LA GRANDE BELLEZZA DI PAOLO SORRENTINO di Michele Iovine

il-regista-paolo-sorrentino-sul-set-del-film-il-divo-60315

Ho impiegato quattro giorni per scrivere la recensione di questo film e ho passato questi giorni a pensare intensamente alla pellicola, a chiedermi tante, molte cose, forse alla fine perfino troppe. E’ un’opera sulla quale si è scritto moltissimo, verso la quale si sono usati molti aggettivi, alcuni si sono anche sprecati. Ha diviso, chi l’ ha amata, chi l’ha odiata. Su alcune frasi e certe terminologie ci ricadrò anch’io, é inevitabile, perché è vero quando si dice che “La grande bellezza” è un film ambizioso, complesso e imperfetto, ma chi ha coraggio di osare e lanciarsi in certe operazioni monumentali dal punto di vista artistico, in questo caso cinematografico, sa che la cosa più bella è proprio farsi prendere la mano e lasciarsi trasportare dalla propria immaginazione, per poter raccontare come intimamente più desidera, la sua personale visione delle cose e lo spettatore deve fare altrettanto, lasciarsi cullare, incantare, ammirare ciò che osserva con l’entusiasmo di un viaggiatore errante che lungo la sua strada ne ha viste tante e soltanto dopo, quando il viaggio è finito, riesce davvero a rendersi conto di quello che ha visto e di quello che ha apprezzato. Questo è l’effetto che fa questo film, lascia attoniti, pensanti, tra momenti di autentica poesia e meraviglia e altri in cui ci si perde facendo fatica a ritrovare l’orientamento e a farsi così molte domande sul perché di quella determinata scena, su cosa ci voleva dire. A distanza di giorni però, rimane assolutamente, tra dubbi e interrogativi ancora vigenti, l’incanto per una visione così ampia e poetica. Forse il primo mito da sfatare é che sia un film su Roma. Prima che un film su Roma è un film sui sentimenti, quelli veri, motore della felicità autentica. Ma dove andare a ritrovarli o a cercarli questi sentimenti? La risposta è del tutto interiore, è dentro se stessi che bisogna indagare e nelle proprie esperienze passate, le prime, perché innocenti, pure e soprattutto umili. Roma è lì, presente con tutta la sua maestosa grandezza e la sua infinita grandiosità, monumentale, a fare da termine di paragone tra la sua bellezza eterna, concreta e inamovibile nei confronti di quella effimera e quantomai finta e fine a se stessa (questi trenini non portano da nessuna parte) della gloria mondana che non lascia niente dietro di se, se non soddisfazioni puramente vacue e vuote di ogni valore e affezione emotiva, tant’é che Jep Gambardella si accorge ad un certo punto della sua vita, pur avendo vissuto per quarant’anni in mezzo alla gente, di essere solo e circondato da cadaveri viventi e da morti nel vero senso della parola che cadono uno ad uno come soldati al fronte.
Il suo è un ritratto di un uomo solo, speculare a quello di una Roma deserta che vive solo di notte, ma chiusa nei palazzi e nei salotti dell’alta borghesia, Via Veneto è vuota, deserta, lasciata godere a quelli che in un futuro forse ne saranno i nuovi dominatori che vengono dall’est o dal Medio Oriente. “Mi sento vecchio” dice Jep Gambardella e insieme alla vecchiaia porta dentro di se il tremendo vuoto della solitudine di chi ha vissuto di rendita e non ha saputo arricchirsi interiormente con il frutto delle proprie capacità artistiche, se mai le abbia avute, ma solo da un punto di vista materiale e vede riflesso se stesso in tutta quella galleria di personaggi inutili, finti, falsi, privi di valori e sentimenti che frequenta.
Non ci risparmia niente Sorrentino lungo questo viaggio, è minuzioso nell’andare a descrivere tutte quelle situazioni e ambienti in cui sia i ricchi che gli arricchiti fanno sfoggio della loro maschera di personaggi importanti e possono recitare al meglio il ruolo che quel tipo di ambiente richiede. Si passa attraverso le feste chic e volgari sui terrazzi, le rappresentazioni teatrali impegnate, i funerali, dove anche lì c’é un’etichetta da seguire per imporre la propria visibilità e poi ancora l’esibizione in chiave moderna dell’arte, fino alla corruzione morale della gerarchia ecclesiastica, vista come luogo non di spiritualità, ma come una casta di potere dove vendere la propria immagine e giocare più che mai ad apparire quelli che in realtà non si é.
Ma allora dice Gambardella a Ramona, anima consapevole di essere dannata e condannata, interpretata da una sublime Sabrina Ferilli, di fronte a tanta falsità e finto splendore, vieni con me a vedere quella vera di bellezza, quella che nessuno, pur avendola sotto gli occhi tutti i giorni, nota, perché per apprezzarla è necessario essere puri e senza maschere sul volto e questa bellezza non può che essere quella di Roma e dei suoi palazzi.
Tutto questo Sorrentino ce lo racconta con il suo stile visionario, elevato all’ennesima potenza, i suoi film precedenti in confronto a questo sembrano remoti, già “Il divo” che pur contiene stilisticamente tutti i marchi di fabbrica del regista napoletano e ne sembrava risultare la sintesi perfetta del suo cinema, sembra essere un lontano ricordo, tanto si è evoluto adesso. In effetti Sorrentino estremizza al massimo qui, la sua capacità di andare oltre il dato reale e concreto delle cose per poterle immaginare secondo una sua personale visione e si lascia andare senza freni a descrivere una storia che ha tanto del fantastico e del surreale, componendo scene su scene che non seguono un filo narrativo prestabilito e consequenziale, come se poi, mischiandole tra loro, il senso del film non cambiasse poi tanto e sicuramente in tutta questa eccessiva libertà stilistica, ogni tanto si cade e ci si perde come inevitabile che sia. Ogni singola scena è uno spettacolo per gli occhi, ma andando a sommarle insieme, una accanto all’altra, non tutto torna e fila in maniera liscia e continua e il film appare così a volte un po’ troppo frammentato, ma in fondo, proprio questa era l’intenzione del regista. Se infatti “La grande bellezza” è un viaggio, come preannuncia la citazione di Céline tratta dal “Viaggio al termine della notte” che apre il film, il viaggio non ha sempre elementi di contiguità, ma ogni tappa ha una sua storia, un suo effetto che si distacca da quello precedente e nell’infinito puzzle di questo spaccato sociale umano, fatto di momenti di euforia, caciara (per dirla alla romana) e poi di calma e silenzio improvviso, come una quiete dopo le tempeste musicali notturne, una visione a volte un po’ confusa e spezzata fa parte del gioco. Quello che conta é quello che rimane dopo, dentro noi stessi, alla fine del viaggio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...