IL PENSIERO POLITICO DI THOMAS HOBBES – di Filippo Secciani

In seguito alla morte del sovrano inglese Giacomo I, scoppiarono una serie di proteste contro il successore Carlo I per le sue politiche di governo decisamente autoritarie. Nacquero una serie di movimenti di opposizione, accusando il sovrano di non rispettare i diritti del popolo sanciti dalla Common Law. Le contese tra re e parlamento portarono infine allo scoppio della guerra civile nel 1642, quando si scontrarono i realisti in appoggio del re contro i parlamentari o round-heads, fino al 1651.hob1

E’ in questa situazioni di forti tensioni sociali e politiche che Thomas Hobbes (1588-1679) elabora la sua teoria di un forte potere sovrano in grado di assicurare l’ordine ad una società dominata dalle passioni. In una lettera che precede il libro del 1640 The elements of law natural and politic, distingue tra discorso logico e discorso ideologico: nel primo prevale la ragione, nel secondo le passioni. Queste, scatenatisi col contrasto tra sovrano ed opposizione, hanno fatto perdere il senso del diritto.
Hobbes non accetta la tesi che distingue tra forme buone e forme cattive di governo e la teoria del governo misto. Secondo lui entrambe queste tesi derivano dai due fondamenti della sovranità: l’assolutezza e l’indivisibilità.
Per Hobbes dunque il potere sovrano è assoluto, altrimenti non può essere definito sovrano. Rispetto all’altro teorico del potere assoluto (inteso come non limitato dalle leggi positive), ovvero Bodin che vedeva nel potere del sovrano dei limiti quali l’osservanza delle leggi naturali e divine e nel diritto dei privati. Hobbes al contrario fa cadere questi due limiti.
Per quanto riguarda le leggi naturali e divine Hobbes non le nega, ma afferma che non sono leggi come quelle positive perché non possono essere fatte valere con la forza di un potere comune e quindi non sono vincolanti, se non nella coscienza: il vincolo che lega i cittadini alle leggi positive fatte dal sovrano, non è uguale al vincolo che lega il sovrano alle leggi naturali, ovvero le leggi poste da Dio. Se il suddito non osserva la legge positiva può essere costretto a farlo, se il sovrano non osserva le leggi naturali non c’è un’autorità che gli impone di farlo.
Dunque per il suddito le leggi cui è sottoposto devono essere seguite in modo assoluto, mentre per il sovrano si tratta di mere regole di comportamento. Nella condotta giuridica del suddito il giudice è il sovrano, in quella del sovrano il giudice è il sovrano stesso.
Hobbes nega inoltre la differenza tra sfera pubblica e quella privata: una volta che uno stato si è costituito, la sfera dei rapporti privati (che per lui coincide con lo stato di natura) confluisce nella sfera dei rapporti pubblici (quei rapporti che legano il sovrano ai cittadini).
Gli uomini preferiscono alienarsi dalla stato di natura ed entrare nello stato, perché nel primo non ci sono leggi che lo governano e non ci sono leggi fatte rispettare da un potere comune, siamo in una situazione di bellum omnium contra omnes.
Il mezzo giuridico che permette di trasferire il suo diritto è il contratto: in ogni contratto la promessa di fiducia è il patto o covenant.
In Hobbes inoltre il diritto di proprietà esiste solo nello stato e attraverso la tutela che ne fa lo stato: nello stato di natura gli uomini hanno uno ius in omnia, ovvero diritto su tutte le cose e dunque un diritto su nulla. Solo lo stato può garantire con la sua forza che il mio è solamente mio ed il tuo è esclusivamente tuo.
Come abbiamo detto all’inizio, dal principio di assolutezza del potere deriva la distinzione tra forme buone e forme cattive di governo. Questa separazione deriva da come i sovrani esercitano il loro potere: se lo fanno seguendo le leggi oppure no. La domanda che Hobbes si pone è: ma se il sovrano cattivo è quello che non opera conformemente alle leggi ed abusa del suo potere, che senso ha parlare di abuso di potere quando il sovrano ha un potere illimitato?
Lui stesso risponde che non esiste nessun criterio oggettivo per distinguere il buon re dal cattivo re, i giudizi sono espressioni meramente soggettive, dipendenti dalle opinioni che ognuno di noi possiede, a sua volta le opinioni personali sono dovute al fatto che non esiste nessun criterio razionale per distinguere il bene dal male (ogni criterio è derivato dalla passione e non dalla ragione).
Prosegue con la distinzione di re e tiranno. La differenza, ci spiega nel de Cive, è passionale e non razionale. Se il re avesse un potere limitato rispetto al tiranno, non potrebbe essere definito re; ma se il suo potere diviene illimitato non c’è allora distinzione tra re e tiranno (il re è un sovrano che ha la nostra approvazione, il tiranno è un sovrano che non ce l’ha); tiranno ex parte exercitii: se il potere non ha limiti non possiamo parlare di un sovrano caratterizzato dall’eccesso di potere.
La seconda forma di tirannia di Hobbes è quella del ex defectu tituli: o il principe che conquista lo stato con la forza riesce a conservare il suo potere – viene quindi legittimato, avendo tutte le caratteristiche degli altri sovrani legittimi – oppure non riesce a conservarlo per via dell’ostilità dei sudditi e allora diventa un nemico. In altre parole o il principe riesce a legittimare anche dopo aver compiuto il fatto (principio di effettività) il proprio potere e allora è un principe come tutti gli altri, oppure non ci riesce anche dopo averlo conquistato e allora non è un principe ma un nemico per i sudditi. La differenza sostanziale quindi è tra principe e non principe, non tra principe buono o cattivo.
Per il concetto di dispotismo anche Hobbes come gli altri filosofi politici converge sulla definizione. Individuano infatti il dispotismo come quella forma di dominio in cui il potere del principe sui sudditi è della stessa natura di quello del padrone sugli schiavi.
Hobbes fa però un’ulteriore considerazione sul dispotismo, inteso come dominio ottenuto attraverso la conquista e la vittoria: fa riferimento esclusivamente a conquista e vittoria, non si sofferma sul concetto di guerra giusta o ingiusta.
Questa omissione è giustificata dal fatto del suo dubbio circa la possibilità di distinguere una guerra giusta da una ingiusta.
Ciò che ne determina la giustizia è solamente la vittoria. Ha ragione chi vince. Se tra due contendenti che non riconoscono al di sopra di loro alcun giudice scoppia una guerra, la vittoria è l’unico criterio per distinguere chi ha ragione da chi ha torto.
L’innovazione di Hobbes rispetto alla tradizionale dottrina del dispotismo è introdotta dallo stesso con il concetto di legittimazione. Il dominio dispotico “è acquistato dal vincitore allorquando il vinto, per evitare la morte presente, pattuisce, o con espresse parole o con altri segni sufficienti della sua volontà, che, sino a quando la sua vita e la libertà del suo corpo gli verranno lasciate, il vincitore ne avrà l’uso a suo piacimento […] non la vittoria dà diritto di dominio sopra il vinto, ma il patto su di lui” (Leviatano)hob2
In quest’opera uscita nel 1651 Hobbes accettava il fatto della condanna a morte del sovrano, affermando che dopo ogni conflitto civile viene sempre ripristinata l’autorità.
Quello che compare da questo passo è che anche il potere dispotico può essere legittimato dal consenso di chi si sottomette, dispotismo giustificato ex contractu.
Le motivazioni che spingono gli individui ad abbandonare lo stato di natura è la mancanza di garanzia di sopravvivenza. Per salvarsi la vita gli uomini si sottopongono a un potere comune in grado di impedire l’uso della forza privata. Lo stato dunque nasce da un patto – il covenant come abbiamo visto – tra gli uomini per garantire la loro sicurezza, sottomettendosi ad un unico potere.
Il secondo caposaldo del pensiero di Hobbes, dopo l’assolutezza, è l’indivisibilità.
Contrario ai governi misti, per lui il potere del sovrano diviso è uguale ad un potere distrutto e la teoria che promuove la divisione dei poteri è una teoria sediziosa che dovrebbe essere vietata.
Nel decimo capitolo del de Cive Hobbes muove l’accusa principale alla democrazia, quando afferma che “le deliberazioni prese in grandi assemblee sono meno sagge di quelle prese per consiglio di pochi”: all’interno dei gradi consessi sono pochi quelli che conoscono effettivamente la situazione interna e quella estera, ma è il voto della massa dei presenti che conta.
Per lui dunque se il potere del sovrano è diviso non è più sovrano, mentre se continua ad essere effettivamente sovrano, vuol dire che non è diviso o che la divisione è solamente apparente.
Hobbes pur dando credito al tema della libertà sostenuto dai fautori del governo misto, non trascura però l’argomento della stabilità, mostrando come la conseguenza del governo misto è la dissoluzione dello stato. Per lui quindi il governo misto si muove nella direzione opposta a quella immaginata dai sostenitori: l’instabilità del governo.
Oltre al problema della stabilità del governo Hobbes critica il governo misto anche con riferimento alla teoria della separazione dei poteri. E’ paragonato a qualcosa di mostruoso, il Leviatano. Nel regno della terra l’unione del potere legislativo, giudiziario ed esecutivo è abominevole.
Le critiche principali Hobbes le destina alle funzione principali dello stato e della loro assegnazione a organi diversi “il poter di levar moneta […] il potere di dirigere il comando […] ed il potere di fare le leggi” (Leviatano). Le critiche erano rivolte alla monarchia inglese come forma di governo che combinava monarchia, aristocrazia e democrazia.
In un paese in cui il monarca delibera, i magistrati amministrano la giustizia ed un’assemblea di notabili decide sulle tasse, il cittadino si troverà sottoposto a tre poteri ed in caso di conflitto tra questi, ne subirà tutte le conseguenze. Inoltre, come ribadisce nel Leviatano, il governo misto genera fazioni, che non portano alla stabilità politica ma alla guerra civile.
Ragione e ordine devono essere alla base della vita politica, salvando il suddito dalle passioni politiche.
Per lui le passioni vanno dominate dalla ragione, la quale può portare la pace tra i cittadini, ma alla fine è il potere del sovrano che annulla le passioni, imponendo le leggi.
Monarchia intesa come monarchia convenzionale scaturita da un contratto sottoscritto da uomini uguali. Perché la società è composta da cittadini uguali, ossia da soggetti umani condizionati da sentimenti individuali; lo stato nasce con il consenso di tutti e serve per vincere le passioni individuali; di conseguenza lo stato è un fatto giuridico che prevale sui fattori antropologici, economici, etici e religiosi.

