LE FALKLAND CON IL REFERENDUM SCELGONO LA GRAN BRETAGNA – di Filippo Secciani

Alla fine è stata la gente a decidere quello che era già scritto. Dopo le tensioni tra Argentina e Gran Bretagna dello scorso anno, il premier inglese Cameron garantì il suo elettorato che sarebbero stati i kelpers (come vengono chiamati gli isolani) a scegliersi la bandiera di appartenenza.
E così è stato: con il 99.8% dei voti a favore (su circa 3000 abitanti dell’arcipelago e 1700 aventi diritto di voto) i “coloni” hanno deciso di rimanere fedeli alla corona, come territorio britannico oltremare. Il risultato del voto era scontato ancor prima di andare alle urne: la quasi totalità degli abitanti è di origine inglese.
La presidente argentina Cristina Kirchner si è immediatamente dichiarata ostile al referendum popolare sostenendo la sua illegalità.
La diatriba tra Gran Bretagna e Argentina va ricordato, portò anche allo scoppio di un conflitto tra i due paesi nel 1982 che si risolse in una disfatta per il governo sudamericano; per cui le parole del primo ministro Cameron di fronte alle rinnovate aspirazioni di possesso da parte di Buenos Aires alla vigilia del voto, assumono una certa importanza “[il referendum] dimostrerà a tutto il mondo, una volta per tutte, da quale parte stia la ragione”.
Da parte argentina si ricusa il voto perché non coperto dalla tutela dell’Onu e soprattutto perché è un nonsense che la Gran Gran Bretagna faccia ricorso al concetto di autodeterminazione dei popoli “per perpetuare un ordine coloniale”. L’Organizzazione delle Nazioni Unite da par suo anni fa dichiarò le Falkland/Malvinas “territorio conteso”, incaricando un comitato per la decolonizzazione che sta lavorando (insieme ad altri casi) alla risoluzione della controversia.

falkland_islands
La storia delle isole nasce nel 1816 anno in cui l’Argentina ottenne l’indipendenza dalla Spagna e quattro anni dopo le occupò dichiarando la loro proprietà ed installandovi un distaccamento militare. Come primo atto di rivendicazione delle isole impedì alle navi americane di proseguire la caccia alle balene, a cui gli americani risposero scacciando gli argentini e lasciando l’isola disabitata per anni fino a favorire l’insediamento inglese nel 1833 per garantire l’incremento del traffico delle loro navi.
Passando per il conflitto del 1982 arriviamo alle dispute dei giorni nostri, che oltre ad avere motivazioni nazionalistiche, molto hanno anche a vedere con la situazione politica ed economica interna ai due paesi. L’Argentina è vicina ad un nuovo default, le politiche di intervento nell’economia da parte dello stato non hanno portato ai successi sperati, l’inflazione (pari al 25%) è destinata ad aumentare in futuro, per cui la popolarità della Casa Rosada non è mai stata così bassa. Anche la Gran Bretagna è in grosse difficoltà, la sua produzione industriale è calata del 2,9% rispetto all’anno scorso, con la sterlina in caduta libera rispetto al dollaro e la disoccupazione in aumento.
Un ruolo molto importante nel confronto anglo-argentino è da attribuire alle riserve off-shore di gas e petrolio rinvenute qualche anno fa e le cui proiezioni per il futuro sembrano essere molto più ottimiste del previsto, si parla di poco più di otto miliardi di barili.
Per l’Argentina il controllo di queste risorse di idrocarburi sarebbe fondamentale in quanto, per la prima volta dal 1987, la bilancia commerciale energetica è in negativo di tre miliardi di dollari. Le riserve potrebbero renderla in primo indipendente dall’importazione di petrolio e secondariamente assurgerla ad un ruolo di primo piano tra i paesi produttori della materia prima. Inoltre notevoli introiti (circa 200 milioni di dollari di ricavo per le isole) si ottengono dalla licenze di pesca. Dunque appare chiaro come il controllo di questi due scogli sia molto importante per Argentina e Gran Bretagna e sebbene un nuovo conflitto armato sia molto improbabile, non sono da escludere tensioni economiche e diplomatiche.

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