W.A. MOZART, CONCERTO PER VIOLINO N. 5

Una volta, dopo avere assistito a un’esecuzione violinistica ricca di sgargianti virtuosismi pirotecnici, Mozart confidò al padre: “non sono un amante delle difficoltà”. I concerti per violino di Mozart lo confermano: nessuna dimostrazione di abilità fine a se stessa, anche se l’apparente semplicità della parte solistica è ingannevole. Mozart era violinista (oltre che pianista) ed eseguì i suoi cinque Concerti per violino più di una volta. Il primo fu composto nel 1773 e gli altri quattro in pochi mesi nel 1775, quando l’allora diciannovenne Mozart abitava e lavorava nella natia Salisburgo. Il Concerto n. 5, con il suo terzo movimento a tratti selvaggio, si dimostra il più audace: i corni infiammano l’Allegro in apertura, dove il vigoroso Tutti si contrappone al solista; l’Adagio centrale è semplice, ma lirico ed espressivo. Il rondò finale è un elegante minuetto, che procede pacatamente fino a un’autentica sorpresa: un’interruzione dal carattere orientaleggiante, “alla turca”. Il movimento riprende poi sfacciatamente, come se non fosse accaduto niente di strano, terminando con la stessa calma con cui era iniziato.

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LOTTA PER LE RICCHEZZE ENERGETICHE DELL’ARTICO – di Filippo Secciani

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L’artico, che ricopre un territorio di circa 30 milioni di chilometri quadrati, è uno spazio non soggetto alla sovranità di alcuno stato.
Alcuni paesi – quelli che hanno il loro territorio che si estende oltre il circolo polare – hanno rivendicato la loro sovranità, secondo la teoria dei Settori: questa teoria prevede che gli “stati pretendenti siano sovrani di tutti gli spazi (terrestri e marittimi) inclusi in un triangolo avente il vertice nel Polo Nord e la sua base in una linea che congiunge i punti estremi delle coste proprie di ciascuno stato”1. Inoltre secondo la Convenzione sul Diritto del Mare (del 1982) nessuno stato può estendere i suoi confini territoriali fino al Polo Nord.
L’assenza di sovranità territoriale fa si che ogni soggetto di diritto faccia capo al proprio stato. Per quanto riguarda le comunità navali il potere è esercitato dallo stato della bandiera. “Nel caso di spedizioni scientifiche o di basi su terraferma, si ritiene che lo Stato che le organizza eserciti il proprio potere […] su tutte le persone, cittadini o straniere, che le compongono”2.
Il diritto internazionale stabilisce che ognuno dei paesi che si affaccia sull’Artico (Usa, Russia, Groenlandia, Canada, Norvegia) possa richiedere territori sottomarini fino ad un massimo di 200 miglia dalla costa per sfruttarne le risorse naturali.

