COLLASSO! – Tutte le volte che l’economia ha fatto crack. Seconda parte – di Filippo Secciani

REPUBBLICA DI WEIMAR:
E’ stata ritenuta una delle cause dell’ascesa al potere di Hitler e del Nazionalsocialismo, oltre ad essere anche considerata la prima crisi che ha investito l’economia moderna.
La pace di Versailles del 1919 individuò chiaramente nella Germania e nei suoi alleati la responsabilità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, obbligandola a pagare nel 1921 le riparazioni di guerra che ammontavano a 2 miliardi di marchi d’oro, sia in denaro che in materiali e forniture.
Per ripianare il debito la Banca Centrale tedesca iniziò a immettere sul mercato sempre più banconote. Il risultato fu ben presto chiaro: il marco si svalutò. Nel novembre 1921 un marco valeva 330 dollari, nel novembre 1923 il valore dello stesso marco nei confronti del dollaro arrivò a 4.200.000.000.000 marchi per dollaro.
A ciò bisogna aggiungere che la Germania per poter sovvenzionare lo sforzo bellico non fece ricorso alle sue riserve auree, anzi ne bloccò la convertibilità in marchi, affidandosi invece a prestiti ed indebitandosi con altri stati.
Finì in default nel 1922, ritardando le spedizioni di legno e carbone verso la Francia, la quale come risposta occupò la regione mineraria della Ruhr.
Per poter stabilizzare l’economia tedesca fu introdotta una nuova valuta, il Rentenmark, che avrebbe sostituito la vecchia valuta. Il cambio fu fissato all’incredibile cifra di 1 miliardo di marchi per un nuovo Rentenmark.
Tutto questo provocò all’interno della società tedesca un sentimento di persecuzione e di accusa nei confronti della Francia in primis e verso gli altri stati europei ed americano; i tedeschi si sentirono incolpati di qualcosa che dal loro punto di vista non si sentivano responsabili. Ben presto si diffuse l’idea che le forze armate non avessero perso il conflitto, ma che fosse stata la politica che adesso governava la Repubblica di Weimar, socialisti e bolscevichi, a provocare la disfatta e che il conflitto fosse stato provocato dai membri della Triplice Intesa.coll2

LA GRANDE DEPRESSIONE:
La prima grande crisi globale colpì con tutta la sua forza giovedì 24 ottobre 1929. La crisi si presentò inizialmente come un crollo della borsa, dovuto soprattutto a speculazioni che innalzarono artificiosamente il prezzo delle azioni.
Dal primo conflitto mondiale gli Stati Uniti uscirono da vincitori con un’economia in inarrestabile ascesa. La media borghesia – che si arricchì enormemente dalla congiuntura economica favorevole – investì enormi quantità di denaro in borsa.
Ma il “giovedì nero” la borsa newyorchese crollò, registrando una perdita del 13% delle quotazioni soprattutto nel comparto automobilistico ed in particolar modo a causa della forte speculazione delle banche. Alcuni giorni dopo il panico investì di nuovo la borsa: il “martedì nero” del 29 ottobre, dopo una settimana di perdite continue, furono vendute oltre 16 milioni di azioni, ma le perdite proseguirono inarrestabili fino a raggiungere l’11% delle quotazioni.
La restrizione sul credito che ne conseguì evidenziò come vi fosse stato una sovrapproduzione di beni.
Il crollo fu dovuto dall’esplodere di una bolla speculativa che coinvolgeva principalmente le nuove industrie che stavano sorgendo in quegli anni e che, come un effetto domino, si espanse a tutta l’economia americana ed in seguito a quella parte di mondo che aveva stretti legami economici con gli Stati Uniti. Rimase esclusa l’Unione Sovietica.
Dapprima furono colpiti gli investimenti della classe media, poi le banche iniziarono a fallire, così come le assicurazioni ed infine le industrie
Le perdite proseguirono fino al 1932. I disoccupati raggiunsero la cifra di circa 20 milioni nel mondo. Serviranno 25 anni prima di poter ritornare ai valori antecedenti il 1929.
Per cercare di uscire dalla crisi gli Stati Uniti intrapresero una serie di politiche protezionistiche, insieme all’ampliamento della spesa pubblica ed infine elaborando un sistema di previdenza che è alla base degli attuali sistemi previdenziali di tutti gli Stati occidentali.
Si trattava del cosiddetto New Deal del presidente Franklin D. Roosevelt, il quale introdusse una serie di misure che aprivano l’economia, ambito di tradizionale appartenenza al settore privato, all’intervento del settore pubblico.
Due anni dopo fu intrapresa la più grande opera di costruzione di opere pubbliche del paese. L’intervento dello stato nell’economia stabilizzò il paese, ma fu lo sviluppo dell’industria bellica provocato dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a risollevarlo.

BOLLA DEI VIDEOGIOCHI:
Nel 1983 scoppiò la bolla dei videogiochi e la conseguente chiusura per bancarotta della maggior parte di industrie elettroniche produttrici di computer e console. Fu colpito soprattutto il continente Nord Americano (Canada e Usa) dove quest’industria e il suo uso consumo erano più fiorenti.
La crisi giunge nell’età dell’oro per i videogiochi ed è determinata da un’improvviso crollo delle vendite, insieme ad altri fattori come l’entrata in commercio di computer a basso costo (Commodore 64) che sostituiscono le console; il consumatore ha troppa scelta di piattaforme di gioco (12 al momento della crisi e due pronte ad essere lanciate sul mercato); guerra dei prezzi tra le ditte concorrenti.
La crisi avrà effetti devastanti su questo settore economico segnando la fine della cosiddetta seconda generazione di console (1976-1983), un arresto durato tre anni durante il quale il mercato di videogame si contrae e non ci sono sviluppi significati; infine in virtù dell’espansione economica giapponese il mercato si sposta dagli Stati Uniti verso Oriente.