FONTI:

Bobbio; la teoria delle forme di governo nella storia del pensiero politico; Giappichelli editore.

S. Mastellone; storia del pensiero politico europeo. Dal XV al XVIII secolo; UTET Libreria.

ADAM SMITH IL TEORICO DEL PENSIERO ECONOMICO MODERNO – di Filippo Secciani

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Nasce a Kirkcaldy in Scozia nel 1723 e studia a Glasgow filosofia morale. Nel 1740 viene ammesso a Oxford, entrando in contatto nel 1750 ad Edimburgo con il filosofo David Hume – il padre dell’empirismo. Nel 1752 ottiene la cattedra di filosofia morale all’università di Glasgow, pubblicando nel 1759 la sua prima opera dal titolo Teoria dei sentimenti morali.
Nel 1763, lavorando come precettore ha l’opportunità di muoversi per l’Europa ed in particolare in Francia conoscerà gli autori dell’Encyclopédie Voltaire e D’Alambert; ma soprattutto apprese il pensiero economico degli economisti Quesnay e Turgot, sostenitori di un sistema basato sull’agricoltura. Rientrato in Scozia nel 1776 scrive la sua opera omnia il libro La ricchezza delle nazioni. Morirà nel 1790 nella città di Edimburgo.
Nel secolo di Smith si ha la riforma del sistema mercantilista che aveva dominato fino a quel momento. Esportare e non importare per accrescere la ricchezza del sistema nazione era il mantra che si ripeteva tra i corridoi del potere. Le grandi scoperte geografiche e la conseguente formazione dei grandi imperi coloniali tuttavia avevano portato ad una rottura di questo approccio.
Il commercio infatti diventava inarrestabile: nasce un nuovo ordine economico-sociale senza un vertice, senza un monarca che fino a quel momento indirizzava dall’alto le decisioni, ma come se fosse una Mano Invisibile a condurre il gioco del commercio.
L’altra grande differenza con il passato è l’affermazione delle libertà individuali e civili nella società. La ricerca dei diritti naturali della persona, come definito nelle costituzioni dei nuovi stati che si andavano formando, racchiude anche il diritto di esprimere appieno l’individuo nella sfera economica. E’ all’interno di questo nuovo modo di pensare ed agire che si muove Adam Smith.
In questo secolo in Inghilterra si ebbero le grandi rivoluzioni che poi avrebbero attecchito nel continente europeo ed in seguito nell’intero occidente.
La rivoluzione agricola è intesa come l’insieme delle innovazioni che coinvolsero le campagne, le quali adottarono un sistema di tipo imprenditoriale.
La rotazione delle colture, l’introduzione di macchinari e di agenti chimici favorirono le coltivazioni, incrementando le entrare e le rendite delle campagne, insieme alla produttività del lavoro. Non tutti riuscirono in questa prima modernizzazione. I piccoli imprenditori non riuscendo a sostenere lo sviluppo e non potendo competere con chi aveva innovato, furono costretti ad abbandonare la campagna per la città, dove costituirono la manodopera di base per l’industria manifatturiera. Nel primo decennio del 1800 (nonostante il raddoppio del numero di abitanti della Gran Bretagna) nel settore primario era impiegato solamente un terzo della popolazione lavorativa. Questi dati, insieme alle continue innovazioni tecnologiche furono alla base del processo di rivoluzione industriale.
I primi macchinari furono introdotti dall’industria tessile, come ad esempio il telaio meccanico idraulico; in verità la macchina che coinvolse nel processo di innovazione l’intero sistema industriale fu la macchina a vapore, inventata da James Watt nel 1765. L’enorme disponibilità di energia del nuovo marchingegno permise di raggiungere alti livelli di produzione e di commercializzazione dei prodotti in tempi assai contenuti.
Nel suo libro la Teoria dei sentimenti morali Smith riconduce la moralità delle persone alla psicologia sociale. Due sono le tendenze principali sulla morale: la prima collega la collega alla ragione. Gli uomini sono esseri morali perché agiscono seguendo la ragione, la logica, operando quindi per il bene.
La seconda teoria della moralità, adottata dallo stesso Smith, è basata sui sentimenti. Per lui l’uomo è naturalmente portato ad avere empatia verso gli altri esseri umani: viviamo ed agiamo anche per essere approvati dagli altri. E’ il senso di vicinanza che abbiamo nei confronti degli altri che ci spinge a stare bene e quindi a cooperare.
In questo libro viene anche menzionato per la prima volta il concetto di Mano Invisibile. Attraverso il perseguimento dei propri interessi “egoistici”, l’individuo riesce a soddisfare gli interessi della collettività tutta (individuo morale): “Non serve a niente che il superbo e insensibile proprietario terriero ispezioni i suoi vasti campi, e che, senza pensare ai bisogni dei suoi fratelli, nell’immaginazione consumi da solo tutto il grano che vi cresce. Il familiare e comune proverbio, che dice che l’occhio è più grande della pancia, non è mai stato così vero come nel suo caso. La capacità del suo stomaco non regge il paragone con l’immensità dei suoi desideri, e non è maggiore di quella del più umile contadino. […] La produzione del terreno mantiene in ogni momento quasi lo stesso numero di persone che è in grado di mantenere. I ricchi non fanno altro che scegliere nella grande quantità quel che è più prezioso e gradevole. Consumano poco più dei poveri, e, a dispetto del loro naturale egoismo e della loro naturale rapacità, nonostante non pensino ad altro che alla propria convenienza, nonostante l’unico fine che si propongono dando lavoro a migliaia di persone sia la soddisfazione dei loro vani e insaziabili desideri, essi condividono con i poveri il prodotto di tutte le loro migliorie. Sono condotti da una mano invisibile a fare quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla vita che sarebbe stata fatta se la terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti, e così, senza volerlo, senza saperlo, fanno progredire l’interesse della società, e offrono mezzi alla moltiplicazione della specie. Quando la Provvidenza divise la terra tra pochi proprietari, non dimenticò né abbandonò quelli che sembravano essere stati lasciati fuori dalla spartizione” (Teoria dei sentimenti morali).
Nella teoria delle Conseguenze Inintenzionali, accettata da tutti ed allargata ad altri studi come la psicologia e il diritto, spiega come sia difficile ottenere un sistema economico pianificato, perché le intenzioni del pianificatore possono portare a conseguenze non previste.
Adam Smith non è il primo teorizzatore della divisione del lavoro, ma è il primo che riesce ad schematizzarla, a capirne le conseguenze e a fare in modo che la divisione del lavoro sia compresa dall’intero sistema economico. “Il lavoro compiuto da un individuo isolato non è, evidentemente, sufficiente a procacciargli gli alimenti, gli indumenti, e il genere di alloggio, che si suppone siano richiesti in una società evoluta, non solo dal lusso della persona di condizione elevata, ma anche dalle naturali esigenze del più umile contadino”(La ricchezza delle nazioni).
La divisione del lavoro Smith la spiega nelle pagine del libro La ricchezza delle nazioni con la metafora dell’operaio che lavora nella fabbrica di spilli: “prendiamo dunque un esempio da una manifattura di scarsa importanza ma in cui la divisione del lavoro è stata molto spesso notata, quella della fabbricazione degli spilli. Un operaio non addestrato in questa attività (della quale la divisione del lavoro ha fatto un mestiere distinto), né abituato all’uso delle sue macchine (l’invenzione delle quali è probabilmente stata determinata dalla stessa divisione del lavoro), potrebbe forse a malapena, impegnandosi al massimo, fare uno spillo al giorno, e certamente non potrebbe farne venti. Ma nel modo in cui ora viene svolta, non soltanto questa attività è un lavoro specializzato, ma è divisa in molti rami, la maggior parte dei quali parimenti specializzati. Un uomo svolge il filo metallico, un altro lo drizza, un terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quinto lo arrota nella parte destinata alla capocchia … La fabbricazione di uno spillo è così divisa in circa diciotto distinte operazioni, che in talune fabbriche sono eseguite da mani distinte, sebbene in altre lo stesso uomo ne esegua talvolta due o tre. Ho visto una piccola fabbrica di questo tipo dove lavoravano soltanto dieci uomini e quindi dove taluni di essi eseguivano due o tre distinte operazioni. Ma sebbene fossero poverissimi e quindi scarsamente attrezzati delle macchine necessarie, essi potevano, applicandosi, fare tra tutti circa dodici libbre di spilli al giorno. In una libbra vi sono oltre quattromila spilli di media grandezza. Quelle dieci persone potevano, quindi, fare complessivamente oltre quarantottomila spilli, faceva quindi in media quattromilaottocento spilli al giorno. Ma se avessero lavorato separatamente e indipendentemente, e se nessuno di loro fosse stato addestrato a questo speciale mestiere, essi certamente non avrebbero potuto fare venti e forse nemmeno uno spillo al giorno ciascuno.”(La ricchezza delle nazioni).
