I MILLE COLORI DI UNA GRIGIA GIORNATA ROMANA – di Fausto Jannaccone

conclave 029Scendendo alla fermata Ottaviano della linea arancione siamo usciti dalla metro, ed una volta in strada siamo stati accolti da una pioggia che speravamo di aver lasciato quando ci siamo immersi nel sottosuolo alla stazione Tiburtina, ma che come avevano purtroppo correttamente previsto i vari siti metereologici, non ci avrebbe lasciato per tutto il giorno.
Una giornata molto grigia, il sole non sarebbe mai stato nostro compagno per tutto il giorno, e grigio scuro, o meglio “Nera” sarebbe stata la fumata delle 12, che anticipata alle 11.40 non avremmo fatto in tempo a vedere.
Attraversati i mille sfavillanti colori che ti chiamano come moderne sirene dalle vetrine delle boutique di marca passiamo poi Piazza del Risorgimento, ed una volta in via di Porta Angelica iniziamo a respirare a pieno il misticismo del luogo dove ci stiamo recando; a farla da padroni sono i toni cupi dei tanti ombrellini ed ombrelloni che frenetici percorrono la via in entrambe i sensi, ed al lato sinistro il santo luccichio del business della fede: Madonne a grandezza naturale ricoperte d’oro, Crocifissi semoventi, migliaia di Giovanni Paoli Secondi, francobolli, tazzine, rosari, calendari, grembiuli, spade laser.
conclave 037Attraversiamo tra spinte e spallate il colonnato berniniano e finalmente siamo dentro all’abbraccio marmoreo voluto da Papa Alessandro VII Chigi; non vera e propria folla (non sapevamo ancora che fosse già avvenuta la fumata mattutina) ma tanta tanta gente, bandiere e bandierine, cartelli, ombrelli e poi tantissime telecamere e microfoni, molte assiepate intorno all’obelisco, altre allo stato brado a giro per la piazza, a caccia di impressioni e pareri, da frati, suorine, fedeli e curiosi. Sotto alla scalinata della basilica c’è l’area stampa riservata ai fotografi della agenzie, e, dall’altro lato della palizzata che la cinge, alcuni fedeli a custodire gelosi il posto ormai conquistatisi per l’intera kermesse.
I microfoni e le telecamere, guardando bene, portano tutti folkloristici marchi e nomi che ci vuol poco a capire tutti o quasi provenienti dal sudamerica… E sudamericani, più precisamente brasiliani, sono i cori e le bandiere di un gruppo di ragazzi che festeggiano e ballano lì accanto, ripresi da varie tv: ci sperano, il loro cardinale è forte, potrebbe essere la loro occasione!
conclave 061Ma la stampa importante, quella con la S maiuscola, con le inviate in tailleur scuro e le telecamerone? Dove sono? Ci giriamo ed in fondo alla piazza, là dove si congiunge con la fascista Via della Conciliazione, un mostruoso palco innalzato per l’occasione per i media troneggia ciclopico e ci scruta con i suoi mille elettronici occhi; e poi altre numerosi postazioni sorgono in alto al di là di Via Paolo VI. Eccoli. E in formazione più che completa, quella delle grandi occasioni.
Una volta appreso che la fumata c’era già stata, persistendo se pur leggera la pioggia, ci dirigiamo in centro, per andare a goderci i colori, questi più luminosi, caldi e bellissimi di Tiziano, alle scuderie del Quirinale, in attesa di riportarci poi qui per le 17.30, che potrebbe esserci la fumata straordinaria anticipata, in caso di esito positivo della prima votazione pomeridiana; e quella, almeno, non possiamo perdercela.
Roma vivacchia tranquilla, non sembra nemmeno stia avvenendo alcunché all’interno dei confini presidiati dalle guardie svizzere… questo è segno che i tempi stanno cambiando, davvero. Se Roma non è più solamente dei romani, beh, sicuramente la Chiesa non è più di Roma, credetemi, nè tanto meno italiana…
Quando le campane suonano le cinque abbiamo già nuovamente passato Castel Sant’Angelo, una selva di antenne e parabole dispiegata per l’intera zona, e conclave 082stiamo concedendoci una piccola pausa dalla pioggia nel porticato che introduce alla piazza, insieme a tante altre persone, molti prelati, nessuno italiano, ed ancora telecamere su telecamere. Divertente uno dei tanti negozi di souvenir-libreria-tempio dove all’ingresso è esposto una semispecie di album delle figurine sulla falsa riga di quelle dei calciatori, titolato “I Papabili”.
