SENATORE GIULIO ANDREOTTI, PUNTO E BASTA – di Filippo Secciani

Quanti venendo a sapere della morte del Senatore sono rimasti sorpresi? Io sicuramente si. Non tanto per la veneranda età, avrebbe compiuto 94 anni il 6 di maggio. Quanto piuttosto per la mistica aura di immortalità che lo avvolgeva. Non solo per le numerose volte in cui ha rischiato di andarsene ma è sempre riuscito a sfuggire alla morte, quanto piuttosto per la sua incredibile (quanto non invidiabile, a mio avviso per una serie di ragioni) longevità politica: sedutosi sui banchi della Costituente nel 1945, non se n’è mai più andato dai posti di comando: sette volte presidente del Consiglio e trentatré volte ministro, tra cui otto volte al ministero della Difesa, cinque a quello degli Esteri ed una a quello degli Interni, fino ad ottenere la nomina a Senatore a vita nel 1991.
Per più di mezzo secolo ha guidato il paese, decidendo il destino di numerose generazione di italiani. Il nostro compreso.
Parlare delle vicende poco chiare (mafia, strategia della tensione, intrighi) che hanno coinvolto Andreotti mi sembra inutile, non tanto per un sentimento di riverenza nei suoi confronti – ci mancherebbe altro – quanto piuttosto per l’assenza di prove empiriche che lo colleghino direttamente e aldilà di ogni ragionevole dubbio, alle numerose stragi e alle misteriose morti che hanno caratterizzato il nostro paese a sovranità limitata.
“Si dice” che fosse coinvolto nel tentato golpe Borghese, nel piano Solo, la rete atlantica di Stay Behind nota in Italia come Gladio (che fu proprio lui a portare a conoscenza dell’opinione pubblica italiana), nell’omicidio del generale Dalla Chiesa, nell’omicidio Pecorelli e chissà quanto altro ancora. Forse qualcosa riusciremo a scoprire, ma ne dubito; in Italia infatti la norma che vincola il segreto di stato è troppo poco chiara e nebulosa, che alla fine molto poco uscirà dagli archivi italiani – ammesso che non sia già sparito tutto.
Come membro ad vitam della politica italiana, dei corridoi del potere e membro influente dell’unico partito che dal secondo dopoguerra fino alla caduta della Prima Repubblica abbia governato, è impossibile che non sapesse chi fossero gli esecutori ed i mandanti di Ustica, del treno Italicus, di piazza Fontana e così via.
Per quanto riguarda le accuse di collusioni con la mafia credo sia sufficiente citare la sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2 maggio del 2003: “la Corte in parziale riforma della sentenza resa il 23 ottobre 1999 dal Tribunale di Palermo nei confronti di Andreotti Giulio, e appellata dal Procuratore della Repubblica e dal procuratore generale, dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto, commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione…”.
Se ancora non fosse chiaro nella sentenza è messo per iscritto che il Senatore Giulio Andreotti è stato condannato per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa ma che non si può procedere per via della sopravvenuta prescrizione.
Ovvero, benché sia stato riconosciuto colpevole delle accuse di aver stretto legami con esponenti mafiosi almeno fino al 1980, non si può procedere con l’incriminazione. Nonostante questa accusa gravissima per quello che in teoria dovrebbe essere un servitore dello stato è rimasto ben saldo nella carica di senatore a vita e benché non eletti democraticamente, i voti dei senatori a vita valgono esattamente come quelli di senatori e parlamentari eletti. Anche questa è l’Italia.
Definito come un grande tattico ma non come uno stratega, in politica interna fu ben attento alla conservazione e all’accrescimento del suo potere. Esponente di primo piano dell’universo di potere, (con i tutti i suoi derivati), facente nome di Democrazia Cristiana fatta di legami con la Nato, gli Stati Uniti, i servizi segreti deviati, (forse gli unici che abbiamo mai avuto), del Vaticano, della finanza internazionale.
E’ all’interno di questo mondo bipolare, occidente contro patto sovietico, che la figura andreottiana si è nutrita ed è cresciuta.
All’interno dei confini nostrani, la perfetta espressione del Potere per il Potere ha saputo muoversi con arguzia e tatto, dapprima tra le varie correnti che componevano la DC, poi con il partito comunista ed infine con la formazione di governo pentapartitica (DC, PSI, PRI, PLI, PSDI) almeno fino al tracollo politico conseguente la caduta del Muro di Berlino, la fine del bipolarismo geopolitico e la nascita di un nuovo ordine internazionale.
La sua gestione del potere è stata eccessiva perfino per il ben noto sistema italiano e tuttora, consapevoli o meno, ne paghiamo le conseguenze.
