INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: dal 1881 al 1948 – di Filippo Secciani

Il territorio che conosciamo come Israele ed Autorità Palestinese è un’area politica abbastanza recente, giacché la sua storia si sviluppa dalla fine del 1800 quando i confini dell’impero ottomano si andavano sgretolando.
Per quanto riguarda le aspirazioni nazionaliste della popolazione araba è possibile individuare la data del 1908 come punto d’inizio, quando salì al potere della Sublime Porta il partito dei Giovani Turchi, i quali trasformarono l’impero ottomano in una entità prevalentemente turca, allontanando le élite politiche arabe dai centri del potere. Per cui a partire da questa data i sentimenti arabi vanno inseriti in un contento di ricerca di maggiore autonomia e libertà, insieme ad un spirito revanchista dei bei tempi andati quando la dominazione turca era solo un miraggio.
Dal punto di vista ebraico in questo periodo iniziava a prendere vita nelle menti degli ebrei sparsi in ogni dove in seguito alla diaspora, di una patria a cui fare ritorno.
Nel periodo di fine ottocento la maggior parte degli ebrei viveva nell’impero russo. Dopo l’assassinio dello zar Alessandro II avvenuta nel 1881, gli ebrei furono accusati in qualche modo dell’omicidio ed iniziarono le prime forme di persecuzione (pogrom) ed in seguito a queste discriminazioni – come ad esempio le leggi di maggio del 1882 – iniziò il grande esodo verso gli Stati Uniti, mentre una parte fece ritorno nella terra degli antenati, creando il movimento Amore per Zion e le prime colonie in Palestina.
La nascita dello spirito sionista va ricercata a Vienna dove il giornalista Theodor Herzl lavorava e a Parigi quando lo stesso Herzl fu inviato per occuparsi del cosiddetto affaire Dreyfus nel 1894. Dreyfus era un ufficiale ebreo dell’esercito francese accusato di aver venduto segreti militari alla Germania. Come emergerà in seguito le accuse si rivelarono false, ma Herzl rimase profondamente sconcertato dalle forme di antisemitismo divampate in città nel corso del processo, tant’è che iniziò a pensare ad un futuro diverso per il popolo ebraico. Raccogliendo i suoi pensieri in un libro dal titolo Lo stato degli ebrei (1896).
Il pensiero di Herzl era chiaro: a causa dell’ostruzionismo della società civile nell’inserimento degli ebrei in Europa, essi avrebbero dovuto costituirsi in un proprio stato. A ciò fece seguito nel 1897 il primo congresso sionista, tenutosi a Basilea e presieduto dallo stesso Herzl (che morirà nel 1904) che proclamò la creazione di un “focolare” in Palestina per gli ebrei, ne seguirono i primi tentativi di insediamento nella regione.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale e l’ingresso nel conflitto dell’impero ottomano al fianco di Austria e Germania, gli inglesi iniziarono ad organizzare una resistenza ed in seguito una rivolta del popolo arabo contro i turchi.
Contemporaneamente lo sceriffo della Mecca Hussein della famiglia degli Hascemiti e il Commissario britannico per la Palestina Mc Mahon si accordarono per concedere in futuro territori al popolo arabo in cambio di un loro contributo nella lotta all’impero ottomano.
Qualche anno più tardi l’impero britannico considerò anche il movimento sionista come un possibile alleato per la guerra. Il neo primo ministro David Lloyd George e soprattutto il suo ministro degli esteri Balfour, schiacciati dalla minaccia di una sconfitta contro le forze dell’Alleanza, considerarono seriamente di coinvolgere i sionisti nel conflitto. Compito degli ebrei sarebbe dovuto consistere in un’opera di lobbying volta a fare pressioni sulle forze politiche e sociali in Russia dove era appena scoppiata la Rivoluzione d’Ottobre e negli Stati Uniti per un suo intervento diretto nel conflitto; tuttavia come ben presto capirono i politici inglesi si trattava di mere teorie, poiché in entrambi i casi gli ebrei erano troppo poveri e poco influenti per avere un appeal sulle forze politiche locali ed esercitare un’influenza.
