COLLASSO! – Tutte le volte che l’economia ha fatto crack. Prima parte – di Filippo Secciani

coll

INFLAZIONE SPAGNOLA:
Dopo la scoperta dell’America da parte dell’esploratore genovese Cristoforo Colombo, la Spagna iniziò una frenetica corsa per la ricerca dell’oro nel Nuovo Mondo. L’enorme ricchezza proveniente dai giacimenti minerari sudamericani permise alla Spagna di prosperare e diventare un grande impero. Tuttavia a partire dalla metà del XVI secolo l’attività estrattiva aumentò considerevolmente, provocando una reazione opposta al benessere: questa grande quantità di oro e argento non fece altro che far abbassare il valore del denaro in tutta l’Europa, provocando un’iperinflazione che coinvolse, non solo la Spagna, ma tutto il Vecchio Continente.
A ciò dobbiamo anche aggiungere i conflitti in cui la Spagna era coinvolta per garantire la sopravvivenza dei suoi confini. Come conseguenza l’impero spagnolo entrò in una lenta ed inesorabile fase di declino e allo stesso tempo permise alla Gran Bretagna di porre le basi per il suo futuro impero egemonico navale e coloniale.
Il sovrano spagnolo Filippo II governò la Spagna durante tutta la fase del suo declino. Ereditò dal suo predecessore (il padre Carlo V) circa 36 milioni di ducati di debito.
A causa dell’insoddisfacente ricavato delle tasse, il sovrano fu costretto a importare sempre maggiori quantità di metalli preziosi dalle colonie per evitare il collasso della sua economia. L’onere sempre maggiore delle tasse e l’aumento della spesa pubblica provocarono un’alta inflazione, che ebbe come conseguenza la svalutazione della moneta e severi danni all’industria spagnola.
La scarsa affidabilità dell’oro proveniente dal nuovo continente durante le varie fasi dei conflitti (difficoltà di trasporto per la presenza dei pirati e di consegna) fu il colpo di grazia per l’economia: nel 1557 si ebbe la prima bancarotta della storia.
Per poter coprire i costi delle guerre, Filippo fu costretto a chiedere in prestito denaro dai banchieri italiani, che continuavano a finanziare le sue guerre nonostante i ripetuti fallimenti per il pagamento degli interessi nel 1560, 1576 e 1596.
Il debito raggiunse l’incredibile cifra di 85 milioni di ducati (circa 10 miliardi di euro) per un totale delle entrate pari a circa 9 milioni.
Il debito crebbe di pari passo con le sconfitte militari, fino a che il sovrano non ordinò la costruzione de la Invincible Armada per muovere guerra contro la regina Elisabetta I di Inghilterra, in seguito alla morte della sua consorte Maria di Scozia e dunque come legittimo pretendente al trono inglese. La battaglia si concluse con l’affondamento dei galeoni spagnoli (equivalenti a 10 milioni di ducati di perdite). A ciò bisogna anche aggiungere lo scoppio della rivolta nei Paesi Bassi che ebbe ricadute ancora più gravi per l’economia di Madrid. In breve la potenza coloniale spagnola si perse per la strada.

