ADAM SMITH IL TEORICO DEL PENSIERO ECONOMICO MODERNO – di Filippo Secciani

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Nasce a Kirkcaldy in Scozia nel 1723 e studia a Glasgow filosofia morale. Nel 1740 viene ammesso a Oxford, entrando in contatto nel 1750 ad Edimburgo con il filosofo David Hume – il padre dell’empirismo. Nel 1752 ottiene la cattedra di filosofia morale all’università di Glasgow, pubblicando nel 1759 la sua prima opera dal titolo Teoria dei sentimenti morali.
Nel 1763, lavorando come precettore ha l’opportunità di muoversi per l’Europa ed in particolare in Francia conoscerà gli autori dell’Encyclopédie Voltaire e D’Alambert; ma soprattutto apprese il pensiero economico degli economisti Quesnay e Turgot, sostenitori di un sistema basato sull’agricoltura. Rientrato in Scozia nel 1776 scrive la sua opera omnia il libro La ricchezza delle nazioni. Morirà nel 1790 nella città di Edimburgo.
Nel secolo di Smith si ha la riforma del sistema mercantilista che aveva dominato fino a quel momento. Esportare e non importare per accrescere la ricchezza del sistema nazione era il mantra che si ripeteva tra i corridoi del potere. Le grandi scoperte geografiche e la conseguente formazione dei grandi imperi coloniali tuttavia avevano portato ad una rottura di questo approccio.
Il commercio infatti diventava inarrestabile: nasce un nuovo ordine economico-sociale senza un vertice, senza un monarca che fino a quel momento indirizzava dall’alto le decisioni, ma come se fosse una Mano Invisibile a condurre il gioco del commercio.
L’altra grande differenza con il passato è l’affermazione delle libertà individuali e civili nella società. La ricerca dei diritti naturali della persona, come definito nelle costituzioni dei nuovi stati che si andavano formando, racchiude anche il diritto di esprimere appieno l’individuo nella sfera economica. E’ all’interno di questo nuovo modo di pensare ed agire che si muove Adam Smith.
In questo secolo in Inghilterra si ebbero le grandi rivoluzioni che poi avrebbero attecchito nel continente europeo ed in seguito nell’intero occidente.
La rivoluzione agricola è intesa come l’insieme delle innovazioni che coinvolsero le campagne, le quali adottarono un sistema di tipo imprenditoriale.
La rotazione delle colture, l’introduzione di macchinari e di agenti chimici favorirono le coltivazioni, incrementando le entrare e le rendite delle campagne, insieme alla produttività del lavoro. Non tutti riuscirono in questa prima modernizzazione. I piccoli imprenditori non riuscendo a sostenere lo sviluppo e non potendo competere con chi aveva innovato, furono costretti ad abbandonare la campagna per la città, dove costituirono la manodopera di base per l’industria manifatturiera. Nel primo decennio del 1800 (nonostante il raddoppio del numero di abitanti della Gran Bretagna) nel settore primario era impiegato solamente un terzo della popolazione lavorativa. Questi dati, insieme alle continue innovazioni tecnologiche furono alla base del processo di rivoluzione industriale.
I primi macchinari furono introdotti dall’industria tessile, come ad esempio il telaio meccanico idraulico; in verità la macchina che coinvolse nel processo di innovazione l’intero sistema industriale fu la macchina a vapore, inventata da James Watt nel 1765. L’enorme disponibilità di energia del nuovo marchingegno permise di raggiungere alti livelli di produzione e di commercializzazione dei prodotti in tempi assai contenuti.
Nel suo libro la Teoria dei sentimenti morali Smith riconduce la moralità delle persone alla psicologia sociale. Due sono le tendenze principali sulla morale: la prima collega la collega alla ragione. Gli uomini sono esseri morali perché agiscono seguendo la ragione, la logica, operando quindi per il bene.
La seconda teoria della moralità, adottata dallo stesso Smith, è basata sui sentimenti. Per lui l’uomo è naturalmente portato ad avere empatia verso gli altri esseri umani: viviamo ed agiamo anche per essere approvati dagli altri. E’ il senso di vicinanza che abbiamo nei confronti degli altri che ci spinge a stare bene e quindi a cooperare.
