VENTI DI GUERRA MINACCIANO IL 38° PARALLELO – di Filippo Secciani

kim

Dopo alcuni anni di relativa tranquillità sono tornate a farsi sentire le minacce della Corea del Nord e del suo giovane dittatore Kim Jong-un.
Se possiamo indicare una data ufficiale potremmo individuarla nella mattina dell’11 marzo alle ore 9 quando l’annuale esercitazione congiunta tra le forze americane e quelle della Corea del Sud chiamata Key Resolve ha preso il via, coinvolgendo in totale circa 1300 uomini. La Corea del Nord ha immediatamente interrotto i collegamenti telefonici che collegavano il villaggio demilitarizzato usato come zona cuscinetto di Panmunjom. Kim Jong-un ha motivato tali iniziative accusando i suoi fratelli del sud e gli Stati Uniti di preparare queste manovre in vista di una futura invasione.
La linea di confine smilitarizzata che taglia in due la penisola coreana è lunga 241 Km e larga 4, con gran parte delle forze permanentemente schierate a ridosso. Si trovano faccia a faccia le forze della Corea del Sud stimate in misura pari al 50 per cento rispetto a quelle del Nord, ma meglio armate e meglio addestrate. Infine si devono sommare le forze degli Stati Uniti, presenti sul territorio sin dal 1953. Un tentativo di invasione, quindi, se effettuato contemporaneamente, improvvisamente ed in modo massiccio su tutta la linea, potrebbe anche avere qualche possibilità di iniziale successo per le forze nordcoreane.
Inoltre il 9 marzo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato (quindi lo hanno fatto anche gli alleati storici di Pyongyang la Cina e la Russia; il Consiglio va ricordato approva all’unanimità) nuove sanzioni economiche contro la Corea del Nord. Tutte le transazioni e i movimenti finanziari che potrebbero favorire lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano devono essere bloccate, inoltre sono state imposte nuovi divieti all’importazione di beni di lusso.
La scorsa settimana, mentre Seul e Washigton si preparavano a iniziare le manovre congiunte, il governo di Pyongyang ha affermato che annullerà gli accordi di non-aggressione siglati in passato con la Corea del Sud e ha minacciato di terminare l’armistizio che 60 anni fa ha messo fine alla guerra di Corea (1953). Dal punto di vista del diritto internazionale l’armistizio è una tregua tra due forze belligeranti, per un tempo determinato o indeterminato; non cessa dunque lo stato di guerra tra i due fronti.
L’ultimatum lanciato dalla Corea del Nord scadeva con l’inizio delle operazioni militari americane e coreane. Pyongyang ha anche paventato un’azione militare di ritorsione; non è la prima volta che queste sfide vengono lanciate. Già nel 1994, il Nord aveva minacciato di trasformare il Sud in un “mare di fuoco” e anche la scorsa estate ha inneggiato una “guerra santa” contro Seul e il suo alleato statunitense.
La novità rispetto al passato riguarda la posizione cinese. Lo storico alleato del regime ha cambiato le carte in tavola quando per la prima volta nella storia dell’alleanza sino-nordcoreana ha votato a favore della risoluzione del Consiglio di sicurezza che ha stabilito nuove sanzioni economiche.
A Pechino è in corso l’ultima fase della transizione al potere – il nuovo leader designato è Xi Jinping – e per questo il tempismo delle minacce nordcoreane non potrebbe essere peggiore. La Cina non può permettersi di continuare a fornire una protezione incondizionata al regime di Kim Jong-un nelle sedi internazionali.
Nel frattempo in Corea del Sud per la prima volta è stata eletta una donna alla presidenza della Repubblica, si tratta di Park Geun Hye, leader del partito conservatore Saenuri. Figlia dell’ex dittatore sudcoreano Park Chung Lee.
La nuova presidente 61enne è stata eletta lo scorso dicembre con il 51,6% dei voti ed ha assunto il suo nuovo ruolo di guida del paese il 25 febbraio.
Per lei si tratta di un ritorno al Palazzo Blu, dopo la presa del potere da parte di suo padre nel 1961 con un colpo di Stato militare e rimasto in carica sino al giorno in cui fu assassinato nel 1979. Con la morte della madre (assassinata da un presunto terrorista nordcoreano nel 1974) Park Geun Hye dovette assurgere anche il ruolo di first lady accompagnando il padre nelle varie visite ufficiali; venendo poi eletta nel 1988 come deputato all’assemblea nazionale tra le fila del partito conservatore.
