IL PROCESSO DI ROBOTIZZAZIONE DEI CONFLITTI ARMATI – di Filippo Secciani

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DEFINIZIONI GENERALI :

Che cosa intendiamo con il termine “robot”? Un sistema automatico in grado di sostituire l’uomo nell’esecuzione di operazioni complesse, basate sull’interazione sensoriale e cinetica con l’ambiente.

Il termine robot comparve per la prima volta in un romanzo di uno scrittore ceco. Infatti nell’etimologia slava il termine non indica altro che il concetto di lavoro. Robota in ceco vuol dire lavoro inteso come operazione non volontaria. In polacco la parola lavoratore si traduce con il termine robotnik. La caratteristica generale dei robot, che li differenzia dai comuni elettrodomestici, è la capacità di interazione con l’ambiente ed il suo grado di autonomia. Questo è ciò che intendiamo quando ci riferiamo al robot: capacità della macchina di svolgere attività diverse, complesse, la capacità di scegliere una linea di condotta migliore per risolvere un problema. Iniziamo a parlare di robotica solamente con l’avvento dell’elettronica e dell’intelligenza artificiale. L’ingegnere robotico Hans Moravec afferma “come seri tentativi di costruire macchine pensanti cominciano dopo la seconda guerra mondiale. Una linea di ricerca, chiamata Cibernetica, usava semplici circuiti elettronici per imitare piccoli sistemi nervosi e produceva macchine che potevano imparare a riconoscere semplici modelli e robot a forma di tartaruga che trovavano la strada per raggiungere le prese di corrente e ricaricarsi. Un approccio interamente differente, chiamato Intelligenza Artificiale, cercava di imbrigliare l’apparentemente prodigioso potere dei computer post-bellici – capaci di fare lavoro aritmetico di migliaia di matematici – in più interessanti tipi di pensiero”.

ROBOTICA MILITARE:

Gli Stati Uniti – uno dei maggiori investitori in questo campo – hanno introdotto il termine unmanned system per indicare sistemi di arma che non richiedono la presenza (in essi) di esseri umani. Essi sono guidati a distanza da uomini oppure nei sistemi più evoluti avranno più ampia autonomia di decisione. Sempre gli Usa hanno reso pubblici una serie di documenti denominati Unmanned Systems Roadmap che fanno il punto della situazione sulle caratteristiche e sull’uso delle armi robotizzate e tracciano il loro sviluppo futuro. L’ultima versione Roadmap 2009-2034 cerca di integrare i diversi approcci alla costruzione e all’uso dell’arma robotica, per renderla multifunzione. I sistemi di arma robotici si suddividono in tre grandi categorie a seconda dell’ambiente in cui operano: aria (UAS, Unmanned Aircraft System), terra (UGV Unmanned Ground Vehicle), acqua che a loro volta si suddividono in due sottocategorie: di superficie (USV Unmanned Surface Vehicle) e sottomarini (UUV Unmanned Undersea Vehicle). I primi esemplari di droni (termine italianizzato per indicare i velivoli senza pilota) comparvero in Israele nel corso della guerra dello Yom Kippur del 1967 (Israele detiene tuttora il primato tecnologico negli armamenti senza pilota). Patrizia Feletig in un articolo (1 febbraio 2010) su La Repubblica dice che il ricorso ai droni ha come “primo fine quello di diminuire il rischio per i soldati […] Si aggiungono considerazioni economiche: l’abbattimento di un drone, che vola in qualsiasi condizione meteo, equivale a mandare in fumo 45 milioni di dollari, per un caccia sono 143 milioni. Nelle forze armate Usa si punta entro il 2015 alla creazione di un parco di veicoli autoguidati pari ad un terzo del totale”. Non sono tuttavia solamente i paesi occidentali a possedere la tecnologia per la produzione di velivoli senza pilota, tant’è che, continua Feletig “nel conflitto in Libano del 2006 l’Hezbollah ha lanciato 4 droni, di tecnologia iraniana, sulle posizioni israeliane”. Israele sta investendo su sistemi d’arma anche terrestri con il compito di pattugliare i confini e per il trasporto di materiali. Molto utile risultano essere i robot sminatori, impiegati sempre di più nella ricerca e nella distruzione di ordigni esplosivi sempre più tecnologici e difficili da individuare per i normali metal detector.    Quando ci immaginiamo gli UAV sicuramente la mente corre al MQ-1 Predator, prodotto dalla General Atomics Aeronautical Systems, è un velivolo multiruolo (non solo ricognizione, ma anche possibilità di impiegare due missili) a pilotaggio remoto. E’ impiegato dal 1995 dall’U.S Air Force e dal 2002 anche dal Gruppo Velivoli Teleguidati presso il 32° Stormo di Amendola. Dal Predator si sono evoluti numerosi successori tra i quali l’MQ-9 Reaper. Si tratta di un velivolo adibito alle operazioni su medio-alte altitudini, con un’autonomia di ventiquattro ore. A differenza del suo predecessore, compito del Reaper non è più la ricognizione ma un hunter-killer di obiettivi critici, secondariamente svolge attività di sorveglianza e di intelligence. Il mercato dei droni è talmente ricercato che ha subito un incremento nell’ultimo decennio del 600%. L’amministrazione Obama sta battendo tutti i record per l’impiego di questa tecnologia per la lotta al terrorismo. Ad oggi in Iraq, nelle valli dell’Afganistan ed in Pakistan gli UAV sono il 30% del totale delle forze aeree ad operare sul campo. Non più azioni da sventolare sulle prime pagine dei giornali, ma una continua e silenziosa sequenza di azioni chirurgiche, guidate da una qualche basa americana a chilometri di distanza. Sviluppi continui hanno portato all’evoluzione dei robot per scopi bellici. Siano essi di terra, mare o aria a questa tipologia vengono spesso attribuiti missioni di tipo dull, dirty or dangerous, missioni ad alto tasso di rischio e nonostante la sostituzione dell’essere umano ancora non è un opzione, è innegabile però che la stessa presenza umana è un fattore limitante per alcuni tipi di missione. Per esempio i piloti necessitano di alcune ore di riposo, mentre ci sono alcuni tipi di droni che possono rimanere operativi per alcuni giorni.