In questo libro viene anche menzionato per la prima volta il concetto di Mano Invisibile. Attraverso il perseguimento dei propri interessi “egoistici”, l’individuo riesce a soddisfare gli interessi della collettività tutta (individuo morale): “Non serve a niente che il superbo e insensibile proprietario terriero ispezioni i suoi vasti campi, e che, senza pensare ai bisogni dei suoi fratelli, nell’immaginazione consumi da solo tutto il grano che vi cresce. Il familiare e comune proverbio, che dice che l’occhio è più grande della pancia, non è mai stato così vero come nel suo caso. La capacità del suo stomaco non regge il paragone con l’immensità dei suoi desideri, e non è maggiore di quella del più umile contadino. […] La produzione del terreno mantiene in ogni momento quasi lo stesso numero di persone che è in grado di mantenere. I ricchi non fanno altro che scegliere nella grande quantità quel che è più prezioso e gradevole. Consumano poco più dei poveri, e, a dispetto del loro naturale egoismo e della loro naturale rapacità, nonostante non pensino ad altro che alla propria convenienza, nonostante l’unico fine che si propongono dando lavoro a migliaia di persone sia la soddisfazione dei loro vani e insaziabili desideri, essi condividono con i poveri il prodotto di tutte le loro migliorie. Sono condotti da una mano invisibile a fare quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla vita che sarebbe stata fatta se la terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti, e così, senza volerlo, senza saperlo, fanno progredire l’interesse della società, e offrono mezzi alla moltiplicazione della specie. Quando la Provvidenza divise la terra tra pochi proprietari, non dimenticò né abbandonò quelli che sembravano essere stati lasciati fuori dalla spartizione” (Teoria dei sentimenti morali).
Nella teoria delle Conseguenze Inintenzionali, accettata da tutti ed allargata ad altri studi come la psicologia e il diritto, spiega come sia difficile ottenere un sistema economico pianificato, perché le intenzioni del pianificatore possono portare a conseguenze non previste.
Adam Smith non è il primo teorizzatore della divisione del lavoro, ma è il primo che riesce ad schematizzarla, a capirne le conseguenze e a fare in modo che la divisione del lavoro sia compresa dall’intero sistema economico. “Il lavoro compiuto da un individuo isolato non è, evidentemente, sufficiente a procacciargli gli alimenti, gli indumenti, e il genere di alloggio, che si suppone siano richiesti in una società evoluta, non solo dal lusso della persona di condizione elevata, ma anche dalle naturali esigenze del più umile contadino”(La ricchezza delle nazioni).
La divisione del lavoro Smith la spiega nelle pagine del libro La ricchezza delle nazioni con la metafora dell’operaio che lavora nella fabbrica di spilli: “prendiamo dunque un esempio da una manifattura di scarsa importanza ma in cui la divisione del lavoro è stata molto spesso notata, quella della fabbricazione degli spilli. Un operaio non addestrato in questa attività (della quale la divisione del lavoro ha fatto un mestiere distinto), né abituato all’uso delle sue macchine (l’invenzione delle quali è probabilmente stata determinata dalla stessa divisione del lavoro), potrebbe forse a malapena, impegnandosi al massimo, fare uno spillo al giorno, e certamente non potrebbe farne venti. Ma nel modo in cui ora viene svolta, non soltanto questa attività è un lavoro specializzato, ma è divisa in molti rami, la maggior parte dei quali parimenti specializzati. Un uomo svolge il filo metallico, un altro lo drizza, un terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quinto lo arrota nella parte destinata alla capocchia … La fabbricazione di uno spillo è così divisa in circa diciotto distinte operazioni, che in talune fabbriche sono eseguite da mani distinte, sebbene in altre lo stesso uomo ne esegua talvolta due o tre. Ho visto una piccola fabbrica di questo tipo dove lavoravano soltanto dieci uomini e quindi dove taluni di essi eseguivano due o tre distinte operazioni. Ma sebbene fossero poverissimi e quindi scarsamente attrezzati delle macchine necessarie, essi potevano, applicandosi, fare tra tutti circa dodici libbre di spilli al giorno. In una libbra vi sono oltre quattromila spilli di media grandezza. Quelle dieci persone potevano, quindi, fare complessivamente oltre quarantottomila spilli, faceva quindi in media quattromilaottocento spilli al giorno. Ma se avessero lavorato separatamente e indipendentemente, e se nessuno di loro fosse stato addestrato a questo speciale mestiere, essi certamente non avrebbero potuto fare venti e forse nemmeno uno spillo al giorno ciascuno.”(La ricchezza delle nazioni).