Data la situazione drammatica in cui versavano le forze dell’Intesa, Lloyd George e Balfour erano disposti ad aggrapparsi a qualsiasi miraggio di speranza. Ne nacque la dichiarazione di Balfour del 2 novembre 1917, attraverso la quale “il Governo di Sua Maestà considera con favore lo stabilimento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.
Alla fine della guerra le promesse si rivelarono incompatibili con i nuovi interessi politici inglesi, infatti la sconfitta dell’impero ottomano consegnò alla Gran Bretagna il controllo dell’intero territorio palestinese sotto forma di mandato (assegnatole dalla neonata Società delle Nazioni), che aveva sottoscritto degli accordi sia con gli arabi sia con il movimento sionista inglese che si rivelarono incompatibili tra loro. Ne seguirono dei disordini scoppiati nel biennio 1920-1921 da parte delle popolazioni arabe nei confronti dell’esercito inglese e contro gli ebrei insediatisi nei territori – tra l’altro si trattava di numeri non eccessivamente numerosi.
In questo contesto da una parte si consolidò la figura di Weizmann a capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale dal 1920 fino al 1931, eminenza grigia delle aspirazioni nazionali ebraiche e dall’altra emerse la figura di David Ben Gurion, emigrante dalla Polonia, contribuì appena diciannovenne alla creazione di un’associazione sindacale di ispirazione socialdemocratica e alla creazione del partito MAPAI (il partito unificato dei lavoratori).
Durante questi anni di calma il focolare ebraico si consolidò, il popolo ebraico si unì compatto nell’idea di nazione e di popolo, mentre il governo arabo era incancrenito internamente e incapace di creare unità politica.
Con l’avvento al potere di Hitler gli ebrei di Germania e dei paesi confinanti iniziarono a fuggire in massa dall’Europa, confluendo in Palestina (nel 1936 gli ebrei erano 370.483 su una popolazione totale di 1.336.518). Minacciati da questa invasione gli arabi si rivoltarono, il 15 aprile 1936 fu ucciso un ebreo vicino Nablus, dando il via alla “Rivolta Araba” con a capo Haj Amin che fino a quel momento aveva ricoperto il ruolo di Muftì di Gerusalemme (prima carica politica della Palestina araba).
Poiché in Europa lo spettro di un nuovo conflitto si faceva sempre più minaccioso, la Gran Bretagna cercò di risolvere politicamente la crisi che nel frattempo stava assumendo dimensioni sempre maggiori. Fu incaricata una commissione la quale stabilì che in Palestina stavano convivendo due culture totalmente diverse: quella araba di radice asiatica e quella ebraica di radice europea ed a causa di questa incompatibilità era impossibile che questi due popoli potessero sentirsi appartenenti di uno stato comune, la commissione vide come unica soluzione di pace la spartizione del paese.
La proposta fu bocciata dal governo inglese e da quello arabo. La nuova commissione che pubblicò il suo lavoro in concomitanza degli accordi di Monaco – il conflitto in Europa era diventata realtà e la Gran Bretagna aveva bisogno di far rientrare i militari impegnati nella regione e necessitava del petrolio degli arabi – stabilì che la Palestina sarebbe diventata indipendente e l’emigrazione ebraica sarebbe stata limitata. Tuttavia Haj Amin non colse i notevoli vantaggi che la condizione di “debolezza” momentanea dell’Inghilterra offriva agli arabi e decise di allearsi con la Germania.
Ciò confermò agli ebrei la necessità di avere un proprio territorio in modo da avere il controllo sulle proprie scelte di autodeterminarsi.