BOLLA DEI TULIPANI:
Probabilmente è stata la più incredibile delle bolle speculative; certamente è stata la prima “certificata”. La tulipano mania è stata una vera e propria speculazione sui bulbi dei tulipani che ha coinvolto l’Olanda dal 1634 al 1637.
Questo fiore fu introdotto in Europa nel secolo XVI importandolo dall’impero Ottomano; averlo equivaleva a possedere uno status symbol elevato, far parte di una ristretta élite sociale.
Per questa ragione la speculazione intorno a questa merce crebbe a ritmi forsennati: per l’acquisto di un singolo bulbo della specie Semper Augustus fu raggiunta l’incredibile cifra di 6000 fiorini (equivalenti dei contemporanei 300.000 €).
Il sistema di vendita dei tulipani ricalcava il nostro sistema dei futures: i compratori stabilivano il prezzo dei tulipani in autunno, nel momento in cui i semi venivano interrati; i bulbi, pronti poi a giugno, subivano per tutto l’inverno un gioco al rialzo che ne faceva gonfiare il prezzo.
Era il periodo d’oro dell’Olanda (1600-1700) quando la Repubblica era una delle nazioni più ricche d’Europa, la città di Amsterdam era il centro nevralgico di commerci e dei traffici e la prima multinazionale della storia, la Compagnia delle Indie olandesi dominava i mari.
Grazie a questa posizione di rilievo nel commercio mondiale i mercanti olandesi importarono dalla Turchia questo nuovo fiore esotico a partire dal 1554 (qualche anno primo il sultano inviò alcuni semi alla corte di Vienna). Con la crescita del commercio e della speculazione intorno a questo fiore, la domanda si fece più sofisticata ed il sistema di mercato divenne più attento in base alla loro rarità e al tipo di gruppo di appartenenza.
I trader che vendevano i loro bulbi per ottenere un ricavo, iniziarono a venderli per acquistarne di nuovi; non era raro che numerosi mercanti vendessero le loro proprietà per avere i soldi da investire nei tulipani, per poi cercare di rivenderli ai loro concittadini o in giro per il mondo.
Il picco della Tulipanomania si raggiunse nel febbraio del 1637 quando un singolo bulbo fu venduto a dieci volte il salario di un anno di un artigiano. A partire dall’anno precedente la bolla si era già diffusa nelle città di Rotterdam, Haarlem, Alkmar e Leyden. Fino a raggiungere le borse di Londra e Parigi, dove gli speculatori cercarono di far attecchire quel commercio, senza ottenere un grande successo.
Il crollo, improvviso, si manifestò nell’inverno del 1637. Un’inadempienza su un contratto per un bulbo di tulipano da parte di un acquirente di Haarlem fece da catalizzatore per l’esplosione della bolla.
In pochi giorni il mercato crollò ed i bulbi furono venduti ad un centesimo del loro prezzo originale, scatenando ondate di panico in tutta l’Olanda.
Chi venne travolto dalla bolla dei tulipani cercò anche di far valere i propri diritti all’interno delle corti di giustizia, ma i contratti furono considerati come vero e proprio gioco d’azzardo, i cui crediti non erano dunque esigibili. La drammatica conclusione della febbre dei tulipani causò il declino ed infine la conclusione dell’Età d’Oro per i Paesi Bassi.

LA BOLLA DELLA SOUTH SEA:
Si tratta di una bolla speculativa azionaria che coinvolse la Gran Bretagna nella prima metà del XVIII secolo (1716-1720). Ebbe come protagonista in negativo la Compagnia dei Mari del Sud (South Sea Company).
Una compagnia commerciale che possedeva speciali concessioni per i traffici in Sudamerica, creata nel 1711 con lo scopo di rilevare il debito pubblico della corona, in cambio di interessi e del monopolio dei commerci con le colonie spagnole nel Sud America. Lo Stato pagava un interesse del 6% e concedeva il diritto di emettere azioni da collocare presso gli investitori.
L’Inghilterra del periodo era schiacciata dall’eccessiva spesa del governo centrale, per cui non pochi furono gli investitori che si lasciarono ammaliare dai racconti sugli immensi giacimenti di oro in America Latina.
Gli organi dirigenziali contribuirono a spargere la voce abbellendo il valore dei diritti commerciali e i profitti che ricavavano dai loro possedimenti coloniali (ciò che in realtà stavano facendo era gonfiare il prezzo delle azioni).
Si ebbe un forte scambio di titoli di credito ed una forte partecipazione azionaria non solo verso questa nello specifico, ma in tutte le compagnie mercantili analoghe. In breve tempo fu investito quasi il valore di un anno del PIL inglese.
Le quote vennero a costare cifre sempre maggiori senza che ci fossero profitti reali in grado di giustificare l’incremento dei prezzi.
La bolla esplose alla fine del 1720. La concessione che avrebbe permesso l’attività commerciale nei mari del Sud sarebbe dovuta arrivare dalla Spagna. Gli accordi tra la compagnia ed il paese iberico risalivano al 1713 e garantivano alla South Sea un solo carico all’anno in cambio di una quota dei profitti, oltre alla tratta di schiavi negri; un traffico poco redditizio che gli investitori non immaginavano per la compagnia. Tuttavia l’interesse non si arrestò, anche se il primo viaggio in Sud America fu del 1717 e produsse un modesto profitto.
I commerci non stavano affatto aumentando, addirittura nel 1718 la Spagna confiscò le navi della compagnia ancorate nelle colonie. Nonostante ciò, la fiducia di chi aveva investito non diminuì – specie nel lungo periodo.
Un anno dopo la South Sea propose di rilevare oltre la metà del debito pubblico inglese finanziando il tutto con nuove azioni e convertendo il debito a un basso interesse, il 5% ed in seguito il 4%; chi ci rimetteva erano gli investitori che comperavano i debiti dell’impresa senza vedere alcuna forma di profitto.
Le azioni toccarono un massimo di 1050 sterline nell’estate 1720 e in poche settimane persero circa il 90% del loro valore. Il mercato crollò e le conseguenze furono serie per tutta l’economia, lasciando molti investitori senza denaro e cancellando un’intera generazione dall’economia inglese.