In questo consiste la divisione del lavoro teorizzata da Smith, come prodotto dell’evoluzione della condizione sociale dell’uomo; in più porta all’emersione dei talenti grazie alla specializzazione del lavoro.
Per spiegare questa teoria della specializzazione intesa come evoluzione della condizione dell’uomo, Smith fa l’esempio dell’uomo primitivo: i più robusti andranno a caccia di cibo, mentre quello meno robusto costruirà le frecce che servono agli altri per la caccia. Con il tempo il costruttore di frecce si specializza e diventa un armaiolo, c’è poi quello specializzato nel conciare il cuoio, quello che costruisce le capanne.
E’ così che nasce la civiltà: attraverso la divisione del lavoro, specializzandosi in ciò che si sa fare meglio, contribuendo così anche al benessere degli altri.
Divisione del lavoro sarà anche alla base degli scambi; i manufatti prodotti dalla mia specializzazione in surplus verranno scambiati per ottenere quello che di cui ho bisogno. Inoltre il benessere ottenuto dallo scambio e dalla divisione del lavoro si estende a tutta la società.
“Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile, fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale con i suoi simili fare dei gesti che possano significare questo è mio quello è tuo, io darei volentieri questo in cambio di quello”. All’interno di una società civile l’uomo ha sempre bisogno dell’aiuto dei suoi simili, attraverso lo scambio. Questo sistema di scambi organizzati fa si che i talenti possano essere utili gli uni agli altri, arricchendosi prima attraverso la specializzazione del lavoro e dopo confrontandosi con chi sa fare meglio le cose di cui l’individuò avrà bisogno.
Lo scambio ed il commercio necessitano di un mercato per potersi sviluppare. Gli ambienti chiusi non stimolano il mercato. Inoltre alcuni mestieri possono nascere e crescere solamente dove ci sono molte persone che lo permettono (esempio del facchino). L’ampiezza del mercato è fondamentale ed affinché ve ne sia ampiezza bisogna che ci sia la libertà di commercio e bisogna che non ci siano barriere doganali. Solo allargando i confini del mercato sarà possibile che la divisione e la specializzazione del lavoro, insieme alla naturale propensione allo scambio possano trovare terreno fertile per lo sviluppo.
Smith riconduce quindi le radici della civiltà al commercio; le grandi civiltà del Mediterraneo sono state grandi perché c’era il mare calmo e con molte isole che consentono di navigare, che a sua volta sviluppa il commercio, che infine a sua a volta favorisce la nascita e lo sviluppo della civiltà facendo entrare in contatto culture, merci e modi di produrre differenti.
Adam Smith è anche considerato il padre del laissez-faire, ovvero l’idea che non vede alcun ruolo per lo stato. Nelle pagine scritte dal filosofo traspare come lo stato sia un’ostacolo ai commerci e un’ostacolo alla ricchezza individuale. Tuttavia l’idea di Adam Smith non è libertaria, lo stato per lui deve esistere per garantire alcune funzioni basilari della comunità civile.
La sfera della libertà economica è strettamente connessa alla sfera della libertà politica e dai diritti naturali, perché se un soggetto non può spostarsi per lavorare dove preferisce e dove meglio viene salariato, vengono intaccati i suoi diritti di libertà naturali.
La libertà è unica e se ne viene a mancare una parte, viene a mancarne nella sua interezza. I popoli che perdono la cognizione della propria libertà, finiscono per diventare oppressi: quando i popoli diventano troppo dipendenti dall’aiuto dello stato vuol dire che hanno perso il senso del significato della parola libertà, perdono la loro capacità di rivendicare i loro diritti e finiscono oppressi.
Un altro pericolo della regolamentazione Smith lo individua nei salari. In Inghilterra la regolamentazione dei salari ha fatto si che non fosse trovato il giusto equilibrio tra domanda ed offerta di lavoro e finché non fosse abolita la regolamentazione salariale la rivoluzione industriale, che avrebbe fatto della Gran Bretagna la prima potenza economica mondiale, non si sarebbe potuta sviluppare.
Ma qual’è quindi il ruolo dello stato? Per Smith i salari ed i prezzi non vanno regolamentati, ma inseriti all’interno di un mercato di libero mercato e di concorrenza, laddove è la concorrenza stessa a regolamentarli. All’interno di un sistema che prevede una sola corporazione, invece, i beni vanno necessariamente regolamentati dallo stato. Questo concetto è alla base della teoria dei Monopoli.
Dove c’è un monopolio è forse un bene che ci sia una regolamentazione del prezzo, altrimenti il prezzo di monopolio sarà inefficiente perché non allocherà in modo efficiente le risorse tenendo alti i prezzi, escludendo dal mercato porzioni di società che comprerebbero il bene se non avesse prezzi tenuti artificialmente alti.
Lo stato deve garantire prima di tutto la regolarità dei contratti, garantire quindi che i patti siano mantenuti: prima funzione dello stato è quella della giustizia.
Lo stato deve anche regolamentare l’attività bancaria, provvedere alle infrastrutture che altrimenti nessun privato avrebbe convenienza a fare (porti, strade e opere pubbliche). Lo stato può sopperire a quella che è un’immediata mancanza di profitto per i privati nel fare certe infrastrutture, ma poi chiuse queste infrastrutture deve pagarle. Non ci sono beni che possono essere fatti senza costi per nessuno; le infrastrutture hanno tutte un costo e qualcuno deve pagarle ed è giusto che le paghino chi ne usufruisce.
Smith vede nell’educazione della popolazione un bene da favorire e da sviluppare, ma all’interno dell’istruzione vede con favore anche l’inserimento del sistema concorrenziale: istituzioni di sistemi educativi in concorrenza tra di loro che si migliorano per cercare di attrarre studenti contro istituzioni che hanno un numero chiuso di allievi e che non può cambiare e quindi qualsiasi cosa facciano avranno lo steso numero di allievi senza alcuno stimolo alla crescita.
La concorrenza quindi è un bene fondamentale che deve essere preservato anche rispetto alle imprese stesse. Per Smith quelle che oggi chiamiamo leggi antitrust devono proteggere la concorrenza ed il suo libero esplicarsi e non proteggere i concorrenti che tra di loro cercano di essere anti concorrenziali e diventare monopolisti o favorire intese restrittive della concorrenza.
La concorrenza è altresì fondamentale per il libero commercio ed il libero scambio internazionale. Il commercio internazionale è un vantaggio perché fa si che chi è grado di produrre meglio un bene lo venda a chi lo sa fare meno bene, con vantaggio assoluto per entrambi.
Adam Smith ha avuto un’influenza fondamentale su tutti gli economisti, anche con quelle idee che poi si sono rivelate sbagliate, come ad esempio la teoria del Valore Lavoro: il valore delle cose dipende dalla quantità e dalla qualità del lavoro (teoria in seguito ripresa anche da Marx).
Il valore delle cose però non è dato dal lavoro che esse richiedono, ci possono essere cose che richiedono molto lavoro e che non hanno nessun valore e viceversa, come correggerà la dottrina Neoclassica – figlia tra l’altro delle teorie di Smith: il valore delle cose è data dal valore di mercato, cioè da chi vuole acquistare quella cosa (utilità marginale), possiamo dire dall’accoglienza che quel bene ha sul mercato.
Gli stessi neoclassici, la dottrina economica predominante oggigiorno, come il fondatore Marshall e più recentemente Friedman o Lucas – premi Nobel per l’economia – sono figli delle idee di Adam Smith perché riprendono il meccanismo del funzionamento del mercato (domanda e offerta), prezzi, equilibrio ed i salari.
Ma soprattutto è la Scuola Austriaca che deve molto, forse più di altri, al pensiero di Smith. Si tratta di una concezione liberale dell’economia che eredita dalle teorie di Smith soprattutto il concetto delle conseguenze inintenzionali.
la Scuola Austriaca si basa sull’impossibilità di realizzazione del Socialismo e dell’economia collettivista: siccome la società è fondata su interazioni tra individui, le quali hanno delle conseguenze inintenzionali (egoismo individuale per il benessere generale) è difficile se non impossibile poter pianificare tutto.
Dunque il pensiero filosofico di Smith ha rivoluzionato le teorie economiche fino ai giorni nostri e tutti gli economisti ed i teorici dell’economia non hanno potuto fare a meno di riferirsi a lui per lo sviluppo di nuove dottrine.

