INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: orizzonti di pace? – di Filippo Secciani

Il fallimento totale del vertice portò a gravi crisi interne. L’episodio catalizzatore fu fornito dal leader del partito di destra del Likud Ariel Sharon, che annunciò pubblicamente il desiderio di volersi recare in visita al Monte del Tempio, luogo sacro ai musulmani. Questa iniziativa fu intesa come una provocazione, ancor più se a prenderla fosse il responsabile riconosciuto secondo i palestinesi per i massacri del 1982.
Il 28 settembre Sharon entrò nel luogo santo. Per protesta si tenne una manifestazione pacifica dei palestinesi, a cui la polizia israeliana rispose uccidendo quattro persone e ferendone un centinaio. Ebbe iniziò la cosiddetta “Intifada di al-Aqsa”. Ciò che la differenziava dalla prima fu il fatto che le forze di sicurezza palestinesi, che presero parte agli attacchi erano adesso armate; inoltre si moltiplicarono gli attacchi suicidi.
Alla fine del 2008 le vittime totali erano 5.811. Di fronte al precipitare delle violenze Clinton convocò il vertice di Sharm el-Sheikh il 17 settembre 2000, che avrebbe costituito un comitato internazionale per l’accertamento dei fatti.
Il rapporto identificò nella disillusione del prosieguo del processo di pace una delle cause dello scoppio della seconda Intifada. I palestinesi inoltre non tolleravano il numero di insediamenti ebraici costruiti nel corso dagli anni novanta (alla fine del 2000 i coloni presenti nel territorio della Cisgiordania erano circa 190.000), insieme al “furto” delle materie prime tra cui l’acqua.
Gli israeliani denunciarono il problema della sicurezza come la questione più urgente e la perplessità che l’Anp non si impegnasse pienamente contro il terrorismo di Hamas.
Al momento della pubblicazione del rapporto, il panorama politico americano ed israeliano era mutato. In America fu eletto presidente il repubblicano Bush, mentre in Israele il Likud di Sharon ottenne una straordinaria vittoria alle elezioni.
Gli eventi dell’11 settembre hanno mutato per sempre i rapporti tra l’occidente ed il mondo arabo e musulmano. La lotta al “network del terrorismo internazionale” intrapresa dagli Stati Uniti ed i suoi alleati si trasformò ben presto in un conflitto ideologico, come scontro tra concezioni opposte degli ordinamenti umani e sociali: predominanza del modello occidentale oppure di quello islamico. Data la natura della lotta non c’era possibilità di mediazione tra le parti.
Obbligato a coinvolgere i paesi arabi nella lotta al terrorismo contro Al-Qaeda in Afganistan, divenne necessario per Bush trovare una soluzione alla degenerazione del conflitto in Palestina. Data l’importanza che il conflitto israelo-palestinese rivestiva per le sorti della missione, Bush e Blair si dichiararono favorevoli alla costituzione di uno stato palestinese. Ma l’omicidio del ministro del turismo israeliano rischiò di gettare ancora di più la regione nel caos. Il 27 gennaio ci fu il primo attacco suicida da parte di una donna.
Il 29 marzo del 2002 a Ramallah gli israeliani avviarono la missione “Scudo difensivo” la più grande iniziativa militare in Cisgiordania dal 1967, il territorio fu sigillato e Arafat fu letteralmente confinato nel suo quartier generale, la Muqata, nella capitale riconosciuta dell’Anp.
Ovunque divamparono scontri, specialmente a Jenin e Nablus dove Israele riteneva che Hamas avesse i suoi centri logistici e di reclutamento più importanti. La risoluzione di emergenza del Consiglio di Sicurezza numero 1397 per la prima volta si adoperava per “la visione di una regione in cui due stati, Israele e Palestina, vivano uno accanto all’altro con frontiere sicure e riconosciute”.
Ariel Sharon si espresse per la costruzione di uno stato palestinese completamente demilitarizzato che comprendesse il 42% del territorio della Cisgiordania e il 70% di quello di Gaza. Bush contrappose a questo progetto la sua idea di una Road map for peace, elaborata in consesso insieme a Russia, Onu ed Ue; fine delle violenze e conclusione delle negoziazioni non oltre i due anni (2005).
Nel corso della fase I le parti dovevano dichiarare il loro impegno immediato: i palestinesi dovevano rilasciare “una dichiarazione inequivocabile che riaffermi il diritto di Israele ad esistere in pace e in sicurezza ed esiga l’immediato e incondizionato cessate il fuoco per porre fine alla violenza e a qualsiasi azione armata intentata ovunque contro Israele”.
Israele doveva affermare il “proprio impegno per la realizzazione del piano che prevede la creazione di uno stato palestinese indipendente, sovrano e vitale in condizioni di pace e di sicurezza” ed esigesse “la fine immediata della violenza contro i palestinesi ovunque”.