SAVING AND LOAN ASSOCIATIONS:
Nel 1985 queste istituzioni americane simili alle nostre casse di credito cooperativo dichiararono bancarotta. Nonostante il loro crack non abbia avuto un impatto devastante sulle borse mondiali, bruciarono tutti i soldi di chi vi aveva investito ed i soldi di chi aveva richiesto un mutuo.
Le Saving and Loans (S&L) nacquero intorno al 1800, per favorire l’acquisto di abitazioni negli Stati Uniti. Sottoposte fin da subito ad un rigido controllo finanziario, a partire dalla presidenza Carter e poi Reagan cominciò la loro deregolamentazione (deregulation). Per esempio il vincolo sull’insolvenza applicato alle banche per loro non era valido. Inoltre potevano pagare tassi d’interesse di mercato sui depositi, prendere a prestito denaro della Federal Reserve, concedere credito al consumo, rilasciare carte di credito, e possedere immobili.
Nel 1985 la costruzione di nuove case crollò, raggiungendo il valore più basso dal secondo conflitto e numerose S&L iniziarono a fallire, tant’è che il presidente Bush intervenne commissariando gli istituti e riversando 50 miliardi di dollari per far ripartire la crescita.
Questa fu una crisi localizzata alla sola America che si protrasse per un decennio circa, dovuta alla ricerca del profitto a tutti i costi, sottovalutazione del rischio e operazioni finanziare azzardate. Tuttavia il sistema nel suo complesso era sano per cui gli effetti sull’economia furono ridotti.
IL LUNEDI’ NERO:
Il 19 ottobre 1987 il Dow Jones perse il 22,61% in una singola giornata, registrando il peggior crollo finanziario della storia (con una volatilizzazione di circa 1.000 miliardi di dollari). In breve i mercati del mondo furono contagiati. 19 piazze finanziare su 23 persero il 20% circa della loro capitalizzazione, ma rimase escluso il Giappone.
Tra le cause attribuite al crollo vi fu l’informatizzazione delle transizioni di borsa che rapidamente si stava sviluppando; il nuovo sistema di gestione automatizzata dei portafogli, collegato globalmente tra le varie piazze, avrebbe incentivato il diffondersi della crisi.
La situazione riuscì a normalizzarsi in breve tempo, con le quotazioni ritornate ai loro livelli standard. In seguito a questa crisi furono introdotti nuovi strumenti di controllo tra cui la sospensione per eccesso di ribasso.

ITALIA, 1992:
Nel luglio del 1992 il nostro paese era nel pieno dello scandalo Tangentopoli – scoppiato a Milano nel febbraio dello stesso anno – e tutto il sistema partitico della Prima Repubblica crollava sotto le serrate indagini della magistratura che evidenziò come l’economia di un paese fosse sorretta sull’illegalità e sulle tangenti. Come se non bastasse dobbiamo aggiungere anche la spesa pubblica (quindi debito) totalmente fuori controllo.
Nel nuovo mondo globalizzato di Maastricht nasce l’Unione Europea, l’Italia che ne vuole far parte deve sottostare a precise e ferree regole di comportamento: stabilità economica con debito pubblico contenuto e spesa pubblica ridotta.
L’Italia nel 1992 non era assolutamente in grado di poter accogliere questi requisiti richiesti dal Trattato, per cui il governo presieduto da Giuliano Amato varerà la manovra nota come “lacrime e sangue”.
Si cerca di recuperare i 30 mila miliardi di lire per far capire all’Europa di essere affidabili e per fare ciò il governo interviene con più tasse sui Bot (Buoni Ordinari del Tesoro), Irpef, aumento dei ticket sui medicinali e la Patrimoniale.
La manovra non riesce tuttavia ad arginare la speculazione che si sviluppa intorno alla lira, la quale nel settembre raggiunge una svalutazione del 30%, obbligando l’Italia ad uscire dallo SME, il Sistema Monetario Europeo. Ci rientrerà solamente nel 1996.

BOLLA DELLE DOT-COM o BOLLA DI INTERNET:
Le Dot-com sono intese quelle aziende che creano e sviluppano il loro business attraverso un sito web. Dalla fine degli anni ’90 tutti vedevano nella rete la nuova forma di rivoluzione industriale.
A partire dal 1994, con la quotazione in borsa di Netscape, nacque la new economy e terminò nel biennio 2001-2002. Nel corso di questi anni aumentarono le quotazioni di start-up legate all’informatica, all’innovazione tecnologica, di internet e di high-tech e contemporaneamente il settore di IT delle aziende diventata il nuovo core business per emergere nel mercato. Molte web agency si lanciarono nel mercato fornendo sul web servizi alle imprese, senza avere solide basi di gestione di impresa.
A seguito dell’entusiasmo generato dal mercato azionario durante la fine del ventesimo secolo ogni azienda che possedeva un sito internet guadagnava punti percentuali in ogni piazza superando, nella maggior parte dei casi, il suo reale valore. Le loro azioni continuavano a crescere costantemente, fino al 10 marzo 2000 quando il Nasdaq toccò il record di 5.132 punti.
Contemporaneamente nascevano una serie di indicatori che assegnavano il prezzo delle azioni in base al numero di visitatori (contatti) che aveva il sito. Tuttavia vi erano molte aziende che seppur ricevendo centinaia di visite quotidianamente non guadagnavano niente; molte di queste non avevano idea di come “monetizzare” le visite – i clic giornalieri – ed era ancora sconosciuta la pubblicità su internet.
La bolla alla fine scoppiò per una serie di ragioni: quando si diffuse la convinzione (in realtà una certezza) che la maggior parte delle aziende non erano sostenibili e le idee, nonostante fossero innovative ed avessero raccolto tanto successo all’inizio, alla fine si rivelarono deboli nei confronti del mercato e non ultimo la rilevanza che l’attentato delle Torri Gemelle in borsa.
Il NASDAQ perse quasi l’80% da marzo 2000 a ottobre 2002. Il listino dei titoli tecnologici di Wall Street cominciò un lento ed inesorabile crollo. Molte società sono state travolte dai ribassi; lo sgonfiarsi di questa bolla portò alla più grande perdita di ricchezza dalla fine dell’ultima guerra mondiale.
Comunque come avvenne in passato per i treni, anche in questa occasione di rinnovamento tecnologico globale si ha un iniziale momento di crisi finanziaria e le innovazioni verranno assorbite dalla società solamente in un secondo momento.

ARGENTINA:
La crisi di questo paese arriva da lontano. A partire dagli anni ottanta un’iperinflazione investe la nazione costringendola ad adottare un cambio fisso con il dollaro nel 1992.
La prima conseguenza coinvolge la produzione argentina che soffre di un forte calo nell’export a causa della sopravvalutazione del peso scambiato alla pari con il dollaro. Aumenta il debito con l’estero, la disoccupazione ed infine l’Argentina entra in recessione.
Nel 1999 crolla il PIL e nel 2002 il paese dichiara il proprio default. Il PIL scende del 40%, la moneta perde del tutto il suo valore e nel 2003 il 58% della popolazione è sotto la soglia della povertà.
Il governo interviene svalutando il peso, che passa al cambio di 3 pesos per dollaro nel 2005, dando respiro all’economia e all’industria nazionale.coll1

PILLOLE DI SCIENZA – L’utilità della scienza – di Ferruccio Palazzesi

monopoli compagnia elettrica 2_0

“One day Sir, you may tax it.”

