LOTTA PER LE RICCHEZZE ENERGETICHE DELL’ARTICO – di Filippo Secciani

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L’artico, che ricopre un territorio di circa 30 milioni di chilometri quadrati, è uno spazio non soggetto alla sovranità di alcuno stato.
Alcuni paesi – quelli che hanno il loro territorio che si estende oltre il circolo polare – hanno rivendicato la loro sovranità, secondo la teoria dei Settori: questa teoria prevede che gli “stati pretendenti siano sovrani di tutti gli spazi (terrestri e marittimi) inclusi in un triangolo avente il vertice nel Polo Nord e la sua base in una linea che congiunge i punti estremi delle coste proprie di ciascuno stato”1. Inoltre secondo la Convenzione sul Diritto del Mare (del 1982) nessuno stato può estendere i suoi confini territoriali fino al Polo Nord.
L’assenza di sovranità territoriale fa si che ogni soggetto di diritto faccia capo al proprio stato. Per quanto riguarda le comunità navali il potere è esercitato dallo stato della bandiera. “Nel caso di spedizioni scientifiche o di basi su terraferma, si ritiene che lo Stato che le organizza eserciti il proprio potere […] su tutte le persone, cittadini o straniere, che le compongono”2.
Il diritto internazionale stabilisce che ognuno dei paesi che si affaccia sull’Artico (Usa, Russia, Groenlandia, Canada, Norvegia) possa richiedere territori sottomarini fino ad un massimo di 200 miglia dalla costa per sfruttarne le risorse naturali.

