CRISI DEMOGRAFICA E CONSEGUENZE GEOPOLITICHE – di Filippo Secciani

CRDE

La demografia regola i rapporti di potenza sul lungo periodo, così come l’economia lo fa nel medio periodo e la forza militare nel breve.
Nel 1804 la popolazione mondiale raggiungeva il numero di 1 miliardo, mentre nel 1927 raggiunse i 2 miliardi. A partire dal 1960 (con un numero totale di individui pari a 3 miliardi) è iniziata una crescita esponenziale di crescita di 1 miliardo ogni 13 anni, fino a raggiungere il numero di 7 miliardi nel 2011.
Nel 2007 la popolazione urbana ha superato quella rurale. Nel 2000 il numero di ultra sessantenni ha superato quello dei minori di quindici anni. Nel 2052 l’aspettativa di vita media supererà i 75 anni.
La demografia è poco influenzabile dalla politica. In passato è stata sottovalutata come aspetto geopolitico a scapito della forma militare, dell’energia, eccetera. Tuttavia influisce pesantemente sull’economia e sulla sfera sociale degli stati. Essa determina la potenza degli stessi.
L’elevato numero di persone ha fatto si che le necessità umane abbiano oltrepassato la capacità di produzione degli ecosistemi. La domanda supera la capacità dei sistemi naturali e la conseguenza è l’erosione delle risorse.
In futuro avremo una crescita demografica annua del 3% ed in un secolo la popolazione sarà di venti volte superiore, fino a raggiungere i 9,3 miliardi di persone nel 2050. Non tutti sono d’accordo con queste stime, soprattutto per via della difficoltà di espansione degli approvvigionamenti alimentari [che sarà argomento di un futuro articolo], la diffusa scarsità di acqua ed il riscaldamento globale.
La popolazione ha decelerato la sua crescita fino a raggiungere il tasso di 1,1% nel 2011 – il picco fu nel 1967 con il 2,1%.
L’Onu tuttavia ipotizza che il picco della della popolazione si avrà intorno al 2050, con un numero di abitanti stimato in circa 9,3 miliardi di esseri umani; la popolazione in seguito diminuirà (meno figli per famiglia, insieme all’aumento dell’aspettativa di vita), fino a raggiungere i 10,1 miliardi alla fine del secolo.
Il picco della popolazione nei paesi ricchi verrà raggiunto, secondo stime delle Nazioni Unite, nel 2015, la Germania sarebbe già in recessione demografica se non fosse per l’immigrazione, in prevalenza turca.
Nel 2020 sarà invece la volta della Cina, per opera della politica del figlio unico messa in essere da Deng Xiaoping nel 1979 e poi ripresa nel 2002. L’Italia ha tutt’ora il primato negativo per il tasso di fertilità più basso del mondo.
Per rallentare la crescita demografica si è studiato la possibilità di favorire lo sviluppo di nuclei familiari più piccoli. I servizi di salute riproduttiva non sono tuttavia raggiungibili ancora per molte donne nei paesi del secondo e del terzo mondo.
Con l’aumento della popolazione aumenta anche il consumo di acqua; metà della popolazione sta consumando i propri acquiferi a causa del sovrasfruttamento. Lo stesso vale per la pesca: l’80% delle riserve ittiche mondiali vengono sfruttate al limite delle loro potenzialità.
L’allevamento di bestiame aumenta con la crescita della popolazione e con il benessere (dal 1961 al 2011 a fronte di 1 miliardo e più di persone, la crescita del numero di bestiame è salito da 352 a 894 milioni di capi). Se l’allevamento supera il livello di sostenibilità dei pascoli, questi si deteriorano e avviene la perdita del manto vegetativo, rendendo il terreno vulnerabile all’erosione del suolo.
Il patrimonio forestale subisce una perdita di 5,8 milioni di ettari l’anno – la Mauritania ha perso quasi tutte le proprie foreste. L’aratura intensiva provoca l’erosione del suolo (specie in Africa, Asia e Medio Oriente).
Quarantaquattro nazioni, tra le quali quasi tutte quelle europee, hanno raggiunto la stabilità demografica come conseguenza di un graduale declino del tasso di natalità, raggiungendo la cifra di 970 milioni (pari ad un sesto della popolazione mondiale).
In Asia orientale siamo vicini alla stabilizzazione demografica. Il Giappone è addirittura in declino.
