COS’E’ UNA LOBBY: TRA LUOGHI COMUNI E MEZZE VERITA’ – di Filippo Secciani

lobby

Il termine lobby in Italia ha da sempre avuto un’accezione negativa. Ad oggi nel 2013, quando si fa riferimento a questo termine lo si fa per indicare malaffare, concussione, scandali o corruzione. Ma si tratta di un’anomalia squisitamente italiana.
Per alcuni la parola lobby deriva dal latino lobia, che indicava la loggia o portico; secondo un’altra interpretazione la parola invece deriva dal tedesco lauba inteso come deposito di documenti.
Più recentemente il termine lobby veniva usato per indicare il corridoio dove i rappresentanti del governo inglese si riunivano prima di entrare in seduta. Altri ancora lo fanno risalire al termine usato dal generale americano Grant per indicare i faccendieri (lobbisti) che lavorano nella hall (dell’albergo dove soggiornava) o lobby appunto.
Nel mondo contemporaneo questo termine inizia ad essere utilizzato per indicare la pratica da parte di alcuni organismi autorizzati a farlo e rappresentanti di interesse di genere di influenzare, o il tentativo di influenzare, le decisioni dei governi. Il lobbista diventa quindi una figura professionale a tutti gli effetti.
Come detto il fenomeno dei gruppi di pressione è diretto verso il sistema politico e gli attori sono gruppi della società civile che hanno interessi comuni particolari. Nascono e si sviluppano solamente all’interno di società a libero mercato; viceversa nei sistemi autoritari o totalitari si formano le corporazioni.
Quando nasce un nuovo problema (prendiamo per esempio il diritto di autore su internet) e degli interessi vengono coinvolti, allora la società civile si muove per difendere i propri.
Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni ha trovato il suo humus. Tocqueville affermava che la società americana si riuniva in gruppi per meglio esprimere le idee e questo precetto ha fatto da impulso per la diffusione delle lobby in America.
Principalmente per due ragioni: la prima è favorita dal fatto che il sistema americano è flessibile, con un forte federalismo, un sistema partitico non centralizzato ed un potere molto forte per i singoli stati. Il secondo è l’ampiezza di interessi presenti all’interno della società civile, ma allo stesso tempo legittimati tra loro.
Qui il fenomeno è molto ampio e largamente diffuso, intorno alle centomila persone coinvolte, la maggior parte di essi nascono e muoiono per un evento particolare come può essere la raccolta di fondi per le elezioni.
Non tutti, evidentemente, sono impegnati nel lavoro di lobbying in senso stretto, ma in migliaia ruotano attorno alle pratiche di pressione, negoziazione e transazione degli interessi organizzati, fornendo supporti per la produzione di informazioni, interpretazione e definizione di norme, creazione di dossier, raccolta di dati e statistiche, monitoraggio legislativo e attività informative e formative, raccolta di fondi per campagne elettorali. (Giorgio Carrion).
Analogo alla lobby se non sinonimo è il public affairs. Cioè quell’ambito che permette di interagire a vari livelli con le istituzioni pubbliche su questioni politiche. Il public affairs offre ai propri clienti la protezione da commenti ostili agli interessi del cliente e rafforzarne la reputazione a livello di opinione pubblica, indirizzare il cliente verso nuove opportunità dopo un cambio di governo, consolidare il profilo pubblico dell’organizzazione, proteggerla da competitor e da iniziative lesive da parte della pubblica amministrazione.
La prima società nasce nel 1902 a Washington quando l’avvocato William Smith viene incaricato dai ricchi proprietari delle ferrovie di persuadere i politici al fine di assicurare i finanziamenti, indipendentemente da quello che i giornalisti scrivevano riguardo ad inchieste e indagini.
Alcuni casi storici sono quelli dell’American Medical Association (AMA) che nel secondo dopoguerra attuò una lobby indiretta per impedire l’assistenza sanitaria gratuita. Oppure il Sierra Club che impedì la creazione di una diga che avrebbe servito sette stati, per la difesa dell’ambiente. Certamente quando si parla di gruppi di pressione e Stati Uniti la nostra mente corre al legame con le aziende farmaceutiche, del tabacco e sopratutto delle armi da fuoco.
