INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: LA STAGIONE DEI CONFLITTI – di Filippo Secciani

La coalizione di stati arabi che intervenne in Palestina all’indomani della dichiarazione di indipendenza fu assai approssimativo e disorganizzato. Furono sei gli stati membri che dettero vita alla Lega Araba – Libano, Siria, Arabia Saudita, Egitto, Iraq e Giordania. I maggiori problemi per gli israeliani si ebbero contro gli egiziani e i giordani le cui armate erano guidate da ufficiali inglesi, gli altri quattro eserciti fecero ben poco per rivendicare i diritti dei palestinesi.
Gli israeliani dovettero fare i conti con la maggior potenza di fuoco degli alleati e la forza aerea, insieme alla conformazione geografica del territorio che rendeva molto difficile predisporre una efficace difesa in profondità. Di contro le forze egiziane e giordane erano perlopiù forze di polizia con un grado di addestramento piuttosto approssimativo e dall’assenza di un comando interforze unificato.
E’ per questa ragione che il cessate il fuoco (11 giugno) fu accolto con sollievo da entrambe le parti. Gli arabi avevano il controllo di Gerusalemme, avevano sconfitto gli israeliani nel Negev ed erano arrivati a pochi chilometri dalla costa mediterranea.
Gli israeliani erano riusciti a resistere però la mancanza di carri armati, artiglieria e soprattutto di aerei era una gap strategico cui dovevano provvedere. Il cessate il fuoco durò fino all’8 luglio quando ripreso gli scontri che videro le forze israeliane passare immediatamente in vantaggio riuscendo ad occupare importanti aree strategiche, soprattutto in Galilea. Fu sancita una nuova tregua che permise agli inviati dell’Onu di lavorare ad un trattato di pace duraturo; le proposte delle Nazioni Unite prevedevano che Israele mantenesse la Galilea, ma che abbandonasse il Negev e restituisse le città occupate ai palestinesi, a cui avrebbe fatto seguito il ritorno degli abitanti scacciati. Gerusalemme ancora una volta sarebbe stata posta sotto mandato internazionale. Tuttavia l’inviato dell’Onu, il diplomatico svedese Bernadotte, fu assassinato dai membri delle forze paramilitari israeliane, che miravano al controllo di Gerusalemme e all’occupazione del Negev (quest’ultima opzione appoggiata dallo stesso governo israeliano) per cui il 15 ottobre Israele riprese i combattimenti e forte dei suoi rifornimenti di aerei e pezzi di artiglieria provenienti dalla Cecoslovacchia e dal fatto che oramai l’Egitto stava combattendo da sola, potè tranquillamente occupare il Negev ad eccezione di una porzione d territorio che in futuro divenne nota come la “striscia di Gaza”. Il conflitto terminò con l’intervento di mediazione degli Stati Uniti dopo che i caccia israeliani abbatterono cinque aerei inglesi diretti a rifornire gli egiziani.
L’accordo con l’Egitto fu firmato il 24 febbraio 1949. Si trattò di un’armistizio in prospettiva di futuri accordi di pace, per cui i “confini” usciti da questo incontro non hanno valore politico territoriale e non sono definitivi per gli accordi di pace. Tuttavia finirono per essere accettati come i confini dello stato.
Dopo il conflitto, ma soprattutto dopo le elezioni amministrative in Usa, Truman riconobbe de jure il nuovo stato, fornendo aiuti economici. Ad Israele nel 1950 fu infine concesso un seggio alle Nazioni Unite.
Dal conflitto Israele uscì certamente rafforzata grazie alle concessioni ottenute con l’armistizio: la Galilea e Gerusalemme est, insieme ad un corridoio terrestre che collegava la città alla costa. Come detto Israele firmò un armistizio con gli stati con cui entrò in guerra e questo da un lato segnò la precarietà dei confini – si trattava di linee di demarcazione temporanee perché non garantite da un trattato – ed in secondo luogo formalmente i paesi erano ancora belligeranti. Questa situazione costrinse gli israeliani a vivere continuamente in uno stato di precarietà, con gli insediamenti pericolosamente vicini ai suoi nemici. Nel frattempo in Unione Sovietica Stalin divenne ostile al nuovo stato ed impedì l’afflusso di nuovi migranti diretti verso Israele.
