INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: gli accordi di pace – di Filippo Secciani

Come detto, gli accordi che seguirono la guerra del ’73 non portarono ad alcun tipo di beneficio per i palestinesi. Sadat infatti aveva combattuto quella guerra solamente per scopi limitati, il cui processo diplomatico nel corso degli incontri serviva solamente a trovare una sorta di accomodamento con Israele. Per gli Stati Uniti e per il segretario Kissinger, in ottica della diplomazia graduale, era importante stipulare gli accordi di pace tra Israele e il re Hussein di Giordania come base per gli accordi futuri tra Tel Aviv, Siria ed Egitto.
Arafat aveva un compito arduo da svolgere: elaborare e condividere con la comunità internazionale un’azione diplomatica incisiva; a partire dal 1967 si era diffusa in tutto il medio oriente la consapevolezza che la presenza di Israele non potesse più essere ignorata o peggio negata e gli accordi del 1973 confermarono questa linea politica.
Nel caso in cui l’esistenza di Israele fosse stata riconosciuta, i palestinesi si sarebbero trovati confinati all’interno di porzioni di territorio in Cisgiordania e Gaza, come risultato di una tardiva accettazione della spartizione territoriale. Da ciò sarebbero rimasti esclusi i profughi di Giordania e Libano – luoghi di provenienza della maggioranza dei sostenitori di Al-Fatah.
L’anno seguente quindi il Consiglio Nazionale palestinese stabilì che l’Olp potesse esercitare la sua sovranità “su ogni parte della terra palestinese da liberare”. Questo assunto accettata velatamente l’idea di un mini stato palestinese, tuttavia fu presentato alla massa dei profughi solamente come un incipit per la futura liberazione dell’intero territorio della Palestina.
Sempre nel corso del 1974 le iniziative politiche di Arafat portarono al riconoscimento dell’Olp come governo in esilio; questo status fu esposto qualche mese dopo di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite, la quale votò a favore dell’ammissione dell’Anp come osservatore speciale nel suo consesso, ottenendo un forte sostegno dalla comunità di stati africani ed asiatici (gli stati che di recente avevano vissuto il processo di decolonizzazione).
I cambiamenti che in questi anni coinvolsero il partito di Arafat furono strettamente legati agli eventi in Libano. Qui c’era stata una spartizione del potere a partire dal 1943, falsata da un censimento dei francesi del 1932 per dimostrare come la comunità cristiana costituisse la maggioranza.
In questi venti anni la situazione mutò totalmente. I musulmani (sunniti) divennero la maggioranza, con la minoranza degli sciiti sempre più aggressiva.
L’exploit demografico dei seguaci di Alì in Libano, spinse gli sciiti degli altri paesi arabi a migrare in quello stato, occupando la regione sud occidentale del Libano ed alleandosi con i palestinesi dei campi profughi; il Libano divenne così il più grande centro di addestramento per i guerriglieri.
Questo accentramento di potere nelle mani di questi due gruppi fece temere alla formazione cristiano-maronita di perdere i suoi privilegi. L’attentato al fondatore del partito falangista di destra nel 1975 (l’ala estremista dei maroniti) causò una rappresaglia che portò alla morte di numerosi palestinesi che viaggiavano in autobus. Con queste due azioni intimidatorie iniziò la guerra civile libanese.
La partecipazione attiva negli scontri da parte dell’Olp gli fece perdere gran parte dei risultati ottenuti in campo diplomatico, precludendole la presenza al riassetto degli equilibri del medio oriente.
Nel 1976 la Siria intervenne in appoggio dei maroniti, mentre Israele dette il via ad una serie di contatti con la formazione cristiana per combattere l’Olp. Il 1976 fu anche l’anno delle elezioni presidenziali americane che videro la vittoria del democratico Carter. Per risolvere la questione israelo-palestinese optò per un ritorno di Israele ai confini del 1967, con delle zone sotto il controllo Onu che avrebbero garantito la sicurezza delle due popolazioni. Carter andò oltre i suoi predecessori auspicando la creazione di uno stato palestinese che si sarebbe dovuto federare con quello giordano.