artic3Tra le nazioni che hanno avanzato mozioni di sovranità possiamo citare il Canada, la Groenlandia e la Russia. Quest’ultima in particolare aveva nei suoi progetti per il 2007 l’annessione di circa 1,2 milioni di chilometri quadrati di territorio; come motivazione i geologi russi hanno sostenuto che tale zona fosse unita alla Russia (il cosiddetto Scudo Siberiano) attraverso una piattaforma subacquea.
“Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’Artico. La Russia espanderà la sua presenza e difenderà con forza e decisione i suoi interessi”, queste le parole con cui il presidente Putin, motivava la politica russa verso quel territorio.
Le ricerche erano volte a dimostrare come il Polo Nord fosse una parte integrante della piattaforma continentale russa delimitata dalla dorsale di Lomonosov, che si estende sott’acqua dalla Siberia all’estremità Nord Occidentale della Groenlandia per più di 1.700 km ed è unita direttamente al territorio della Federazione.
In virtù di tali ricerche Mosca si appella ad un emendamento della Convenzione Internazionale, secondo cui gli altopiani sottomarini, che iniziano da una certa piattaforma continentale, sono una estensione della stessa; per annettere un territorio, bisogna, dunque, dimostrare che la struttura dellasua piattaforma continentale sia simile alla struttura geologica del proprio territorio.
Il ministro degli esteri russo Lavrov, un anno fa circa, difese così l’interesse di Mosca: “solo le nazioni che si affacciano sull’Artico hanno il diritto di discutere le suddivisioni, altri Paesi sono benvenuti nella ricerca, ma non hanno diritti di proprietà”.artic2
La Russia inizia la “conquista” dell’Artico con la missione scientifica “Arktika 2007”, quando il mini sommergibile Mir-1 ha raggiunto la profondità di 4.261 metri sul fondo dell’Oceano Artico, fissando sul fondale la bandiera nazionale.
Mentre avvocati e analisti stanno lavorando alla presentazione che nel 2014 dovranno presentare alla commissione delle Nazioni Unite, in cui potranno rivendicare le loro aspirazioni sull’Artico, la difesa ha creato due brigate artiche con basi nell’estremo Nord del paese a Murmansk e ad Arkhangelesk, dove già esistono strutture della marina.
Lo scontro geopolitico tra questi paesi ruota intorno agli ingenti giacimenti di gas e di petrolio presenti all’interno del circolo polare artico.
Il fenomeno del cambiamento climatico sta portando l’artico allo scioglimento, l’estate boreale (il periodo che va da giugno ad agosto) del 2012 è stata la più calda di sempre, con +0,64 gradi al di sopra della media, con gravissime ripercussioni sullo scioglimento del permafrost, riducendo lo spessore medio di oltre il 40%.
Il satellite CryoSat (dell’Agenzia Spaziale Europea, ESA) lanciato nel 2010 con il compito di analizzare lo scioglimento dei ghiacciai, ha evidenziato che la disgregazione
è superiore al 60% rispetto alle analisi previste.
Con il rapido scioglimento dei ghiacciai si apre la corsa all’accaparramento delle riserve energetiche e minerarie, stimate in un quarto del totale globale (fonte lo U.S Geological Survey). Ma anche la prospettiva di sfruttamento per le nuove rotte commerciali lungo il passaggio a nord- ovest e nord-est.
In base alle stime effettuate dagli esperti, il Polo Nord potrebbe custodire circa il 13% delle riserve di petrolio (90 miliardi di barili), il 30% di gas naturale (47,2 miliardi di metri cubi) e il 20% di gas liquido non ancora scoperto. La maggioranza delle riserve di idrocarburi sarebbero offshore (pari all’84% dei giacimenti) ed a profondità non eccessive, anche a meno di 500 metri di profondità.
Fino a questo momento queste riserve restavano impossibili da raggiungere per via degli iceberg e il ghiaccio che rendono irrealizzabile la costruzione di petrolifere, ma il riscaldamento globale potrebbe in breve tempo risolvere il problema delle trivellazioni.
I giacimenti petroliferi si trovano per la maggior parte sotto l’Alaska, Groenlandia e Canada, mentre la Russia e la Norvegia hanno in prevalenza riserve di gas naturale.Gli attori politici dovranno innanzitutto estendere il limite delle 200 miglia marittime della piattaforma continentale (Convenzione sul diritto del mare di Montego Bay), in modo da assicurarsi i diritti di sfruttamento dei fondali; in questo la Norvegia è riuscita ad anticipare la concorrenza, facendosi riconoscere dalla Commissione sui Limiti della piattaforma continentale, una estensione della piattaforma di 235 mila kmq.
Non solo risorse energetiche, ma anche rotte marittime
dunque. I vecchi collegamenti di Suez e Panama per collegare Atlantico e Pacifico, sono sostituiti dai ben più brevi Passaggio a Nord-Est (Northern Sea Route, NSR), lungo la linea costiera della Siberia e il Passaggio a Nord-Ovest, attraverso gli arcipelaghi canadesi (e dallo stesso Canada rivendicato come acque interne).
I vantaggi dell’apertura a queste nuove rotte si comprendono facilmente, ad essi va aggiunto anche il risparmio del costo del pedaggio per il passaggio attraverso i due canali e non da meno per queste rotte non si corre il rischio della pirateria.artic4
Con la scomparsa dei ghiacciai nel periodo estivo assume un ruolo di rilevanza strategica lo stretto di Bering (che divide Russia da Stati Uniti) per il trasporto via mare dell’energia diretta in Asia.
I destinatari finali del prodotto dunque sono molto attenti alla questione artica. La Cina si candida ad essere uno dei protagonisti delle nuove rotte commerciali: la compagnia di bandiera petrolifera nel novembre 2011 ha sottoscritto con una società armatoriale russa un accordo per regolare i traffici marittimi del Passaggio a Nord-Est. Altri accordi sono stati stipulati con la Norvegia e con l’Islanda, mentre interesse sta destando la Groenlandia.
Una parte della ricchezza cinese è anche destinata all’esplorazione artica. Nell’agosto 2012 la rompighiaccio Drago della neve è stata la prima nave cinese ad attraversare l’Artico passando per il passaggio a Nord-Est (nel 2010 le navi che lo avevano attraversato erano state 4, mentre un anno dopo erano aumentate a 34). Seguono negli investimenti per il Polo a ruota le altre tigri asiatiche Corea del Sud, poi il Giappone e recentemente anche India e Singapore.