Riprendiamo il cammino poco dopo perchè questa volta ci toccherà la trafila dei controlli e metal detectors a filtraggio dell’accesso alla piazza pontificia. Per la verità abbastanza agevole e comoda l’ispezione, a dispetto delle nostre paure. La sensazione che sempre più si impossessa di noi, a sentir la gente attorno a noi parlare, è quella di esser davvero in terra straniera come le cartine geografiche geopolitiche disegnano, e come in realtà non si pensa generalmente: la partita si gioca in campo neutro, certamente non in Italia… italiani sono solamente le forze dell’ordine, la stampa, e pochi fedeli guidati da un “prete-giovane”, quelle figure da par mio di dubbio gusto: abito talare, orecchino e capelli ritti pettinati con il gel. Ma d’altronde il mondo è bello perchè è vario, e la parola d’ordine di questi giorni, ovunque, è “rinnovamento” quindi benvenuto prete-giovane, il futuro è tuo.
Quando rientriamo nuovamente nella piazza vera e propria la prima figura che ci colpisce è un pellegrino, vestito proprio come i frati del “Nome della Rosa” solo di un sacco di iuta, inginocchiato, in preghiera silenziosa, ed indifferente ai flash che lo fanno lampeggiare come un’insegna pubblicitaria. Diamo il nostro contributo luminoso e passiamo oltre: la piazza si sta rapidamente animando; oltrepassiamo il camper delle poste vaticane che vende a soli 10 € il francobollo per contribuire al restauro del colonnato, e torniamo nella zona dove eravamo andati la mattina, quella che ci dicono essere antistante il conclave 096“braccio di Carlo Magno”, e ci ritagliamo la nostra fetta di pioggia.
Accanto a noi una coppia dai tratti sudamericani, anche loro, organizzati con un bazar di viveri, dietro due americani o comunque anglofoni, e davanti a noi, in posizione per noi strategica per la loro relativa statura che ci permette un’ottima visuale, tre suorine di un gruppo di cinque, tutte e tre identiche: la provenienza è chiaramente compresa in una longitudine tra l’India e le Filippine come, ad eccezione di tre suore italiane incontrate la mattina, sono praticamente tutte le religiose in cui ci siamo imbattuti e che affollano a sciami il santo perimetro; altezza standard 1.52, piedi numero 34 in piccole sobrie scarpette nere, calze color carne, abito blu, golfino blu scuro, giacca nera e ombrello nero. In serie.
Gli spazi iniziano a ridursi, arrivano le 17.25 e un po’ si avverte salire la tensione: sarà difficile che ci sia questa prima fumata, che sarebbe bianca e quindi risolutiva, subito così al primo effettivo giorno di conclave. Nel mentre si aggirano per la piazza dei soggetti peculiari dell’evento a cui stiamo partecipando: gli esperti concalvisti. Maschio, età pensionabile o molto più probabilmente già pensionata, occhiali e mani dietro la schiena. Figura tra di essi l’esperto degli orari, il biografo, e l’analista geopolitico della provenienza del nuovo Pontefice. In alternativa alle mani dietro può avere il telefono all’orecchio, con dall’altra parte della cornetta o un informatore certo o una persona da smentire inquanto egli è sul posto in prima persona indi depositario della verità unica.
Altra gente arriva, anche una madre con figlio, italiani, e altri tre nostri compatrioti: bambina e due signore, una evidentemente esperta conclavista al sacco.
Naturalmente come ogni altro luogo del mondo ci sono i giapponesi camera muniti, ma a questo giro non sa di niente: praticamente tutti in Piazza San Pietro hanno la macchina fotografica.
I minuti passano e la prima sentenza è nota: esito negativo della prima votazione pomeridiana. Ma questi cardinali sono dei burloni e non si sa mai che possano fare: la mattina hanno “fumato” solo una volta ma con buoni 20 minuti di anticipo, vuoi sapere cosa possano inventare a questo giro; quindi nessuna distrazione e nasi all’insù.
Cresce la folla, la piazza è sempre più piena, ormai saranno decine di migliaia gli ombrelli che impediscono alla pioggia insistente di bagnare la pietra che pavimenta la piazza.
E sempre più numerosi i paesi rappresentati: ci sono i russi, c’è gente dell’est balcanico, sempre di più i sudamericani, e così i vari prelati, tanti quelli anglofoni, poi alcuni asiatici ed altri ancora spagnoleggianti, però forse messicani.
Abbiamo il pullman che ci deve riportare a Siena alle 20.45 da Tiburtina di conseguenza alle ore 20 massimo dobbiamo essere fuori della Piazza: quindi secondo calcoli che si riveleranno sbagliati come tutti gli altri tentati nella lunga giornata vaticana decidiamo di spostarci un po’ in direzione di Porta Angelica, non facendo altro in realtà che addentrarci ancora di più in quel mare umano.
