IL GIRO D’ITALIA ED I RAGAZZI SENESI (NELLA NEVE) – di Michele Masotti

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È bene fin da subito tracciare una divisione netta tra il Ciclismo e gli altri sport, divisione che sta in primis nel luogo ove tale sport si pratica: non un palazzetto, uno stadio, una palestra, un luogo ben definito insomma, un fabbricato; bensì la strada. Questa distinzione che appare ovvia di primo acchito reca in sé un significato più profondo e cioè che il corridore pervenga al suo scopo, la fatica, la fuga, l’attacco e la vittoria solo grazie al connubio con la natura.

Recita un vecchio detto che è il Giro a venire da te, poiché spesso passa “sotto casa” nei giorni in cui la lunga carovana Rosa formicola per l’Italia. Ed è vero, quando la Toscana ogni anno è attraversata in lungo e in largo dallo sciame di corridori, come tante piccole api, ronzante per le nostre terre che hanno dato i natali ai tanti campioni di questa epopea.

Accade però che quando del ciclismo si è innamorati alla follia non basta aspettare di avere la tappa “a tiro” per le strade bianche di Montalcino, nelle colline di Firenze o lungo i litorali della Maremma. Così nella terza e decisiva settimana di corsa ci si sposta su al Nord, dove si fa la Storia, tra le vette dolomitiche “amiche e crudeli”, come diceva il grande Gaul, e che immote da secoli emettono sentenze inappellabili sulle velleitarie fatiche degli umani.

Inutile negarlo, chi scrive è uno dei suddetti “malati” che più di una volta e con svariate comitive di amici ha transumato sulle alpi per vedere passare i corridori. Non quest’anno però, ed è doveroso scrivere adesso, al calduccio di una scrivania, di altri amici senesi inchiodati sulle vette in queste ore di bufera. neve1Non è così facile spiegare cosa spinga noi maniaci del pedale a queste sfacchinate per poi stare ore ed ore assiepati su un tornante e vedere infine solo qualche minuto di corsa. Passano lunghi gli istanti di attesa frenetica prima dell’arrivo dei ciclisti e da ultimo è un lampo: i corridori, sfiniti di fatica sui fianchi del monte, un qualcosa di immediato ed antico al tempo, e tutta l’aspettativa propagata come un rituale di tensione evapora in un istante. Il tutto è caricato dalle sera avanti, quando si bivacca nel pianoro alpestre tra una brace di fianco al camper e un gotto vicino alla tendina canadese. E’ questo il destino di chi arriva da lontano per seguire il Giro, ed è questo il medesimo dei baldi giovani senesi dispersi o quasi in questa sulle cime innevate dell’Alto Adige.

Si doveva correva la Ponte di Legno – Val Martello, e là i ragazzi sono approdati, con la voglia di ciclismo che contraddistingue molti giovani della nostra comunità cittadina, e con la voglia di applaudire Nibali trionfante in maglia Rosa e gli altri corridori sull’erta. Eppure giungono strane le foto dal “fronte”: le tendine innevate, le strade chiuse, i visi infreddoliti, le stesse valli di quasi un secolo fa, quando gli stessi visi infreddoliti dei vecchi alpini stavano davvero al fronte rinchiusi nelle trincee del Trentino. E dalla Storia all’epopea il passo è breve, poiché la corsa che avrebbe dovuto transitare sulle cime mitiche dello Stelvio e del Gavia richiama ad altri giorni eroici.

neve3Siamo nel 1953 e quest’anno il Giro presenta nella penultima tappa una novità: il Passo dello Stelvio. Le paure degli organizzatori sono molte poiché mai ci si era spinti fin lassù. Koblet in maglia rosa e Coppi a tallonarlo a poco meno di due minuti. Proprio su quelle cime si compirà la grande impresa de “l’airone”, quando il Campionissimo si involò tra cumuli di neve e tornanti silenziosi verso la vittoria di Bormio e la conquista della classifica generale.

Il Gavia poi, tanti anni dopo, e la stessa neve a scandire il passo. Il 5 giugno 1988 si partiva dalla Valtennina con un’eccitazione strana in gruppo, attraversando banchi di nebbia gelidi che preludevano a un qualcosa. Franco Chioccioli in maglia rosa, quando all’attacco della salita la pioggia divenne via via più densa fino a farsi neve e poi bufera. C’era un olandese col capo imbiancato, Vandevelde, e saliva solitario i tornanti. In vetta gli passarono solo un misero berretto di cotone e una mantellina leggera. Fine della corsa. Vandevelde scese nella neve, un solo rapporto disponibile e gli altri congelati, come le sue stesse gambe incapaci di proseguire. La storia

racconta come fermo in un rifugio, finì poi la tappa a 48 minuti dallo statunitense Hampsten che andò a vincere il Giro d’Italia.neve4

Oggi non vedremo i drammi di quel giorno lontano, né le imprese leggendarie ad emulare il Campionissimo: tutto è stato annullato, la neve cade da ieri nelle valli di Bolzano ed era impossibile persino partire.

La nostra attenzione e i nostri saluti però sono tutti per quei ragazzi che ugualmente sono partiti da Siena. Purtroppo il loro “eroismo” non sarà ricompensato dal transito della carovana, ma è giusto menzionare la loro passione e la voglia di esserci comunque, poiché il ciclismo vive infatti di queste cose, spesso più significative di quanto non lo sia una classifica di tappa. Vive della natura, come detto in principio, e ad essa si adegua, nelle volate assolate come nelle colline battute dal diluvio, fino al gelo.

E soprattutto vive della passione, un connubio tra la folla, i tornanti e i corridori che forse si potrebbe chiamare magia.

Una magia celebrata ugualmente e alla vecchia maniera, come peraltro ben visibile sotto.

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