artic3Tra le nazioni che hanno avanzato mozioni di sovranità possiamo citare il Canada, la Groenlandia e la Russia. Quest’ultima in particolare aveva nei suoi progetti per il 2007 l’annessione di circa 1,2 milioni di chilometri quadrati di territorio; come motivazione i geologi russi hanno sostenuto che tale zona fosse unita alla Russia (il cosiddetto Scudo Siberiano) attraverso una piattaforma subacquea.
“Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’Artico. La Russia espanderà la sua presenza e difenderà con forza e decisione i suoi interessi”, queste le parole con cui il presidente Putin, motivava la politica russa verso quel territorio.
Le ricerche erano volte a dimostrare come il Polo Nord fosse una parte integrante della piattaforma continentale russa delimitata dalla dorsale di Lomonosov, che si estende sott’acqua dalla Siberia all’estremità Nord Occidentale della Groenlandia per più di 1.700 km ed è unita direttamente al territorio della Federazione.
In virtù di tali ricerche Mosca si appella ad un emendamento della Convenzione Internazionale, secondo cui gli altopiani sottomarini, che iniziano da una certa piattaforma continentale, sono una estensione della stessa; per annettere un territorio, bisogna, dunque, dimostrare che la struttura dellasua piattaforma continentale sia simile alla struttura geologica del proprio territorio.
Il ministro degli esteri russo Lavrov, un anno fa circa, difese così l’interesse di Mosca: “solo le nazioni che si affacciano sull’Artico hanno il diritto di discutere le suddivisioni, altri Paesi sono benvenuti nella ricerca, ma non hanno diritti di proprietà”.artic2
La Russia inizia la “conquista” dell’Artico con la missione scientifica “Arktika 2007”, quando il mini sommergibile Mir-1 ha raggiunto la profondità di 4.261 metri sul fondo dell’Oceano Artico, fissando sul fondale la bandiera nazionale.
Mentre avvocati e analisti stanno lavorando alla presentazione che nel 2014 dovranno presentare alla commissione delle Nazioni Unite, in cui potranno rivendicare le loro aspirazioni sull’Artico, la difesa ha creato due brigate artiche con basi nell’estremo Nord del paese a Murmansk e ad Arkhangelesk, dove già esistono strutture della marina.
Lo scontro geopolitico tra questi paesi ruota intorno agli ingenti giacimenti di gas e di petrolio presenti all’interno del circolo polare artico.
Il fenomeno del cambiamento climatico sta portando l’artico allo scioglimento, l’estate boreale (il periodo che va da giugno ad agosto) del 2012 è stata la più calda di sempre, con +0,64 gradi al di sopra della media, con gravissime ripercussioni sullo scioglimento del permafrost, riducendo lo spessore medio di oltre il 40%.
Il satellite CryoSat (dell’Agenzia Spaziale Europea, ESA) lanciato nel 2010 con il compito di analizzare lo scioglimento dei ghiacciai, ha evidenziato che la disgregazione
è superiore al 60% rispetto alle analisi previste.
Con il rapido scioglimento dei ghiacciai si apre la corsa all’accaparramento delle riserve energetiche e minerarie, stimate in un quarto del totale globale (fonte lo U.S Geological Survey). Ma anche la prospettiva di sfruttamento per le nuove rotte commerciali lungo il passaggio a nord- ovest e nord-est.
In base alle stime effettuate dagli esperti, il Polo Nord potrebbe custodire circa il 13% delle riserve di petrolio (90 miliardi di barili), il 30% di gas naturale (47,2 miliardi di metri cubi) e il 20% di gas liquido non ancora scoperto. La maggioranza delle riserve di idrocarburi sarebbero offshore (pari all’84% dei giacimenti) ed a profondità non eccessive, anche a meno di 500 metri di profondità.
Fino a questo momento queste riserve restavano impossibili da raggiungere per via degli iceberg e il ghiaccio che rendono irrealizzabile la costruzione di petrolifere, ma il riscaldamento globale potrebbe in breve tempo risolvere il problema delle trivellazioni.
I giacimenti petroliferi si trovano per la maggior parte sotto l’Alaska, Groenlandia e Canada, mentre la Russia e la Norvegia hanno in prevalenza riserve di gas naturale.Gli attori politici dovranno innanzitutto estendere il limite delle 200 miglia marittime della piattaforma continentale (Convenzione sul diritto del mare di Montego Bay), in modo da assicurarsi i diritti di sfruttamento dei fondali; in questo la Norvegia è riuscita ad anticipare la concorrenza, facendosi riconoscere dalla Commissione sui Limiti della piattaforma continentale, una estensione della piattaforma di 235 mila kmq.
Non solo risorse energetiche, ma anche rotte marittime
dunque. I vecchi collegamenti di Suez e Panama per collegare Atlantico e Pacifico, sono sostituiti dai ben più brevi Passaggio a Nord-Est (Northern Sea Route, NSR), lungo la linea costiera della Siberia e il Passaggio a Nord-Ovest, attraverso gli arcipelaghi canadesi (e dallo stesso Canada rivendicato come acque interne).
I vantaggi dell’apertura a queste nuove rotte si comprendono facilmente, ad essi va aggiunto anche il risparmio del costo del pedaggio per il passaggio attraverso i due canali e non da meno per queste rotte non si corre il rischio della pirateria.artic4
Con la scomparsa dei ghiacciai nel periodo estivo assume un ruolo di rilevanza strategica lo stretto di Bering (che divide Russia da Stati Uniti) per il trasporto via mare dell’energia diretta in Asia.
I destinatari finali del prodotto dunque sono molto attenti alla questione artica. La Cina si candida ad essere uno dei protagonisti delle nuove rotte commerciali: la compagnia di bandiera petrolifera nel novembre 2011 ha sottoscritto con una società armatoriale russa un accordo per regolare i traffici marittimi del Passaggio a Nord-Est. Altri accordi sono stati stipulati con la Norvegia e con l’Islanda, mentre interesse sta destando la Groenlandia.
Una parte della ricchezza cinese è anche destinata all’esplorazione artica. Nell’agosto 2012 la rompighiaccio Drago della neve è stata la prima nave cinese ad attraversare l’Artico passando per il passaggio a Nord-Est (nel 2010 le navi che lo avevano attraversato erano state 4, mentre un anno dopo erano aumentate a 34). Seguono negli investimenti per il Polo a ruota le altre tigri asiatiche Corea del Sud, poi il Giappone e recentemente anche India e Singapore.
Nel mare Polare e nel mare di Norvegia è presente una delle maggiori riserve di pesca del mondo, che assicura una fonte estremamente redditizia per l’industria ittica; ma anche grossi quantitativi di risorse minerarie come diamanti, oro, argento, rame, ferro e uranio.
La corsa all’Artico passa anche e soprattutto dagli idrocarburi “entro i prossimi 25 anni, i cambiamenti geopolitici nell’Artico alimenteranno la competizione tra le principali potenze per garantirsi l’accesso all’energia, ai minerali, al cibo e ai mercati, in una misura finora sconosciuta in questa regione”3.
Estrarre petrolio dall’artico non è mai stato vantaggioso, ma i grandi giacimenti scoperti recentemente, insieme alle innovazioni tecnologiche, all’aumento del prezzo dell’energia e alla posizione geografica lontana da instabilità politiche ha fatto si che l’attività estrattiva aumentasse.
Particolari doti di operatività in un’ambiente così impegnativo come il circolo polare, ha dimostrato di possederle la compagnia petrolifera nazionale norvegese, la StaoilHydro.
Gazprom invece nel 2007 dette il via ad una joint venture con la Total per l’esplorazione del giacimento di Shtokman, nel mare di Barents, che tra alti e bassi nel corso degli anni, dovrebbe portare all’estrazione di 3.800 miliardi di metri cubi di gas (giacimento di gas considerato il più grande del mondo).
La ExxonMobil e la compagnia petrolifera russa Rosneft hanno firmato una joint venture per avviare prospezioni sul fondale al largo di Novaya Zemlya e pronte a fare investimenti per 3,2 miliardi.
Barack Obama ha firmato il 4 agosto 2011 l’autorizzazione preliminare per la compagnia Shell (iniziati poi nell’estate del 2012) per studi su nuove perforazioni nel mare di Beaufort, per rendere sempre più autonoma l’America dal punto di vista energetico.
Il Canada, tramite il primo ministro Stephen Harper ha promosso la costruzione di otto navi rompighiaccio per la marina militare e la costruzione di un porto ai confini del mare gelato.
“Tra gli stati artici occidentali, i problemi ambientali e l’attenzione per il benessere delle popolazioni indigene hanno occupato a lungo una posizione importante nell’agenda politica […] lo sviluppo tecnologico nelle trivellazioni esplorative, nella produzione petrolifera e nel trasporto marittimo ha reso la produzione più sicura e il trasporto meno costoso e più efficiente, contribuendo anche ad aumentare le pressioni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere nel Mare Polare. Con la scarsità di energia è…] gli interessi dell’industria petrolifera potrebbero […] prevalere su quelli ambientali”4.
Questa elevata concentrazione di attori attratti da questa immensità di risorse e interessi, rischia di far scivolare la regione nel caos militare.
La Russia che fermamente rivendica la territorialità di una parte dell’Artico, sembra non essere disposta a fare concessioni a nessuno come sottolinea Antonella Scott sul Sole 24 Ore citando Artur
Chilingarov, l’esploratore che nel 2007 sistemò la bandiera russa sul fondale oceanico: “non risparmieremo alcuno sforzo per dimostrare che la Russia sta seduta su risorse artiche. Facciamo molto, molto sul serio”5.artic5
Lo stesso Chilingarov prosegue ribadendo come il progetto per un Artico russo è “sostenuto dal presidente. Un obiettivo da centrare entro la fine dell’anno […] Non vogliamo nulla che appartenga a qualcun altro ma se dimostriamo che è nostro, ci spetta”6. A surriscaldare gli animi ha contribuito anche il presidente Putin, quando in gennaio “ha approvato il Programma statale per l’Artico, che disegnando la strategia per i prossimi sette anni suggerisce di tradurre in legge i diritti di Mosca sulla Via artica del Nord, stipulando che debba battere bandiera russa almeno il 70% dei mercantili operativi nella regione. Il presidente russo, del resto, non perde occasione per sottolineare che Mosca difenderà con determinazione i propri interessi geopolitici nell’Artico: è il Paese che ha le coste più estese lassù, e sta oltre il Circolo polare artico una parte considerevole del territorio russo”7.
Sono aumentate da parte russa il numero di missioni e basi scientifiche al Polo, ma sono aumentate anche il numero delle basi militari, navali (con sottomarini nucleari) e aeree (con un numero imprecisato di bombardieri). Infine si prevede il riammodernamento delle navi rompighiaccio a propulsione nucleare (la Russia ne possiede nove delle dieci presenti sull’intero globo).
Gli Stati Uniti, già con la presidenza repubblicana di Bush, avevano approvato un piano strategico per l’Artico nel 2009 per la difesa degli interessi nazionali nella regione. Alla questione degli idrocarburi e dei minerali, gli Stati Uniti collegano l’interesse per il Polo Nord al sistema antimissilistico, noto come Scudo Spaziale. Già nel 2004 Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia firmarono un accordo per l’ammodernamento della base missilistica di Thule in Groenlandia – risalente al 1951 e costruita per monitorare gli spostamenti sovietici nel periodo della Guerra Fredda.
Nel Febbraio di questo anno Putin ha dichiarato come gli Stati Uniti e la NATO di consesso cerchino di alterare gli equilibri geopolitici mondiali, arrivando a minacciare gli interessi nazionali di Mosca.
Ma le tensioni non sono esclusive dei grandi rivali storici Usa-Russia, ma anche tra Norvegia e Danimarca che si fronteggiano per rubarsi quante più risorse possibili; Canada e Danimarca hanno rischiato lo scontro per il controllo dell’isola di Hans, nello stretto di Nares. La NATO per impedire l’avanzata russa ha creato una “sezione” nordica del Patto Atlantico composta da Danimarca, Finlandia e Svezia oltre i tre paesi Baltici a cercare di bloccare la Russia.
Le decisioni che verranno prese in futuro dal Consiglio Artico e non solo (il forum internazionale a cui partecipa anche l’Italia e che ha il compito di “gestire” gli affari del Polo) avranno delle ripercussioni su tutto il sistema economico e politico dell’intero globo.