W.A. MOZART, IDOMENEO, RE DI CRETA

Idomeneo, terza delle quattro opere serie scritte da Mozart, è un ottimo esempio dell’alterna fortuna di cui un brano può godere in epoche differenti. Si tratta di uno dei capolavori operistici del XVIII secolo, summa di tutte le capacità del ventiquattrenne Mozart (gli venne commissionata nel 1781 per la stagione del carnevale di Monaco). Sfortunatamente il suo successo non fu duraturo, se si esclude un’esecuzione privata a Vienna nel 1786 per la quale Mozart apportò alcune modifiche. Da quel momento in poi l’Idomeneo cadde nel più completo oblio: fu eseguito solo di rado ed etichettato come totalmente antiquato. La sua riscoperta risale al XX secolo: dopo aver subito una pesante revisione, fu rappresentato a Glyndebourne nel 1951.

Il libretto, una revisione italiana di un testo francese del 1712 ancora esistente di Antoine Danchet, contiene diverse situazioni drammatiche che ispirarono il giovane Mozart: lo sbocciare dell’amore giovanile, l’imminente decesso dei genitori, la difficoltà di trovare un posto in un mondo ostile. Il prodotto fu incandescente: unendo le novità della tragédie-lyrique di Gluck alle proprie innovazioni musicali, maturate lavorando con un’orchestra della “innovativa” Mannheim nei primi mesi dello stesso anno, Mozart creò un’ineguagliabile cornice drammatica, la cui grandezza è resa vivida e umanizzata da splendido lirismo e avvincente passione.

MIRANDOLA: IL PAESE DELLE TRANSENNE – di Jacopo Rossi

«Io quest’altro anno andrò a scuola là». La frase, usuale, fa sorridere. La pronuncia una ragazzina quattordicenne in macchina con te, con una punta d’orgoglio e d’impazienza, felice d’aver quasi finito il ciclo delle medie. Ma se segui il dito, per vedere la scuola, ti viene da piangere. Perché non si tratta del solito istituto, magari un po’ cadente e grigio, ma comunque “istituto”. Si tratta di un capannone e poco più, brutto come i palazzetti dello sport costruiti nelle periferie-dormitorio.

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Testimonianza del “gemellaggio” tra Mirandola e L’Aquila

Ospita, o, a questo punto sarebbe più corretto dire “è”, il liceo classico di Mirandola e circondario. Sì, Mirandola, che undici mesi fa o giù di lì venne devastata da una pioggia di scosse sismiche di indubbia potenza e cattiveria, insieme ad altri paesi vicini, Cavezzo, Medolla, San Felice e confinanti. Mirandola per la quale, dice chi ci vive, si sono attivati prima i cantanti, gli attori, i vip in genere, del governo e di chi avrebbe dovuto. Ma attivati davvero, non a parole o con presunte vicinanze a lutti e cordogli, inutili. Attivati con donazioni vere: soldi, container, casette. Uno ha anche mandato uno stuolo di lavatrici, dopo due giorni che, senza flash e telecamere, si era presentato sui luoghi del disastro, in silenziosa curiosità.

Le promesse del governo si sono rivelate come molte strade del centro: vuote. A undici mesi dalla falange di scosse sismiche, il centro è ancora in evidente rovina. Ci sono le ruspe, i cartelli, ma ci sono soprattutto macerie e detriti, ci sono soprattutto il legno dei puntelli e il ferro delle transenne, ovunque.

Il Castello dei Pico, che rivisse i fasti di un tempo nel 2006 dopo alcuni anni di abbandono, è sprangato, puntellato e pericolante. Il Palazzo Comunale, che troneggia ad un’estremità della Piazza della Costituente è inagibile, circondato da striscioni colorati di protesta e solidarietà. Stessa sorte anche per il Duomo e per la Chiesa di San Francesco d’Assisi (eh no, ‘un gli dice bene al poverello), della quale è rimasta in piedi solo la facciata, come fosse un set cinematografico.

Non è un borgo fantasma, beninteso: è vivo, alcune delle strade sono comunque popolate, qualche saracinesca è alzata. Molti sono però i cartelli di “affittasi” e “vendesi”, anche sulle porte di case ed edifici inagibili «ma è uguale, qui nessuno compra più, ormai».

Sulle impalcature e nei mille cantieri risuonano esclamazioni e imprecazioni in decine di lingue diverse: si alternano con il silenzio che, ai profani, pare spettrale anche alle tre del pomeriggio.

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Il Duomo di Mirandola, un anno dopo il sisma.

Uscendo dal centro, il quadro cambia, in apparenza. Sempre di provincia si tratta: tra le varie frazioni c’è molto verde e poche case, alcune delle quali comunque puntellate o inagibili.