In questa situazione la forza di difesa ebraica l’Hagana iniziò a costituirsi in esercito e nel frattempo nacque una forza paramilitare di destra Irgun, che dichiarò guerra al Mandato nel 1944 accusando gli inglesi di aver tradito il popolo ebraico, mentre un’altro gruppo di destra assassinava il ministro in medio oriente lord Moyne.
Se da una parte la Gran Bretagna stava perdendo il controllo dei territori palestinesi, dall’altra si rafforzava il ruolo nelle decisioni politiche degli Stati Uniti, stato nel quale dopo la tragedia dell’Olocausto, stava assumendo notevole forza la comunità ebraica (che aveva vissuto un vero e proprio exploit nel periodo che va dal 1881 al 1914, quando circa due milioni di ebrei confluirono in America, soprattutto a New York) per le decisioni riguardanti la popolazione ebraica in Palestina. Fino a quel momento gli ebrei americani non sembrarono particolarmente coinvolti alla questione del focolare ebraico. La situazione cambiò con l’elezione del presidente americano Roosevelt, il quale ebbe il merito di iniziare a coinvolgere uomini di religione ebraica nella vita politica del paese (molti suoi consiglieri erano di fede ebraica) anche se alla fine furono ben poche le iniziative intraprese dalla presidenza Roosevelt in favore della minoranza in Europa. Roosevelt era consapevole della fondamentale apporto che il medio oriente rivestiva per le operazioni belliche degli Alleati, sopratutto per via del petrolio, è in questo contesto che va inserito l’accordo con Ibn Saud dell’Arabia Saudita nel 1943, con il quale il presidente americano garantiva che lo status della Palestina non sarebbe stato modificato “senza una piena consultazione sia con gli arabi che con gli ebrei”. L’anno seguente nel corso della campagna elettorale scelse come vice presidente Harry Truman e per avere maggiori voti garantì ad un senatore rappresentante degli interessi sionisti al Congresso il suo impegno per la costituzione di uno stato ebraico libero ed indipendente.
Roosevelt era consapevole che la questione della Palestina avrebbe causato non pochi problemi alla comunità internazionale.
Durante il suo viaggio di ritorno da Yalta incontrò nuovamente il reggente saudita e lo rassicurò che “non avrebbe fatto nulla per sostenere gli ebrei contro gli arabi e non avrebbe preso alcuna iniziativa ostile al popolo arabo”. Morirà il 12 aprile del 1945, dopo aver fatto promesse incompatibili e impossibili da realizzare sia per gli ebrei sia per gli arabi.
A scatenare la rivolta ebraica contribuì anche il voltafaccia dell’esecutivo inglese intimorito dalla possibilità di perdere il controllo delle risorse petrolifere del medio oriente e degli oleodotti che arrivavano fino al porto di Haifa e da lì raggiungevano le coste inglesi. Si comprende dunque come le scelte del governo laburista in carica provocarono forti malumori che sarebbero poi sfociati in una vera e propria lotta per l’indipendenza.
Nel frattempo, dopo la morte di Roosevelt, in America fu eletto presidente il suo vice Harry Truman, che mutò radicalmente la politica del predecessore e auspicata anche dal Dipartimento di Stato americano – vicinanza agli interessi espressi dalla comunità araba – in favore di un avvicinamento verso il popolo ebraico.
A questo cambio di rotta contribuì in materia notevole David Niles che assunse il ruolo di consigliere del presidente per gli affari delle minoranze, diventando in breve l’anello di congiunzione tra la Casa Bianca e la comunità ebraica americana.
Il 1° ottobre 1945 fu autorizzato l’attacco da parte dell’Hagana alle forze inglesi, dando così il via alla rivolta israeliana che isolò completamente la Palestina. Il conflitto si fece da subito molto intenso e ad una prima serie di attacchi israeliani, seguì la controffensiva inglese.