La fase II si basava sulle elezioni palestinesi, a cui sarebbe seguita una conferenza del quartetto per la ripresa economica dei territori sotto il controllo dell’Anp.
La fase III era tesa a raggiungere “una risoluzione finale e permanente nel 2005, riguardante i confini, lo status di Gerusalemme, i profughi, gli insediamenti e, dall’altro, a sostenere qualsiasi progresso verso un accordo complessivo per il Medio Oriente tra Israele e Libano e tra Israele e Siria”.
L’idea americana ed inglese era di legare il processo di pacificazione della Palestina alla sconfitta del regime iracheno. Il piano fu agevolato anche dalla nomina a primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas (noto anche come Abu Mazen); nonostante Abu Mazen confermò il suo impegno a porre fine all’Intifada armata e Sharon sostenne l’importanza della contiguità territoriale per l’Anp , la fiducia tra le due controparti era ancora molto bassa; inoltre Hamas – che insieme alla Jihad islamica aveva rifiutato la firma della Road Map – aveva accresciuto notevolmente il suo potere, specie nella striscia di Gaza, a scapito del vecchio notabilato dell’Olp. Arafat ed il suo carisma era dunque il vero collante che teneva unite le anime palestinesi.
Sharon benché avesse accettato la proposta del piano di pace americano, già nel corso del 2002 aveva iniziato la costruzione di una “barriera di separazione” dislocata per 725 chilometri che divideva la Cisgiordania da Israele, da aggiungersi alla vecchia rete dei checkpoint; l’obiettivo del muro era la riduzione degli attacchi contro lo stato ebraico, raggiunto effettivamente con un drastico calo del 90%.
D’altro canto però la security fence isolava o addirittura inglobava significative porzioni di terre arabe, calcolate tra il 7 e l’11%, colpendo in primo luogo gli aspetti economici e la libera circolazione dei palestinesi (circa mezzo milione di persone).
Ad inizio settembre 2003, Abu Mazen che non godeva di alcuna autonomia di potere si dimise, provocando forte risentimento nel presidente Bush su cui aveva riposto le sue speranze e vedendo in queste dimissioni la mano di Arafat. La nuova nomina di un fido servitore di Arafat confermò la tesi secondo la quale era sempre il vecchio leader dell’Olp a guidare la politica palestinese.
Mentre l’Intifada non aveva alcuna intenzione di diminuire, fu Sharon a prendere l’iniziativa su Gaza (unilateralmente) per superare lo stallo politico che durava ormai da quattro anni e soprattutto per via del determinante problema demografico già segnalato dal partito laburista, dichiarando che avrebbe iniziato il ritiro dai 21 insediamenti ebraici e dei circa 7.500 abitanti. Il piano prevedeva però il rafforzamento del muro di divisione a monito dell’archiviazione della Road Map che non portò a nulla.
Le violenze continuavano. A marzo 2004 un missile uccise lo sceicco Yassin fondatore di Hamas, Arafat peggiorò a tal punto le sue condizioni fisiche che fu costretto ad essere ricoverato a Parigi dove morì l’11 novembre.
Fu riconfermato Abu Mazen alla presidenza dell’Anp con la stragrande vittoria di al-Fatah, ma Hamas boicottò le elezioni, sintomo dell’aumento del risentimento nei confronti dell’Autorità palestinese. Una delle prime azioni intraprese dal neo presidente fu la richiesta dell’attuazione del piano di pace di Bush. L’8 febbraio 2005 Sharon e Abu Mazen si incontrarono in Egitto per proclamare la fine dell’Intifada e delle operazioni militari.
Il 15 agosto la frontiera con Gaza venne chiusa e a settembre furono ritirate le forze armate dalla regione.
Il senso di sicurezza israeliano fu messo nuovamente a dura prova, questa volta dall’esterno. Le elezioni presidenziali iraniane del 2005 segnarono la vittoria del sindaco di Teheran Ahmadinejad che immediatamente lanciò serie minacce contro Israele. L’Iran sciita divenne il punto di riferimento per l’organizzazione Hezbollah in Libano.
La crisi di governo seguita al ritiro da Gaza spinse Sharon alle dimissioni da leader del Likud ed annunciò la formazione di un nuovo partito Kadima (Avanti), un partito laico di centro. Nel nuovo partito confluirono anche Peres e Olmert (l’ex sindaco di Gerusalemme). Kadima definì come obiettivo principale la pace con i palestinesi, senza fare concessioni su Gerusalemme ed i luoghi sacri per gli ebrei.