Uno dei maggiori problemi interni che il nuovo stato dovette affrontare fu la composizione etnica della sua popolazione: nonostante tutti professassero la stessa fede religiosa, totalmente differenti erano le aspettative e gli interessi degli ebrei provenienti dal medio oriente rispetto a quelli provenienti dall’Urss o dagli ebrei europei.
A ciò va aggiunto che in Israele sono pressoché assenti risorse primarie degne di nota, era un paese appena uscito da un conflitto che ha bisogno di far ripartire l’economia, dare una casa ad i nuovi migranti arrivati e aveva bisogno di petrolio per fare tutto questo. Basi di partenza erano la coltivazione di agrumi ben consolidata e quella cotoniera ereditate dal passato coloniale inglese.
La crescita demografica ed un’industria esclusivamente agricola spinsero Israele alla ricerca della materia prima per eccellenza: l’acqua.
Tutti questi problemi potevano essere affrontati solamente con l’aiuto esterno. Attraverso la American Export-Import Bank il governo americano concesse un prestito di 35 milioni di dollari destinato all’agricoltura ed uno da 55 per lo sviluppo dei trasporti, delle comunicazioni, edilizia e l’industria. Lo stato disastroso delle finanze israeliane costrinsero il governo a supplicare Washington di non pagare i loro debiti e nominare un esperto di finanza per ordinare il caos in cui giaceva l’economia israeliana.
In questo totale caos un aiuto fondamentale arrivò da chi non si sarebbero mai aspettati. Nel corso del 1951 Israele intavolò contatti segreti con la Repubblica Federale Tedesca presieduta da Adenauer, il quale ben consapevole del bisogno della Germania di riabilitarsi agli occhi della comunità internazionale concesse in settembre il pagamento delle riparazioni per il popolo ebraico. Che avvenne un anno dopo con la firma in Lussemburgo con la firma del trattato di riparazione (contemporaneamente all’annuncio da parte di Israele del suo crollo finanziario). L’accordo prevedeva il pagamento fino al 1966 di tre mila milioni di marchi verso Israele, per lo più sotto forma di beni ed attrezzature. Questi aiuti permisero la ripresa economica del paese.
La situazione per i palestinesi dopo il conflitto appariva drammatica: società civile distrutta e attese politiche annientate, in Israele rimasero circa centocinquanta mila ebrei per lo più al nord – Nazareth e Umm. Gaza rimaneva sotto il controllo egiziano e la sua popolazione aumentò notevolmente con l’arrivo dei rifugiati palestinesi. Nel 1950 furono indette le elezioni politiche in Transgiordania e Cisgiordania. I territori furono unificati sotto un unico regno di Giordania con il re Abdullah a capo dello stato (ma venne assassinato alcuni mesi dopo la sua nomina).
In Egitto, in cui regnava ancora forte il senso di offesa e umiliazione per la sconfitta, emerse la figura di Gamal Abdul Nasser. Insieme ad altri ufficiali delle forze armate egiziane costituì il movimento dei Liberi Ufficiali il cui scopo era il rovesciamento del regime di Faruq. Nel luglio del 1952 gli ufficiali attuarono il loro putsch e nel 1954 Nasser fu nominato presidente.
Ben presto ripresero anche le tensioni tra Israele ed i suoi vicini, ma questa volta lo stato ebraico rischiava di perdere il suo prezioso alleato nordamericano. Questo a causa di una serie di iniziative politiche prese da Israele come la decisione di spostare il parlamento a Gerusalemme (a cui gli Usa risposero mantenendo l’ambasciata a Tel Aviv) e la questione dei rifugiati palestinesi. Con la vittoria presidenziale del repubblicano Eisenhower ed il suo segretario di stato Foster Dulles i rapporti si raffreddarono ancora di più. Toccando la punta più bassa nel 1953 quando gli israeliani iniziarono i lavori per deviare il corso del fiume Giordano nel territorio siriano smilitarizzato, Dulles irritato ordinò la sospensione degli aiuti economici.