Per un anno circa proseguirono gli scontri fino al sanguinoso attentato da parte dell’Irgun il 22 luglio 1946 quando all’hotel King David scoppiarono una serie di bombe che uccisero novantuno persone. La drammaticità dell’attentato spinse le autorità di Londra a prendere in considerazione una soluzione politica alla vicenda, finora non considerata. La conferenza che ne seguì fu un insuccesso, ma ebbe il merito di illuminare la strada sulla possibilità di una futura spartizione del paese.
All’idea di una divisione territoriale aderì anche Truman, ma i vari tentativi di mediazione che ne seguirono portarono ad un nulla di fatto e la faccenda fu portata di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite (febbraio 1947) che nominarono un Comitato ad hoc sulla questione della Palestina. l’Alto comitato arabo convinto che la commissione fosse contro di loro decise di boicottarlo, a differenza dell’autorità ebraica che invece offrì pieno appoggio.
Alla fine il Comitato delle U.N. elaborò un piano di suddivisione territoriale in tre aree separate. Lo stato arabo sarebbe stato suddiviso all’interno di una striscia costiera a sud che si sarebbe estesa da Rafah fino a Gaza, la Galilea a nord, le città di Nablus, Hebron.
Lo stato ebraico comprendeva la pianura costiera (o almeno la sua maggior parte), Tel Aviv e Haifa, il deserto del Negev a sud e a nord le valli di Jezreel e Hule.
Il piano si concludeva con due clausole. La prima era il riconoscimento di due entità politiche separate ed indipendenti ma economicamente unite; in secondo luogo Gerusalemme sarebbe diventata una città dallo statuto internazionale amministrata dalle Nazioni Unite.
Quando il piano fu presentato all’Assemblea Generale venne approvato dalla maggioranza dei votanti.

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In seguito all’annuncio del voto positivo da parte del consesso delle Nazioni Unite scoppiarono in tutto il mondo arabo tumulti, in particolare in Palestina e soprattutto in seguito alla decisione dell’Inghilterra di non intervenire in alcun modo negli affari “interni” di quel territorio prima della consegna del mandato che avrebbe avuto luogo il 14 maggio del 1948. Il risultato fu una escalation delle violenze su entrambi i fronti.
Grazie alla maggior organizzazione dell’Hagana nelle fasi di scontro, insieme al veloce abbandono della Gran Bretagna dei territori contesi, i dirigenti politici ebrei poterono prepararsi a dichiarare la nascita dello stato il giorno stesso della fine del mandato britannico, ben consapevoli di quali fossero i rischi di una tale decisione.
Gli stati arabi confinanti avrebbero attaccato il neo stato, appoggiati più o meno velatamente da Londra; per Tel Aviv diventava fondamentale sapere quali atteggiamenti avrebbero prese Stati Uniti e Urss – per la verità quest’ultima aveva assicurato la leadership ebraica di un suo sostegno.
In America ebbe luogo un confronto tra Dipartimento di Stato sensibile alla causa araba e la Casa Bianca incline al riconoscimento del nuovo stato, alla fine ebbe la meglio il presidente.
Di questa decisione il generale Marshall ebbe a dire che si trattò di un “trasparente stratagemma per aggiudicarsi un pugno di voti”.
Dopo che l’Alto Commissario britannico Cunning salpò dal porto di Haifa, Ben Gurion e gli altri leader ebrei si riunirono nel museo di Tel Aviv e annunciarono la dichiarazione di indipendenza dello stato di Israele.
Ben Gurion assunse la carica di primo ministro, mentre Weizmann fu eletto presidente. Nelle dichiarazioni si leggeva come questo nuovo stato fosse aperto a tutti gli ebrei.
Nuovamente Truman ebbe la meglio sul Dipartimento, infatti il riconoscimento da parte degli Stati Uniti giunse solamente dopo undici minuti dalla dichiarazione di indipendenza, a cui fece seguito il riconoscimento da parte del Politburo sovietico.
Queste garanzie permisero a Israele di poter affrontare con relativa sicurezza diplomatica la reazione che da lì a breve sarebbe arrivata dalla comunità araba.

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