Sembra un circo, o una Festa del’Unità perenne: ci sono i tendoni e gazebo, ormai da mesi, dicono. Ospitano fabbriche, uffici, negozi. Accanto al loro bianco accecante si trova la rigida geometria dei container, disposti in fila, tutti uguali, anonimi. Qualcuno ci vive tuttora da dopo il terremoto.

Altri ci vanno a spedire una raccomandata o a fare la spesa. Sì, perché uno dei più spaziosi, esposto al sole, è diventato un supermercato, visto che quello che c’era, prima, con la cassa, le corsie con i prodotti, le file ed i carrelli è, guarda caso, inagibile.

Spostandosi ancora verso la periferia più distante, si arriva nella zona industriale. O in quel che ne resta. Molte sono le aziende che sono crollate. I capannoni si sono accartocciati sopra gli operai: alcuni ce l’hanno fatta, altri, come il giovane Matteo, del quale restano due striscioni, un mazzo di fiori, una fiaccolata e il ricordo più che commosso, no. Ti fermi di fronte a ciò che rimane di una ditta. Chi ti accompagna no, non scende, non se la sente. Non ci passa dal 29 maggio. E capisci, dopo poco, perché. Lo spettacolo, inteso come un qualcosa che suscita interesse, di tristemente sensazionale. È agghiacciante, post-apocalittico. Qualche pilone è in piedi. Storto forse, ma in piedi. I vetri sono in frantumi. Il soffitto, o forse il pavimento del secondo piano, pende verso il basso in modo pericoloso. I cumuli di macerie sono ovunque. Il poco vento che tira, comunque freddo, agita il nastro biaco e rosso e lo striscione con i nomi di chi, quel giorno, non ha fatto in tempo: Matteo appunto, ma anche Biagio, Giordano e Paolo. Sembra sia crollato tutto ieri, o al massimo ieri l’altro. Invece sono passati undici mesi. E tutto ciò che resta è la memoria e il ricordo. Ma soprattutto, vergognosamente, le macerie, le crepe ed i detriti.

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Un particolare della zona industriale
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Il capannone dove sono morti i quattro operai

W.A. MOZART, SINFONIA CONCERTANTE in mi b magg.

Sebbene Mozart abbia scritto la maggior parte dei suoi concerti per violino quando aveva vent’anni, la Sinfonia concertante, composta quattro anni più tardi, è da considerarsi l’unico lavoro della sua maturità scritto per strumenti ad arco solisti. In senso stretto, una Sinfonia concertante è un genere diverso dal concerto: prevede vari solisti cui sono affidati temi differenti da quelli dell’orchestra. Mozart battezzò “sinfonie concertanti” solo tre delle sue composizioni: un frammento per violino, viola e violoncello con orchestra, un pezzo per quattro fiati e orchestra, che non è sopravvissuto nella sua forma originaria, e il brano in questione.

Stilisticamente la sinfonia presenta alcune caratteristiche della scuola di Mannheim insieme a elementi delle serenate salisburghesi e dell’espansività operistica.

W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 9

Il Concerto per pianoforte n. 9 (K271) potrebbe a ragione essere proclamato il primo grande capolavoro di Mozart. Come si addice a un’opera che segna l’ingresso nella “maturità” musicale di un artista, fu composto nello stesso mese in cui Mozart compì ventuno anni: il gennaio 1777. Dal Concerto traspare la sicurezza del musicista nello sperimentare forme e stili. La sezione centrale è costituita da un intenso Andantino che ricorda un’aria dell’opera seria, a cui i violini, smorzati dalla sordina, conferiscono un carattere intimo e appassionato. L’incalzante Rondò conclusivo, per contro, esplode nella gioia di vivere caratteristica dell’opera buffa. Ma Mozart possiede un ultimo asso nella manica: l’energica musica si interrompe bruscamente e subentra un minuetto di tutt’altra natura, il cui elegante tema cantabile è ancora più magico poiché totalmente inaspettato. L’intermezzo si conclude altrettanto improvvisamente e riprende l’effervescente tema del Rondò che si protrae fino alla conclusione.

MENO LIBERTA’ PER MAGGIORE SICUREZZA? IL Patriot Act ED IL CASO DELLA MARATONA DI BOSTON – di Filippo Secciani

bos2Partiamo dalle certezze: 3 morti e 176 feriti, di cui 17 gravissimi.
Passiamo alle supposizioni: attacco del jihadismo islamico, attacco domestico della destra nazionale, oppure attacco da parte di qualche folle.
Non siamo qui per elaborare una teoria. Tutti, compreso il sottoscritto, se la sono già fatta.
Arriviamo al nodo centrale della mia riflessione. Le grosse limitazioni alle libertà civili e ai diritti costituzionali in favore di una maggiore sicurezza sono servite? Evidentemente no.
Per comprendere meglio gli avvenimenti che si sono susseguiti in questi anni dobbiamo ritornare con la memoria agli attacchi dell’11 settembre.
L’esorbitante numero di morti (più di 3000), il fatto di essere stati colpiti per la prima volta a casa propria – dopo Pearl Harbor – e di aver subito l’attacco proprio nella città simbolo della cultura americana, hanno instillato nella mente e nell’animo dei cittadini statunitensi un forte senso di fragilità e di insicurezza che necessitava di una risposta forte e decisa.
Questa si è tradotta con lo Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act of 2001, meglio conosciuto come Patriot Act1.
Questa legge era volta ad impedire il ripetersi di attentati terroristici sul suolo americano, garantendo pieni poteri alle forze di polizia e di intelligence al fine di assicurare la sicurezza nazionale. “In questo senso è importante sottolineare come la coscienza comune si sia orientata naturalmente e univocamente verso un’istanza di protezione e prevenzione che all’unisono è stata rivolta ai poteri istituzionali”2, ecco quindi che nei mesi immediatamente successivi alla votazione la larga parte della società civile Usa fosse favorevole al Patiot Act3 (alle votazioni un solo senatore si oppose ed uno solo si astenne. Oppositore fu il democratico Ross Feingold, uno che da sempre si è battuto per i diritti civili).
Questa legge fu preceduta di qualche settimana dall’Authorization for Use of Military Force Against Terrorists (AUMF), si tratta di una risoluzione congiunta con la quale il Congresso consegnava al presidente “l’autorità di usare tutta la necessaria e opportuna forza contro chi aveva determinato, pianificato, autorizzato gli atti dell’11 settembre”.
In seguito, il 13 novembre fu emanato il Presidential Military Order con cui si attribuì al presidente il potere di decidere che un soggetto non statunitense, ritenuto appartenente ad Al-Qaeda o sospettato di aver compiuto atti di terrorismo, complicità o favoreggiamento in ambito terroristico fosse detenuto e processato da commissioni militari: “la situazione di emergenza determinata dalla minaccia terrorista richiede che, per garantire la sicurezza nazionale, siano adottate misure straordinarie nei confronti dei non-cittadini che il Presidente ritenga appartenere ad Al Qaeda o che egli giudichi essere in qualche modo collegati alla rete del terrore”.
Ben presto però anche le associazioni per i diritti civili compresero la minaccia e iniziarono a far sentire la loro voce.
Nello specifico la legge permette alle agenzie di sicurezza di poter indagare liberamente e senza restrizioni di sorta su documenti medici e finanziari, su computer, telefoni e persino su libri presi in biblioteca, intercettare telefonate ed e-mail senza uno specifico mandato dell’autorità giudiziaria.
Come se non bastasse l’Operation TIPS4 incoraggiava i cittadini a spiarsi a vicenda, riferendo di attività più o meno sospette al Bureau.
Ma non finisce qui perché il Patriot Act permetteva e permette alle forze dell’ordine di ottenere dalle compagnie telefoniche, provider e motori di ricerca tutti i dati riservati degli utenti di cui fossero in possesso, senza preventivo mandato della magistratura e senza alcun avviso ai diretti interessati. Infine questo provvedimento colpì gli immigrati non naturalizzati che potevano essere trattenuti in stato di fermo senza giustificazioni di sorta.
Le libertà sotto attacco sono state molte, prime fra tutte la libertà di pensiero e di espressione: chiunque avesse criticato il governo sarebbe stato sottoposto “a visite” da parte di polizia ed Fbi.
La legge da più parti accusata di essere anticostituzionale, ha subito nel corso del tempo vari tentativi di revisione (falliti), fino alla proroga da parte del presidente Obama del 26 maggio 2011 per altri quattro anni fino al 2015.
Escluso l’attacco di ieri (al momento in cui sto scrivendo il presidente non lo ha ancora definito terrorismo), dal 2001 ad oggi sono stati 25 gli attacchi definiti come terroristici5. La società americana quindi può dirsi tutto tranne che più sicura, nonostante i grandi sacrifici in termini di perdita di autonomia e libertà individuali.
Nonostante l’uccisione di Bin Laden e la conseguente decapitazione dei vertici di al-Qaeda i livelli di sicurezza americani sono ancora bassi e seppure gli inquirenti si stiano concentrando su frange separate ma che operano secondo i dettami del network del terrore, questa volta la minaccia potrebbe venire dall’interno.
A destare grande preoccupazione sono i gruppi di estrema destra cresciuti molto dopo l’elezione alla presidenza del primo uomo di colore accusato di socialismo e la sua riconferma nel novembre del 2012.
La concomitanza dell’attentato con il Patriot’s day (che commemora l’inizio della rivoluzione americana) ed il Tax day (ultimo giorno per pagare le tasse) potrebbero spingere gli inquirenti a credere in un’operazione di terroristi anti governativi.
Fanatici religiosi, ultraconservatori, neonazisti è questa la galassia da cui è composta la destra xenofoba americana. Se si considera anche che stiamo parlando del paese con il più alto tasso di armi al mondo, comprendiamo come la minaccia diventi ancora più seria.
Lunedì 8 aprile, a quatto mesi di distanza dalla strage nel cinema di Newtown nel Connecticut, Obama ha tenuto un discorso sulla sua proposta di legge per il controllo delle armi6.
Questa proposta è stata duramente attaccata da tutti i difensori del Secondo Emendamento che riconosce ai cittadini americani il diritto costituzionale di possedere armi: “A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.”
Il piano di Obama, anticipato da una legge locale emanata da parte del governatore del Connecticut ed ancora più repressiva, non solo trova molti ostacoli tra le fila del partito repubblicano ma tra gli stessi democratici che hanno rischiato la spaccatura, mentre “l’unità nazionale” dei cittadini è tutta con il presidente, il quale afferma di avere dalla sua il 90% del consenso popolare.
Le stragi ad opera di folli armati non è cosa rara in America: Columbine, Virginia Tech, Aurora, North Hollywood, Tucson, per citare solo le più famose.
Quindi, accanto alle varie forme di terrorismo, una minaccia ancora più insidiosa è rappresentata dall’elevato numero di armi in mano a privati cittadini, le leggi sul possesso di armi variano a seconda dello stato, rendendo ancora più intrigato il sistema di controllo, si calcola che siano intorno ai 300 milioni il numero di armi da fuoco possedute su una popolazione di 315 milioni di persone. Le vittime da armi da fuoco sono di media intorno ai 30 mila ogni anno.
Sia che si tratti di terrorismo interno (Oklahoma City, Waco, Atlanta), che internazionale, oppure di un folle armato ed esperto di esplosivo (su internet facilmente si trova come costruire una bomba, di più in America ci sono anche case editrici che pubblicano questo genere di letteratura) la conclusione è che il Patriot Act ha fallito, hanno fallito i proclami per una cessione di libertà personale a scapito di una maggiore sicurezza ed hanno fallito nuovamente le forze di sicurezza.