“Un giorno Sir, ci potrà mettere una tassa sopra”

Risposta di M. Faraday a W. Gladstone, ministro delle finanze inglese, il quale aveva chiesto l’utilità pratica della “sua” elettricità – Londra 1850.

Quanti di voi si sono trovati a pensare la stessa domanda di Sir. Gladstone? Quanti di voi hanno detto: “Spettacolo! ma a che servirà poi?” oppure ancora peggio “Tutti questi soldi per la ricerca sono sprecati!”. Ecco, da qui in poi ricordatevi sempre questo simpatico siparietto tra Michael Faraday e l’allora Ministro delle Finanze inglese.

L’utilità della scienza e della ricerca scientifica non deve essere mai messa in discussione anche quando il suo utilizzo finale non é conosciuto (ammesso che non serva per scopi bellici, in quel caso diventa a mio avviso, profondamente sbagliato). Il nostro attuale mondo si é evoluto in quello che é grazie alle scoperte scientifiche di signori che nei secoli precedenti, mossi unicamente dalla curiosità, hanno permesso all’umanità di progredire. Probabilmente, anzi sicuramente, i nostri nipoti ci ringrazieranno per aver finanziato progetti come quello che hanno portato alla scoperta del bosone di Higgins.

300513 – WUNDERBAR – CAPOLAVORI NELLA POLVERE – di Fausto Jannaccone

Ñ

Ieri sera, scoccate le 20:30 , finalmente prendeva il via la presentazione della tanto agognata quinta mostra del Wunderbar, “Capolavori nella Povere”; dopo un eccellente intervento di Emiliana Provenzale (che forse, ma state zitti, inizierà a collaborare con noi dopo i numerosi validissimi contributi offertici!) la parola passa al nostro critico Michele Piattellini: quello che fa è riuscire a prenderci per mano ed in una figurata promenade ci porta a scoprire uno per uno tutti i palii esposti, facendoci capire da dove arrivi ogni opera, e forse, per quanto impossibile, dove voglia andare. Una presentazione davvero ottima ed apprezzata dai molti accorsi. La platea che lo segue è ben nutrita; è un buon numero di ragazzi e ragazze quello che riempie la saletta del Bar Il Palio. Certo un po’ ci dispiace che nessuno dei Priori abbia partecipato, (fatta eccezione della Contrada dell’Aquila che con grandissima sensibilità, rispetto ed educazione ha mandato il Vicario) nonostante l’invito recapitato loro di nostra mano, ma probabilmente saranno tutti confluiti a gustarsi la prova dei patrii alfieri della palla a canestro. Ma bisogna aggiungere una cosa: quando a Gennaio ci presentavamo alla città con la prima esposizione “La giostra è ferma” scrivevamo nei nostri manifesti che il nostro intento era <sollevare un violento soffio che spazzi via la polvere da una realtà assopita>; allora forse non è il vecchio ingessato sistema locale cui miriamo per i nostri eventi, ma proprio coloro cui la città necessariamente verrà affidata domani, i ragazzi e le ragazze nostro coetanei, magari anche più giovani. Quindi se la saletta ieri era piena di giovani la nostra freccia ha centrato il bersaglio giusto. Comunque seppur non sponsorizzata è una grandissima mostra, di ottima qualità, grazie anche al lavoro di Andrea Lensini, ed offre uno spaccato meraviglioso dell’incredibile patrimonio che i musei delle nostre contrade custodiscono e di cui spesso ci dimentichiamo, quando ne siamo a conoscenza! Ma se Maometto non va alla montagna, come dice l’adagio… noi una selezione ve la portiamo direttamente in salotto, nel “salotto buono” della vostra città! Fateci un salto, che merita!
Meravigliosa! WUNDERBAR!

Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ Ñ

LA GRANDE BELLEZZA DI PAOLO SORRENTINO di Michele Iovine

il-regista-paolo-sorrentino-sul-set-del-film-il-divo-60315

Ho impiegato quattro giorni per scrivere la recensione di questo film e ho passato questi giorni a pensare intensamente alla pellicola, a chiedermi tante, molte cose, forse alla fine perfino troppe. E’ un’opera sulla quale si è scritto moltissimo, verso la quale si sono usati molti aggettivi, alcuni si sono anche sprecati. Ha diviso, chi l’ ha amata, chi l’ha odiata. Su alcune frasi e certe terminologie ci ricadrò anch’io, é inevitabile, perché è vero quando si dice che “La grande bellezza” è un film ambizioso, complesso e imperfetto, ma chi ha coraggio di osare e lanciarsi in certe operazioni monumentali dal punto di vista artistico, in questo caso cinematografico, sa che la cosa più bella è proprio farsi prendere la mano e lasciarsi trasportare dalla propria immaginazione, per poter raccontare come intimamente più desidera, la sua personale visione delle cose e lo spettatore deve fare altrettanto, lasciarsi cullare, incantare, ammirare ciò che osserva con l’entusiasmo di un viaggiatore errante che lungo la sua strada ne ha viste tante e soltanto dopo, quando il viaggio è finito, riesce davvero a rendersi conto di quello che ha visto e di quello che ha apprezzato. Questo è l’effetto che fa questo film, lascia attoniti, pensanti, tra momenti di autentica poesia e meraviglia e altri in cui ci si perde facendo fatica a ritrovare l’orientamento e a farsi così molte domande sul perché di quella determinata scena, su cosa ci voleva dire. A distanza di giorni però, rimane assolutamente, tra dubbi e interrogativi ancora vigenti, l’incanto per una visione così ampia e poetica. Forse il primo mito da sfatare é che sia un film su Roma. Prima che un film su Roma è un film sui sentimenti, quelli veri, motore della felicità autentica. Ma dove andare a ritrovarli o a cercarli questi sentimenti? La risposta è del tutto interiore, è dentro se stessi che bisogna indagare e nelle proprie esperienze passate, le prime, perché innocenti, pure e soprattutto umili. Roma è lì, presente con tutta la sua maestosa grandezza e la sua infinita grandiosità, monumentale, a fare da termine di paragone tra la sua bellezza eterna, concreta e inamovibile nei confronti di quella effimera e quantomai finta e fine a se stessa (questi trenini non portano da nessuna parte) della gloria mondana che non lascia niente dietro di se, se non soddisfazioni puramente vacue e vuote di ogni valore e affezione emotiva, tant’é che Jep Gambardella si accorge ad un certo punto della sua vita, pur avendo vissuto per quarant’anni in mezzo alla gente, di essere solo e circondato da cadaveri viventi e da morti nel vero senso della parola che cadono uno ad uno come soldati al fronte.
Il suo è un ritratto di un uomo solo, speculare a quello di una Roma deserta che vive solo di notte, ma chiusa nei palazzi e nei salotti dell’alta borghesia, Via Veneto è vuota, deserta, lasciata godere a quelli che in un futuro forse ne saranno i nuovi dominatori che vengono dall’est o dal Medio Oriente. “Mi sento vecchio” dice Jep Gambardella e insieme alla vecchiaia porta dentro di se il tremendo vuoto della solitudine di chi ha vissuto di rendita e non ha saputo arricchirsi interiormente con il frutto delle proprie capacità artistiche, se mai le abbia avute, ma solo da un punto di vista materiale e vede riflesso se stesso in tutta quella galleria di personaggi inutili, finti, falsi, privi di valori e sentimenti che frequenta.
Non ci risparmia niente Sorrentino lungo questo viaggio, è minuzioso nell’andare a descrivere tutte quelle situazioni e ambienti in cui sia i ricchi che gli arricchiti fanno sfoggio della loro maschera di personaggi importanti e possono recitare al meglio il ruolo che quel tipo di ambiente richiede. Si passa attraverso le feste chic e volgari sui terrazzi, le rappresentazioni teatrali impegnate, i funerali, dove anche lì c’é un’etichetta da seguire per imporre la propria visibilità e poi ancora l’esibizione in chiave moderna dell’arte, fino alla corruzione morale della gerarchia ecclesiastica, vista come luogo non di spiritualità, ma come una casta di potere dove vendere la propria immagine e giocare più che mai ad apparire quelli che in realtà non si é.
Ma allora dice Gambardella a Ramona, anima consapevole di essere dannata e condannata, interpretata da una sublime Sabrina Ferilli, di fronte a tanta falsità e finto splendore, vieni con me a vedere quella vera di bellezza, quella che nessuno, pur avendola sotto gli occhi tutti i giorni, nota, perché per apprezzarla è necessario essere puri e senza maschere sul volto e questa bellezza non può che essere quella di Roma e dei suoi palazzi.
Tutto questo Sorrentino ce lo racconta con il suo stile visionario, elevato all’ennesima potenza, i suoi film precedenti in confronto a questo sembrano remoti, già “Il divo” che pur contiene stilisticamente tutti i marchi di fabbrica del regista napoletano e ne sembrava risultare la sintesi perfetta del suo cinema, sembra essere un lontano ricordo, tanto si è evoluto adesso. In effetti Sorrentino estremizza al massimo qui, la sua capacità di andare oltre il dato reale e concreto delle cose per poterle immaginare secondo una sua personale visione e si lascia andare senza freni a descrivere una storia che ha tanto del fantastico e del surreale, componendo scene su scene che non seguono un filo narrativo prestabilito e consequenziale, come se poi, mischiandole tra loro, il senso del film non cambiasse poi tanto e sicuramente in tutta questa eccessiva libertà stilistica, ogni tanto si cade e ci si perde come inevitabile che sia. Ogni singola scena è uno spettacolo per gli occhi, ma andando a sommarle insieme, una accanto all’altra, non tutto torna e fila in maniera liscia e continua e il film appare così a volte un po’ troppo frammentato, ma in fondo, proprio questa era l’intenzione del regista. Se infatti “La grande bellezza” è un viaggio, come preannuncia la citazione di Céline tratta dal “Viaggio al termine della notte” che apre il film, il viaggio non ha sempre elementi di contiguità, ma ogni tappa ha una sua storia, un suo effetto che si distacca da quello precedente e nell’infinito puzzle di questo spaccato sociale umano, fatto di momenti di euforia, caciara (per dirla alla romana) e poi di calma e silenzio improvviso, come una quiete dopo le tempeste musicali notturne, una visione a volte un po’ confusa e spezzata fa parte del gioco. Quello che conta é quello che rimane dopo, dentro noi stessi, alla fine del viaggio.

W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 22

Il 16 dicembre 1785 Mozart completò un nuovo concerto e lo eseguì dodici giorni più tardi durante una serata a pagamento. In quest’occasione, secondo suo padre,  accadde “un fatto piuttosto inusuale”: dovette ripetere l’Andante. Alla fine di un annus mirabilis per i concerti per pianoforte, questo terzo brano, il Concerto per pianoforte n. 22 in mi bemolle maggiore (K482) risultò tanto diverso dai due precedenti quanto questi lo erano stati tra di loro. Tutti e tre sono accomunati invece dalla maestria pura, dalla sorprendente capacità di innovazione all’interno del percorso formale e dall’indelebile tratto dell’immaginazione teatrale del compositore. In questo concerto, le nuove combinazioni timbriche, sottolineate dall’aggiunta dei clarinetti, rendono il brano ancor più sofisticato. A tratti sembra un divertimento per fiati inserito in un concerto che somiglia a una sinfonia. Le morbide sonorità dei legni, nell’Andante in do minore, creano con interventi in maggiore quasi un effetto consolatorio e incantano l’ascoltatore nella sognante sezione in la bemolle maggiore al centro dell’Allegro finale.

Un artista al mase: GLI IRRIPETIBILI ANNI SESSANTA DI MARIO SCHIFANO – di Michele Piattellini