robot2 Oppure l’invio di droni nelle aree contaminate da radioattività come è successo nel caso di Fukushima, oppure come avvenne durante i primi esperimenti atomici americani, quando i primi prototipi di aerei guidati a distanza furono spediti nelle zone radioattive per recuperare campioni di aria e di acqua. Ancora, la neutralizzazione di bombe è l’esempio primario di lavoro pericoloso affidato ai robot. Il loro lavoro è diventato talmente fondamentale che la produzione di sistemi d’arma robotizzati terrestri è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni. Infine fondamentale nel teatro di una missione operativa assume la sorveglianza e ricognizione, insieme alla identificazione e la designazione degli obiettivi. Tutti compiti che le “macchine” sono perfettamente in grado di eseguire. Ruolo primario di sviluppo di nuove tecnologie in questo campo e non solo lo svolge DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) il settore di ricerca e sviluppo della Difesa americana.

Tra i suoi progetti di sviluppo basta solo ricordare Arpanet (1969), il papà di Internet. Tra le sue creazioni abbiamo LS3 -Legged Squad Support Systems, in cooperazione con la Boston Dynamics creato per spostare carichi pesanti alleggerendo il lavoro ai militari che magari devono muoversi su terreni difficili, LS3 può muoversi in completa autonomia per 32 km giornalieri, sopportando un carico di circa 180 chilogrammi, immettendo una destinazione e lasciando che il sistema GPS lavori da sé oppure si può ordinare di seguire un leader, ad esempio un soldato che lo precede. O ancora può variare in tempo reale le azioni ascoltando i comandi vocale dell’operatore stesso che può ad esempio ordinare di seguirlo, di fermarsi, addirittura di sedersi oppure di attendere e così via . Altra meraviglia tecnologica è la creazione di un mini robot dalle sembianze di un colibrì dotato di telecamera digitale integrata. Si muove in tutte le direzioni, è facilmente confondibile con l’animale e consuma pochissima energia. Il suo compito è quello di osservare ambienti pericolosi ed inaccessibili per i veicoli tradizionali e per le loro dimensioni ridotte, sono considerati come impossibili da colpire dal fuoco nemico. Questo progetto, l’Hummingbird, è stato il primo esperimento di nano robot. La difesa americana, che ha investito nel progetto quattro milioni di dollari, nutre grandi speranze per il futuro. L’Hummingbird, presentato al pubblico il 17 febbraio del 2011, nonostante sia un prototipo presenta delle caratteristiche eccezionali. Può volare a 18 km/h, con assetto, direzione e velocità regolabili. Il colibrì automatizzato può salire verticalmente prendendo quota, spostarsi a destra e sinistra, ruotare su se stesso e restare sospeso a mezz’aria. La cosa più stupefacente però, sono le dimensioni: l’apertura alare è di 160 millimetri mentre il peso è inferiore ai 19 grammi. Inoltre impiegando tecnologie mimetiche prese in prestito dal mondo naturale (in particolare dagli insetti), questo micro velivolo è concepito per fornire nuove capacità di ricognizione e intelligence in ambienti urbani. Altre meraviglie ingegneristiche di Darpa sono il robot PEt-proto, in grado di saltare, salire gli ostacoli ed aggirarli, senza l’intervento dell’uomo, ma prendendo decisioni autonome e che gli consentono di mantenere l’equilibrio.