In questo consiste la divisione del lavoro teorizzata da Smith, come prodotto dell’evoluzione della condizione sociale dell’uomo; in più porta all’emersione dei talenti grazie alla specializzazione del lavoro.
Per spiegare questa teoria della specializzazione intesa come evoluzione della condizione dell’uomo, Smith fa l’esempio dell’uomo primitivo: i più robusti andranno a caccia di cibo, mentre quello meno robusto costruirà le frecce che servono agli altri per la caccia. Con il tempo il costruttore di frecce si specializza e diventa un armaiolo, c’è poi quello specializzato nel conciare il cuoio, quello che costruisce le capanne.
E’ così che nasce la civiltà: attraverso la divisione del lavoro, specializzandosi in ciò che si sa fare meglio, contribuendo così anche al benessere degli altri.
Divisione del lavoro sarà anche alla base degli scambi; i manufatti prodotti dalla mia specializzazione in surplus verranno scambiati per ottenere quello che di cui ho bisogno. Inoltre il benessere ottenuto dallo scambio e dalla divisione del lavoro si estende a tutta la società.
“Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile, fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale con i suoi simili fare dei gesti che possano significare questo è mio quello è tuo, io darei volentieri questo in cambio di quello”. All’interno di una società civile l’uomo ha sempre bisogno dell’aiuto dei suoi simili, attraverso lo scambio. Questo sistema di scambi organizzati fa si che i talenti possano essere utili gli uni agli altri, arricchendosi prima attraverso la specializzazione del lavoro e dopo confrontandosi con chi sa fare meglio le cose di cui l’individuò avrà bisogno.
Lo scambio ed il commercio necessitano di un mercato per potersi sviluppare. Gli ambienti chiusi non stimolano il mercato. Inoltre alcuni mestieri possono nascere e crescere solamente dove ci sono molte persone che lo permettono (esempio del facchino). L’ampiezza del mercato è fondamentale ed affinché ve ne sia ampiezza bisogna che ci sia la libertà di commercio e bisogna che non ci siano barriere doganali. Solo allargando i confini del mercato sarà possibile che la divisione e la specializzazione del lavoro, insieme alla naturale propensione allo scambio possano trovare terreno fertile per lo sviluppo.
Smith riconduce quindi le radici della civiltà al commercio; le grandi civiltà del Mediterraneo sono state grandi perché c’era il mare calmo e con molte isole che consentono di navigare, che a sua volta sviluppa il commercio, che infine a sua a volta favorisce la nascita e lo sviluppo della civiltà facendo entrare in contatto culture, merci e modi di produrre differenti.
Adam Smith è anche considerato il padre del laissez-faire, ovvero l’idea che non vede alcun ruolo per lo stato. Nelle pagine scritte dal filosofo traspare come lo stato sia un’ostacolo ai commerci e un’ostacolo alla ricchezza individuale. Tuttavia l’idea di Adam Smith non è libertaria, lo stato per lui deve esistere per garantire alcune funzioni basilari della comunità civile.
La sfera della libertà economica è strettamente connessa alla sfera della libertà politica e dai diritti naturali, perché se un soggetto non può spostarsi per lavorare dove preferisce e dove meglio viene salariato, vengono intaccati i suoi diritti di libertà naturali.
La libertà è unica e se ne viene a mancare una parte, viene a mancarne nella sua interezza. I popoli che perdono la cognizione della propria libertà, finiscono per diventare oppressi: quando i popoli diventano troppo dipendenti dall’aiuto dello stato vuol dire che hanno perso il senso del significato della parola libertà, perdono la loro capacità di rivendicare i loro diritti e finiscono oppressi.
Un altro pericolo della regolamentazione Smith lo individua nei salari. In Inghilterra la regolamentazione dei salari ha fatto si che non fosse trovato il giusto equilibrio tra domanda ed offerta di lavoro e finché non fosse abolita la regolamentazione salariale la rivoluzione industriale, che avrebbe fatto della Gran Bretagna la prima potenza economica mondiale, non si sarebbe potuta sviluppare.