L’influenza del trasformista aumentava soprattutto attraverso la nomina dei funzionari pubblici, i quali meno erano preparati meglio era per il Senatore che non amava molto la competizione: poco importa se alla guida di Asl ci fossero geometri, l’importante era l’appartenenza politica e la corrente partitica.
Nel 1978 nominò al vertice dell’organo di vigilanza della borsa, (la Consob), il gestore del cinema Brancaccio di Roma, perché suo fedelissimo sostenitore.
Sebbene al potere per una vita, verrà ricordato da pochi, (purtroppo), come il politico che non hai mai fatto una riforma sociale politica o economica per questo paese.
La colpa maggiore, imperdonabile, del senatore è stata proprio questa: l’aver contribuito a ridurre il paese ad una merce di scambio per le correnti della DC e delle partitocrazie ed aver creato un sistema politico – l’andreottismo – che forse, se non fosse mai esistito, ci avrebbe risparmiato molti “statisti illuminati”, di cui avremmo fatto molto volentieri a meno.
A lui si deve anche lo stravolgimento dello status quo tra cattolici e liberali per la spartizione del tradizionale potere: ai primi andava il potere politico, mentre ai secondi quello finanziario e bancario. Ma dalla fine degli anni sessanta, il nostro, tentò di scardinare questo sistema dapprima alleandosi con il finanziere Sindona, poi con il “banchiere di Dio” Calvi ed infine cercando di occupare il tempio laico per eccellenza, Mediobanca. Andreotti è stato per tutta la sua carriera politica la longa manus del Vaticano.
Questa “conglomerata del potere”, usando le parole di Aldo Giannuli, messa in essere da Andreotti era una novità per il sistema monolitico dei partiti della Prima Repubblica ed a lui va il merito (?) di aver anticipato la sua generazione innovando un sistema che sarà ordinario per le varie formazioni politiche della Seconda Repubblica.
Come ha detto qualcuno nel ricordare la sua morte è “stato sì l’uomo più intelligente della politica, ma anche un genio del male”.
Certo qualche merito obtorto collo gli va tributato. Soprattutto in campo internazionale.
Ricordiamo per un momento la situazione italiana di quegli anni: che lo si voglia ammettere o no l’Italia faceva parte della rosa delle nazioni sconfitte nella Seconda Guerra mondiale.
La geografia che avrebbe agevolato un qualsivoglia paese forte, unito e “sano”, per noi è sempre stata incomprensibilmente un handicap e non da poco conto.
La presenza del maggior partito comunista europeo era motivo di preoccupazione per gli Stati Uniti e la Nato.
Infine uno stato del Vaticano che per ragioni geopolitiche ritornava ad essere nuovamente lo Stato della Chiesa con diritto di imperio sulle faccende repubblicane.
L’Italia dunque regrediva a ciò che era stata precedentemente all’unificazione del 1860: un territorio senza possibilità di manovre politiche e senza sovranità territoriale – o quantomeno con sovranità molto limitata – e terreno di conquista per le maggiori potenze che al tempo si chiamavano Stati Uniti ed Unione Sovietica.
Il trasformismo andreottiano si è in questo caso rivelato essere un prezioso aiuto per potersi muovere tra Washington e Mosca.
Egli era consapevole che i legami internazionali limitavano notevolmente gli spazi di manovra dell’Italia, per questo si adoperò fin da subito a esercitare il ruolo di ragioniere, amministratore dello status quo europeo. E’ per questo motivo che risultava essere l’uomo adatto, l’interlocutore privilegiato per la costruzione dell’Europa unita e per il rispetto degli accordi nordatlantici; celebre a questo proposito la sua battuta in riferimento alla Germania “amo talmente la Germania che vorrei ve ne fossero sempre due”.
Con la caduta del Muro, il cambiamento epocale che ne seguì e con la fine, senza gloria, della Prima Repubblica, Andreotti si ritrovò ad esse a sua volta travolto, a non essere più in grado di leggere gli equilibri e gli spostamenti di potere in modo da anticiparli ed adattarsi: di come un sistema che per cinquanta anni aveva funzionato, improvvisamente sembrava non riuscire più ad andare avanti.
La morte di Andreotti non è la fine dell’andreottismo, quanto piuttosto è il passato che ispira il futuro, nel bene e nel male. E’ l’eredita di un paese diviso più che mai, con una politica monolitica ed autoreferenziale, incapace di riformare un paese che ne ha bisogno.
Di una nazione ancora più debole e marginale di quarant’anni fa sia in Europa che nel mondo, incapace di esprimere una classe politica degna di questo nome e quindi sottoposta alle ingerenze di chiunque.
L’andreottismo e il sistema partitico e politico di una certa DC non sono morti, ma sono più vivi che mai.

andre

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