 

1) B.Conforti; Diritto Internazionale; Editoriale Scientifica; 2013.

2) Ibidem

3) Jacob Børresen, “Il Grande Gioco Artico”, in Limes, I Classici: Quel che Resta della Terra. Num. 2, 2012.

4) Ibidem

5) Antonella Scott, La nuova “guerra fredda” tra Stati Uniti e Russia per il Polo Nord, Il Sole 24 ore, 2 marzo 2013.

6) Ibidem

7) Ibidem

IL PROCESSO DI ROBOTIZZAZIONE DEI CONFLITTI ARMATI – di Filippo Secciani

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DEFINIZIONI GENERALI :

Che cosa intendiamo con il termine “robot”? Un sistema automatico in grado di sostituire l’uomo nell’esecuzione di operazioni complesse, basate sull’interazione sensoriale e cinetica con l’ambiente.

Il termine robot comparve per la prima volta in un romanzo di uno scrittore ceco. Infatti nell’etimologia slava il termine non indica altro che il concetto di lavoro. Robota in ceco vuol dire lavoro inteso come operazione non volontaria. In polacco la parola lavoratore si traduce con il termine robotnik. La caratteristica generale dei robot, che li differenzia dai comuni elettrodomestici, è la capacità di interazione con l’ambiente ed il suo grado di autonomia. Questo è ciò che intendiamo quando ci riferiamo al robot: capacità della macchina di svolgere attività diverse, complesse, la capacità di scegliere una linea di condotta migliore per risolvere un problema. Iniziamo a parlare di robotica solamente con l’avvento dell’elettronica e dell’intelligenza artificiale. L’ingegnere robotico Hans Moravec afferma “come seri tentativi di costruire macchine pensanti cominciano dopo la seconda guerra mondiale. Una linea di ricerca, chiamata Cibernetica, usava semplici circuiti elettronici per imitare piccoli sistemi nervosi e produceva macchine che potevano imparare a riconoscere semplici modelli e robot a forma di tartaruga che trovavano la strada per raggiungere le prese di corrente e ricaricarsi. Un approccio interamente differente, chiamato Intelligenza Artificiale, cercava di imbrigliare l’apparentemente prodigioso potere dei computer post-bellici – capaci di fare lavoro aritmetico di migliaia di matematici – in più interessanti tipi di pensiero”.