Barack Obama ha puntato direttamente il dito contro quest’ultima per spiegare il fallimento della legge sul controllo delle armi e accusando la NRA (National Rifle Association) di ricatti e minacce verso i senatori.
Tuttavia non va dimenticato che in America è presente una legge che regola in maniera ferrea l’attività dei gruppi di pressione; l’attività è regolata in modo chiaro, i bilanci sono tutti pubblici esattamente come pubblici sono i finanziamenti alla politica. Questo non significa ovviamente che non vi siano attività illecite, ma questo normativismo ferreo aiuta non poco a distinguere il lecito dal non.
Un altro angolo di mondo in cui le lobby sono una realtà ben definita ed inserita è Bruxelles.
Lo sanno bene gli europarlamentari, i quali – ma come del resto chiunque – non possedendo conoscenze specifiche su tutte le questioni, fanno sempre più ricorso a consulenti esterni.
Possiamo individuare quattro periodi dell’attività di lobbying in Europa.
Il primo, che va dal 1957 al 1970 è il periodo dell’Europa a 6 ed i gruppi di pressione hanno carattere esclusivamente tecnico o commerciale. Il secondo è il cosiddetto lobbying diplomatico: è il periodo della nascita dello Sme (Sistema Monetario Europeo), la struttura europea è piuttosto semplice ed è dunque importante la figura di un ambasciatore forte che sappia difendere gli interessi nazionali. Il terzo periodo va dal 1988 al 2005 ed è conseguente all’Atto Unico. Infine nell’ultimo, a partire da 2006, si creano piattaforme per influenzare e tutelare i propri interessi (questi quattro periodi sono stati discussi da Paolo Raffone, lobbista italiano a Bruxelles nel corso di una summer school promossa dall’A.S.E.R.I nel 2007).
Il numero di lobbisti presenti a Bruxelles supera le 16 mila unità e 2500 organizzazioni di interesse; per regolare questo gran numero di individui e interessi è stata creata la Seap (Society of European Affairs Professionals) nel 1997 per rappresentare chi opera negli affari europei incoraggiando l’auto regolazione della professione, attraverso norme professionali, e la trasparenza.
Esiste anche l’Alter Eur (Alliance for Lobbying Trasparency & Ethics Regulation) rappresentante di oltre 160 tra unioni commerciali ed aziende di pubblici affari.
L’eurodeputato finlandese Stubb, relatore nel 2008 al Parlamento europeo sul quadro per le attività dei lobbisti presso l’Ue ha affermato che “l’attività lobbistica costituisce un elemento essenziale del lavoro parlamentare, [senza questa attività, la politica] risulterebbe molto limitata”.
I lobbisti sia in America che altrove sono invitati a partecipare alle discussioni preliminari sulle leggi in qualità di esperti. La Commissione europea non può possedere conoscenze profonde e verticali su tutti gli affari di cui tratta, non può in altre parole fare ogni cosa da sé.
In questo modo, la Commissione, il Parlamento, o il Consiglio hanno la possibilità di ascoltare la campana di ampi strati di società civile (va ricordato che a fare lobby non sono solamente le grandi industrie, ma anche gruppi recanti interessi di particolari fette di cittadinanza).
La partecipazione di diversi gruppi di interesse è dunque di per se positiva. Inoltre le ferree regolamentazione che l’Europa è stata in grado di darsi, possono nella stragrande maggioranza dei casi garantire la leicità e la trasparenza delle attività.
Un esempio di Davide contro Golia è stata la mancata approvazione dell’Acta, quando le lobby rappresentanti le grosse major cinematografiche e musicali sono state messe in scacco da associazioni di semplici cittadini.
Certo è che non possiamo escludere a priori il fatto illecito, ma in caso ciò possa accadere ci siamo dotati di una sana ed imparziale magistratura.