schifano

“Gli anni sessanta sono io”. Con questa celebre frase di Mario Schifano possiamo iniziare a parlare dello straordinario percorso artistico dell’ultimo grande dell’arte italiana. Nato ad Homs ma formatosi culturalmente a Roma, prima insieme al padre noto restauratore, poi come autodidatta, Mario Schifano è stato veramente gli anni sessanta. Fin da giovanissimo è attratto dalla nuova cultura del consumismo che sta via via imponendosi. Cartelloni pubblicitari, immagine di grandi marchi come le Coca Cola o la Esso vengono riprodotti da Schifano in grandi tele. Oltre a questa produzione, di facile lettura e comprensione, Schifano crea anche grandi superfici monocrome, ultimo tentativo di azzeramento dell’arte per provare a riscriverla, con nuovi simboli, nuovi eroi. Fondamentale in questa sua fase di crescita artistica è stata senza dubbio la figura del gallerista Plinio De Martiis che espone le suo opere e quelle degli altri giovani protagonisti della pop, Angeli, Festa, Mambor, accanto ai piu’ acclamati Magnelli e Perilli. Mario Schifano diventa una star. Purtroppo al crescente successo di critica e di pubblico fa da contraltare una vita privata sregolata e il consumo, enorme,di cocaina. “Quando un funzionario della finanza vuole farsi pubblicità viene a casa mia ad arrestarmi”; le detenzioni si susseguono e con esse un lungo periodo di depressione e di crisi creativa che attraverserà tutti gli anni settanta. Nonostante tutto questo, meritano di essere ricordati i cicli dei Paesaggi anemici e delle Oasi. Con i primi Schifano vuole denunciare l’anemia del pensiero che gravi danni provoca a quello che invece dovrebbe essere il nostro bene piu’ prezioso: il paesaggio. Le oasi sono invece il rifugio delle coscienza dall’incalzante e opprimente barbarie della vita quotidiana. Negli anni ottanta fortunatamente Schifano vive una nuova primavera artistica ed umana dovuta in modo particolare alla nascita del figlio Marco Giuseppe. In questo clima tornato finalmente positivo arriverà pero’ la tragica notizia della scomparsa dell’amico fraterno Tano Festa che turberà non poco il faticoso equilibrio raggiunto. Gli anni novanta, infine, sono quelli delle ultime sperimentazioni: tele computerizzate e fotografia che daranno nuova veste alla pittura d’azione di Schifano. Nel gennaio del 1998 Mario Schifano muore lasciando un vuoto incolmabile in tutti noi che l’abbiamo amato. Muore solo come uomo pero’, poiche’ le sue straordinarie creazioni rimarranno per sempre nella storia dell’arte universale. Adesso me lo immagino in cielo insieme alle sue tele, ai pennelli, ai colori e alle spatole perchè se è vero che il “Puma” ha perso la pelle di certo non ha perso lo scatto.

IL GIRO D’ITALIA ED I RAGAZZI SENESI (NELLA NEVE) – di Michele Masotti

neve

È bene fin da subito tracciare una divisione netta tra il Ciclismo e gli altri sport, divisione che sta in primis nel luogo ove tale sport si pratica: non un palazzetto, uno stadio, una palestra, un luogo ben definito insomma, un fabbricato; bensì la strada. Questa distinzione che appare ovvia di primo acchito reca in sé un significato più profondo e cioè che il corridore pervenga al suo scopo, la fatica, la fuga, l’attacco e la vittoria solo grazie al connubio con la natura.

Recita un vecchio detto che è il Giro a venire da te, poiché spesso passa “sotto casa” nei giorni in cui la lunga carovana Rosa formicola per l’Italia. Ed è vero, quando la Toscana ogni anno è attraversata in lungo e in largo dallo sciame di corridori, come tante piccole api, ronzante per le nostre terre che hanno dato i natali ai tanti campioni di questa epopea.

Accade però che quando del ciclismo si è innamorati alla follia non basta aspettare di avere la tappa “a tiro” per le strade bianche di Montalcino, nelle colline di Firenze o lungo i litorali della Maremma. Così nella terza e decisiva settimana di corsa ci si sposta su al Nord, dove si fa la Storia, tra le vette dolomitiche “amiche e crudeli”, come diceva il grande Gaul, e che immote da secoli emettono sentenze inappellabili sulle velleitarie fatiche degli umani.

Inutile negarlo, chi scrive è uno dei suddetti “malati” che più di una volta e con svariate comitive di amici ha transumato sulle alpi per vedere passare i corridori. Non quest’anno però, ed è doveroso scrivere adesso, al calduccio di una scrivania, di altri amici senesi inchiodati sulle vette in queste ore di bufera. neve1Non è così facile spiegare cosa spinga noi maniaci del pedale a queste sfacchinate per poi stare ore ed ore assiepati su un tornante e vedere infine solo qualche minuto di corsa. Passano lunghi gli istanti di attesa frenetica prima dell’arrivo dei ciclisti e da ultimo è un lampo: i corridori, sfiniti di fatica sui fianchi del monte, un qualcosa di immediato ed antico al tempo, e tutta l’aspettativa propagata come un rituale di tensione evapora in un istante. Il tutto è caricato dalle sera avanti, quando si bivacca nel pianoro alpestre tra una brace di fianco al camper e un gotto vicino alla tendina canadese. E’ questo il destino di chi arriva da lontano per seguire il Giro, ed è questo il medesimo dei baldi giovani senesi dispersi o quasi in questa sulle cime innevate dell’Alto Adige.

Si doveva correva la Ponte di Legno – Val Martello, e là i ragazzi sono approdati, con la voglia di ciclismo che contraddistingue molti giovani della nostra comunità cittadina, e con la voglia di applaudire Nibali trionfante in maglia Rosa e gli altri corridori sull’erta. Eppure giungono strane le foto dal “fronte”: le tendine innevate, le strade chiuse, i visi infreddoliti, le stesse valli di quasi un secolo fa, quando gli stessi visi infreddoliti dei vecchi alpini stavano davvero al fronte rinchiusi nelle trincee del Trentino. E dalla Storia all’epopea il passo è breve, poiché la corsa che avrebbe dovuto transitare sulle cime mitiche dello Stelvio e del Gavia richiama ad altri giorni eroici.

neve3Siamo nel 1953 e quest’anno il Giro presenta nella penultima tappa una novità: il Passo dello Stelvio. Le paure degli organizzatori sono molte poiché mai ci si era spinti fin lassù. Koblet in maglia rosa e Coppi a tallonarlo a poco meno di due minuti. Proprio su quelle cime si compirà la grande impresa de “l’airone”, quando il Campionissimo si involò tra cumuli di neve e tornanti silenziosi verso la vittoria di Bormio e la conquista della classifica generale.

Il Gavia poi, tanti anni dopo, e la stessa neve a scandire il passo. Il 5 giugno 1988 si partiva dalla Valtennina con un’eccitazione strana in gruppo, attraversando banchi di nebbia gelidi che preludevano a un qualcosa. Franco Chioccioli in maglia rosa, quando all’attacco della salita la pioggia divenne via via più densa fino a farsi neve e poi bufera. C’era un olandese col capo imbiancato, Vandevelde, e saliva solitario i tornanti. In vetta gli passarono solo un misero berretto di cotone e una mantellina leggera. Fine della corsa. Vandevelde scese nella neve, un solo rapporto disponibile e gli altri congelati, come le sue stesse gambe incapaci di proseguire. La storia

racconta come fermo in un rifugio, finì poi la tappa a 48 minuti dallo statunitense Hampsten che andò a vincere il Giro d’Italia.neve4

Oggi non vedremo i drammi di quel giorno lontano, né le imprese leggendarie ad emulare il Campionissimo: tutto è stato annullato, la neve cade da ieri nelle valli di Bolzano ed era impossibile persino partire.