Questo deteriorarsi delle relazioni giunse, come detto, in un momento in cui le tensioni con i vicini arabi si facevano più intense. Gli accordi armistiziali infatti rappresentarono le conquiste militari ottenute sul campo, senza però considerare i diritti di proprietà dei coltivatori arabi, i quali si videro costretti ogni volta ad “invadere” il territorio israeliano per recuperare i prodotti della loro terra.
Gli israeliani risposero a queste infiltrazioni uccidendo gli arabi, i quali a loro volta si armarono e risposero alle uccisioni.
La crisi scoppiò il 13 ottobre 1953 quando fu assalito un villaggio di confine ed uccisa una madre israeliana con i suoi figli, la rappresaglia fu un bombardamento aereo contro un villaggio giordano al confine con Israele causando la morte di 69 persone.
Nel frattempo a sud dei confini, Nasser stava diventando un vero leader per il suo paese dopo che ottenne il ritiro inglese dalle basi vicino al canale di Suez (1954) e riuscendo ad instaurare un rapporto di amicizia con Washington. Questo rafforzamento della minaccia egiziana spinse Israele a compiere un’azione avventata: per destabilizzare il paese e spingere gli Stati Uniti ad intervenire un commando dei servizi segreti israeliani compì una serie di attentati dinamitardi contro le sedi governative americane del Cairo e di Alessandria. Quando gli agenti furono arrestati e la notizia arrivò al presidente i rapporti israelo-americani subirono una pesante battuta d’arresto.
Per recuperare credito agli occhi della comunità internazionale e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti fu richiesto a Ben Gurion di riprendere in mano il paese, dopo che si ritirò a vita privata nel Negev. Come neo ministro della difesa nel 1955 indirizzò il suo sguardo verso Gaza da cui provennero una serie di attacchi da parte dei combattenti palestinesi. Il raid israeliano fu una vera e propria azione di guerra. Ma la reazione statunitense non fu quella sperata, Eisenhower e Dulles infatti si unirono al coro di biasimo internazionale per l’attacco israeliano che costò la vita a 38 militari egiziani. L’obiettivo per Israele fu compiuto: colpire intenzionalmente l’Egitto per provocare una sua reazione. In Egitto Nasser che non aveva in mente di essere considerato una marionetta intraprese una serie di iniziative volte a ridare lustro all’esercito egiziano: in primo luogo a causa della lentezza da parte da parte anglo-americana per l’ammodernamento delle sue forze armate, iniziò a cercare altri finanziatori; inoltre quando iniziarono nel 1955 gli accordi di pace tra i due paesi, voluti dalla Gran Bretagna per stabilizzare la regione, sia Ben Gurion che Nasser non erano disposti a concedere nulla all’altro. Infine la decisione egiziana di partecipare alla conferenza di Bandung nel marzo del 1955 dei paesi Non Allineati, dove parteciparono anche i comunisti cinesi con cui Dulles stava per interrompere i rapporti diplomatici, segnò il deterioramento dei rapporti con gli Usa. Alla conferenza usò Zhou Enlai come tramite per ottenere armi e armamenti dall’Unione Sovietica; nonostante le opposizioni americane Nasser annunciò di aver firmato un accordo con la Cecoslovacchia.
Ovviamente Israele si sentì immediatamente minacciato da questo accordo. Per cui i tentativi americani per una pacificazione tra i due stati non poterono che naufragare e le relazioni tra israeliani ed egiziani continuarono a peggiorare nel corso del tempo. Alle incursioni palestinesi seguirono i raid israeliani. Gli egiziani rispondevano ai raid vietando alle navi dirette in Israele il passaggio per il canale di Suez. Fu proprio per il canale che scoppiò un nuovo conflitto.