BOLLA MISSISSIPPI:
Contemporaneamente alla bolla speculativa della Compagnia dei Mari del Sud, un’altra crisi investì l’economia europea del XVIII secolo.
Alla morte del re Luigi XIV, l’economia francese era stremata dalle numerose guerre che il sovrano aveva sostenuto per tutta la durate del suo regno. Il ministero delle finanze era talmente ridotto allo stremo che non aveva abbastanza oro per poter stampare nuove monete (1715) e la Francia rischiò numerose volte l’insolvenza, o come diremmo oggi il default.
Fu così proposta la creazione di una banca nazionale la Banque Générale nel maggio 1716, che avrebbe potuto stampare moneta per conto del governo centrale: secondo la teoria dell’ambiguo scozzese John Law (ideatore di questo progetto finanziario) questa banca avrebbe accettato depositi di oro ed argento, fornendo in cambio denaro di “carta”; in altre parole questo nuovo istituto di credito avrebbe avuto la facoltà di emettere denaro con l’impegno di convertirlo in moneta su semplice richiesta dei possessori.
In breve tempo circolò talmente tanto denaro che fu valutato in cinque volte la ricchezza della Francia. La banca tuttavia immise molto più denaro contante di quanto oro possedesse, provocando un’enorme bolla economica inflazionistica.
Chi immediatamente beneficiò del boom fu la Compagnia delle Indie, le cui azioni salirono enormemente e molti si arricchirono, perché l’accordo stipulato tra la compagnia e Law – in veste di rappresentante del governo francese – prevedeva che, in cambio di alcuni monopoli, la società si sarebbe assunta l’onere del debito pubblico.
L’idea era di per se ottima perché si trattava di creare una società che commerciasse con i territori americani portando in Francia tutti quei prodotti che Europa o Asia non erano in grado di fornire. La Francia sebbene non avesse mai avuto grandi rapporti commerciali con le colonie oltre oceano, le potenzialità di arricchimento erano effettivamente notevoli. Lo scozzese riuscì a convincere il sovrano ed ottenne l’esclusiva del commercio con la Louisiana che sembrava possedesse numerosi giacimenti di oro. Ad ottobre 1719 il prezzo delle azione della Compagnia Mississippi raggiunsero il valore di 6.500 livree.
Dopo un po di tempo però alcuni investitori iniziarono a vendere i titoli e a convertire le banconote in beni tangibili ma scoprirono che non vi erano fondi per convertire le banconote emesse dalla banca di Law, insieme alla chiara assenza dei giacimenti di oro promessi; la bolla esplose con tutta la sua forza nel 1720. Le azioni furono svalutate e si scatenò una corsa agli “sportelli” quando la moneta creata da Law vide dimezzarsi il suo valore e l’inflazione investì tutta il regno.

PANICO DEL 1837:
E’ stata una devastante crisi economica che colpì gli Stati Uniti il 10 maggio 1837 quando le banche di New York, insieme a quelle di Baltimora, Washington interruppero il pagamento in monete in oro e argento, i cui effetti si ripercossero in tutta la costa est.
Tra le cause di questa ondata di crisi che si ripercosse fino a metà anni quaranta dell’ottocento provocando livelli record di disoccupazione, ci furono la decentralizzazione del sistema bancario voluta dal presidente Andrew Jackson – ovvero assenza di una banca centrale che supervisionasse il flusso monetario- insieme alla decisione di favorire la carta moneta; la speculazione finanziaria a partire dal 1830 sulla vendita di lotti di terreni dell’ovest; infine il decreto esecutivo del 1836 emanato dallo stesso presidente democratico dal titolo the Coinage Act per contenere l’inflazione legata al prezzo dei terreni pubblici.
Il decreto stabiliva che da quel momento in poi la vendita dei terreni federali era resa possibile solamente dietro pagamento in oro oppure argento. La carta moneta perse immediatamente valore e l’inflazione aumentò. Quando il denaro confluì verso ovest le banche della costa opposta si ritrovarono senza più riserve.
Scoppiò il caos. Le banche chiesero indietro i loro prestiti, molte persone persero i loro risparmi. Numerose banche chiusero, altre fallirono completamente. Tutto il sistema imprenditoriale ed industriale andò in rovina, il commercio si fermò, la pubblica amministrazione non era più in grado di pagare i propri debiti.
Chi ne uscì particolarmente sconfitto, a parte i cittadini, furono le banche statali che subirono un colpo devastante per la loro sopravvivenza. La ripresa si ebbe solamente a partire dal biennio 1842-1843 quando fu emanata una nuova legge tariffaria.