La popolazione cinese, di circa 1,35 miliardi, toccherà il massimo nel 2026 con 1,4 miliardi e nel 2045 sarà inferiore a quella attuale (quando avrà effetto la politica del figlio unico).
In America Latina la riduzione della povertà, insieme all’accesso ai servizi di pianificazione familiare stanno rallentando la crescita demografica: 600 milioni nel 2012 e 751 nel 2050. In Brasile la crescita prevista è del 12% nel 2050 con una popolazione complessiva di 223 milioni.
La crescita demografica avrà luogo dove si è meno in grado di sostenerla. Ovvero nel subcontinente indiano e nell’Africa subsahariana. L’India, insieme al Pakistan e al Bangladesh hanno una popolazione totale di 1,6 miliardi di abitanti, che raggiungerà i 2,2 nel 2020. L’Africa del sud ha una popolazione di 899 milioni con una previsione di 2,2 miliardi nel 2050.
Aiutare i paesi verso il cambiamento per una costituzione di nuclei familiari più piccoli, insieme alla riduzione della povertà, l’accesso ai servizi di salute riproduttiva serviranno ad evitare futuri stress demografici.
La diminuzione della popolazione è e sarà una scelta volontaria delle famiglie come conseguenza della urbanizzazione della popolazione, derivata dal processo di industrializzazione delle economie dei paesi emergenti.
Ci saranno meno vantaggi ad avere una famiglia numerosa: maggiori bocche da sfamare e maggiore spese per la scolarizzazione e non più braccia per il lavoro come succedeva nella società a prevalenza agricola.
La divisione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, cioè tra paesi che hanno stabilizzato la propria popolazione e quelli che non sono ancora riusciti a farlo, sta divenendo abissale: la Germania (82 milioni di persone) ed il Giappone (126 milioni) assisteranno ad una riduzione delle nascite del 10% nel 2050. Viceversa la Nigeria ha una popolazione odierna di 167 milioni e nel 2050 sarà di 390 milioni; l’Etiopia di 87 raggiungerà il numero di 145 milioni; il Pakistan ha una popolazione attuale di 180 milioni di individui, mentre raggiungerà il numero di 275 milioni tra quarant’anni.
E’ la cosiddetta transizione demografica: ovvero il processo di passaggio da un regime di approssimativo equilibrio su livelli di alta mortalità e di alta fecondità, ad un nuovo caratterizzato da bassa mortalità e bassa fecondità.
Negli ultimi quaranta anni il numero dei figli per famiglia è passato da 4,5 ad una media di 2,5; il ritmo della diminuzione proseguirà fino ad avere una media di 1 figlio per donna.
Molte nazioni non riescono a superare l’abbassamento del tasso di natalità. Chi ha vissuto una rapida espansione della popolazione nel tempo è costretto a trovare nuovi posti di lavoro, il gran numero di individui erode acque e terre coltivabili, malattie e non meno guerre civili. Si parla di stati in fallimento perché non sono in grado di provvedere ai loro popoli (Yemen, Somalia, Etiopia).
Secondo Fund for Peace i primi venti paesi in fallimento hanno livelli di fertilità molto alti (in Somalia ed Afganistan le donne hanno in media 6 figli).
Chi invece è all’ultimo e più elevato stadio di sviluppo gode di un alto livello di sopravvivenza, favorito dal calo del bonus demografico – mortalità infantile con tassi di fertilità ancora relativamente elevati comporta un’abbondanza di forze di lavoro giovani.
Il Giappone dal 1948 al 1955 dimezzò la popolazione. La crescita economica fu inarrestabile nei successivi trent’anni, diventando la terza economia mondiale.
Politiche simili sono state intraprese anche da Vietnam, Sri Lanka, Tunisia e Messico. La transizione demografica è un fenomeno in crescita anche in altre aree del globo dal Maghreb al Brasile, dalla Turchia all’Iran.
Per valutare gli effetti della demografia è importante considerare l’entità complessiva della popolazione, la sua omogeneità, la piramide d’età, la rapidità dei mutamenti demografici, il livello professionale della popolazione, il tasso di urbanizzazione, i movimenti migratori.
Gli immigrati rappresentano il 3% della popolazione mondiale, con punte fino al 10%. Il loro peso è comunque destinato a crescere a causa degli equilibri economici e demografici in Europa e Africa. Nel 2050 l’immigrazione islamica rappresenterà circa il 10-15%. Il peso politico potrebbe aumentare qualora si formassero partiti islamici europei, oppure partiti direttamente collegati alla religione. Comunque difficilmente compatibili con i principi e valori europei occidentali.