bos1

1) http://thomas.loc.gov/cgi-bin/query/z?c107:H.R.3162.ENR:

2) Carla Bassu in: Tania Groppi (a cura di), Democrazia e terrorismo. Diritti fondamentali e sicurezza dopo l’11 settembre 2001, Editoriale Scientifica.

3) Versione italiana: http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista8.nsf/servnavig/28

4) http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_TIPS

5) riusciti, falliti, o progettati. Di matrice domestica o estera.

6) restrizioni più severe per l’acquisto di armi, vietare le armi d’assalto, rendere le scuole sicure, investimenti nel settore della salute mentale.

LITIO E SUDAMERICA: IL FUTURO DELL’ENERGIA – di Filippo Secciani

Nel 2009 per uscire dalla profonda crisi che investì il settore automobilistico (General Motors fallì e la Chrysler riuscì a salvarsi solo grazie all’intervento di Obama) si comprese come fosse necessario investire in auto elettriche, considerate “le protagoniste vincenti del futuro”.
Il governo Obama destinò 2,4 miliardi di dollari circa per un un parco macchine ecologico di almeno un milione di autovetture entro il 2015.
Questa “necessaria” svolta sembrerebbe però venire arrestata dal fatto che il litio – l’elemento basico con cui vengono costruite le batterie – sia una materia prima essenzialmente “complicata”.
Nel 2020 le automobili, secondo una proiezione, dovrebbero raggiungere il numero di 200 milioni e di queste, una porzione molto ampia, saranno ibride o elettriche. Useranno perciò batterie di questo materiale.lit3
Il litio sta aumentano esponenzialmente la sua importanza nel mercato automobilistico e tecnologico in generale, trasformandosi in una risorsa strategica per le case produttrici. Attualmente la sua domanda nel mondo è un po’ meno di 150.000 tonnellate l’anno. Con la diffusione della prossima generazione di veicoli, tuttavia, la domanda probabilmente raddoppierà a 300.000 tonnellate l’anno nel 2025. Nell’ultimo rapporto dalla società Roskill, del 2009, si stimava che le scorte di litio sulla Terra ammontavano a oltre 28.000.000 di tonnellate, per una capacità produttiva di carbonato di litio pari a 150.000.000 di tonnellate. Al momento dello studio, la richiesta planetaria di litio ammontava a circa 23.000 tonnellate (quella di carbonato di litio ammontava invece a circa 122.000 tonnellate)1. Il mercato di questo alcalino si trova per lo più in Argentina, Bolivia, Cile, Cina, Stati Uniti e Australia. I più grandi giacimenti mondiali si trovano però nei laghi salati delle Ande sopra i 3.500 metri di altezza. La produzione delle batterie, viceversa, resta un mercato monopolistico asiatico, con il Giappone che fa da apripista.
Le potenze asiatiche sono anche le prime consumatrici di litio, Giappone e Corea del Sud avanti a tutti – primi produttori di batterie per smartphone, pc e tablet – mentre la Cina seppur in ripresa, rimane ancora indietro.
Questa, non a caso, è una delle ragioni del continuo aumento del prezzo dell’oro “bianco”. Nel 2009 nonostante l’abbassamento del valore delle materie prime, causa la crisi, il litio continuava la sua crescita. Dal 2006 al 2009 il prezzo è triplicato e nel decennio 1998-2009 è aumentato del 238% (dati ufficiali cileni).
Il metallo più leggero del mondo in natura non si trova come elemento puro, ma come componente in alcuni minerali.
Il litio si trova molto più frequentemente in combinazione con sali, compreso quello marino, dove sarebbe disponibile in misura quasi illimitata; il fatto è che l’estrazione dal sale non è quasi mai conveniente economicamente: lo è solo dove la concentrazione salina è molto elevata. “Il minerale, già rinvenuto in grandi quantità da decenni, ha iniziato ad acquisire un nuovo significato strategico, visto il suo potenziale nel settore energetico, come possibile erede e sostituto ecologico del greggio”2.
Dal punto di vista della localizzazione le Ande rappresentano il perno di questo commercio. A causa della presenza in ere passate di un mare interno, trasformatosi nel tempo in un un gran numero di laghi salati, tra cui è importante menzionare il lago (Salar) di Atacama in Cile e il lago di Uyuni in Bolivia con un’estensione di 12.000 kmq.lit2
Il Cono Sud è stracolmo di questa ricchezza. Dai loro giacimenti di carbonato di litio si estraggono oltre l’85% delle risorse mondiali. Si comprende bene come in futuro il Sudamerica assumerà un maggior peso nelle vicende globali, sostituendo in breve tempo il Medio Oriente nella strategia energetica dei paesi affamati di risorse. La rivista Forbes nel 2008 ha definito il triangolo energetico Argentina (con il lago di Hombre Muerto), Bolivia e Cile come “l’Arabia Saudita del litio”.
Nel continente sudamericano si trovano una vasta gamma di materie prime ed il mercato delle rinnovabili, in cui troneggia il litio, è quello che si avvia ad essere il più interessante.
La Bolivia possiede circa il 50% delle riserve mondiali, mentre le esportazioni di carbonato di litio vedono già il Cile come leader mondiale (è anche il primo esportatore di rame).
Il mercato del litio è destinato per la maggior parte alla produzione di batterie agli ioni di litio, utilizzate per l’alimentazione di telefoni cellulari, computer e altri dispositivi elettronici portatili, hanno il triplo dell’energia di quelle al nichel/metallo e il doppio della potenza.
Questo metallo, già molto importante nel settore farmaceutico è destinato ad occupare un ruolo sempre più importante nel settore energetico e dell’alta tecnologia; presenta infine un’altissima capacità di immagazzinamento dell’energia, ragione per cui il carbonato di litio è utilizzato per l’alimentazione delle auto elettriche, tablet e smartphone.
Un mercato estremamente appetibile per molti attori internazionali. In primis gli Stati Uniti che stanno volgendo nuovamente lo sguardo verso il “giardino di casa” sudamericano, dopo che la precedente presidenza repubblicana aveva trascurato il subcontinente.
lit1Dopo la dipartita del caudillo Chavez, il cocalero Morales è il principale oppositore allo “spirito capitalista” degli Stati Uniti per la liberalizzazione delle risorse naturali.
Il governo di La Paz ha annunciato sul finire del 2012 un investimento da 40 milioni di dollari per l’installazione di un impianto pilota per la produzione sperimentale di batterie al litio (ha iniziato
la sua attività da un paio di mesi). La Bolivia soffre però di un notevole gap estrattivo, provocato dall’arretratezza dei suoi macchinari; per superarlo Morales è alla ricerca di contratti di collaborazione, individuati nelle imprese francesi, giapponesi e sudcoreane: il litio di Uyuni, con riserve stimate intorno ai 9 milioni di tonnellate, è particolarmente mescolato al magnesio, cosa che rende più costoso il processo di separazione. L’amministrazione del presidente indio ha già investito
nel settore 50 milioni di dollari e promette che per l’industrializzazione di Uyuni verserà nei prossimi anni altri 480 milioni di dollari.
Possedendo il 50% del litio ad oggi conosciuto e certificato, se fosse in grado di dare impulso alla sua industria estrattiva La Paz diventerebbe, come segnalato nel 2009 dal direttore del progetto Millenium dell’ONU, Jerome C. Glenn “il fornitore di combustibile del pianeta”.
La Direzione Generale delle Risorse Evaporitiche della Bolivia ha calcolato a gennaio 2011 che il totale delle riserve di litio in Uyuni sono stimate in almeno 18 milioni di tonnellate, nel 2006 Morales aveva provveduto alla creazione “di una società di gestione pubblica del litio, la COMIBO (Corporación Minera de Bolivia). Tale decisione ha lasciato intendere l’intenzione di voler rendere il litio ed i suoi futuri potenziali introiti, un bene comune. Questa scelta ha il pregio da una parte di voler proteggere e sviluppare la propria economia e dall’altra di riscattare il lungo e sofferto passato dello stato di sfruttamento da parte di potenze e gruppi economici stranieri. Questa scelta, tuttavia, non ha voluto necessariamente escludere una collaborazione con altri paesi, da cui bisognava acquisire la tecnologia necessaria”3.
Il prezzo del petrolio è già per molti inaccessibile. In questo senso gli analisti vedono la forte crescita del valore del litio. Le riserve, a detta degli esperti, sono sufficienti per coprire i prossimi 1.000 anni, cosa che permetterà di mantenere il suo prezzo relativamente a buon mercato. Il litio è