La Francia mal sopportava Nasser per il suo sostegno alla causa indipendentista algerina, che considerava a pieno titolo territorio francese per il consistente numero di cittadini che vi risiedevano – più di un milione di Pieds-noirs. Inoltre a Parigi ancora bruciava la sconfitta subita contro la Germania e l’occupazione del suo territorio nel 1940, insieme alla recentissima perdita dell’Indocina. Per cui il governo francese avrebbe partecipato ad un attacco contro il presidente egiziano. Per garantirsi il successo rifornì l’aviazione israeliana di un centinaio di caccia e altrettanti carri armati. A Francia e Israele si unì anche la Gran Bretagna, la quale stava lentamente perdendo prestigio e influenza nella regione e quindi cercava un modo di arrestare il nazionalismo arabo.
La crisi di Suez non fu provocata da uno di questi tre paesi, ma bensì dagli Stati Uniti. Ormai consapevoli della politica anti occidentale di Nasser, impedirono che la Banca Mondiale concedesse il prestito per la costruzione della diga di Assuan (per regolare le acque del Nilo) fortemente dal presidente Nasser. Dulles si oppose e il prestito non venne erogato. Per l’Egitto fu un umiliazione bruciante perché espose al pubblico mondiale le difficoltà economiche egiziane.
Per risollevare l’orgoglio nazionale (ed il suo) il 26 luglio 1956 nel corso di un discorso tenuto ad Alessandria annunciò la nazionalizzazione del canale di Suez fino a quel momento gestito da una compagnia anglo-francese.
I francesi avevano adesso il pretesto per colpire la causa dei loro problemi in Algeria e l’Inghilterra con il suo premier Eden poté giustificare l’intervento come per debellare una minaccia agli interessi inglesi nella regione. Mentre la missione prendeva vita, aumentavano anche i malumori del presidente Eisenhower e del segretario di stato, i quali preferivano l’azione diplomatica allo scontro armato.
Il terzetto proseguì nel suo cammino, insensibile agli “inviti” di Usa ed Unione Sovietica per una soluzione pacifica. Il piano prevedeva che Israele avrebbe attaccato le forze egiziane nel Sinai, mentre gli anglo-francesi avrebbero occupato il canale. L’errore gravissimo di questo piano fu l’omissione di considerare la reazione americana alla missione; infatti dopo l’attacco israeliano e l’invio di paracadutisti inglesi e francesi il 5 novembre del 1956, l’America iniziò ad alzare la voce, facendo pressioni economiche nei confronti degli attaccanti, insieme al veto che il ministro delle finanze americane avrebbe posto nella riunione del FMI per sostenere la sterlina ed evitare il tracollo finanziario inglese. Questo obbligò la Gran Bretagna ad interrompere le ostilità.
Le conseguenze politiche per la Francia e la Gran Bretagna nella regione furono devastanti, il maggior alleato arabo inglese subì una rivoluzione civile che portò al potere i colonnelli, la Francia stava lentamente perdendo il controllo dell’intera Algeria. Gli Stati Uniti al contrario videro aumentare notevolmente la loro sfera di influenza in medio oriente.
Il ministro degli esteri israeliano Golda Meir fece sapere che avrebbe iniziato il ritiro dai territori occupati a partire dal primo marzo 1957. Ogni interferenza in futuro da parte dell’Egitto per il passaggio delle navi dallo stretto di Tirane e dal canale di Suez sarebbe stata considerata un’azione di guerra. Per gli israeliani furono due le lezioni che trassero da questo conflitto: il primo era la necessità di ampliare la flotta aerea (che contribuì a vincere questo conflitto e soprattutto il successivo), la seconda di carattere diplomatico insegnò agli israeliani come le vecchie potenze europee subissero un lento declino a scapito della forza americana, per cui era necessario ricorrere all’apparato di pressione israeliano presente a Washington.