Laddove si creasse un impasse tra le forze politiche tradizionali conservatrici e progressiste, la formazione di partiti politici di carattere religioso islamico potrebbe diventare il nuovo ago della bilancia nei processi democratici di un paese. Come conseguenza a questa ipotesi potrebbero nascere o rinforzarsi le forze della destra xenofoba.
Diversamente da ciò che potrebbe accadere in Europa, gli Stati Uniti rischiano l’ispanizzazione della loro nazione. Con una popolazione latinoamericana pari al 29-34% nel 2050, con conseguenti cambiamenti di strategie politiche (la base ispanica vota democratico, mentre le élite appoggiano il partito repubblicano).
Aspetti e conseguenze fondamentali da valutare quando si prende in considerazione il fenomeno migratorio sono l’aumento della forza lavoro, la compatibilità tra maternità ed occupazione femminile, l’età pensionabile, aumento dell’età media della vita.
Il baricentro demografico si è spostato dalle regioni più avanzate a quelle sottosviluppate. Nel 1950 questo rapporto era di 2:1, mentre nel 2050 sarà di 6:1 in favore delle seconde.
Tra alcuni anni (probabilmente) l’immigrazione sarà uno strumento di contesa per gli stati come mezzo necessario allo sviluppo delle loro economie nazionali.
La maggiore urbanizzazione provocherà la formazione di megalopoli, le cui periferie rischieranno di essere effettivamente ingovernabili, specie per i paesi non ancora industrializzati (il piano di sviluppo del governo cinese del 2006 prevedeva lo spostamento di circa 300 milioni di persone nelle città nell’arco di 20 anni).
In quaranta anni la popolazione aumenterà di circa 2,3 miliardi metà della quale in paesi come Congo, India, Pakistan, Nigeria, Uganda e Indonesia. Avverrà invece un crollo in Russia (da 143 a 112 milioni di abitanti) e l’immigrazione non sarà una via percorribile per ragioni strategiche: vicinanza alla Cina e alle religioni islamiche del Caucaso. Insieme al Giappone (da 126 a 112 milioni) anche qui l’immigrazione non potrà essere una via percorribile per ragioni prevalentemente religiose ed identitarie.
Si avranno forti differenze nella piramide di età tra i due “mondi”. Nei paesi più sviluppati in generale (ad eccezione degli Stati Uniti per via dell’immigrazione latina) ed Europa in particolare (ad eccezione di Francia e Gran Bretagna per via della tradizionale immigrazione dalle ex colonie). La Germania sarà la più colpita, passerà dagli 82 milioni di abitanti ai 66 nel 2100 (fonti Eurostat). Al contrario l’Africa subsahariana si confermerà la regione più giovane al mondo.
Queste differenze con l’Europa provocheranno una forte pressione migratoria continentale, instabilità interna con conseguenti rallentamenti economici, trasferimento della manodopera dall’agricoltura all’industria e i servizi, crisi alimentari ed infine migrazione verso le aree maggiormente industrializzate del nord del mondo.
Tutto questo potrebbe travolgere il vecchio continente. Da qui nasce (o dovrebbe nascere) l’interesse dell’Europa unita per una stabilizzazione della regione. Ma le debolezze dell’Unione (assenza di convergenze politiche), con conseguente mancanza di una politica comune, provocheranno una sudditanza verso vecchie e nuove potenze emergenti. L’invecchiamento della popolazione avrà anch’esso come effetto il deficit di fondi per la difesa comune e la politica estera, nonché provocherà squilibri demografici interni ai paesi membri della Comunità.
L’Europa meridionale avrà difficoltà a mantenere i livelli di benessere di una qualsiasi nazione sviluppata, la Germania perderà la leadership continentale a scapito di nazioni maggiormente sottoposte a tradizionali flussi migratori come la Francia e la Gran Bretagna.
Queste teorie statistiche potrebbero essere smentite qualora si adottassero nuove politiche demografiche, insieme al proseguimento di invio di aiuti per lo sviluppo, ma soprattutto alla costruzione di governance locali in grado di creare crescita e benessere (secondo la massima confuciana “dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”). Si renderà particolarmente utile l’uso di ogm per far fronte alla carenza idrica, senza rischiare di perdere la produzione agricola.