Nel gennaio 2006 Sharon fu colpito da un attacco celebrale che lo costrinse ad abbandonare la carica di premier, sostituito da Olmert. Nell’Anp si stavano per effettuare le prime elezioni legislative dopo dieci anni. Alle elezioni del 1996 la carica andò ad al-Fatah, ma dopo dieci anni di governo aveva ottenuto ben pochi successi da reclamare di fronte agli elettori palestinesi: la disoccupazione era a livelli record, pessima amministrazione pubblica e clientelismo erano la norma.
Hamas con la lista “Cambiamento e Riforme”, vinse le elezioni con un buon margine di seggi, non solo nella roccaforte Gaza, ma anche in Cisgiordania. Non corrotta dall’esercizio del potere, si era costruita all’interno dei territori una solida reputazione anche grazie ai servizi sociali offerti e alla lotta ad Israele. Lo stato ebraico si dichiarò immediatamente contrario a qualsiasi colloquio con la formazione islamista ed Abu Mazen seppur occupando ancora la carica di presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, si trovava adesso in minoranza nell’Assemblea legislativa.
Imail Hanya fu eletto primo ministro il 29 marzo 2006. Alle dichiarazioni forti contro l’esistenza di Israele la comunità internazionale bloccò l’invio di fondi, insieme all’arresto dell’erogazione di denaro da parte di Israele che gettò i territori in una profonda crisi finanziaria.
In estate l’uccisione ed il rapimento di alcuni soldati israeliani in Galilea spinse il nuovo governo guidato nuovamente da Olmert, ad intervenire nuovamente contro Hezbollah in Libano (operazione Change of Direction).
Il peggioramento della crisi economico-finanziaria a Gaza ed in Cisgiordania aveva accentuato le tensioni tra Fatah e Hamas che culminò con la cacciata di al-Fatah dall’intera striscia di Gaza.
La lotta intestina tra le due formazioni si concluse solamente nel 2007 con la mediazione saudita. Il presidente Abbas ed il primo ministro Haniya concordarono per un governo di utilità nazionale e con la spartizione dei ministeri; inoltre questa spaccatura era ben rappresentata dalla conformazione politica dei territori: Gaza ad Hamas e la Cisgiordania all’Olp.
Il 27 dicembre 2008, in seguito all’intensificarsi di una serie di attentati di Hamas, Israele dette il via all’operazione “Piombo Fuso” a Gaza. A causa della durezza dell’attacco, moltissime infatti furono le vittime civili, ci fu una vasta reazione internazionale.
L’instabilità politica interna ad Israele ha portato alla caduta del governo di Kadima nel 2009, guidato dall’ex ministro Livni, a cui nuovamente successe la destra di Netanyahu in seguito alle elezioni anticipate. Al voto legislativo del 2013, Netanyahu ottiene nuovamente l’incarico dal presidente della Repubblica Peres di formare il governo, ma l’assenza di una maggioranza e la spaccatura della Knesset in due (60 seggi sia alla destra sia ai laburisti) costringe Netanyahu a inserire nel suo governo l’ex giornalista tv Yair Lapid a capo del neonato partito di centro Yesh Atid. Alla fine il premier riesce a creare una coalizione di governo solamente a metà marzo.
Nuove prospettive di pace attendono Israele e Palestina in seguito al viaggio che il presidente Obama vi ha fatto per la prima volta come presidente.

isr
Nel 2009 sostenne a il Cairo il discorso programmatico su Islam e Palestina. Ma di quel discorso è rimasto ben poco. In Egitto il sentimento anti americano è cresciuto molto, così come nel resto del mondo islamico. Il conflitto palestinese non sembra essere per Washington la “più importante causa di tensione col mondo islamico”; per la presidenza democratica molto più importante è la soluzione al rischio nucleare iraniano.
Nonostante l’impegno di Obama a “rendere chiaro che per l’America la situazione del popolo palestinese è insostenibile”, che l’America “non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese” e negando ogni legittimità degli insediamenti colonici israeliani, non ha prodotto grandi risultati se non il risentimento del primo ministro israeliano.
Durante la conferenza stampa con Abu Mazen Obama ha dichiarato come “gli Stati Uniti sono favorevoli a una soluzione a due Stati” aggiungendo poi come “I palestinesi hanno diritto a uno Stato indipendente. E l’unica soluzione è un negoziato tra Palestina e Israele. Non possiamo abbandonare la strada della pace”. Nuovamente il tema centrale sono stati gli insediamenti ritenuti “controproducenti” per il processo di pace. Seppur ribadendo il sostegno ad Israele, Obama auspicava un divisione della Palestina in due stati.
La spedizione di Obama è stato dunque un viaggio senza progetti concreti, ma piuttosto un ennesimo auspicio per una spartizione politica dei territori. Inoltre il presidente ancor prima che ai governi si è rivolto ai due popoli, ormai in lotta da troppo tempo e in particolare ai giovani futuri attori della politica per una pacificazione definitiva della questione israelo-palestinese.

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