utilizzato in quantità assai piccole; quantità minime nelle batterie di computer e telefoni cellulari, come anche in quelle delle automobili (il 5% del prodotto totale, servono 20 kg per fare una batteria da automobile) e nelle turbine eoliche.
Pochi giorni fa “Michael Klane, mister Intelligence ha fatto una relazione al Congresso in cui nella lista dei rischi per la sicurezza nazionale «per la prima volta» ha anteposto allo spettro terrorismo l’emergenza «risorse naturali» […] il litio, che dà la carica alle auto ibride ed elettriche, oggi si trova principalmente sulle Ande, tra Cile e Argentina, mentre le maggiori riserve ancora intatte (quasi il 50% del totale mondiale) sono nascoste sotto la crosta salata del Salar de Uyuni in Bolivia”4.
Con la scomparsa di Chavez e il ruolo politico che lentamente sta assumendo il litio nelle relazioni strategiche mondiali, non è da escludere un ruolo di leadership che Evo Morales potrebbe assumere nella regione e soprattutto all’interno di ALBA (l’unione economica e commerciale costruita secondo gli ideali del Socialismo del XXI secolo). “L’Argentina ha invece adottato una strategia ancor più audace, dichiarando il minerale una risorsa strategica ha creato la società Unidad de Gestión Ambiental e già prefigura un’alleanza strategica con Bolivia e Cile per rimpiazzare i paesi dell’OPEC”5.
La presidenta Kirchner ha esplicitamente chiesto alla General Motors di trasferire la produzione di batterie al litio nel suo paese con l’obiettivo di aumentare il know how in questo campo.
Le riserve più importanti argentine si trovano nelle province di Salta, Jujuy e Catamarca. In particolare nella provincia di Jujuy – Salar de Olaroz – la Toyota (insieme all’australiana Orocobre) ha deciso di investire in un progetto minerario in grado di estrarre 17.500 tonnellate annue di litio (la miniera dovrebbe essere in grado di estrarre a partire dal 2014) riuscendo a far funzionare 550.000 auto e soddisfacendo la domanda annuale del Giappone per 15 anni.
Nel mercato argentino si sono affacciati ovviamente anche i cinesi, che hanno dato il via ad una joint-venture per l’esplorazione del sottosuolo che nel caso di risultati soddisfacenti, potrebbero portare diverse imprese cinesi ad investire.
Gli investimenti locali ed internazionali però non sono ancora sufficienti per generare un know how che possa incrementare lo sviluppo di un attività locale ben redditizia e stabile.
Il Cile, infine, si avvia verso una liberalizzazione e privatizzazione di questo settore. Negli anni della dittatura di Pinochet fu fatto divieto di privatizzare il settore minerario e degli idrocarburi perché ritenuto strategico per l’economia del paese e ad oggi esistono solamente due compagnie statali per l’estrazione e la commercializzazione del prodotto. Sebbene ancora gli introiti del litio siano molto contenuti rispetto a quelli provenienti dal rame, si ritiene che in futuro le esportazioni del minerale aumentino.
La Cina è rimasta indietro in questo settore per troppo tempo, ma con gli enormi capitali a disposizione e il bisogno di risorse che il suo sviluppo richiede sta velocemente recuperando il terreno perduto: a metà dell’anno passato è stato sottoscritto un’accordo con la società mineraria americana Nova Mining e la società cinese Quiangquiang Battery Company che produce batterie, per far fronte alla richiesta in continuo aumento di energia.
A novembre ha acquistato per 847 milioni di dollari cash, l’australiana Talison Lithium uno dei principali produttori di litio non provenienti dal sud America. Un’osservatore così commenta quest’acquisizione: “L’Occidente pensa di controllare e dominare il mercato dell’elettronica mondiale. Ma qualcuno ha mai pensato che senza l’energia per accendere i circuiti elettronici la maggior parte dei dispositivi diventano inutili? Il mercato delle batterie al litio per l’elettronica è come il mercato del petrolio per l’industria automobilistica, con la sola differenza che le batterie al litio, presto o tardi, sostituiranno il petrolio come fonte di energia anche per i veicoli”.
Con questo ed altri acquisti la Cina è riuscita a porre sotto il suo controllo un terzo di tutte le forniture mondiali del minerale raro6.
Non solo il Sudamerica nell’estrazione e produzione dell’alcalino, ma anche Africa, Australia e recentemente Afganistan, dove Cina e Usa si stanno già affrontando a suon di dollari per il controllo dei siti strategici.lit4
La somma dei giacimenti minerari in Afganistan varrebbero all’incirca mille miliardi di dollari; il New York Times riprendendo ufficiali americani ed in seguito confermato anche dall’allora generale Petraeus, al tempo comandante del Centcom, sostiene come lo stato asiatico potrebbe diventare uno dei maggiori centri minerari7, non solo oro e rame ma anche e soprattutto litio. C’è addirittura chi paragone le riserve afgane a quelle boliviane.
Già i sovietici durante l’occupazione negli anni ottanta, erano venuti a conoscenza di questa immensa ricchezza presente nel sottosuolo, tant’è che i geologi e i militari americani nella maggior parte dei casi hanno utilizzato le carte e gli studi effettuati dalla loro controparte sovietica. Tuttavia gli elevati costi di esplorazione e di estrazione favorirebbero solamente l’industria straniera e non l’economia reale del paese, né tantomeno un’industria indigena pressoché inesistente.
Secondo stime di Citigroup solo altri quattro paesi possiedono riserve minerarie non energetiche di un valore paragonabile: il Sudafrica, la Russia, l’Australia e il Canada. L’Afghanistan è ben lontano dall’assomigliare a un Eldorado: se mai il paese riuscirà a trasformarsi in una potenza mineraria, questo avverrà tra molti anni e al costo di enormi investimenti. Nel frattempo, il miraggio delle ricchezze nascoste nel sottosuolo potrebbe addirittura esacerbare il clima di violenza nel paese8. L’Unione Europea a causa della cronica mancanza di materie prime dei suoi stati membri è stata costretta suo malgrado, ad elaborare una strategia per evitare il blocco di rifornimenti che rischierebbero di mettere ancora di più in crisi l’economia dei 27; è per questa ragione che le commissioni che si sono susseguite per elaborare una strategia d’azione hanno individuato nella cooperazione con l’Africa la soluzione per il rifornimento non solo di litio, ma di tutte le raw materials necessarie allo sviluppo delle industrie europee, in cambio di infrastrutture e aiuti in genere9.
La Cina che già è ai vertici per la fornitura di materie prime, si sta avviando a grandi falcate verso il controllo del litio, gli Stati Uniti non possono permettersi di rimanere indietro, tanto meno in un territorio come quello dell’America Latina; l’Unione Europea invece deve assolutamente trovare qualcuno in grado di garantirgli il flusso di materie prime per l’industria automobilistica e dell’high tech. I nuovi mercati emergenti infine sono pronti ad approfittare di qualsiasi passo indietro delle potenze economiche tradizionali.
Nuovi mercati geostrategici si stanno aprendo: Bolivia, Cile e Argentina stanno diventando sempre più delle forze regionali, vedremo in futuro se si costituiranno in un cartello come l’OPEC nonostante i loro sistemi politici ed economici siano così differenti.
Ovunque si sta combattendo una guerra per il controllo delle risorse, fatta per il momento solamente da industria, finanza e diplomazia; gli Stati Uniti contemporaneamente alle iniziative economico- politiche hanno anche riattivato la IV Flotta il 1° luglio 2008 (era dismessa dal ’50) operante in America Latina e Caraibi, insieme alle sette basi già presenti in Colombia.
Obama ha la chance più importante per garantirsi il controllo del prezioso metallo soprattutto nei territori dell’Afganistan, in quanto la Bolivia – almeno che non vi sia un cambio di regime – difficilmente accetterà un partenariato con il governo imperialista del nord e l’Argentina se vuole aspirare a diventare una potenza egemone nella regione sudamericana non può lasciare il passo agli Stati Uniti; il mercato cinese è bloccato (in Tibet vi sono più che discrete quantità di litio) e il governo di Pechino ha già in mano il controllo quasi totale delle materie prime; gli altri mercati infine sono troppo poco “interessanti” per garantire una supremazia su questo minerale.
Il litio è strettamente collegato all’industria automobilistico, ma anche dell’alta tecnologia per cui chiunque di questi competitors riuscirà ad assicurarsene il controllo, avrà anche le mani sul futuro.

