italiani, inferse i colpi decisi agli uomini del Valois.

La battaglia si risolse in poco più di un paio di ore, sul campo francese caddero circa 6000 uomini, molti generali e soprattutto il re Francesco I fu catturato insieme a circa 5000 uomini; sul campo spagnolo i caduti furono circa 500.

CONSEGUENZE STORICHE

Il sovrano fu catturato e condotto prigioniero in Spagna ed in seguito liberato dietro riscatto e dopo la firma del trattato di Madrid (1526) con il quale Francesco I di Valois si impegnava alla rinuncia di ogni pretesa sul regno di Napoli, sul ducato di Milano ed infine la cessione della Borgogna alla Spagna.

Appena tornato in patria il sovrano ricusò il trattato ed insieme al papa Clemente VII creò la lega di Cognac, a cui si aggiunsero anche alcuni stati italiani, ma che fu in un completo fallimento e si risolse con il Sacco di Roma (6 maggio 1527) ad opera di quegli stessi lanzichenecchi del Frundsberg che combatterono a Pavia.

La pace di Cambrai del 1529 segnò il definitivo controllo imperiale-spagnolo sull’Italia, riconfermando gli accordi di Madrid (Milano e Napoli alla Spagna), ma in cambio Francesco I ottenne nuovamente il controllo della Borgogna e la riconsegna dei due suoi figli usati come ostaggio per assicurarsi il suo impegno nel rispettare il trattato del 1526. Si trattò comunque di una mezza vittoria di Carlo V, che aveva necessità di concludere velocemente il conflitto e gli accordi di pace a causa di tensioni interne e della minaccia turca a est.

Con questa pace l’Italia (ad eccezione di Venezia e a breve avrebbe preso anche il controllo di Firenze) era in mano a Carlo V che poté garantirsi un corridoio sicuro per collegare la Spagna alle Fiandre.

Si aliena momentaneamente la Francia dalla questione italiana e si ha il riconoscimento e l’incoronazione da parte di Clemente di Carlo V come re d’Italia e del Sacro Romano Impero.

Il progetto di un impero universale sembrava vicino alla realizzazione, ma gli eventi futuri ne decretarono il fallimento e la suddivisione del vasto territorio tra suo figlio e suo fratello.

Dalla battaglia di Pavia esce vincitrice la polvere da sparo. Le armi da fuoco ed in particolar modo quelle individuali divennero decisive nello scontro, causando la sconfitta della più forte cavalleria del tempo e la necessità di una riflessione nel modo di fare la guerra, andando verso un sistema incentrato sempre più sull’uso di artiglieria e archibugi e meno su cavalleria e picche.

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