Con il presidente israeliano Rabin, preparò una serie di incontri ai quali, nonostante l’opposizione israeliana, avrebbero dovuto partecipare anche i vertici dell’Olp e strinse sinceri rapporti di amicizia con il presidente egiziano Sadat.
Nel 1977 per la prima volta dopo trent’anni in Israele il partito laburista fu sconfitto alle elezioni. Salì al potere il partito di destra Likud capeggiato da Begin e Sharon. Questo partito era erede dell’Irgun, la formazione armata di liberazione di destra che auspicava la formazione del “Grande Israele”.
Se Gaza non rivestiva alcun interesse per loro, la Cisgiordania e soprattutto i territori liberati della Giudea e di Samaria rappresentavano la terra degli antenati, per cui un accordo di spartizione con l’Olp era impossibile. Sotto la presidenza del consiglio di Begin furono intensificati gli insediamenti dei coloni ebraici, facendo irritare Washington.
Segretamente proseguivano tuttavia i colloqui tra il ministro Dayan (laburista in un governo di destra) e la sua controparte araba. Nel corso di uno di questi con l’inviato egiziano Dayan si convinse dell’effettivo desiderio di pace del presidente egiziano, tant’è che nel corso di un’Assemblea del Popolo di fronte a tutto l’Egitto Sadat affermò che sarebbe stato disposto ad andare a Tel Aviv e parlare davanti alla Knesset – il parlamento israeliano. Il 20 novembre del 1977 di fronte ai parlamentari israeliani Sadat sostenne la necessità di abbattere “la barriera psicologica” che fino a quel momento aveva diviso arabi ed israeliani. La pace tuttavia non si sarebbe potuta basare su un accordo tra le due parti, ma doveva necessariamente coinvolgere anche i palestinesi “incluso il loro diritto a costituire un proprio stato”.
L’evento epocale non ebbe effetti pratici, a causa soprattutto di aspirazioni differenti per i due paesi. Sadat voleva una pace per l’intera regione con il ritorno di Israele ai confini del 1967, che includessero anche i palestinesi (queste tesi erano anche appoggiate da gli Stai Uniti); Begin viceversa voleva arrivare ad un accordo bilaterale con l’Egitto che garantisse la sicurezza del popolo ebraico, senza però fare concessioni sulla Cisgiordania.
Senza apparenti sviluppi e con una serie di devastanti attentati e rappresaglie a luglio Carter invitò i due presidenti negli Stati Uniti.
Il vertice di Camp David ebbe luogo dal 5 al 17 settembre 1978. Si trattò di un tentativo per non far naufragare l’apertura che Sadat aveva fatto nei confronti di Israele. Begin si presentò a questo vertice in una posizione di forza, il suo unico interesse era ottenere la pace con l’Egitto senza perdere nulla di vitale in Cisgiordania e Gaza. Sadat era in una posizione di svantaggio perché non poteva far ritorno a casa senza aver ottenuto un risultato che giustificasse i suoi sforzi: pur avendo bene a mente la situazione palestinese, sarebbe stato disposto anche ad accettare un trattato di pace bilaterale che garantisse la totale evacuazione israeliana dal Sinai.
Alla fine dei dodici giorni si giunse ad un accordo quadro – il cui trattato sarebbe dovuto essere firmato entro tre mesi – per cui le relazioni tra i due paesi sarebbero state normalizzate, Israele avrebbe abbandonato il Sinai; per quanto riguarda il medio oriente in generale si sarebbero dovuti trovare “degli accordi transitori per la Cisgiordania e Gaza entro un periodo non superiore a cinque anni. Al fine di prevedere una piena autonomia degli abitanti”, quando verrà trovata una forma di governo autonoma ed indipendente per i palestinesi gli israeliani si sarebbero potuti ritirare dai territori.
Per i palestinesi dei territori Camp David fu il tradimento del loro alleato più forte, condannandoloi all’occupazione militare permanente. A queste proteste si unì in coro l’intera popolazione araba.