La nostra attenzione e i nostri saluti però sono tutti per quei ragazzi che ugualmente sono partiti da Siena. Purtroppo il loro “eroismo” non sarà ricompensato dal transito della carovana, ma è giusto menzionare la loro passione e la voglia di esserci comunque, poiché il ciclismo vive infatti di queste cose, spesso più significative di quanto non lo sia una classifica di tappa. Vive della natura, come detto in principio, e ad essa si adegua, nelle volate assolate come nelle colline battute dal diluvio, fino al gelo.

E soprattutto vive della passione, un connubio tra la folla, i tornanti e i corridori che forse si potrebbe chiamare magia.

Una magia celebrata ugualmente e alla vecchia maniera, come peraltro ben visibile sotto.

neve2

COLLASSO! – Tutte le volte che l’economia ha fatto crack. Prima parte – di Filippo Secciani

coll

INFLAZIONE SPAGNOLA:
Dopo la scoperta dell’America da parte dell’esploratore genovese Cristoforo Colombo, la Spagna iniziò una frenetica corsa per la ricerca dell’oro nel Nuovo Mondo. L’enorme ricchezza proveniente dai giacimenti minerari sudamericani permise alla Spagna di prosperare e diventare un grande impero. Tuttavia a partire dalla metà del XVI secolo l’attività estrattiva aumentò considerevolmente, provocando una reazione opposta al benessere: questa grande quantità di oro e argento non fece altro che far abbassare il valore del denaro in tutta l’Europa, provocando un’iperinflazione che coinvolse, non solo la Spagna, ma tutto il Vecchio Continente.
A ciò dobbiamo anche aggiungere i conflitti in cui la Spagna era coinvolta per garantire la sopravvivenza dei suoi confini. Come conseguenza l’impero spagnolo entrò in una lenta ed inesorabile fase di declino e allo stesso tempo permise alla Gran Bretagna di porre le basi per il suo futuro impero egemonico navale e coloniale.
Il sovrano spagnolo Filippo II governò la Spagna durante tutta la fase del suo declino. Ereditò dal suo predecessore (il padre Carlo V) circa 36 milioni di ducati di debito.
A causa dell’insoddisfacente ricavato delle tasse, il sovrano fu costretto a importare sempre maggiori quantità di metalli preziosi dalle colonie per evitare il collasso della sua economia. L’onere sempre maggiore delle tasse e l’aumento della spesa pubblica provocarono un’alta inflazione, che ebbe come conseguenza la svalutazione della moneta e severi danni all’industria spagnola.
La scarsa affidabilità dell’oro proveniente dal nuovo continente durante le varie fasi dei conflitti (difficoltà di trasporto per la presenza dei pirati e di consegna) fu il colpo di grazia per l’economia: nel 1557 si ebbe la prima bancarotta della storia.
Per poter coprire i costi delle guerre, Filippo fu costretto a chiedere in prestito denaro dai banchieri italiani, che continuavano a finanziare le sue guerre nonostante i ripetuti fallimenti per il pagamento degli interessi nel 1560, 1576 e 1596.
Il debito raggiunse l’incredibile cifra di 85 milioni di ducati (circa 10 miliardi di euro) per un totale delle entrate pari a circa 9 milioni.
Il debito crebbe di pari passo con le sconfitte militari, fino a che il sovrano non ordinò la costruzione de la Invincible Armada per muovere guerra contro la regina Elisabetta I di Inghilterra, in seguito alla morte della sua consorte Maria di Scozia e dunque come legittimo pretendente al trono inglese. La battaglia si concluse con l’affondamento dei galeoni spagnoli (equivalenti a 10 milioni di ducati di perdite). A ciò bisogna anche aggiungere lo scoppio della rivolta nei Paesi Bassi che ebbe ricadute ancora più gravi per l’economia di Madrid. In breve la potenza coloniale spagnola si perse per la strada.

BOLLA DEI TULIPANI:
Probabilmente è stata la più incredibile delle bolle speculative; certamente è stata la prima “certificata”. La tulipano mania è stata una vera e propria speculazione sui bulbi dei tulipani che ha coinvolto l’Olanda dal 1634 al 1637.
Questo fiore fu introdotto in Europa nel secolo XVI importandolo dall’impero Ottomano; averlo equivaleva a possedere uno status symbol elevato, far parte di una ristretta élite sociale.
Per questa ragione la speculazione intorno a questa merce crebbe a ritmi forsennati: per l’acquisto di un singolo bulbo della specie Semper Augustus fu raggiunta l’incredibile cifra di 6000 fiorini (equivalenti dei contemporanei 300.000 €).
Il sistema di vendita dei tulipani ricalcava il nostro sistema dei futures: i compratori stabilivano il prezzo dei tulipani in autunno, nel momento in cui i semi venivano interrati; i bulbi, pronti poi a giugno, subivano per tutto l’inverno un gioco al rialzo che ne faceva gonfiare il prezzo.
Era il periodo d’oro dell’Olanda (1600-1700) quando la Repubblica era una delle nazioni più ricche d’Europa, la città di Amsterdam era il centro nevralgico di commerci e dei traffici e la prima multinazionale della storia, la Compagnia delle Indie olandesi dominava i mari.
Grazie a questa posizione di rilievo nel commercio mondiale i mercanti olandesi importarono dalla Turchia questo nuovo fiore esotico a partire dal 1554 (qualche anno primo il sultano inviò alcuni semi alla corte di Vienna). Con la crescita del commercio e della speculazione intorno a questo fiore, la domanda si fece più sofisticata ed il sistema di mercato divenne più attento in base alla loro rarità e al tipo di gruppo di appartenenza.
I trader che vendevano i loro bulbi per ottenere un ricavo, iniziarono a venderli per acquistarne di nuovi; non era raro che numerosi mercanti vendessero le loro proprietà per avere i soldi da investire nei tulipani, per poi cercare di rivenderli ai loro concittadini o in giro per il mondo.
Il picco della Tulipanomania si raggiunse nel febbraio del 1637 quando un singolo bulbo fu venduto a dieci volte il salario di un anno di un artigiano. A partire dall’anno precedente la bolla si era già diffusa nelle città di Rotterdam, Haarlem, Alkmar e Leyden. Fino a raggiungere le borse di Londra e Parigi, dove gli speculatori cercarono di far attecchire quel commercio, senza ottenere un grande successo.
Il crollo, improvviso, si manifestò nell’inverno del 1637. Un’inadempienza su un contratto per un bulbo di tulipano da parte di un acquirente di Haarlem fece da catalizzatore per l’esplosione della bolla.
In pochi giorni il mercato crollò ed i bulbi furono venduti ad un centesimo del loro prezzo originale, scatenando ondate di panico in tutta l’Olanda.
Chi venne travolto dalla bolla dei tulipani cercò anche di far valere i propri diritti all’interno delle corti di giustizia, ma i contratti furono considerati come vero e proprio gioco d’azzardo, i cui crediti non erano dunque esigibili. La drammatica conclusione della febbre dei tulipani causò il declino ed infine la conclusione dell’Età d’Oro per i Paesi Bassi.