Nel corso del suo giuramento ha incentrato il suo discorso su “la ripresa economica, la felicità dei cittadini e la rinascita della cultura”. Il nuovo miracolo economico della Corea del Sud sarà centrato su scienza e tecnologia, e condurrà il paese verso “un’economia creativa e una democratizzazione economica”. Il nuovo capo dello stato ha fatto poi riferimento al suo vicino, affermando di voler adottare un approccio pragmatico alle relazioni con il nord e di dedicare il suo intero mandato alla futura riunificazione delle due Coree. Ma allo stesso tempo ha mandato un duro monito alla Corea del Nord, esortandola ad abbandonare quanto prima le sue ambizioni nucleari e a intraprendere il cammino della pace e dello sviluppo condiviso. Il terzo test nucleare di Pyongyang del 12 febbraio scorso, ha detto Park, “è una sfida per la sopravvivenza e il futuro del popolo coreano, e non dovrebbe esserci alcun dubbio sul fatto che la più grande vittima del programma nucleare non sarà che la stessa Corea del Nord”.
Da questi avvenimenti sembrano passati secoli. Il 30 marzo la Corea del Nord ha dichiarato lo stato di guerra con la Corea del Sud.
Il 2 aprile, in un comunicato stampa il governo di Pyongyang ha affermato che amplierà il proprio arsenale nucleare. In risposta alle manovre militari congiunte tra Stati Uniti ed America. In tutta risposta Washington ha inviato nella regione due velivoli B2 che hanno effettuato un bombardamento simulato in Corea del Sud per poi tornare negli Stati Uniti. Il Pentagono ha poi schierato lo scorso 1 aprile anche alcuni F22 Raptor a ridosso della zona demilitarizzata.
L’invio dei bombardieri è stato un chiaro messaggio politico da parte del governo di Washington, decisa a dimostrare a Pyonngyang che la Corea del Sud è ancora protetta dall’ombrello nucleare statunitense.
La reazione ufficiale nordcoreana all’invio dei bombardieri B2 è arrivata sabato 30 con la dichiarazione dello stato di guerra e dell’attivazione delle forze missilistiche di Pyongyang, pronte a “colpire obiettivi civili e militari a Guam, Hawaii e in California”.
Andrea Bizzarri sostiene che “le minacce della Nord Corea non sembrano però credibili perché le capacità missilistiche a lungo raggio della Corea del Nord sono quasi inesistenti. Lo scorso 12 dicembre il governo di Pyongyang era riuscita nell’intento di lanciare con successo un missile Unha-3. Il razzo, ufficialmente utilizzato per mettere in orbita un satellite, potrebbe portare una testata nucleare e potenzialmente colpire le Hawaii, Guam o la costa occidentale degli Stati Uniti. La Corea del Nord però non possiede un arsenale di Unha-3 e comunque il razzo ha un tasso di successo del 25%.”
Ad oggi si stima che la Corea del Nord possieda tra i 20 e i 40 chili di plutonio idoneo a realizzare un numero di testate atomiche variabile da sei a dieci; a ciò va aggiunto un esercito di un milione di uomini e altri tre milioni da mobilitare. Si contano circa 1.600 aerei di fabbricazione ex-sovietica e 5.000 carri armati.
I missili della Corea del Nord potrebbero facilmente colpire obiettivi sudcoreani e americani nel territorio o raggiungere le coste giapponesi. Al momento però continua Bizzarri “Pyongyang non ha ancora messo in allerta le forze di terra e il regime sta utilizzando, tra retorica e azioni, una strategia incrementale per rivendicare le proprie posizioni politiche. Per il momento dunque non ci sarebbe nessuna intenzione di “provocare” un’escalation incontrollabile da parte nordcoreana. La situazione resta comunque tesa, perché il 38° parallelo – il confine de facto tra le due coree – è l’area più militarizzata del mondo e basterebbe un piccolo errore di giudizio per innescare la guerra.”
L’alleato americano teme invece che nel caso dello scoppio di un conflitto e di un certo crollo del regime del Nord, le armi atomiche possano sfuggire al controllo politico ed essere utilizzate da forze estreme o peggio venir contrabbandate al di fuori dei confini.