Nasser riuscì ad uscire vincitore dal conflitto, la sua rivoluzione nazionale fu seguita nel 1958 in Iraq e rischiò di coinvolgere anche il Libano e la Giordania. Fu anche l’artefice per la nascita della Repubblica Araba Unita tra Siria ed Egitto. Il periodo dorato del governo di Nasser durò molto poco perché il nuovo regime instauratosi in Ira si rivelò essere ben presto in forte opposizione a quello egiziano, mentre la Rau durò bene poco per via delle forti opposizioni siriane.
I palestinesi furono vittime dei grandi giochi. Nuovamente le loro richieste non furono prese in considerazione dalle parti in conflitto. Sembrava che venissero confermati i timori che dal 1949 avevano preso piede nelle menti dei palestinesi per cui i paesi arabi non fossero interessati alo loro destino. Per questa ragione nel biennio 1957-1958 alcuni palestinesi iniziarono ad organizzarsi per dar voce alle loro aspirazioni; tra loro spiccò la figura di Yasser Arafat. Nel 1959 nacque il movimento di Al-Fatah. Il risveglio politico palestinese arrivò molto lentamente solo dopo dieci anni dai fatti del 1948.
Nuovamente l’acqua fu al centro di una nuova crisi nel territorio. Nel 1963 Israele conclusero il progetto per indirizzare le acque del Giordano verso il deserto del Negev, suscitando le forti proteste palestinesi ed arabe. Nasser consapevole di non poter essere in grado di affrontare militarmente gli israeliani si adoperò affinché per una conferenza di pace in cui si decise di creare una organizzazione politica dei palestinesi. Prese il nome di Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina), stabilendo le sue attività nella Carta Nazionale Palestinese.
Almeno inizialmente l’Olp non fu in grado di rappresentare gli interessi palestinesi perché non c’era interessa da parte delle forze arabe che l’organizzazione agisse in maniera indipendente. Nonostante questa menomazione l’Olp ebbe anche il merito di dar vita all’Esercito per la Liberazione della Palestina.
Arafat riteneva che per superare questo immobilismo fosse necessario intensificare gli attacchi contro Israele, spingendolo ad una controffensiva che inevitabilmente avrebbe causato l’intervento delle forze arabe limitrofe. L’iniziativa di Arafat fu accelerata dalla rivalità tra Siria ed Egitto che si intensificò ancora di più dopo il colpo di stato che portò al potere in Siria il partito Ba’ath guidato da Hafiz al-Assad (padre dell’attuale presidente siriano), che si dichiarò da subito pronto a sostenere la causa di Al-Fatah. La guerriglia iniziò nei primi giorni del 1965, con l’attacco alla rete idrica israeliana; per gli israeliani non si trattò almeno inizialmente di una grave minaccia alla sua sicurezza, quanto piuttosto fastidi, questo perché Israele non era più una nazione pionieristica e sull’orlo del baratro fiscale. Le riforme e gli aiuti stranieri avevano permesso allo stato di raggiungere uno standard di vita analogo alla maggior parte degli stati europei del sud. Tuttavia il cambio di governo impresse una spinta degenerativa al conflitto.
Gli stati arabi stavano lentamente iniziando a riconoscere il consolidamento del paese come forza militare regionale e i palestinesi per non rischiare di venir dimenticati un’altra volta intrapresero una nuova forma di lotta che, non essendo in grado di minacciare l’esistenza di Israele, lanciava comunque dei segnali di vitalità del movimento di liberazione. A ciò va aggiunto che l’unico paese in grado di fare da arbitro era impegnato in un conflitto senza fine in Vietnam.
Nel corso del 1966 Egitto e Siria firmarono un patto di difesa che dette la possibilità a Nasser di avere dalla sua parte uno stato che stava inasprendo le sue tensioni con Israele. L’efficacia di questo patto fu manifesta quando gli israeliani decisero di bombardare i campi profughi in Giordania anziché quelli presenti in Siria, come rappresaglia per gli attacchi di Fatah.
In un’escalation di eventi a partire dalla notizia (probabilmente falsa) della mobilitazione di truppe israeliane al confine siriano si arrivò al confronto diretto.