CRISI ECONOMICA DEI CONFEDERATI:
Questo evento è interessante da un punto di vista politico. Nel corso della guerra civile americana uno dei maggiori interessi da parte dell’esercito Confederato (Sudista) era il riconoscimento diplomatico da parte degli stati europei.
Considerando che il cotone era per l’Inghilterra, per la Francia e per altri stati europei un perno essenziale per le loro economie, i dirigenti sudisti decisero di bloccare l’esportazione verso l’Europa di quel prodotto, in modo da poter ottenere un riconoscimento del loro nuovo status politico (un ricatto insomma).
Gli Unionisti (ovvero i Nordisti) nel corso della guerra riuscirono a bloccare la maggior parte dei porti dei loro avversari, rallentando enormemente l’economia confederata, ma non furono tuttavia mai in grado di impedire l’entrata e l’uscita totale dai porti degli stati del sud delle navi, se non nelle fasi conclusive del conflitto.
Il quasi totale blocco dei porti, insieme alla decisione (azzardata) di tagliare le esportazioni di cotone furono le concause dell’arresto dei proventi economici delle forze Sudiste.
Questi due fattori furono alla base dello scoppio di un’inflazione che portò il dollaro confederato a non aver nessun valore (virtuale) commerciale.
Con la conclusione della guerra civile l’economia Sudista era devastata.

BOLLA DEI TRENI:
Si ebbe in Inghilterra a partire dal 1840, quando questa nuova tecnologia produsse una grande euforia nel mercato londinese e molta gente investì nel settore ferroviario fino al 1846 momento del suo apice, anno in cui furono ordinate 9.500 km di linee ferroviarie.
In Inghilterra era già in corso la rivoluzione industriale da qualche decennio e le continue attività industriali avevano bisogno di un nuovo mezzo di trasporto, prevalentemente per lo spostamento del carbone e delle merci in genere.
Fino al 1840 si assistette ad un vero sviluppo meccanico delle locomotive che passarono dal traino dei cavalli fino al treno a vapore. Da quella data si assistette ad un calo di investimenti in questo settore per via della flessione dell’economia inglese, insieme all’aumento dei tassi d’interesse che spingevano gli investitori verso altre forme di capitalizzazione.
Tuttavia il taglio del tasso degli interessi da parte della Banca d’Inghilterra favorì un nuovo periodo d’oro per l’industria inglese. In questo contesto le ferrovie catturarono nuovamente l’interesse da parte degli investitori per via della crescente domanda di trasporto di merci e, novità, anche di persone.
Le compagnie ferroviarie per invogliare a comprare le loro azioni intrapresero una serie di spregiudicate iniziative, insieme alla politica totalmente lassista da parte del governo centrale. Cosicché mentre le azioni delle innumerevoli società ferroviarie nate in questo periodo continuavano a salire, gli investitori proseguivano nella loro speculazione (totalmente fuori controllo) e molte famiglie della classe borghese e medio bassa decisero di investire la maggior parte dei loro risparmi.
Nel 1845 la Banca d’Inghilterra nuovamente alzò i tassi d’interesse. L’anno successivo le quotazioni raggiunsero il loro picco e rapidamente iniziarono a scendere, sia per colpa dell’aumento dei tassi di interesse, sia per la presa di coscienza da parte degli industriali che il settore non era poi così redditizio come si pensava. Tra il 1846 ed il 1850 le azioni delle compagnie ferroviarie persero il 50% del loro valore. Ben presto si scoprì che dietro questa forte speculazione si nascondevano frodi e cattiva amministrazione.
Una cosa simile è accaduta negli Stati Uniti quando la ferrovia si stava avviando a diventare la prima forma di trasporto del paese. Quando la maggior parte delle compagnie di ferrovie non potevano sostenere le proprie spese, iniziarono i primi fallimenti tra cui la compagnia di Philadelphia (1893); parallelamente al crollo del sistema azionario legato alle ferrovie, accusò il colpo anche il mercato dell’argento. Nel 1880 furono scoperte numerose nuove miniere contenenti il metallo e il governo cercò di acquistarlo in ingenti quantità per mantenere il suo valore artificialmente alto; quando non fu più possibile farlo la crisi colpì ancora più forte e la depressione durò fino agli inizi del 1900. Più di 14.000 imprese chiusero e la disoccupazione raggiunse il 17-19%.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...