Nel 1979 gli accordi di pace bilaterale furono messi nero su bianco, per Israele fu un grande successo. Adesso era in pace con il suo nemico più pericoloso. Sadat verrà assassinato nel 1981 da un gruppo di generali a lui ostili, ma la pace tra i due stati non fu più messa in discussione.
Gli anni ottanta videro l’elezione del repubblicano Reagan, ma soprattutto un maggiore dinamismo militare di Tel Aviv. Fu firmato un accordo di cooperazione strategica con Washington, a giugno jet israeliani bombardarono il reattore nucleare che l’Iraq stava costruendo e furono occupate le alture del Golan. Ma questa data fu importante perché fece da preludio all’invasione del sud del Libano. La motivazione fu l’instabilità dei confini, da cui i palestinesi lanciavano missili contro le città israeliane.
Con la smobilitazione nel 1982 dal Sinai delle forze armate israeliane, la comunità internazionale vide un’apertura per le concessioni verso Gaza e Cisgiordania.
In questo contesto internazionale Begin iniziò ad aumentare la pressione nei confronti del Libano per una rapida ed efficace soluzione agli attacchi palestinesi. Israele riteneva anche che la sconfitta del’Olp nel paese dei cedri avrebbe reso le aspirazioni dei palestinesi in Cisgiordania più ridimensionate. Più in grande Israele ritenne che la campagna in Libano avrebbe permesso l’instaurazione di un regime vicino a Israele che avrebbe firmato un trattato di pace. Questo ruolo era secondo Begin adatto alla figura del leader della Falange.
Il caos scoppiò in seguito all’attentato all’ambasciatore israeliano a Londra per mano di un gruppo palestinese ostile ad Arafat.
Il 6 giugno Israele invase il Libano dando il via all’operazione “Pace in Galilea”. Scopo dichiarato era la creazione di una zona di sicurezza di quaranta chilometri, ma ben presto si intuì che i progetti erano ben altri. Il 13 giugno l’esercito israeliano controllava le vie di accesso a Beirut ovest. La minaccia di invasione della città dove vivevano circa cinquecentomila persone e seimila guerriglieri dell’Olp, spinse la comunità mondiale ad intervenire. A ciò va aggiunto anche il venir meno del sostegno dell’opinione pubblica all’iniziativa israeliana ed il crescente malumore tra le fila dell’esercito, spinsero Begin ed Arafat a richiedere una forza multinazionale. I guerriglieri dell’Olp furono fatti evacuare in Yemen e in Siria.
Per Israele si trattò di una sconfitta. Per l’Olp fu un motivo di orgoglio. Numericamente inferiori e meno armati riuscirono ad infliggere serie perdite agli israeliani e a costringere Israele a chiamare in causa il contingente internazionale.
In seguito all’uccisione del leader falangista Gemayel, guida del futuro stato alleato di Israele, Begin – in violazione delle garanzie data a Reagan – iniziò l’occupazione di Beirut ovest.
La follia tattica e “umana” dei generali israeliani fu di aver permesso ai falangisti di entrare in città al loro fianco e di averli incaricati di individuare e catturare i terroristi nascosti nei campo profughi palestinesi di Sabra e Shatila.
La sera del 16 settembre del 1982 la Falange entrò nei campi e per due giorni dette il via ad un massacro di cui ancora oggi non conosciamo i numeri conprecisione. Con questo massacro sulle spalle lentamente Israele iniziò il ritiro da Beirut. Tornati in patria il ministro della difesa Sharon fu invitato a dimettersi, al suo rifiuto Begin lo destituì; nel settembre del 1983 sconvolto per la morte della moglie, in depressione e non di meno responsabile per i massacri anche Menachem Begin si dimise.
La forza multinazionale fu presto vittima di attentati ed attacchi suicidi che spinse dapprima il presidente Reagan (con le elezioni alle porte) a chiedere il ritiro dei marines nel 1984, seguito poi dalle forze francesi, italiane e inglesi.
La sventurata invasione in Libano favorì la costituzione di un movimento marcatamente islamico di nome Hezbollah (partito di Dio) di orientamento sciita che avrebbe causato non pochi affanni a Israele da quel momento in poi, il cui pugno di ferro provocò null’altro che un aumento degli attentati suicidi. A partire dal 1985 iniziò il ripiegamento di Israele dal Libano.