Il 4 aprile arriva la notizia che il Nord stava spostando un missile a medio raggio (con una capacità di 3000 km, capace di colpire anche l’isola di Guam al largo delle Filippine, ospitante una delle maggiori basi americane) sulla costa orientale del paese.
A parte le continue minacce retoriche non ci sono stati spostamenti di truppe terrestri ancora, né è stato dichiarato lo stato di allerta da parte di Pyongyang.
L’ultima mossa della Corea del Nord è avvenuta nella mattina di mercoledì 4 quando ha impedito ai lavoratori, manager e mezzi di trasporto sudcoreani l’ingresso nel complesso industriale di Kaesong, situato sul confine con il Sud e parte del territorio nordcoreano.
Il parco di Keasong è uno dei pochi esempi di cooperazione tra il Nord e il Sud, è sede infatti di numerose imprese sudcoreane ed è una delle principali fonti di entrate per la Corea del Nord.
Il governo di Pyongyang già nel 2009 aveva bloccato i lavori del complesso, in risposta a esercitazioni militari congiunte tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud (2009) simili a quelle attualmente in corso. E’ quindi probabile che anche stavolta il Nord attenda la fine delle esercitazioni (previste per fine aprile) per riaprire l’accesso ai sudcoreani.
In risposta alla chiusura del complesso di Kaesong il governo di Washington ha comunicato che accelererà lo stanziamento di un avanzato sistema di difesa missilistico (Thaad, Terminal High Altitude Area Defense) a Guam nel corso delle prossime settimane. Questo sistema di difesa era destinato alla protezione di Israele in Medio Oriente e non avrebbe dovuto essere azionato prima del 2015. Il fatto che gli Usa abbiamo anticipato il suo dispiegamento è indice della reale preoccupazione del governo di Washington.
Nel frattempo la Cina prosegue nei suoi colloqui diplomatici. Il viceministro degli esteri ha incontrato nella giornata del 3 aprile l’ambasciatore americano e quello sudcoreano a Pechino e ha riportato loro la preoccupazione del governo cinese. Difficilmente la Cina volterà le spalle a Kim Jong-un, ma allo stesso tempo è evidente la frustrazione cinese rispetto ai toni dell’alleato nordcoreano. Pechino non ha nulla da guadagnare da un’escalation militare nella penisola coreana ed è probabile che, a meno che la Corea del Nord non intraprenda deliberatamente un attacco contro il sud, cerchi di non alterare lo status quo.
Kim Jong-un detiene realmente il potere in casa sua? Oppure sono i militari a governarlo? Probabilmente questi eccessi verbali degli ultimi giorni servono a tenere a bada una casta sempre più ingovernabile. Il problema potrebbe essere l’eccessiva spesa militare che ogni anno riduce ancora di più la capacità della popolazione di procurarsi le risorse necessarie alla sopravvivenza e che l’eventualità di ulteriori sanzioni economiche da parte delle Nazioni Unite potrebbero portare definitivamente il paese al collasso.
La soluzione che ha individuato Kim potrebbe essere il tentativo di entrare nel club delle potenze nucleari e contemporaneamente accettare tutte le moratorie internazionali sul nucleare, questo gli darà la possibilità di rompere lo stallo con il mondo esterno, attenuare le sanzioni e ripristinare gli aiuti economici. A livello interno invece potrà convogliare – lentamente – parte delle risorse verso l’economia pur mantenendo contemporaneamente i militari in una posizione di forza con il nucleare.
Questa potrebbe essere una chiave di lettura. Ad avvalorare questa tesi c’è inoltre il fatto che Pyongyang – nel caso le minacce fossero reali – non avrebbe rispettato il suo tradizionale effetto sorpresa che ha contraddistinto ogni precedente iniziativa militare del regime.
La minaccia di una degenerazione del conflitto è più legata alla fatalità. All’errore di calcolo o all’errore umano che in un contesto così altamente critico potrebbe effettivamente portare ad una guerra, locale sicuramente, che però vedrebbe certamente il coinvolgimento degli Stati Uniti in aiuto dell’alleato sudcoreano e che forze potrebbe provocare un effetto domino sull’intera regione.

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