LA BOLLA DELLA SOUTH SEA:
Si tratta di una bolla speculativa azionaria che coinvolse la Gran Bretagna nella prima metà del XVIII secolo (1716-1720). Ebbe come protagonista in negativo la Compagnia dei Mari del Sud (South Sea Company).
Una compagnia commerciale che possedeva speciali concessioni per i traffici in Sudamerica, creata nel 1711 con lo scopo di rilevare il debito pubblico della corona, in cambio di interessi e del monopolio dei commerci con le colonie spagnole nel Sud America. Lo Stato pagava un interesse del 6% e concedeva il diritto di emettere azioni da collocare presso gli investitori.
L’Inghilterra del periodo era schiacciata dall’eccessiva spesa del governo centrale, per cui non pochi furono gli investitori che si lasciarono ammaliare dai racconti sugli immensi giacimenti di oro in America Latina.
Gli organi dirigenziali contribuirono a spargere la voce abbellendo il valore dei diritti commerciali e i profitti che ricavavano dai loro possedimenti coloniali (ciò che in realtà stavano facendo era gonfiare il prezzo delle azioni).
Si ebbe un forte scambio di titoli di credito ed una forte partecipazione azionaria non solo verso questa nello specifico, ma in tutte le compagnie mercantili analoghe. In breve tempo fu investito quasi il valore di un anno del PIL inglese.
Le quote vennero a costare cifre sempre maggiori senza che ci fossero profitti reali in grado di giustificare l’incremento dei prezzi.
La bolla esplose alla fine del 1720. La concessione che avrebbe permesso l’attività commerciale nei mari del Sud sarebbe dovuta arrivare dalla Spagna. Gli accordi tra la compagnia ed il paese iberico risalivano al 1713 e garantivano alla South Sea un solo carico all’anno in cambio di una quota dei profitti, oltre alla tratta di schiavi negri; un traffico poco redditizio che gli investitori non immaginavano per la compagnia. Tuttavia l’interesse non si arrestò, anche se il primo viaggio in Sud America fu del 1717 e produsse un modesto profitto.
I commerci non stavano affatto aumentando, addirittura nel 1718 la Spagna confiscò le navi della compagnia ancorate nelle colonie. Nonostante ciò, la fiducia di chi aveva investito non diminuì – specie nel lungo periodo.
Un anno dopo la South Sea propose di rilevare oltre la metà del debito pubblico inglese finanziando il tutto con nuove azioni e convertendo il debito a un basso interesse, il 5% ed in seguito il 4%; chi ci rimetteva erano gli investitori che comperavano i debiti dell’impresa senza vedere alcuna forma di profitto.
Le azioni toccarono un massimo di 1050 sterline nell’estate 1720 e in poche settimane persero circa il 90% del loro valore. Il mercato crollò e le conseguenze furono serie per tutta l’economia, lasciando molti investitori senza denaro e cancellando un’intera generazione dall’economia inglese.

BOLLA MISSISSIPPI:
Contemporaneamente alla bolla speculativa della Compagnia dei Mari del Sud, un’altra crisi investì l’economia europea del XVIII secolo.
Alla morte del re Luigi XIV, l’economia francese era stremata dalle numerose guerre che il sovrano aveva sostenuto per tutta la durate del suo regno. Il ministero delle finanze era talmente ridotto allo stremo che non aveva abbastanza oro per poter stampare nuove monete (1715) e la Francia rischiò numerose volte l’insolvenza, o come diremmo oggi il default.
Fu così proposta la creazione di una banca nazionale la Banque Générale nel maggio 1716, che avrebbe potuto stampare moneta per conto del governo centrale: secondo la teoria dell’ambiguo scozzese John Law (ideatore di questo progetto finanziario) questa banca avrebbe accettato depositi di oro ed argento, fornendo in cambio denaro di “carta”; in altre parole questo nuovo istituto di credito avrebbe avuto la facoltà di emettere denaro con l’impegno di convertirlo in moneta su semplice richiesta dei possessori.
In breve tempo circolò talmente tanto denaro che fu valutato in cinque volte la ricchezza della Francia. La banca tuttavia immise molto più denaro contante di quanto oro possedesse, provocando un’enorme bolla economica inflazionistica.
Chi immediatamente beneficiò del boom fu la Compagnia delle Indie, le cui azioni salirono enormemente e molti si arricchirono, perché l’accordo stipulato tra la compagnia e Law – in veste di rappresentante del governo francese – prevedeva che, in cambio di alcuni monopoli, la società si sarebbe assunta l’onere del debito pubblico.
L’idea era di per se ottima perché si trattava di creare una società che commerciasse con i territori americani portando in Francia tutti quei prodotti che Europa o Asia non erano in grado di fornire. La Francia sebbene non avesse mai avuto grandi rapporti commerciali con le colonie oltre oceano, le potenzialità di arricchimento erano effettivamente notevoli. Lo scozzese riuscì a convincere il sovrano ed ottenne l’esclusiva del commercio con la Louisiana che sembrava possedesse numerosi giacimenti di oro. Ad ottobre 1719 il prezzo delle azione della Compagnia Mississippi raggiunsero il valore di 6.500 livree.
Dopo un po di tempo però alcuni investitori iniziarono a vendere i titoli e a convertire le banconote in beni tangibili ma scoprirono che non vi erano fondi per convertire le banconote emesse dalla banca di Law, insieme alla chiara assenza dei giacimenti di oro promessi; la bolla esplose con tutta la sua forza nel 1720. Le azioni furono svalutate e si scatenò una corsa agli “sportelli” quando la moneta creata da Law vide dimezzarsi il suo valore e l’inflazione investì tutta il regno.