Nei due anni successivi proseguirono senza successo una serie di incontri che enfatizzarono come la diplomazia internazionale non fosse in grado di trovare un compromesso per le parti.
Dal 1967 al 1987 successe una cosa fondamentale per il futuro della questione palestinese: in Cisgiordania e a Gaza era nata una generazione di arabi che aveva conosciuto solo l’occupazione con tutte le sue conseguenze. Questi giovani non facevano più affidamento ai vicini arabi per la loro sorte, ma si schierarono con l’Olp. Nacquero associazioni, comunità con l’obiettivo di ricostruire la società palestinese dalle sue fondamenta. Cosa ancor più importante questa nuova generazione non temeva più Israele. Dal canto suo Israele mirava al rafforzamento della presenza ebraica in modo tale da rendere i territori legati al resto del paese. Al 1987 erano 70.000 gli israeliani insediati in Cisgiordania e 2000 a Gaza.
L’Intifada scoppiò l’8 dicembre del 1987 improvvisamente. Fu scatenata dall’incidente tra un veicolo dell’esercito israeliano con un camion di palestinesi, causando la morte di quattro operai. Ai funerali dei quattro si scatenarono i primi tumulti, a cui l’esercito rispose aprendo il fuoco sui campi profughi. Da lì le agitazioni si estesero a tutta la striscia e poi anche in Cisgiordania: le forze di difesa israeliane si resero ben presto conto che non si trattava delle solite proteste del passato e non erano abituate ad affrontarle.
Al lancio di sassi i soldati risposero con i proiettili e le immagini che tutto il mondo vide danneggiarono non poco l’immagine di Israele di fronte all’opinione pubblica.
Nel corso del primo anno dell’Intifada nacque un movimento antagonista dell’Olp, Hamas il Movimento di Resistenza Islamico; fondato dallo sceicco Yassin si ispirava ai Fratelli Musulmani (sunniti), aveva tra i suoi scopi dichiarati la creazione di uno stato islamico in Palestina.
A causa dell’elevato numero di vittime e delle pressioni dell’opinione pubblica, si spinse per una soluzione diplomatica cui diede notevole impulso re Hussein recidendo ogni legame che legava il suo regno alla Cisgiordania; questa decisione di fatto consegnò nelle mani dell’Olp il destino dell’intera West Bank.
Durante la conferenza del Consiglio Nazionale dell’Olp si proclamò la nascita di uno stato “sui territori palestinesi”, rigettando il ricorso al terrorismo contro “l’integrità territoriale degli altri stati”. Seppur fosse una dichiarazione simbolica e seppure non fosse ciò che Usa e Israele si aspettavano fu comunque la prima presa di posizione ufficiale da parte dell’Olp per una spartizione delle terre.
Questi buoni propositi di Arafat furono smentiti allorquando fu decisa l’invasione dell’Iraq nel corso dell’operazione “Desert Storm” nel 1991, l’Olp sparò una serie di missili in direzione di Israele, sperando in una sua reazione che avrebbe di fatto rotto l’alleanza multiforze composta anche da Arabia Saudita, Siria ed Egitto.
Le scelte sbagliate (bombardamento di Israele e pieno sostegno a Saddam Hussein) marginalizzarono Arafat, incidendo sulle sue capacità di giudizio di fronte all’opinione pubblica mondiale, la rottura dei suoi legami con gli Usa e non di meno la perdita di numerosi sostenitori tra gli stessi arabi, come ad esempio l’Arabia Saudita.
Nel frattempo l’Intifada proseguiva lasciando sul campo intorno al migliaio di vittime; inoltre con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine del divieto per gli ebrei di abbandonare il territorio russo si riversarono in Israele qualcosa come 370.000 immigrati; a questa invasione il governo israeliano rispose con l’ampliamento del programma di costruzione degli insediamenti in Cisgiordania. Gli scontri si intensificarono e il problema demografico da una parte e da quell’altra stava diventando serio; il presidente americano Bush Sr. convocò a Madrid una conferenza di pace congiunta con i sovietici.