ROBOTICA MILITARE:

Gli Stati Uniti – uno dei maggiori investitori in questo campo – hanno introdotto il termine unmanned system per indicare sistemi di arma che non richiedono la presenza (in essi) di esseri umani. Essi sono guidati a distanza da uomini oppure nei sistemi più evoluti avranno più ampia autonomia di decisione. Sempre gli Usa hanno reso pubblici una serie di documenti denominati Unmanned Systems Roadmap che fanno il punto della situazione sulle caratteristiche e sull’uso delle armi robotizzate e tracciano il loro sviluppo futuro. L’ultima versione Roadmap 2009-2034 cerca di integrare i diversi approcci alla costruzione e all’uso dell’arma robotica, per renderla multifunzione. I sistemi di arma robotici si suddividono in tre grandi categorie a seconda dell’ambiente in cui operano: aria (UAS, Unmanned Aircraft System), terra (UGV Unmanned Ground Vehicle), acqua che a loro volta si suddividono in due sottocategorie: di superficie (USV Unmanned Surface Vehicle) e sottomarini (UUV Unmanned Undersea Vehicle). I primi esemplari di droni (termine italianizzato per indicare i velivoli senza pilota) comparvero in Israele nel corso della guerra dello Yom Kippur del 1967 (Israele detiene tuttora il primato tecnologico negli armamenti senza pilota). Patrizia Feletig in un articolo (1 febbraio 2010) su La Repubblica dice che il ricorso ai droni ha come “primo fine quello di diminuire il rischio per i soldati […] Si aggiungono considerazioni economiche: l’abbattimento di un drone, che vola in qualsiasi condizione meteo, equivale a mandare in fumo 45 milioni di dollari, per un caccia sono 143 milioni. Nelle forze armate Usa si punta entro il 2015 alla creazione di un parco di veicoli autoguidati pari ad un terzo del totale”. Non sono tuttavia solamente i paesi occidentali a possedere la tecnologia per la produzione di velivoli senza pilota, tant’è che, continua Feletig “nel conflitto in Libano del 2006 l’Hezbollah ha lanciato 4 droni, di tecnologia iraniana, sulle posizioni israeliane”. Israele sta investendo su sistemi d’arma anche terrestri con il compito di pattugliare i confini e per il trasporto di materiali. Molto utile risultano essere i robot sminatori, impiegati sempre di più nella ricerca e nella distruzione di ordigni esplosivi sempre più tecnologici e difficili da individuare per i normali metal detector.    Quando ci immaginiamo gli UAV sicuramente la mente corre al MQ-1 Predator, prodotto dalla General Atomics Aeronautical Systems, è un velivolo multiruolo (non solo ricognizione, ma anche possibilità di impiegare due missili) a pilotaggio remoto. E’ impiegato dal 1995 dall’U.S Air Force e dal 2002 anche dal Gruppo Velivoli Teleguidati presso il 32° Stormo di Amendola. Dal Predator si sono evoluti numerosi successori tra i quali l’MQ-9 Reaper. Si tratta di un velivolo adibito alle operazioni su medio-alte altitudini, con un’autonomia di ventiquattro ore. A differenza del suo predecessore, compito del Reaper non è più la ricognizione ma un hunter-killer di obiettivi critici, secondariamente svolge attività di sorveglianza e di intelligence. Il mercato dei droni è talmente ricercato che ha subito un incremento nell’ultimo decennio del 600%. L’amministrazione Obama sta battendo tutti i record per l’impiego di questa tecnologia per la lotta al terrorismo. Ad oggi in Iraq, nelle valli dell’Afganistan ed in Pakistan gli UAV sono il 30% del totale delle forze aeree ad operare sul campo. Non più azioni da sventolare sulle prime pagine dei giornali, ma una continua e silenziosa sequenza di azioni chirurgiche, guidate da una qualche basa americana a chilometri di distanza. Sviluppi continui hanno portato all’evoluzione dei robot per scopi bellici. Siano essi di terra, mare o aria a questa tipologia vengono spesso attribuiti missioni di tipo dull, dirty or dangerous, missioni ad alto tasso di rischio e nonostante la sostituzione dell’essere umano ancora non è un opzione, è innegabile però che la stessa presenza umana è un fattore limitante per alcuni tipi di missione. Per esempio i piloti necessitano di alcune ore di riposo, mentre ci sono alcuni tipi di droni che possono rimanere operativi per alcuni giorni.

robot2 Oppure l’invio di droni nelle aree contaminate da radioattività come è successo nel caso di Fukushima, oppure come avvenne durante i primi esperimenti atomici americani, quando i primi prototipi di aerei guidati a distanza furono spediti nelle zone radioattive per recuperare campioni di aria e di acqua. Ancora, la neutralizzazione di bombe è l’esempio primario di lavoro pericoloso affidato ai robot. Il loro lavoro è diventato talmente fondamentale che la produzione di sistemi d’arma robotizzati terrestri è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni. Infine fondamentale nel teatro di una missione operativa assume la sorveglianza e ricognizione, insieme alla identificazione e la designazione degli obiettivi. Tutti compiti che le “macchine” sono perfettamente in grado di eseguire. Ruolo primario di sviluppo di nuove tecnologie in questo campo e non solo lo svolge DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) il settore di ricerca e sviluppo della Difesa americana.