Fatti pochi metri ci fermiamo davanti ad un gruppo di giovani simpatiche suorine, queste a sorpresa molto probabilmente nord est europee, ma la Polonia ultimamente va forte in questo campo. Attorno a noi tanti americani, una televisione paraguaiana, un’esile biondina con una improbabile gigantesca telecamera molto più simile ad un bazooka, ed un gruppo di ragazzi francesi: sono tutti molto contenti, cantano, sorridono, scherzano, improvvisano frasi in neoitaliano; e tutti insieme aspettiamo. Non so se crediate voi, se la questione che stiamo trattando vi abbia riguardato direttamente, però onestamente non posso negarlo: l’atmosfera che ci circonda è bella, è di festa, è l’attesa di un regalo collettivo, è la vigilia di una festa ancora più grande, e viva, vibrante ed avvolgente. Ai cori dai ritmi filologicamente liturgici sentiamo avvicendarsi un tifo molto più consono ad uno stadio; sventolano nel cielo numerosissime bandiere, alcune semplicemente giallobianche, ma tante altre del Brasile, degli Stati Uniti, Romania, Repubblica Ceca, Francia, Spagna, Argentina.
Oramai è buio, inizia a calare un po’ di freddo e non cessa la pioggia: abbiamo raggiunto le fatidiche 19, anche se visto l’orario del primo giorno chissà quanto altro dovremo aspettare.
conclave 104Poi, ad un certo punto, dal nulla, le classiche prime urla isteriche: alzo gli occhi e non posso che dirmi da solo, ad alta voce nell’esplodente boato, “Ma è bianca!”, anch’io incredulo.
E’ il tripudio, il gol, la meta, l’estasi, è l’orgasmo di fede della piazza. Il caminetto della stufa sta buttando fuori un’enorme, continua, lunga nuvola incontestabilmente del colore che contraddistinguerà poi gli abiti di colui il quale, quelle schede che adesso fumano, hanno eletto erede di Pietro. Al cielo si alzano grida e canti, nonché migliaia di luminose macchine fotografiche e telecamerine, che scatenano una tempesta di flash e creano una costellazione di lucine per tutta la gremita, affollata, stracolma piazza. Si salta, ci si abbraccia, si fanno girotondi, si piange. Gli occhi di tutti brillano, inumiditi o meno: occhi di chi avrà nuovamente un punto di riferimento, come il seminarista statunitense o la suora indiana, e di chi solamente si sta rendendo conto che assiste bene o male, volente o nolente, ad un pezzo di storia in atto, dal vivo davanti ai suoi occhi. Poi tutto ad un tratto intorno a noi la gente inizia a correre, tutti che cercano di spingersi più possibile vicino a quel balcone che tra poco si animerà, occhio del ciclone, Caput Mundi. Per circa un minuto o due veniamo travolti da questa folle, incontrollata massa festante. E dall’alto tutti guarda il caminetto che non accenna a smettere.
Comincia quindi la finale, ultima attesa: sfilano le forze armate pontificie, le bande musicali, tutto il carosello cerimoniale procede. Il balcone viene conclave 115adornato dei simboli e rivestimenti d’occasione. Verso le nuvole che adesso hanno quasi miracolosamente cessato di precipitar giù acqua si sollevano migliaia di tablet, macchinette e camerine, innalzate quasi come recipienti nel tentativo di riuscire a raccogliere, catturare e far proprio, da mostrare ed esibire a chi non è lì, o a chi deve ancora nascere, quanto più possibile di quella nuova pioggia ora mistica, emotiva e metafisica, che può produrre un evento simile.
conclave 190Si affaccia finalmente il cardinale protodiacono Jean-Louis Pierre Tauran comunicando al mondo la sentenza della Sistina: spiazzando tutti, disattendendo ogni previsione, deludendo qualche speranza e nella sorpresa generale, il cardinale prescelto è l’argentino Jorge Mario Bergoglio, ed il nome con cui ha deciso di chiamarsi è quello nuovo di Francesco, in onore di San Francesco Borgia, Vicerè di Catalogna che entrò poi nella Compagnia di Gesù e  divenne uno dei primi stretti collaboratori di Ignazio di Loyola che dell’ordine gesuitico fu fondatore.
Dopo l’ormai celebre “buonasera” con cui esordisce e che lo porta direttamente, prepotentemente in mezzo alla gente, una cosa dice Papa Francesco: si appella come Vescovo di Roma e così chiama anche il predecessore dimissionario. Ma se una cosa più delle altre ci ha impressionato nel percorrere quella piazza nell’arco della giornata è quanto, come già detto, non sia più una questione italiana. Europea sì, i cori francesi ed i “Francesco Primero te quiere el mundo entero” risuonavano chiari e forti, gli inglesi erano tanti e ancor di più le persone dell’est europeo. E poi quanti americani, in conclave 260particolar modo meridionali. Ma tantissimi erano anche i forse più recenti cattolici del sud est asiatico, sia laici che religiosi e soprattutto religiose. I mille colori di una grigia giornata romana.
“URBI ET MAXIME ORBI”!
conclave 256
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