Alle 07,45 del 5 giugno 1967 i caccia israeliani attaccarono quelli egiziani ancora fermi sulle piste di decollo. In tre ore circa la totalità dei bombardieri egiziani e 135 caccia egiziani furono annientati – la forza aerea di Nasser venne così spazzata via – lo stesso giorno la stessa sorte toccò a 22 aerei giordani e 55 siriani. Con l’aviazione fuori gioco, le forze terrestri ebraiche poterono iniziare l’avanzata nel deserto del Sinai. L’8 giugno le truppe israeliane arrivarono al canale di Suez occupando così l’intera penisola. Sconfitte le forze egiziane gli israeliani si concentrarono contro le forze giordane. Occuparono Gerusalemme, arrivando ad impossessarsi a fine giornata dell’intera Cisgiordania. Anche la Giordania fu costretta ad arrendersi. Fino a quel momento la Siria non era intervenuta nel conflitto, così mentre si avanzava sul Sinai alcuni caccia bombardarono le postazioni siriane sulle alture del Golan, seguiti dall’avanzata dei carri.
Il 10 giugno fu imposto un cessate il fuoco dalle Nazioni Unite, in quel momento Israele aveva occupato l’intera regione del Golan.
Le conseguenze immediate furono: la distruzione delle forze aeree e terrestri di Giordania, Siria ed Egitto. Israele occupava adesso Gerusalemme est, la Cisgiordania, il deserto del Sinai e le alture del Golan. Da sentirsi un paese circondato e minacciato Israele era divenuto un paese occupante e prima potenza in medio oriente.
Il vertice dei paesi arabi di Khartoum dimostrò la totale intransigenza della Lega per una negoziazione ed un riconoscimento verso Israele. Aldilà dei proclami vi era tuttavia il desiderio di una ripartizione dei confini anteguerra. Ovviamente il governo di Tel Aviv non aveva intenzione di fare concessioni a chi gli aveva minacciati ed attaccati più volte negli anni, mentre da parte araba vi era una situazione di debolezza ed umiliazione rimediata dalla sconfitta che impediva ai vertici egiziani, siriani e giordani di accettare i diktat di Israele.
La risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu datata 22 novembre 1967 cercò di superare questa impasse. Essa riconosceva “la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di tutti gli stati dell’area e il loro diritto di vivere in pace all’interno di confini sicuri e riconosciuti, liberi da minacce o atti di forza”. Nel caso fosse stata accettata da Siria ed Egitto implicitamente riconoscevano anche il diritto di Israele a esistere. La risoluzione auspicava anche una soluzione per i rifugiati.
Il vero nodo della 242 fu la forma per il futuro accordo di pace. Alla base ci sarebbe dovute essere il ritiro dell’esercito israeliano “da territori occupati nel recente conflitto”. Questa imprecisazione – voluta o meno – dell’articolo “da” è stata usata da parte araba per intendere tutti i territori, mentre da parte israeliana intesa come solo alcuni territori.
Questa risoluzione per i palestinesi fu drammatica: nel corso del conflitto fuggirono circa quattrocentomila persone, mentre solamente quattordicimila profughi fecero ritorno a casa. Poco rassicurante fu anche l’annessione di Gerusalemme est, infausto presagio per la sorte che sarebbe potuta toccare alla Cisgiordania, infatti a breve furono costruiti insediamenti di coloni israeliani nella valle del Giordano.
In questa situazione drammatica paradossalmente si ebbe la riscossa palestinese per mano di Arafat e del movimento di Al-Fatah che intrapresero una campagna di guerriglia in Cisgiordania tra il 1967 ed il 1968. La forza del Fatah si ripercosse anche all’interno dell’ Olp, dove fu modificata la Carta Nazionale, in modo da rendere Arafat presidente. Mentre l’Olp si addestrava in Giordania, arrivando perfino a destabilizzare il regno giordano, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina si specializzò negli attacchi agli aerei di linea.