PANICO DEL 1837:
E’ stata una devastante crisi economica che colpì gli Stati Uniti il 10 maggio 1837 quando le banche di New York, insieme a quelle di Baltimora, Washington interruppero il pagamento in monete in oro e argento, i cui effetti si ripercossero in tutta la costa est.
Tra le cause di questa ondata di crisi che si ripercosse fino a metà anni quaranta dell’ottocento provocando livelli record di disoccupazione, ci furono la decentralizzazione del sistema bancario voluta dal presidente Andrew Jackson – ovvero assenza di una banca centrale che supervisionasse il flusso monetario- insieme alla decisione di favorire la carta moneta; la speculazione finanziaria a partire dal 1830 sulla vendita di lotti di terreni dell’ovest; infine il decreto esecutivo del 1836 emanato dallo stesso presidente democratico dal titolo the Coinage Act per contenere l’inflazione legata al prezzo dei terreni pubblici.
Il decreto stabiliva che da quel momento in poi la vendita dei terreni federali era resa possibile solamente dietro pagamento in oro oppure argento. La carta moneta perse immediatamente valore e l’inflazione aumentò. Quando il denaro confluì verso ovest le banche della costa opposta si ritrovarono senza più riserve.
Scoppiò il caos. Le banche chiesero indietro i loro prestiti, molte persone persero i loro risparmi. Numerose banche chiusero, altre fallirono completamente. Tutto il sistema imprenditoriale ed industriale andò in rovina, il commercio si fermò, la pubblica amministrazione non era più in grado di pagare i propri debiti.
Chi ne uscì particolarmente sconfitto, a parte i cittadini, furono le banche statali che subirono un colpo devastante per la loro sopravvivenza. La ripresa si ebbe solamente a partire dal biennio 1842-1843 quando fu emanata una nuova legge tariffaria.

CRISI ECONOMICA DEI CONFEDERATI:
Questo evento è interessante da un punto di vista politico. Nel corso della guerra civile americana uno dei maggiori interessi da parte dell’esercito Confederato (Sudista) era il riconoscimento diplomatico da parte degli stati europei.
Considerando che il cotone era per l’Inghilterra, per la Francia e per altri stati europei un perno essenziale per le loro economie, i dirigenti sudisti decisero di bloccare l’esportazione verso l’Europa di quel prodotto, in modo da poter ottenere un riconoscimento del loro nuovo status politico (un ricatto insomma).
Gli Unionisti (ovvero i Nordisti) nel corso della guerra riuscirono a bloccare la maggior parte dei porti dei loro avversari, rallentando enormemente l’economia confederata, ma non furono tuttavia mai in grado di impedire l’entrata e l’uscita totale dai porti degli stati del sud delle navi, se non nelle fasi conclusive del conflitto.
Il quasi totale blocco dei porti, insieme alla decisione (azzardata) di tagliare le esportazioni di cotone furono le concause dell’arresto dei proventi economici delle forze Sudiste.
Questi due fattori furono alla base dello scoppio di un’inflazione che portò il dollaro confederato a non aver nessun valore (virtuale) commerciale.
Con la conclusione della guerra civile l’economia Sudista era devastata.

BOLLA DEI TRENI:
Si ebbe in Inghilterra a partire dal 1840, quando questa nuova tecnologia produsse una grande euforia nel mercato londinese e molta gente investì nel settore ferroviario fino al 1846 momento del suo apice, anno in cui furono ordinate 9.500 km di linee ferroviarie.
In Inghilterra era già in corso la rivoluzione industriale da qualche decennio e le continue attività industriali avevano bisogno di un nuovo mezzo di trasporto, prevalentemente per lo spostamento del carbone e delle merci in genere.
Fino al 1840 si assistette ad un vero sviluppo meccanico delle locomotive che passarono dal traino dei cavalli fino al treno a vapore. Da quella data si assistette ad un calo di investimenti in questo settore per via della flessione dell’economia inglese, insieme all’aumento dei tassi d’interesse che spingevano gli investitori verso altre forme di capitalizzazione.
Tuttavia il taglio del tasso degli interessi da parte della Banca d’Inghilterra favorì un nuovo periodo d’oro per l’industria inglese. In questo contesto le ferrovie catturarono nuovamente l’interesse da parte degli investitori per via della crescente domanda di trasporto di merci e, novità, anche di persone.
Le compagnie ferroviarie per invogliare a comprare le loro azioni intrapresero una serie di spregiudicate iniziative, insieme alla politica totalmente lassista da parte del governo centrale. Cosicché mentre le azioni delle innumerevoli società ferroviarie nate in questo periodo continuavano a salire, gli investitori proseguivano nella loro speculazione (totalmente fuori controllo) e molte famiglie della classe borghese e medio bassa decisero di investire la maggior parte dei loro risparmi.
Nel 1845 la Banca d’Inghilterra nuovamente alzò i tassi d’interesse. L’anno successivo le quotazioni raggiunsero il loro picco e rapidamente iniziarono a scendere, sia per colpa dell’aumento dei tassi di interesse, sia per la presa di coscienza da parte degli industriali che il settore non era poi così redditizio come si pensava. Tra il 1846 ed il 1850 le azioni delle compagnie ferroviarie persero il 50% del loro valore. Ben presto si scoprì che dietro questa forte speculazione si nascondevano frodi e cattiva amministrazione.
Una cosa simile è accaduta negli Stati Uniti quando la ferrovia si stava avviando a diventare la prima forma di trasporto del paese. Quando la maggior parte delle compagnie di ferrovie non potevano sostenere le proprie spese, iniziarono i primi fallimenti tra cui la compagnia di Philadelphia (1893); parallelamente al crollo del sistema azionario legato alle ferrovie, accusò il colpo anche il mercato dell’argento. Nel 1880 furono scoperte numerose nuove miniere contenenti il metallo e il governo cercò di acquistarlo in ingenti quantità per mantenere il suo valore artificialmente alto; quando non fu più possibile farlo la crisi colpì ancora più forte e la depressione durò fino agli inizi del 1900. Più di 14.000 imprese chiusero e la disoccupazione raggiunse il 17-19%.

Il nostro Michele Piattellini a Porto Franco

PF

piatteStasera ore 21 collegatevi tutti sul canale 131 (o 132 a seconda del segnale)…

Alla trasmissione Porto Franco, ospite di Francesco Boni, il nostro critico d’arte Michele Piattellini per parlarvi d’arte!!!