Tra i suoi progetti di sviluppo basta solo ricordare Arpanet (1969), il papà di Internet. Tra le sue creazioni abbiamo LS3 -Legged Squad Support Systems, in cooperazione con la Boston Dynamics creato per spostare carichi pesanti alleggerendo il lavoro ai militari che magari devono muoversi su terreni difficili, LS3 può muoversi in completa autonomia per 32 km giornalieri, sopportando un carico di circa 180 chilogrammi, immettendo una destinazione e lasciando che il sistema GPS lavori da sé oppure si può ordinare di seguire un leader, ad esempio un soldato che lo precede. O ancora può variare in tempo reale le azioni ascoltando i comandi vocale dell’operatore stesso che può ad esempio ordinare di seguirlo, di fermarsi, addirittura di sedersi oppure di attendere e così via . Altra meraviglia tecnologica è la creazione di un mini robot dalle sembianze di un colibrì dotato di telecamera digitale integrata. Si muove in tutte le direzioni, è facilmente confondibile con l’animale e consuma pochissima energia. Il suo compito è quello di osservare ambienti pericolosi ed inaccessibili per i veicoli tradizionali e per le loro dimensioni ridotte, sono considerati come impossibili da colpire dal fuoco nemico. Questo progetto, l’Hummingbird, è stato il primo esperimento di nano robot. La difesa americana, che ha investito nel progetto quattro milioni di dollari, nutre grandi speranze per il futuro. L’Hummingbird, presentato al pubblico il 17 febbraio del 2011, nonostante sia un prototipo presenta delle caratteristiche eccezionali. Può volare a 18 km/h, con assetto, direzione e velocità regolabili. Il colibrì automatizzato può salire verticalmente prendendo quota, spostarsi a destra e sinistra, ruotare su se stesso e restare sospeso a mezz’aria. La cosa più stupefacente però, sono le dimensioni: l’apertura alare è di 160 millimetri mentre il peso è inferiore ai 19 grammi. Inoltre impiegando tecnologie mimetiche prese in prestito dal mondo naturale (in particolare dagli insetti), questo micro velivolo è concepito per fornire nuove capacità di ricognizione e intelligence in ambienti urbani. Altre meraviglie ingegneristiche di Darpa sono il robot PEt-proto, in grado di saltare, salire gli ostacoli ed aggirarli, senza l’intervento dell’uomo, ma prendendo decisioni autonome e che gli consentono di mantenere l’equilibrio.

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Un prototipo sviluppato da Darpa e dall’università di Harvard è teso allo sviluppo di un robot soft and squishy, in grado di cambiare colore in relazione al terreno su cui si trova. Il materiale di base del robot è il silicone, che mantiene trasparente la struttura e consente l’ingresso di liquidi colorati per la mimetizzazione. I vantaggi dunque per la robotizzazione degli eserciti sono enormi, non solo si riducono i costi in termine di vite umane, ma anche i costi relativi al reclutamento, la formazione, l’educazione, l’alloggio e la logistica (cibo, acqua, alloggi), oltre alle cure mediche ed i servizi sanitari post conflitto. L’uso di robot nelle operazioni belliche, soprattutto nei conflitti urbani, riduce anche la percentuale di errori commessi dagli uomini sottoposti a forti stress o stanchezza. Essi possono anche essere meno probabilità di creare paura, rabbia o risentimento tra la gente del posto. Coloro che oggi fanno previsioni per una sostituzione tout-court dei “militari umani” nei conflitti armati sono suscettibili di essere smentiti almeno per il prossimo futuro. Tuttavia, ci troviamo adesso a un punto in cui una rivoluzione nel campo della robotica militare è tecnologicamente fattibile. I campi di addestramento al combattimento per robot sono una realtà nelle basi americane e non solo, dove i soldati automatizzati si preparano alla missione; sono già perfettamente in grado di correggere gli errori umani. I robot di ultima generazione devono essere programmati sapendo che gli uomini possono commettere errori, perché i militari chiedono i robot che non devono essere seguiti passo passo e che possano assumere iniziative indipendenti in combattimento. Un gruppo di ricercatori della Georgia Tech sta progettando quella che sarà la futura evoluzione del drone: robot letali autonomi, in grado di prendere decisioni da soli, senza il comando umano. Per questo il team di robotica ha messo a punto degli algoritmi, che possano guidare un drone aereo o un robot a terra in grado di decidere se sparare o meno a un bersaglio o mantenere aperto il fuoco, operando entro i limiti della Convenzione di Ginevra e le altre norme internazionali vigenti nei teatri di guerra. Questo gruppo di ricercatori, guidati dal professor Arkin, sta anche collaborando con l’Ufficio di Ricerche dell’Esercito Usa per creare una coscienza artificiale per guidare i robot sul campo di battaglia, indipendente dal controllo umano. Progetto che potrebbe portare ai primi guerrieri robotici eticamente superiori, fra 10-20 anni. Tuttavia vi sono anche voci contrarie all’impiego di armi dotate di intelligenza artificiale più o meno evoluta nei conflitti. L’uso di droni in particolare per eseguire attacchi mirati è accusata di fare numerose morti civili. L’accusa inoltre vede nello sviluppo di queste tecnologie un rischio ancora maggiore, attraverso uno sviluppo di una propria coscienza che faccia decidere queste macchine se e quando attaccare.