Nel mare Polare e nel mare di Norvegia è presente una delle maggiori riserve di pesca del mondo, che assicura una fonte estremamente redditizia per l’industria ittica; ma anche grossi quantitativi di risorse minerarie come diamanti, oro, argento, rame, ferro e uranio.
La corsa all’Artico passa anche e soprattutto dagli idrocarburi “entro i prossimi 25 anni, i cambiamenti geopolitici nell’Artico alimenteranno la competizione tra le principali potenze per garantirsi l’accesso all’energia, ai minerali, al cibo e ai mercati, in una misura finora sconosciuta in questa regione”3.
Estrarre petrolio dall’artico non è mai stato vantaggioso, ma i grandi giacimenti scoperti recentemente, insieme alle innovazioni tecnologiche, all’aumento del prezzo dell’energia e alla posizione geografica lontana da instabilità politiche ha fatto si che l’attività estrattiva aumentasse.
Particolari doti di operatività in un’ambiente così impegnativo come il circolo polare, ha dimostrato di possederle la compagnia petrolifera nazionale norvegese, la StaoilHydro.
Gazprom invece nel 2007 dette il via ad una joint venture con la Total per l’esplorazione del giacimento di Shtokman, nel mare di Barents, che tra alti e bassi nel corso degli anni, dovrebbe portare all’estrazione di 3.800 miliardi di metri cubi di gas (giacimento di gas considerato il più grande del mondo).
La ExxonMobil e la compagnia petrolifera russa Rosneft hanno firmato una joint venture per avviare prospezioni sul fondale al largo di Novaya Zemlya e pronte a fare investimenti per 3,2 miliardi.
Barack Obama ha firmato il 4 agosto 2011 l’autorizzazione preliminare per la compagnia Shell (iniziati poi nell’estate del 2012) per studi su nuove perforazioni nel mare di Beaufort, per rendere sempre più autonoma l’America dal punto di vista energetico.
Il Canada, tramite il primo ministro Stephen Harper ha promosso la costruzione di otto navi rompighiaccio per la marina militare e la costruzione di un porto ai confini del mare gelato.
“Tra gli stati artici occidentali, i problemi ambientali e l’attenzione per il benessere delle popolazioni indigene hanno occupato a lungo una posizione importante nell’agenda politica […] lo sviluppo tecnologico nelle trivellazioni esplorative, nella produzione petrolifera e nel trasporto marittimo ha reso la produzione più sicura e il trasporto meno costoso e più efficiente, contribuendo anche ad aumentare le pressioni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere nel Mare Polare. Con la scarsità di energia è…] gli interessi dell’industria petrolifera potrebbero […] prevalere su quelli ambientali”4.
Questa elevata concentrazione di attori attratti da questa immensità di risorse e interessi, rischia di far scivolare la regione nel caos militare.
La Russia che fermamente rivendica la territorialità di una parte dell’Artico, sembra non essere disposta a fare concessioni a nessuno come sottolinea Antonella Scott sul Sole 24 Ore citando Artur
Chilingarov, l’esploratore che nel 2007 sistemò la bandiera russa sul fondale oceanico: “non risparmieremo alcuno sforzo per dimostrare che la Russia sta seduta su risorse artiche. Facciamo molto, molto sul serio”5.artic5
Lo stesso Chilingarov prosegue ribadendo come il progetto per un Artico russo è “sostenuto dal presidente. Un obiettivo da centrare entro la fine dell’anno […] Non vogliamo nulla che appartenga a qualcun altro ma se dimostriamo che è nostro, ci spetta”6. A surriscaldare gli animi ha contribuito anche il presidente Putin, quando in gennaio “ha approvato il Programma statale per l’Artico, che disegnando la strategia per i prossimi sette anni suggerisce di tradurre in legge i diritti di Mosca sulla Via artica del Nord, stipulando che debba battere bandiera russa almeno il 70% dei mercantili operativi nella regione. Il presidente russo, del resto, non perde occasione per sottolineare che Mosca difenderà con determinazione i propri interessi geopolitici nell’Artico: è il Paese che ha le coste più estese lassù, e sta oltre il Circolo polare artico una parte considerevole del territorio russo”7.
Sono aumentate da parte russa il numero di missioni e basi scientifiche al Polo, ma sono aumentate anche il numero delle basi militari, navali (con sottomarini nucleari) e aeree (con un numero imprecisato di bombardieri). Infine si prevede il riammodernamento delle navi rompighiaccio a propulsione nucleare (la Russia ne possiede nove delle dieci presenti sull’intero globo).
Gli Stati Uniti, già con la presidenza repubblicana di Bush, avevano approvato un piano strategico per l’Artico nel 2009 per la difesa degli interessi nazionali nella regione. Alla questione degli idrocarburi e dei minerali, gli Stati Uniti collegano l’interesse per il Polo Nord al sistema antimissilistico, noto come Scudo Spaziale. Già nel 2004 Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia firmarono un accordo per l’ammodernamento della base missilistica di Thule in Groenlandia – risalente al 1951 e costruita per monitorare gli spostamenti sovietici nel periodo della Guerra Fredda.
Nel Febbraio di questo anno Putin ha dichiarato come gli Stati Uniti e la NATO di consesso cerchino di alterare gli equilibri geopolitici mondiali, arrivando a minacciare gli interessi nazionali di Mosca.
Ma le tensioni non sono esclusive dei grandi rivali storici Usa-Russia, ma anche tra Norvegia e Danimarca che si fronteggiano per rubarsi quante più risorse possibili; Canada e Danimarca hanno rischiato lo scontro per il controllo dell’isola di Hans, nello stretto di Nares. La NATO per impedire l’avanzata russa ha creato una “sezione” nordica del Patto Atlantico composta da Danimarca, Finlandia e Svezia oltre i tre paesi Baltici a cercare di bloccare la Russia.
Le decisioni che verranno prese in futuro dal Consiglio Artico e non solo (il forum internazionale a cui partecipa anche l’Italia e che ha il compito di “gestire” gli affari del Polo) avranno delle ripercussioni su tutto il sistema economico e politico dell’intero globo.

 

1) B.Conforti; Diritto Internazionale; Editoriale Scientifica; 2013.

2) Ibidem

3) Jacob Børresen, “Il Grande Gioco Artico”, in Limes, I Classici: Quel che Resta della Terra. Num. 2, 2012.

4) Ibidem

5) Antonella Scott, La nuova “guerra fredda” tra Stati Uniti e Russia per il Polo Nord, Il Sole 24 ore, 2 marzo 2013.

6) Ibidem

7) Ibidem

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