 

1) Carlo Jean; geopolitica del mondo contemporaneo; Laterza; 2012.

2) Lester R. Brown; 9 miliardi di posti a tavola. La nuova geopolitica della scarsità di cibo; Edizione Ambiente; 2012.

3) http://global.fundforpeace.org/index.php.

4) Jorgen Randers; 2052. Scenari globali per i prossimi quarant’anni. Rapporto al Club di Roma; Edizione Ambiente; 2012.

5) United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population 
Division, 2011; World Population Prospects: the 2010 Revision (http://esa.un.org/unpd/wpp/Excel-Data/population.htm).

6) Parag Khanna; come si governa il mondo; Fazi Editore; 2011.

 

La recensione di oggi: HITCHCOCK di Sacha Gervasi – di Michele iovine

Questa era materia delicata, non c’è dubbio. Raccontare la realizzazione di uno dei film più importanti e significativi della storia del cinema come “Psyco” e nello stesso tempo descrivere la personalità di un monumento sacro della cinematografia mondiale come Alfred Hitchcock che lo ha diretto, era impresa ardua. Eppure Sacha Gervasi, per di più esordiente, al suo primo lungometraggio, possiamo dire che c’è riuscito, pur se con qualche imperfezione. La storia della realizzazione di Psyco è la storia anche di Alfred Hitchcock, del suo modo di fare cinema, di affrontare le major e il potere delle case di produzione hollywoodiane, del suo rapporto con lo star system e della sua vita privata, velata da quello stesso mistero che ha anche sempre permeato i suoi film. Ci mette tutto Gervasi nella sua visione di Hitchcock, a partire dalle cose più note come il suo rapporto drammatico con gli attori che detestava e trattava come bestie, la sua irresistibile attrazione per le bionde, la sua sadica ironia sul set, la sua passione per il cibo, sfogo delle sue ansie e delle sue paure. Del suo mondo invece più intimamente privato e personale, del suo rapporto con la moglie Alma, ne esce un ritratto probabilmente non del tutto veritiero, ma non lo tratteggia mai in modo eccessivamente caricaturale, fornendo allo spettatore l’immagine che lo stesso cineasta inglese amava dare di se alla stampa e all’opinione pubblica.
In particolar modo nel film emerge chiaramente l’importanza della figura di Alma Reville, la moglie di Hitchcock, determinante nella carriera di quest’ultimo, grazie alla sua tempestiva capacità di intervenire nei momenti più delicati della vita sia matrimoniale che professionale del marito. Ottima recitazione a questo proposito di Helen Mirren che sbaraglia tutti e aveva a che fare con degli ottimi partner, quali Anthony Hopkins, Scarlett Johansson e Jessica Biel, ma la sua interpretazione è di netto la migliore.
Gervasi si lascia però a volte prendere abbastanza la mano dalla fantasia e certe scene stonano eccessivamente, come le visioni/allucinazioni di Hitchcock con il personaggio che ha ispirato la storia di Psyco e i sospetti di reciproco tradimento tra marito e moglie che tendono un po’ troppo a romanzare il film, però il regista ci sa regalare anche delle scene significative soprattutto verso il finale, come ad esempio durante la ‘prima’ del film quando Hitch assiste alla scena della doccia fuori dal cinema ascoltando le reazioni degli spettatori e la chicca finale che preannuncia il prossimo lungometraggio del maestro del brivido.
In conclusione possiamo dire che la parte del film che attiene alla descrizione dell’industria hollywoodiana che ostacola la realizzazione del film mostrandoci tutti i meandri e i compromessi di un sistema potente e quanto mai ricco, almeno allora, anche bacchettone (divertenti le scene dell’ufficio censura), funziona alla perfezione, mentre le parti più attinenti alla sfera psicologica e introspettiva del regista non sono prive di sbavature e qualche forzatura eccessiva. Il regista rende comunque, nel complesso, un piacevole ritratto della personalità di uno dei registi più importanti che siano mai esistiti e del suo mondo, fatto di fobie, ossessioni che poi hanno trovato,quasi sempre, un loro perfetto sfogo attraverso la rappresentazione visiva nel cinema dello stesso Hitchcock.

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