Ma qual’è quindi il ruolo dello stato? Per Smith i salari ed i prezzi non vanno regolamentati, ma inseriti all’interno di un mercato di libero mercato e di concorrenza, laddove è la concorrenza stessa a regolamentarli. All’interno di un sistema che prevede una sola corporazione, invece, i beni vanno necessariamente regolamentati dallo stato. Questo concetto è alla base della teoria dei Monopoli.
Dove c’è un monopolio è forse un bene che ci sia una regolamentazione del prezzo, altrimenti il prezzo di monopolio sarà inefficiente perché non allocherà in modo efficiente le risorse tenendo alti i prezzi, escludendo dal mercato porzioni di società che comprerebbero il bene se non avesse prezzi tenuti artificialmente alti.
Lo stato deve garantire prima di tutto la regolarità dei contratti, garantire quindi che i patti siano mantenuti: prima funzione dello stato è quella della giustizia.
Lo stato deve anche regolamentare l’attività bancaria, provvedere alle infrastrutture che altrimenti nessun privato avrebbe convenienza a fare (porti, strade e opere pubbliche). Lo stato può sopperire a quella che è un’immediata mancanza di profitto per i privati nel fare certe infrastrutture, ma poi chiuse queste infrastrutture deve pagarle. Non ci sono beni che possono essere fatti senza costi per nessuno; le infrastrutture hanno tutte un costo e qualcuno deve pagarle ed è giusto che le paghino chi ne usufruisce.
Smith vede nell’educazione della popolazione un bene da favorire e da sviluppare, ma all’interno dell’istruzione vede con favore anche l’inserimento del sistema concorrenziale: istituzioni di sistemi educativi in concorrenza tra di loro che si migliorano per cercare di attrarre studenti contro istituzioni che hanno un numero chiuso di allievi e che non può cambiare e quindi qualsiasi cosa facciano avranno lo steso numero di allievi senza alcuno stimolo alla crescita.
La concorrenza quindi è un bene fondamentale che deve essere preservato anche rispetto alle imprese stesse. Per Smith quelle che oggi chiamiamo leggi antitrust devono proteggere la concorrenza ed il suo libero esplicarsi e non proteggere i concorrenti che tra di loro cercano di essere anti concorrenziali e diventare monopolisti o favorire intese restrittive della concorrenza.
La concorrenza è altresì fondamentale per il libero commercio ed il libero scambio internazionale. Il commercio internazionale è un vantaggio perché fa si che chi è grado di produrre meglio un bene lo venda a chi lo sa fare meno bene, con vantaggio assoluto per entrambi.
Adam Smith ha avuto un’influenza fondamentale su tutti gli economisti, anche con quelle idee che poi si sono rivelate sbagliate, come ad esempio la teoria del Valore Lavoro: il valore delle cose dipende dalla quantità e dalla qualità del lavoro (teoria in seguito ripresa anche da Marx).
Il valore delle cose però non è dato dal lavoro che esse richiedono, ci possono essere cose che richiedono molto lavoro e che non hanno nessun valore e viceversa, come correggerà la dottrina Neoclassica – figlia tra l’altro delle teorie di Smith: il valore delle cose è data dal valore di mercato, cioè da chi vuole acquistare quella cosa (utilità marginale), possiamo dire dall’accoglienza che quel bene ha sul mercato.
Gli stessi neoclassici, la dottrina economica predominante oggigiorno, come il fondatore Marshall e più recentemente Friedman o Lucas – premi Nobel per l’economia – sono figli delle idee di Adam Smith perché riprendono il meccanismo del funzionamento del mercato (domanda e offerta), prezzi, equilibrio ed i salari.
Ma soprattutto è la Scuola Austriaca che deve molto, forse più di altri, al pensiero di Smith. Si tratta di una concezione liberale dell’economia che eredita dalle teorie di Smith soprattutto il concetto delle conseguenze inintenzionali.
la Scuola Austriaca si basa sull’impossibilità di realizzazione del Socialismo e dell’economia collettivista: siccome la società è fondata su interazioni tra individui, le quali hanno delle conseguenze inintenzionali (egoismo individuale per il benessere generale) è difficile se non impossibile poter pianificare tutto.
Dunque il pensiero filosofico di Smith ha rivoluzionato le teorie economiche fino ai giorni nostri e tutti gli economisti ed i teorici dell’economia non hanno potuto fare a meno di riferirsi a lui per lo sviluppo di nuove dottrine.

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