Anche gli investimenti asiatici e medio orientali potrebbero essere utili in tal senso: creare nuove infrastrutture e lavoro, impedendo i flussi migratori (insostenibili) per l’Europa. Il rischio di conflitti etnici e religiosi potrebbero aggravare la situazione di una regione già ampiamente a rischio destabilizzazione e radicalizzazione.
La politica ha potere sulla demografia solamente nelle limitazioni delle nascite (politica del figlio unico) o viceversa incentivando la formazione di famiglie numerose.
Può tuttavia intervenire sull’immigrazione, sia per favorire l’integrazione culturale ed economica, sia per gestire i flussi in base alle esigenze economiche del paese. Inoltre, come sta già facendo il Giappone, può promuovere lo sviluppo di attività che richiedono minore manodopera, esternalizzando le attività che non possono fare a meno di manodopera e facendo maggiore ricorso alla robotica industriale.
Un ulteriore punto debole è la minore compatibilità della cultura etica e politica europea legata al concetto di stato-nazione, con l’esigenza di convivenza con culture, etnie e religioni differenti. L’immigrazione in Europa risulta essere temporanea e aggiuntiva alla tradizione a meno che gli immigrati non accettino di essere assimilati e integrati, accentando principi e valori estranei alla loro cultura.
In Europa l’immigrazione è vista con sospetto a differenza degli Stati Uniti che ne hanno fatto la base della loro storia. In Russia sono all’ordine del giorno fenomeni di violenza contro gli immigrati, in Grecia il partito Alba Dorata ha ottenuto un notevole successo elettorale, infine in Ungheria è al potere il partito cristiano populista Fidesz di Orban.
L’aumento del peso politico, nonché della ricchezza verso il sud del mondo si manifesta anche in campo religioso. Non solo Islam, ma anche cattolicesimo (non ultima l’elezione al soglio pontificio di un papa originario dell’Argentina).
Le dottrine laiche del XIX e del XX secolo, insieme al numero in diminuzione della popolazione del nord del mondo rispetto al sud, ha provocato un calo nella professione della fede nelle regioni sviluppate. l’immigrazione islamica da sud e quella ortodossa da est (senza escludere l’auspicabile entrata nella Comunità Europea della Turchia) stanno modificando la composizione del vecchio continente. Questa convergenza tra religione e demografia si intensificherà nel futuro: le popolazioni più religiose produrranno più figli.
I mutamenti demografici sono fondamentali per comprendere i futuri assetti geopolitici. L’intero occidente subirà una contrazione della crescita, insieme all’invecchiamento della popolazione: aumento della spesa sociale, conflitti generazionali per la politica di scaricare sui giovani i benefici (ottenuti attraverso la politica del debito) delle generazioni più vecchie.
Ricorrere all’immigrazione non sarà tuttavia sufficiente perché non fornisce le qualifiche necessarie per l’economia moderna, inoltre i risparmi accumulati fanno spesso ritorno al paese di origine.
Una soluzione potrebbe essere specializzare la forza lavoro del nord nel settore dell’alta tecnologia e nei settori più avanzati, facendo ricorso alla robotica nella produzione industriale (R&S) e con la delocalizzazione verso il sud per la bassa manodopera.
Il tradizionale metodo westfaliano di leggere le relazioni internazionali sembra ormai sorpassato. Adesso vanno considerate nella loro dinamicità, legate anche ai mutamenti demografici.
La demografia è infatti centrale per gli assetti politici, economici, sociali del futuro ma dato che il suo raggio di azione ed i suoi effetti sono visibili solamente nel lungo periodo è difficile chiedere soluzioni ad una politica che opera esclusivamente sul breve periodo.

 

FONTI:

Carlo Jean; geopolitica del mondo contemporaneo; Laterza; 2012.
Lester R. Brown; 9 miliardi di posti a tavola. La nuova geopolitica della scarsità di cibo; Edizione Ambiente; 2012.
http://global.fundforpeace.org/index.php.
Jorgen Randers; 2052. Scenari globali per i prossimi quarant’anni. Rapporto al Club di Roma; Edizione Ambiente; 2012.
United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division, 2011; World Population Prospects: the 2010 Revision (http://esa.un.org/unpd/wpp/Excel-Data/population.htm).
Parag Khanna; come si governa il mondo; Fazi Editore; 2011.

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