Al tavolo si sedettero gli israeliani insieme ai nemici storici siriani, egiziani e libanesi. Il nodo fondamentale era il ruolo che avrebbero dovuto assumere i palestinesi all’interno della conferenza: fu optato per una delegazione mista giordana e palestinese i cui membri sarebbero dovuti provenire esclusivamente dai territori e non dovessero aver avuto rapporti con l’Olp. Come ampiamente previsto dalle parti la conferenza non portò a niente.
La conclusione delle guerra fredda segnò per la questione arabo-israeliana il vero punto di svolta: gli ebrei si resero conto di non poter più fare affidamento sulla sua posizione strategica per fare pressione su Washington, mentre la caduta dell’Urss danneggiò profondamente gli arabi (la Siria in primis). Serviva dunque un nuovo modo di pensare. In Israele fu nominato premier il laburista Rabin che aveva come programma politico la pace, mentre in America il democratico Clinton. Nei territori si guardava con preoccupazione all’aumento di influenza della Jihad islamica e la perdita di feeling di Arafat sul popolo palestinese.
Non sorprende dunque che da tempo fossero in corso dei colloqui segreti tra l’Olp ed inviati israeliani: al centro c’era l’autogoverno palestinese in Cisgiordania e Gaza, il futuro dei profughi, il problema della sicurezza, la questione di Gerusalemme ed infine il riconoscimento reciproco. Per Israele si trattava inoltre di riconoscere nell’Olp l’unico interlocutore con cui trovare accordi, per l’Olp era necessario il rilancio politico per non rischiare di venire soverchiati dal radicalismo di Hamas.
Senza terra non c’era possibilità di accordo. Israele sarebbe stato ben disponibile ad abbandonare Gaza, su cui fin da subito aveva mostrato ben poco interesse, ma il problema si sarebbe manifestato al momento della questione della Cisgiordania, territorio ne quale erano presenti numerosi insediamenti con un numero di abitanti di circa 136.000 persone. Il compromesso fu raggiunto includendo nella cessione di Gaza anche la città di Gerico in Cisgiordania, mentre rimanevano sotto il controllo israeliano gli insediamenti dei coloni. Da questo accordo si sarebbero create le basi per futuri negoziati.
Seguì infatti una lunga serie di incontri a Oslo e di scambi di lettere tra i due leader patrocinati dal governo norvegese, nei quali Arafat si impegnava a garantire “il diritto dello stato di Israele a esistere nella pace e nella sicurezza” e la rinuncia “al ricorso al terrorismo e agli altri atti di violenza”. Rabin assicurò che “il governo di Israele aveva deciso di riconoscere l’Olp come il rappresentante del popolo palestinese”. Il 13 settembre 1993 a Washington venne ufficialmente firmato l’accordo negoziato precedentemente a Oslo. Israele si impegnava a ritirare le forze armate da ampi settori della striscia di Gaza e da alcune parti della Cisgiordania, riconoscendo il diritto di autogoverno alla popolazione residente in quelle aree.
Dall’accordo furono volutamente omesse le questioni riguardanti Gerusalemme, profughi e il destino degli insediamenti ebraici.
Gaza e Cisgiordania furono divise in tre zone: la prima era sotto il pieno controllo palestinese, la seconda sotto un controllo unificato palestinese (civile) e israeliano (sicurezza), una terza sotto il pieno controllo israeliano.
Accordatisi tra loro i due dovevano far accettare l’accordo alla società civile ampiamente ostile a Oslo e Washington: Arafat doveva annunciare la rinuncia di far nascere uno stato palestinese unificato, Rabin doveva garantirsi una maggioranza parlamentare che approvasse l’accordo, con la forte opposizione del Likud.
Hamas per fare naufragare gli accordi iniziò una lunga e feroce campagna di attentati contro i civili israeliani, mentre una minoranza di militanti ebrei iniziò una campagna di delegittimazione verso il governo che culminò con l’omicidio di 29 arabi a Hebron (25 febbraio 1994). Nel maggio dello stesso anno Rabin ed Arafat si recarono a Il Cairo per siglare l’accordo sull’autonomia di Gaza e Gerico; a Ramallah fu insediato il nuovo quartier generale del nuovo governo palestinese. Ad ottobre Israele e Giordania firmarono il trattato di pace che segnò la fine delle ostilità dopo più di cinquanta anni e garantì a Gerusalemme la sicurezza del suo confine ad ovest.