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Tronisti della democrazia – 23/3/2013 – di Francesco Panzieri

Lo Stato Sociale a Castelnuovo Berardenga. Un piccolo teatro (ma molto attivo) di un piccolo paese. Poche decine di persone affollate fuori, di fronte ad una trattoria. “Dai ragas’, si incomincia!” Dice un damerino incravattato chiamando gli ultimi che si attardano per la cena. Non sta per cominciare una lezione di catechismo o un corso di recupero, ma un concerto-esibizione de Lo Stato Sociale, gruppo rock elettro-cabaret di Bologna impegnato nel tour teatrale “Tronisti della Democrazia”. Effettivamente lo spettacolo e’ straniante ed esilarante: e’ pensato come una mattinata scolastica, divisa tra ore di religione, astronomia, educazione sessuale, geopolitica e storie edificanti. Le canzoni dell’album “Turisti della Democrazia” si alternano a monologhi-fiume e racconti che mescolano elementi demenziali alla Elio ELST ad un’ alta sensibilita’ politico sociale e mettono in ridicolo il modo in cui le persone si condannano ad un’esistenza di falsi rapporti ed, attraverso un’ educazione sbagliata, si autoinfliggono costrizioni religiose e limitazioni di libertà. Su tutto spicca la personalità di Lodo Guenzi (voce, piano e chitarra) ed Alberto Cazzola (voce, basso) e l’originalita’ del suono della band (forse un po’ penalizzato dal’ acustica), che fa largo uso di tastiera e sinth ed utilizza per la ritmica basso e drum machine. Il pubblico e’ divertito e coinvolto, qualcuno ha già imparato le canzoni dell’album e canta a squarciagola. Alcune di esse (Seggiovia sull’oceano, Amore ai tempi dell’Ikea, Pop) sono ri-arrangiate per il tour teatrale, altre, come le conclusive “Cromosomi” e “Abbiamo vinto la guerra”, conservano l’energia del cd e sono salutate dalle ovazioni del piccolo teatro, in piedi, radunatosi ai piedi del palco. Uno spettacolo affascinante ed inconsueto che certamente meritava una maggiore cornice di pubblico e che si conclude come era iniziato: finisce la “lezione” ed i musicisti si intrattengono a chiacchiera con la gente fuori dal teatro, commentando lo spettacolo ed il tour, senza quel divismo che spesso contraddistingue la scena indie rock italiana.

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VENTI DI GUERRA MINACCIANO IL 38° PARALLELO – di Filippo Secciani

