La recensione di oggi: IL DIVO di Paolo Sorrentino – di Michele Iovine

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Del ‘divo’ se n’è parlato e se ne parlerà per sempre. Nel bene o nel male è il personaggio più importante della nostra Repubblica, sia per esserne stato uno dei padri costituenti, sia per la sua longevità al potere.
Il “Divo” nel panorama della storia del cinema italiano e non solo, rappresenta uno dei film più importanti della cinematografia del nuovo millennio e anche di questa pellicola se ne parlerà negli anni avvenire. Giulio Andreotti è un personaggio che inevitabilmente fa parlare di sé e questo, secondo la sua filosofia, è già un successo.
Presentato nel 2008 al Festival di Cannes, si aggiudicò il Gran Premio della Giuria, ottenne perfino una candidatura agli oscar per il trucco, ma soprattutto riscosse il consenso di molti addetti ai lavori tra i quali un certo Sean Penn, allora presidente della Giuria di quel festival che lo premiò e si prenotò per interpretare il prossimo film con il regista napoletano.
E’ sempre estremamente difficile affrontare un biopic anche se qui in realtà non si parla della vita per intero di Andreotti, ma solo del suo ultimo governo e della sua fine politica a causa dei processi per mafia, quindi di un breve spaccato di qualche anno, ma rimaneva comunque alto il pericolo di cadere nel tranello didascalico del racconto biografico. Ogni trattazione di questo tipo infatti, non solo a livello cinematografico, rischia sempre di omologarsi a tutte le altre storie che raccontano della vita di un personaggio realmente esistito, sia esso un artista, un politico o un letterato, in cui la parabola dell’andamento della vicenda segue sempre più o meno il solito percorso e lo stesso schema narrativo base: nascita dell’eroe, la sua maturazione, il successo, la crisi e infine il suo bilancio interiore tra alti e bassi. Ma Paolo Sorrentino non è un regista qualunque, tanto meno si può paragonare a qualcun altro ed in questa mancanza assoluta di modelli di riferimento sta la sua grandezza e la sua originalità che lo ha reso unico nel panorama cinematografico italiano moderno ed è stato proprio con “Il Divo” che ha raggiunto l’apice del suo successo dove ancora si trova e speriamo ci resti per molto, da qui, agli anni a venire. divo3
Lo stile, in questo caso, ha fatto la differenza. Se come detto, quando si parla della biografia di un personaggio, la storia segue spesso lo stesso percorso accidentale di eventi e si rifà a strutture narrative consequenziali e standardizzate, Sorrentino è bravissimo ad evitare tutte queste situazioni e a creare una sorta di allegoria dell’immagine di Andreotti dove riesce a sfruttare al massimo la potenza comunicativa dell’immagine, un’immagine cinematografica accuratamente costruita tanto da essere così densa di significato che funziona singolarmente, autonomamente, con la semplice forza visiva con cui essa stessa è stata creata e si dà allo spettatore tramite l’inquadratura, come un quadro, la cui intensità espressiva è tutta lì, nella tela e non ha bisogno di elementi esterni che vadano a definire ulteriormente la sua composizione. Attraverso questo procedimento stilistico Sorrentino non ci racconta solo la fine politica di Andreotti, ma ci parla anche dell’Italia e della prima repubblica, dal compromesso storico agli anni di piombo, dalle stragi di mafia fino a tangentopoli con un unico protagonista assoluto, il divo Giulio, ma mai, pur essendo il personaggio principale, Andreotti ci appare come l’artefice di questa fitta ragnatela di eventi che si sono succeduti in Italia, tutto gira intorno alla sua persona, ma niente accade per sua mano o sua volontà diretta. Sorrentino è stato particolarmente abile nel trattamento di questo aspetto molto delicato che ha a che vedere con delle verità scomode, delle verità che non sono mai state appurate e a questo punto mai lo saranno, dando vita ad una messa in scena che crea un’atmosfera surreale e prettamente evocativa che assume i connotati del sogno talmente vero a tratti, da sembrare reale.divo2 Sono molte le scene che andrebbero analizzate e ricordate di questa pellicola, ma una su tutte merita di essere menzionata, quella del monologo di Andreotti che di fronte a nessuno, se non se stesso, si sfoga e dice quello che non ha avuto mai il coraggio di confessare, neanche a sua moglie. Sorrentino, tramite il suo personaggio, rivela una verità sacrosanta e assoluta propria di tutti gli uomini di potere; se “il potere logora chi non ce l’ha” chi lo detiene e ha questa investitura deve per forza scendere a dei compromessi perché il potere deve necessariamente “commettere delle malefatte per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese” e la verità non è mai la risposta giusta, ma anzi, è il nemico da combattere per impedire non tanto la fine personale di colui che comanda, ma la fine del mondo stesso. Andreotti è stato il potere e il potere e il male non sono due entità scindibili, ma al contrario perfettamente assimilate e necessarie l’una all’altra e tutti coloro che nella vita e nel loro lavoro hanno perseguito e ricercato incessantemente la verità come fine ultimo di tutte le cose, sono inesorabilmente morti, vittime prima che per mano di un uomo solo, delle leggi empiriche del sistema stesso che hanno presieduto. Il “divo” è allora il simbolo supremo di questo sistema, il personaggio che più di ogni altro riassume nella sua persona questo concetto e colui il quale ha accettato in toto questo compromesso, fino in fondo, causando forse più indirettamente che direttamente i fatti di cui l’Italia è stata protagonista in quegli annidivo1.
Un film maestoso, superbo, la cui grandezza espressiva ribalta addirittura il piano del contenuto. Se la tematica principale è ‘la spettacolare vita di Giulio Andreotti’, come recita il sottotitolo, si fatta bellezza estetica sovrasta così tanto in certi punti il suo protagonista che finisce per assumere un ruolo primario all’interno della narrazione, tanto da suggerirci che forse il cinema è il vero protagonista.

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