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Un prototipo sviluppato da Darpa e dall’università di Harvard è teso allo sviluppo di un robot soft and squishy, in grado di cambiare colore in relazione al terreno su cui si trova. Il materiale di base del robot è il silicone, che mantiene trasparente la struttura e consente l’ingresso di liquidi colorati per la mimetizzazione. I vantaggi dunque per la robotizzazione degli eserciti sono enormi, non solo si riducono i costi in termine di vite umane, ma anche i costi relativi al reclutamento, la formazione, l’educazione, l’alloggio e la logistica (cibo, acqua, alloggi), oltre alle cure mediche ed i servizi sanitari post conflitto. L’uso di robot nelle operazioni belliche, soprattutto nei conflitti urbani, riduce anche la percentuale di errori commessi dagli uomini sottoposti a forti stress o stanchezza. Essi possono anche essere meno probabilità di creare paura, rabbia o risentimento tra la gente del posto. Coloro che oggi fanno previsioni per una sostituzione tout-court dei “militari umani” nei conflitti armati sono suscettibili di essere smentiti almeno per il prossimo futuro. Tuttavia, ci troviamo adesso a un punto in cui una rivoluzione nel campo della robotica militare è tecnologicamente fattibile. I campi di addestramento al combattimento per robot sono una realtà nelle basi americane e non solo, dove i soldati automatizzati si preparano alla missione; sono già perfettamente in grado di correggere gli errori umani. I robot di ultima generazione devono essere programmati sapendo che gli uomini possono commettere errori, perché i militari chiedono i robot che non devono essere seguiti passo passo e che possano assumere iniziative indipendenti in combattimento. Un gruppo di ricercatori della Georgia Tech sta progettando quella che sarà la futura evoluzione del drone: robot letali autonomi, in grado di prendere decisioni da soli, senza il comando umano. Per questo il team di robotica ha messo a punto degli algoritmi, che possano guidare un drone aereo o un robot a terra in grado di decidere se sparare o meno a un bersaglio o mantenere aperto il fuoco, operando entro i limiti della Convenzione di Ginevra e le altre norme internazionali vigenti nei teatri di guerra. Questo gruppo di ricercatori, guidati dal professor Arkin, sta anche collaborando con l’Ufficio di Ricerche dell’Esercito Usa per creare una coscienza artificiale per guidare i robot sul campo di battaglia, indipendente dal controllo umano. Progetto che potrebbe portare ai primi guerrieri robotici eticamente superiori, fra 10-20 anni. Tuttavia vi sono anche voci contrarie all’impiego di armi dotate di intelligenza artificiale più o meno evoluta nei conflitti. L’uso di droni in particolare per eseguire attacchi mirati è accusata di fare numerose morti civili. L’accusa inoltre vede nello sviluppo di queste tecnologie un rischio ancora maggiore, attraverso uno sviluppo di una propria coscienza che faccia decidere queste macchine se e quando attaccare.

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