La fine degli anni sessanta segnò anche il riaffacciarsi della diplomazia americana in medio oriente. Il presidente Johnson riprese il riavvicinamento con Israele, dopo l’incidente dell’affondamento della nave americana Liberty per mano israeliana. Come detto la chiave di volta del conflitto fu la forza aerea per cui se da una parte l’Urss si impegnò per ricostruire la flotta aerea egiziana e siriana, Israele si rivolse a Washington per modernizzare la sua. Nel 1968 il Congresso americano autorizzò a vendita di 50 caccia a Israele, fu il primo passo di un mutamento dei rapporti tra i sue stati che ha caratterizzato la politica dei due paesi fino ai giorni nostri.

palest
Nonostante alcune scaramucce sul confine egiziano nei mesi conclusivi del 1969 si giunse al piano di pace: per garantire stabilità si rendeva necessari ala costituzione di zone demilitarizzate e assicurare la libertà di navigazione. Israele doveva anche abbandonare i terreni conquistati; per la prima volta si fece uso del termine “palestinesi” in documenti ufficiali e questa nuova presa di posizione preoccupò non poco Israele, rispetto alla risoluzione 242 dove ancora si faceva uso del termine “rifugiati”. Gerusalemme infine doveva rimanere unita, ma amministrata sia da Israele sia dalla Giordania. Questa decisione fu troppo per Israele che si oppose fermamente facendo naufragare il progetto di pace.
Con il processo di pace in stallo si intensificò l’azione dei guerriglieri palestinesi, che oramai controllavano de facto la Giordania. Quando il Fplp dirottò tre aerei di linea il re Hussein decise di intervenire fermamente assaltando la roccaforte dei palestinesi. L’intervento di Nasser pacificò le situazione esplosiva “settembre nero”. Fu anche l’ultimo sussulto del presidente egiziano, il quale morì il 28 settembre del 1970. Il successore fu Sadat che a differenza del predecessore non aspirava alla grandi idee regionali per l’Egitto quanto piuttosto a risolvere i bisogni interni e a riprendersi il territorio del Sinai ed il canale di Suez.
Nel 1972 si ebbero gli attentati più sanguinosi che culminarono con l’omicidio di 11 atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco per mano del gruppo terroristico “settembre nero”.
Questa serie di attentati coincisero con lo spostamento a destra dell’elettorato israeliano. Infatti nel 1973 nacque il partito politico del Likud (unità) per ispirazione di Ariel Sharon il vincitore dell’offensiva del Sinai del 1967, che lasciò la guida del partito a Menachem Begin.
Come detto Sadat concentrò la sua politica nel tentativo di ottenere i territori persi durante la guerra del 1967 e per farlo concentrò i suoi sforzi verso gli Stati Uniti; d’accordo che l’Urss riforniva di armi l’Egitto, ma Mosca non aveva nessun potere di influenza verso Israele. Senza arrivare a nessuna conclusione tangibile si convinse che sarebbe stata necessaria una nuova guerra per ammorbidire l’intransigenza diplomatica israeliana ed internazionale. L’alternativa era lasciare il Sinai nelle mani dell’esercito ebraico. Per avere una minima possibilità di vittoria era fondamentale l’alleanza con la Siria. L’idea dei generali era semplice: attaccare di sorpresa ed impedire che Israele potesse intraprendere quella guerra di movimento che aveva messo in scacco per ben tre volte l’Egitto ed i suoi alleati, ma assestarsi su una lunga guerra di logoramento che – secondo Sadat – avrebbe condotto Israele ad accettare le richieste di Egitto e Siria.
L’offensiva prese il via alle due del pomeriggio del 6 ottobre del 1973. L’Egitto dal Sinai e la Siria dal Golan. L’attacco improvviso mise in scacco le sguarnite difese israeliane facendo arretrare l’esercito, almeno fino al 9 ottobre quando i fronti si erano stabilizzati. Accanto alle operazioni militari Sadat continuamente inviava missive agli americani garantendo che la guerra aveva obiettivi politici limitati: la ritirata di Israele dai territori conquistati nel 1967. Il segretario di stato Kissinger aveva così ottenuto le informazioni che necessitava per intavolare i negoziati di pace.