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Dopo alcuni anni di relativa tranquillità sono tornate a farsi sentire le minacce della Corea del Nord e del suo giovane dittatore Kim Jong-un.
Se possiamo indicare una data ufficiale potremmo individuarla nella mattina dell’11 marzo alle ore 9 quando l’annuale esercitazione congiunta tra le forze americane e quelle della Corea del Sud chiamata Key Resolve ha preso il via, coinvolgendo in totale circa 1300 uomini. La Corea del Nord ha immediatamente interrotto i collegamenti telefonici che collegavano il villaggio demilitarizzato usato come zona cuscinetto di Panmunjom. Kim Jong-un ha motivato tali iniziative accusando i suoi fratelli del sud e gli Stati Uniti di preparare queste manovre in vista di una futura invasione.
La linea di confine smilitarizzata che taglia in due la penisola coreana è lunga 241 Km e larga 4, con gran parte delle forze permanentemente schierate a ridosso. Si trovano faccia a faccia le forze della Corea del Sud stimate in misura pari al 50 per cento rispetto a quelle del Nord, ma meglio armate e meglio addestrate. Infine si devono sommare le forze degli Stati Uniti, presenti sul territorio sin dal 1953. Un tentativo di invasione, quindi, se effettuato contemporaneamente, improvvisamente ed in modo massiccio su tutta la linea, potrebbe anche avere qualche possibilità di iniziale successo per le forze nordcoreane.
Inoltre il 9 marzo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato (quindi lo hanno fatto anche gli alleati storici di Pyongyang la Cina e la Russia; il Consiglio va ricordato approva all’unanimità) nuove sanzioni economiche contro la Corea del Nord. Tutte le transazioni e i movimenti finanziari che potrebbero favorire lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano devono essere bloccate, inoltre sono state imposte nuovi divieti all’importazione di beni di lusso.
La scorsa settimana, mentre Seul e Washigton si preparavano a iniziare le manovre congiunte, il governo di Pyongyang ha affermato che annullerà gli accordi di non-aggressione siglati in passato con la Corea del Sud e ha minacciato di terminare l’armistizio che 60 anni fa ha messo fine alla guerra di Corea (1953). Dal punto di vista del diritto internazionale l’armistizio è una tregua tra due forze belligeranti, per un tempo determinato o indeterminato; non cessa dunque lo stato di guerra tra i due fronti.
L’ultimatum lanciato dalla Corea del Nord scadeva con l’inizio delle operazioni militari americane e coreane. Pyongyang ha anche paventato un’azione militare di ritorsione; non è la prima volta che queste sfide vengono lanciate. Già nel 1994, il Nord aveva minacciato di trasformare il Sud in un “mare di fuoco” e anche la scorsa estate ha inneggiato una “guerra santa” contro Seul e il suo alleato statunitense.
La novità rispetto al passato riguarda la posizione cinese. Lo storico alleato del regime ha cambiato le carte in tavola quando per la prima volta nella storia dell’alleanza sino-nordcoreana ha votato a favore della risoluzione del Consiglio di sicurezza che ha stabilito nuove sanzioni economiche.
A Pechino è in corso l’ultima fase della transizione al potere – il nuovo leader designato è Xi Jinping – e per questo il tempismo delle minacce nordcoreane non potrebbe essere peggiore. La Cina non può permettersi di continuare a fornire una protezione incondizionata al regime di Kim Jong-un nelle sedi internazionali.
Nel frattempo in Corea del Sud per la prima volta è stata eletta una donna alla presidenza della Repubblica, si tratta di Park Geun Hye, leader del partito conservatore Saenuri. Figlia dell’ex dittatore sudcoreano Park Chung Lee.
La nuova presidente 61enne è stata eletta lo scorso dicembre con il 51,6% dei voti ed ha assunto il suo nuovo ruolo di guida del paese il 25 febbraio.
Per lei si tratta di un ritorno al Palazzo Blu, dopo la presa del potere da parte di suo padre nel 1961 con un colpo di Stato militare e rimasto in carica sino al giorno in cui fu assassinato nel 1979. Con la morte della madre (assassinata da un presunto terrorista nordcoreano nel 1974) Park Geun Hye dovette assurgere anche il ruolo di first lady accompagnando il padre nelle varie visite ufficiali; venendo poi eletta nel 1988 come deputato all’assemblea nazionale tra le fila del partito conservatore.
Nel corso del suo giuramento ha incentrato il suo discorso su “la ripresa economica, la felicità dei cittadini e la rinascita della cultura”. Il nuovo miracolo economico della Corea del Sud sarà centrato su scienza e tecnologia, e condurrà il paese verso “un’economia creativa e una democratizzazione economica”. Il nuovo capo dello stato ha fatto poi riferimento al suo vicino, affermando di voler adottare un approccio pragmatico alle relazioni con il nord e di dedicare il suo intero mandato alla futura riunificazione delle due Coree. Ma allo stesso tempo ha mandato un duro monito alla Corea del Nord, esortandola ad abbandonare quanto prima le sue ambizioni nucleari e a intraprendere il cammino della pace e dello sviluppo condiviso. Il terzo test nucleare di Pyongyang del 12 febbraio scorso, ha detto Park, “è una sfida per la sopravvivenza e il futuro del popolo coreano, e non dovrebbe esserci alcun dubbio sul fatto che la più grande vittima del programma nucleare non sarà che la stessa Corea del Nord”.
Da questi avvenimenti sembrano passati secoli. Il 30 marzo la Corea del Nord ha dichiarato lo stato di guerra con la Corea del Sud.
Il 2 aprile, in un comunicato stampa il governo di Pyongyang ha affermato che amplierà il proprio arsenale nucleare. In risposta alle manovre militari congiunte tra Stati Uniti ed America. In tutta risposta Washington ha inviato nella regione due velivoli B2 che hanno effettuato un bombardamento simulato in Corea del Sud per poi tornare negli Stati Uniti. Il Pentagono ha poi schierato lo scorso 1 aprile anche alcuni F22 Raptor a ridosso della zona demilitarizzata.
L’invio dei bombardieri è stato un chiaro messaggio politico da parte del governo di Washington, decisa a dimostrare a Pyonngyang che la Corea del Sud è ancora protetta dall’ombrello nucleare statunitense.
La reazione ufficiale nordcoreana all’invio dei bombardieri B2 è arrivata sabato 30 con la dichiarazione dello stato di guerra e dell’attivazione delle forze missilistiche di Pyongyang, pronte a “colpire obiettivi civili e militari a Guam, Hawaii e in California”.
Andrea Bizzarri sostiene che “le minacce della Nord Corea non sembrano però credibili perché le capacità missilistiche a lungo raggio della Corea del Nord sono quasi inesistenti. Lo scorso 12 dicembre il governo di Pyongyang era riuscita nell’intento di lanciare con successo un missile Unha-3. Il razzo, ufficialmente utilizzato per mettere in orbita un satellite, potrebbe portare una testata nucleare e potenzialmente colpire le Hawaii, Guam o la costa occidentale degli Stati Uniti. La Corea del Nord però non possiede un arsenale di Unha-3 e comunque il razzo ha un tasso di successo del 25%.”
Ad oggi si stima che la Corea del Nord possieda tra i 20 e i 40 chili di plutonio idoneo a realizzare un numero di testate atomiche variabile da sei a dieci; a ciò va aggiunto un esercito di un milione di uomini e altri tre milioni da mobilitare. Si contano circa 1.600 aerei di fabbricazione ex-sovietica e 5.000 carri armati.
I missili della Corea del Nord potrebbero facilmente colpire obiettivi sudcoreani e americani nel territorio o raggiungere le coste giapponesi. Al momento però continua Bizzarri “Pyongyang non ha ancora messo in allerta le forze di terra e il regime sta utilizzando, tra retorica e azioni, una strategia incrementale per rivendicare le proprie posizioni politiche. Per il momento dunque non ci sarebbe nessuna intenzione di “provocare” un’escalation incontrollabile da parte nordcoreana. La situazione resta comunque tesa, perché il 38° parallelo – il confine de facto tra le due coree – è l’area più militarizzata del mondo e basterebbe un piccolo errore di giudizio per innescare la guerra.”
L’alleato americano teme invece che nel caso dello scoppio di un conflitto e di un certo crollo del regime del Nord, le armi atomiche possano sfuggire al controllo politico ed essere utilizzate da forze estreme o peggio venir contrabbandate al di fuori dei confini.
Il 4 aprile arriva la notizia che il Nord stava spostando un missile a medio raggio (con una capacità di 3000 km, capace di colpire anche l’isola di Guam al largo delle Filippine, ospitante una delle maggiori basi americane) sulla costa orientale del paese.
A parte le continue minacce retoriche non ci sono stati spostamenti di truppe terrestri ancora, né è stato dichiarato lo stato di allerta da parte di Pyongyang.
L’ultima mossa della Corea del Nord è avvenuta nella mattina di mercoledì 4 quando ha impedito ai lavoratori, manager e mezzi di trasporto sudcoreani l’ingresso nel complesso industriale di Kaesong, situato sul confine con il Sud e parte del territorio nordcoreano.
Il parco di Keasong è uno dei pochi esempi di cooperazione tra il Nord e il Sud, è sede infatti di numerose imprese sudcoreane ed è una delle principali fonti di entrate per la Corea del Nord.
Il governo di Pyongyang già nel 2009 aveva bloccato i lavori del complesso, in risposta a esercitazioni militari congiunte tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud (2009) simili a quelle attualmente in corso. E’ quindi probabile che anche stavolta il Nord attenda la fine delle esercitazioni (previste per fine aprile) per riaprire l’accesso ai sudcoreani.
In risposta alla chiusura del complesso di Kaesong il governo di Washington ha comunicato che accelererà lo stanziamento di un avanzato sistema di difesa missilistico (Thaad, Terminal High Altitude Area Defense) a Guam nel corso delle prossime settimane. Questo sistema di difesa era destinato alla protezione di Israele in Medio Oriente e non avrebbe dovuto essere azionato prima del 2015. Il fatto che gli Usa abbiamo anticipato il suo dispiegamento è indice della reale preoccupazione del governo di Washington.
Nel frattempo la Cina prosegue nei suoi colloqui diplomatici. Il viceministro degli esteri ha incontrato nella giornata del 3 aprile l’ambasciatore americano e quello sudcoreano a Pechino e ha riportato loro la preoccupazione del governo cinese. Difficilmente la Cina volterà le spalle a Kim Jong-un, ma allo stesso tempo è evidente la frustrazione cinese rispetto ai toni dell’alleato nordcoreano. Pechino non ha nulla da guadagnare da un’escalation militare nella penisola coreana ed è probabile che, a meno che la Corea del Nord non intraprenda deliberatamente un attacco contro il sud, cerchi di non alterare lo status quo.
Kim Jong-un detiene realmente il potere in casa sua? Oppure sono i militari a governarlo? Probabilmente questi eccessi verbali degli ultimi giorni servono a tenere a bada una casta sempre più ingovernabile. Il problema potrebbe essere l’eccessiva spesa militare che ogni anno riduce ancora di più la capacità della popolazione di procurarsi le risorse necessarie alla sopravvivenza e che l’eventualità di ulteriori sanzioni economiche da parte delle Nazioni Unite potrebbero portare definitivamente il paese al collasso.
La soluzione che ha individuato Kim potrebbe essere il tentativo di entrare nel club delle potenze nucleari e contemporaneamente accettare tutte le moratorie internazionali sul nucleare, questo gli darà la possibilità di rompere lo stallo con il mondo esterno, attenuare le sanzioni e ripristinare gli aiuti economici. A livello interno invece potrà convogliare – lentamente – parte delle risorse verso l’economia pur mantenendo contemporaneamente i militari in una posizione di forza con il nucleare.
Questa potrebbe essere una chiave di lettura. Ad avvalorare questa tesi c’è inoltre il fatto che Pyongyang – nel caso le minacce fossero reali – non avrebbe rispettato il suo tradizionale effetto sorpresa che ha contraddistinto ogni precedente iniziativa militare del regime.
La minaccia di una degenerazione del conflitto è più legata alla fatalità. All’errore di calcolo o all’errore umano che in un contesto così altamente critico potrebbe effettivamente portare ad una guerra, locale sicuramente, che però vedrebbe certamente il coinvolgimento degli Stati Uniti in aiuto dell’alleato sudcoreano e che forze potrebbe provocare un effetto domino sull’intera regione.