Il continuo susseguirsi di attentati aggravarono la posizione dell’Autorità palestinese, da una parte arrestò i miliziani islamici ispiratori degli attacchi dall’altro si trovò a gestire il problema delle misure di sicurezza al confine imposte ai lavoratori palestinesi diretti in Israele a lavorare; mentre in Israele il governo rischiava ogni giorno di perdere la sua risicata maggioranza rischiando di mandare in fumo i progressi fatti fino a quel momento.
In questo clima fu firmato l’accordo conosciuto come Oslo II che assicurava l’autogoverno ai palestinesi a Betlemme, Hebron, Jenin, Nablus, Ramallah e altri luoghi.
“Lo spirito di Oslo” incombeva sugli abitanti degli insediamenti ebraici nei territori arabi, la tensione tra la forza nazionalista favorevole all’occupazione della Cisgiordania e la parte moderata rappresentata dal governo raggiunse il suo punto di non ritorno il 4 novembre del 1995 al termine di una manifestazione pacifista a Tel Aviv, quando il primo ministro Rabin fu assassinato da un esponente dell’estrema destra ebraica, manifestando in tutta la sua drammaticità la frattura che viveva Israele al suo interno, dove una minoranza aveva la sua enclave politica negli insediamenti ed era pronta a tutto per impedire le trasformazioni che stavano avvenendo.
L’incremento del numero degli attentati spinsero l’elettorato a votare per il Likud rappresentato da Netanyahu, che fece della sicurezza il perno del suo governo. Il nuovo premier sottoscrisse un accordo con il quale Israele abbandonava l’80% della città di Hebron (anche grazie all’appoggio dei laburisti). Nel 1998 seguirono altri accordi che seguendo l’input di Oslo II consegnarono al controllo palestinese il 13% dei Territori.
L’Olp in dicembre abrogò dalla sua Carta i paragrafi relativi alla distruzione di Israele. Le dure reazioni che provocarono sia da parte dei membri dello stesso governo di Netanyahu, sia gli attacchi di Hamas spinsero il premier a dimettersi ed indire nuove elezioni, vinte dal laburista Barak.
La presidenza laburista (prima del declino inarrestabile del partito) si concentrò sul problema demografico, poiché la crescita della popolazione araba in Cisgiordania e Gaza avrebbero pregiudicato in prospettiva la persistenza di una maggioranza ebraica.
La separazione divenne una necessità e un’accordo interregionale anche. Nei primi anni del 2000 i colloqui con la Siria erano già naufragati, mentre il Libano del sud era tornato ad essere una minaccia per via delle ostilità riprese da Hezbollah, tuttavia il ritiro da questi territori era chiesto da più parti ed il governo si adoperò ad un ripiegamento entro i propri confini, lasciando a presidiare i confini l’esercito del Libano del sud, il quale si sfaldò ben presto lasciando ad Hezbollah (ipoteticamente) campo libero per il lancio di missili. Agli occhi dei palestinesi sembrò che gli attacchi prolungati potevano fiaccare Israele.
L’amministrazione Clinton prossima alla scadenza del mandato cercò alacremente di trovare una soluzione definitiva alla questione.
Gli accordi di Camp David tenutisi nel mese di luglio del 2000 andarono in questo senso e gli israeliani si presentarono con una proposta di quanto “più generoso” fossero in grado di offrire: il 92% della Cisgiordania, la possibilità di costruire la loro capitale vicino a Gerusalemme, il ritorno dei profughi nei territori. Arafat nonostante le pressioni provenienti dall’occidente e dal mondo arabo decise di rifiutare l’accordo.
Gli eventi drammatici che seguirono gli accordi hanno indotto a vedere gli incontri di Camp David come una delle più grandi occasioni mancate per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese.araf

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