Gli scontri continuarono e le pesanti perdite israeliane spinsero il governo di Tel Aviv a chiedere aiuti agli americani. Nel frattempo i carristi israeliani sul Sinai sconfissero gli avversari egiziani, questo successo spinse alla controffensiva ebraica ed in breve riuscirono a penetrare in Siria bombardano la capitale Damasco. Ancora una volta si prospettava l’ennesima sconfitta per l’alleanza araba.
L’intervento americano fu rivolto ad evitare una sconfitta eccessivamente umiliante per gli arabi, ma soprattutto ad impedire un intervento diretto dell’Unione Sovietica più volte minacciato se Israele non avesse interrotto gli scontri. Ma una minaccia più grave minacciava i sostenitori di Israele: il petrolio. Il 17 ottobre in reazione al ponte aereo americano per inviare rifornimenti a Israele, i paesi arabi produttori di petrolio (OAPEC) annunciò la riduzione della produzione di greggio finché Israele non si fosse ritirata dai territori occupati nel 1967. L’annuncio seguì un embargo verso Usa ed Europa.
Per Israele si trattò di una vittoria di Pirro, nonostante la reazione allo shock iniziale dell’attacco a sorpresa Golda Meir ed il suo esercito seppero reagire e militarmente furono in grado di vincere il conflitto, tuttavia da quel momento Israele perse la sua invincibilità e i paesi arabi seppur sconfitto scoprirono di poter fare affidamento sul petrolio come arma di ricatto per gli occidentali per ottenere concessioni da Israele. Ma soprattutto Sadat ed il presidente siriana Assad riuscirono a negoziare la restituzione dei territori arabi.
Nei colloqui di pace si giunse alla conclusione di adoperarsi per ottenere degli approcci graduali: mirare ad uno scopo evidentemente raggiungibile che avrebbe contribuito a costruire la fiducia reciproca, che a sua volta avrebbe permesso la realizzazione del passo successivo nelle trattative. Ma le trattative rischiavano di arenarsi sul nascere, la terza armata egiziana era di fatto assediata per cui Kissinger dovette immediatamente volare in medio oriente per intavolare i negoziati. L’accordo firmato l’11 novembre prevedeva la liberazione della terza armata, la presenza di militari sotto l’egida Onu nei territori, lo scambio di prigionieri. Garantiti questi punti Kissinger di concerto con Mosca poté indire la conferenza di pace di Ginevra, la cui efficacia giuridica fu pressoché nulla – la conferenza durò solamente un giorno – ma ebbe il fondamentale merito di fare sedere Egitto, Giordania e Israele allo stesso tavolo (la Siria pur non essendo presente, non ne impedì la riuscita).
Il primo punto fu la questione del Sinai, il ministro della difesa Moshe Dayan convinto che per Israele non fosse importante il controllo del territorio concesse il ritiro israeliano, insieme alla creazione di una zona cuscinetto controllata dalle forze delle Nazioni Unite. In cambio volle la fine dello stato di belligeranza, la possibilità per la navi israeliane di poter passare per il canale e il rifornimento di armi dagli Stati Uniti. Sadat si dichiarò favorevole.
Il successivo incontro (diplomazia della navetta. Kissinger faceva la spola tra gli stati in conflitto portando ogni volta le richieste delle parti in causa) fu quello decisivo; Sadat accettò che la linea del fronte israeliano passasse a ovest dei valichi, Israele accettò che l’Egitto posizionasse un distaccamento del suo esercito a est del canale (Sadat a sua volta si impegnò a garantire che non avrebbe dispiegato quei carri). Fu allora firmato l’accordo tra i capi di stato maggiore il 18 gennaio 1974. Questo accordo segnò il primo passo per il definitivo ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967.
Una serie di attentati rischiarono di minare la stabilità dei trattati, ma il 1 settembre 1975 si giunse ad un secondo accordo del Sinai che concluse momentaneamente il conflitto arabo-israeliano, raggiungendo un certo grado di stabilità.
Tuttavia da questi accordi ancora una volta rimase esclusa l’Olp ed i palestinesi.

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