W.A. MOZART, SONATE PER PIANOFORTE

Le Sonate per pianoforte di Mozart sono state a lungo sottostimate: per fortuna, nel dopoguerra, solisti di spicco come Horszowski, Kraus, Kempff, Serkin, Brendel, de Larrocha, Perahia, Uchida, Schiff e la Pires le hanno rivalutate. Queste opere hanno risentito del confronto con le sonate di Beethoven, che erano raccolte e organizzate in serie, mentre Mozart fornì solo una catalogazione irregolare. Il fatto che anche uno studente di pianoforte possa affrontare la più semplice piuttosto presto, ha contribuito a non farle apprezzare come meritano. Arthur Schnabel, grande esperto della produzione mozartiana, ebbe a dire delle Sonate che sono troppo facili per i bambini e troppo difficili per gli adulti.

In realtà, l’intera serie di diciotto sonate, che si apre con sei di quelle composte nel 1775, cioè K279-84 e che si chiude con la vivace K576, del 1789, è tutta di alto livello: la nota K545, “per principianti”, è un capolavoro di abilità tecnica senza tempo. È però nel finale della K284 in re maggiore, un bellissimo tema con variazioni, che la parola “genio” si può applicare per la prima volta a Mozart. Le sonate più drammatiche sono la straziante K310 in la minore, scritta alla morte della madre, e la tetra K457 in do minore. Non è meno degna di attenzione la K570 in si bemolle maggiore, con il suo paradisiaco Adagio centrale.

K284 3°mov.

K310

K331

K545

K570 2°mov.

W.A. MOZART, QUINTETTI D’ARCHI

Lungi dal considerare il quintetto d’archi come un quartetto a cui si aggiunge un elemento, Mozart concepì i sei componimenti in maniera davvero originale. L’aggiunta della seconda viola e il conseguente rafforzamento del registro medio gli consentirono di “orchestrare” la composizione in modi differenti. Alcune delle possibilità previste da Mozart sono: un trio acuto (due violini e una viola) contrapposto a uno grave (due viole e un violoncello); coppie di violino o viole che raddoppiano la parte del violoncello sulla linea del basso; o anche duetti tra violino e viola o violoncello su un accompagnamento a tre voci eseguito dagli altri strumenti.

Il primo lavoro di Mozart in questo genere , il K174 in si bemolle maggiore, un brano interessante spesso trascurato, gli fu ispirato dai quintetti per archi dell’amico Michael Haydn, fratello di Joseph. Il K406 in do minore è una trascrizione della Serenata per fiati nella stessa tonalità composta nel 1788, cioè l’anno successivo a quello di due dei suoi migliori quintetti: quello in do maggiore, K515, e quello in sol minore, K516. Come scrisse Alfred Einstein, questi lavori monumentali stanno alla musica mozartiana come le ultime due sinfonie alla sua musica per orchestra. Gli ultimi due quintetti, in re maggiore (K593) e in mi maggiore (K614), sono le sue ultime composizioni cameristiche e dimostrano una nuova eleganza nella forma e nella scrittura.

K516

K593

K614