Importante case-history per il sistema lobbistico italiano e non solo, fu la vendita da parte di Augusta Westland (controllata Finmeccanica) di ventitré elicotteri Marine One alla presidenza americana di George Bush, a scapito della concorrenza dei Sikorsky statunitensi. Questo risultato è stato di grande impatto per tutto il sistema di lobbying internazionale; ciò ha infatti permesso l’apertura nei confronti di Finmeccanica di grosse fette di mercato nordamericano e internazionale: più in generale comunque l’acquisizione di un’importante fornitura può avere ricadute economiche e industriali assai rilevanti, non solo in relazione alla specifica commessa, ma per le prospettive che essa genera per la conquista di nuovi mercati.
A livello di politica interna è di pochi giorni fa (7 maggio) la dichiarazione del Presidente del Senato Grasso circa la regolamentazione del fenomeno dei gruppi di interesse “se si vuole ammettere il finanziamento pubblico bisogna parlare di rimborsi e spese documentate: questi sono i limiti […] non si può fare senza una legge che disciplini le lobby. I rischi che i privati possano influenzare la politica attraverso queste lobby sono ugualmente gravi”.
Queste asserzioni, seppur legittime e condivisibili, evidenziano ancora una volta come in Italia il termine lobby abbia una connotazione negativa, intesa come scambio di favori. Ma come ci dice Luigi Graziano docente alla facoltà di Scienze Politiche di Torino e autore di numerose opere sul lobbismo “ove la corruzione è prevalente e sistematica, non c’è spazio per il lobbismo. Esso è, nella sua fisiologia, rappresentanza socialmente riconosciuta di interessi palesi che si danno, a tale fine, un’apposita organizzazione politica”.
Nel nostro paese il primo ddl per la regolamentazione delle attività dei gruppi di pressione risale al 1976 nel corso della VII legislatura, quando l’Onorevole Sanese (Dc) propose che il lobbista fosse identificato con l’addetto alle pubbliche relazioni.
In seguito allo scandalo di Tangentopoli e quando questa attività necessitava di una regolamentazione ben definita sono stati elaborati numerosi disegni di legge, senza che si trasformassero in legge.
L’ultimo, il quarantaquattresimo per la precisione, è del 2012 nel corso della XVI legislatura quando l’Onorevole Santelli (Pdl) ha presentato un ddl dal titolo “Disciplina dell’attività di rappresentanza di interessi”.
Il nodo della questione è dunque lobbying e democrazia. Il problema è nel riconoscimento del ruolo professionale del lobbista. La democrazia rappresentativa, connotata da un sistema pluralistico di interessi, è costituita per lo più da mediazione e compromesso messi in essere dai rappresentanti della società civile; è all’interno di questa realtà pluralista che il lobbista svolge la sua attività.
La funzionalità partecipativa della democrazia messa in essere dal lobbismo è molto importante; infatti garantisce, nonché rappresenta gli interessi legittimi del tutelato in maniera chiara e trasparente, contribuendo a fornire un aiuto significativo all’efficacia dei processi decisionali pubblici, permettendo l’espressione ed il confronto dei diversi numerosi “particolari”.
I lobbisti – intesi come espressione della realtà sociale – possono apportare un contributo alla qualità della politica, diffondendo informazioni a tutela di specifici interessi che forse le istituzioni non conoscono bene e contribuendo a presentare un quadro completo della problematica che sta dietro una certa decisione.
Nelle moderne democrazie la funzione svolta dalle lobby è quella di essere i vasi comunicanti fra le istituzioni (a tutela dell’interesse pubblico) e gli interessi particolari, espressi da singole parti (organizzazioni o gruppi). Le lobby quindi agiscono a sostegno di quegli interessi “privati e particolari” che lo Stato non conosce bene e che potrebbe sacrificare a vantaggio di altri interessi e/o obiettivi, dunque sono funzionali al sistema pluralistico perché attivano meccanismi di partecipazione, di associazione e di partecipazione all’interno della società civile e tra essa e le istituzioni. (Stefania Guttà).

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