COLLASSO! – Tutte le volte che l’economia ha fatto crack. Seconda parte – di Filippo Secciani

REPUBBLICA DI WEIMAR:
E’ stata ritenuta una delle cause dell’ascesa al potere di Hitler e del Nazionalsocialismo, oltre ad essere anche considerata la prima crisi che ha investito l’economia moderna.
La pace di Versailles del 1919 individuò chiaramente nella Germania e nei suoi alleati la responsabilità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, obbligandola a pagare nel 1921 le riparazioni di guerra che ammontavano a 2 miliardi di marchi d’oro, sia in denaro che in materiali e forniture.
Per ripianare il debito la Banca Centrale tedesca iniziò a immettere sul mercato sempre più banconote. Il risultato fu ben presto chiaro: il marco si svalutò. Nel novembre 1921 un marco valeva 330 dollari, nel novembre 1923 il valore dello stesso marco nei confronti del dollaro arrivò a 4.200.000.000.000 marchi per dollaro.
A ciò bisogna aggiungere che la Germania per poter sovvenzionare lo sforzo bellico non fece ricorso alle sue riserve auree, anzi ne bloccò la convertibilità in marchi, affidandosi invece a prestiti ed indebitandosi con altri stati.
Finì in default nel 1922, ritardando le spedizioni di legno e carbone verso la Francia, la quale come risposta occupò la regione mineraria della Ruhr.
Per poter stabilizzare l’economia tedesca fu introdotta una nuova valuta, il Rentenmark, che avrebbe sostituito la vecchia valuta. Il cambio fu fissato all’incredibile cifra di 1 miliardo di marchi per un nuovo Rentenmark.
Tutto questo provocò all’interno della società tedesca un sentimento di persecuzione e di accusa nei confronti della Francia in primis e verso gli altri stati europei ed americano; i tedeschi si sentirono incolpati di qualcosa che dal loro punto di vista non si sentivano responsabili. Ben presto si diffuse l’idea che le forze armate non avessero perso il conflitto, ma che fosse stata la politica che adesso governava la Repubblica di Weimar, socialisti e bolscevichi, a provocare la disfatta e che il conflitto fosse stato provocato dai membri della Triplice Intesa.coll2

LA GRANDE DEPRESSIONE:
La prima grande crisi globale colpì con tutta la sua forza giovedì 24 ottobre 1929. La crisi si presentò inizialmente come un crollo della borsa, dovuto soprattutto a speculazioni che innalzarono artificiosamente il prezzo delle azioni.
Dal primo conflitto mondiale gli Stati Uniti uscirono da vincitori con un’economia in inarrestabile ascesa. La media borghesia – che si arricchì enormemente dalla congiuntura economica favorevole – investì enormi quantità di denaro in borsa.
Ma il “giovedì nero” la borsa newyorchese crollò, registrando una perdita del 13% delle quotazioni soprattutto nel comparto automobilistico ed in particolar modo a causa della forte speculazione delle banche. Alcuni giorni dopo il panico investì di nuovo la borsa: il “martedì nero” del 29 ottobre, dopo una settimana di perdite continue, furono vendute oltre 16 milioni di azioni, ma le perdite proseguirono inarrestabili fino a raggiungere l’11% delle quotazioni.
La restrizione sul credito che ne conseguì evidenziò come vi fosse stato una sovrapproduzione di beni.
Il crollo fu dovuto dall’esplodere di una bolla speculativa che coinvolgeva principalmente le nuove industrie che stavano sorgendo in quegli anni e che, come un effetto domino, si espanse a tutta l’economia americana ed in seguito a quella parte di mondo che aveva stretti legami economici con gli Stati Uniti. Rimase esclusa l’Unione Sovietica.
Dapprima furono colpiti gli investimenti della classe media, poi le banche iniziarono a fallire, così come le assicurazioni ed infine le industrie
Le perdite proseguirono fino al 1932. I disoccupati raggiunsero la cifra di circa 20 milioni nel mondo. Serviranno 25 anni prima di poter ritornare ai valori antecedenti il 1929.
Per cercare di uscire dalla crisi gli Stati Uniti intrapresero una serie di politiche protezionistiche, insieme all’ampliamento della spesa pubblica ed infine elaborando un sistema di previdenza che è alla base degli attuali sistemi previdenziali di tutti gli Stati occidentali.
Si trattava del cosiddetto New Deal del presidente Franklin D. Roosevelt, il quale introdusse una serie di misure che aprivano l’economia, ambito di tradizionale appartenenza al settore privato, all’intervento del settore pubblico.
Due anni dopo fu intrapresa la più grande opera di costruzione di opere pubbliche del paese. L’intervento dello stato nell’economia stabilizzò il paese, ma fu lo sviluppo dell’industria bellica provocato dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a risollevarlo.

BOLLA DEI VIDEOGIOCHI:
Nel 1983 scoppiò la bolla dei videogiochi e la conseguente chiusura per bancarotta della maggior parte di industrie elettroniche produttrici di computer e console. Fu colpito soprattutto il continente Nord Americano (Canada e Usa) dove quest’industria e il suo uso consumo erano più fiorenti.
La crisi giunge nell’età dell’oro per i videogiochi ed è determinata da un’improvviso crollo delle vendite, insieme ad altri fattori come l’entrata in commercio di computer a basso costo (Commodore 64) che sostituiscono le console; il consumatore ha troppa scelta di piattaforme di gioco (12 al momento della crisi e due pronte ad essere lanciate sul mercato); guerra dei prezzi tra le ditte concorrenti.
La crisi avrà effetti devastanti su questo settore economico segnando la fine della cosiddetta seconda generazione di console (1976-1983), un arresto durato tre anni durante il quale il mercato di videogame si contrae e non ci sono sviluppi significati; infine in virtù dell’espansione economica giapponese il mercato si sposta dagli Stati Uniti verso Oriente.

SAVING AND LOAN ASSOCIATIONS:
Nel 1985 queste istituzioni americane simili alle nostre casse di credito cooperativo dichiararono bancarotta. Nonostante il loro crack non abbia avuto un impatto devastante sulle borse mondiali, bruciarono tutti i soldi di chi vi aveva investito ed i soldi di chi aveva richiesto un mutuo.
Le Saving and Loans (S&L) nacquero intorno al 1800, per favorire l’acquisto di abitazioni negli Stati Uniti. Sottoposte fin da subito ad un rigido controllo finanziario, a partire dalla presidenza Carter e poi Reagan cominciò la loro deregolamentazione (deregulation). Per esempio il vincolo sull’insolvenza applicato alle banche per loro non era valido. Inoltre potevano pagare tassi d’interesse di mercato sui depositi, prendere a prestito denaro della Federal Reserve, concedere credito al consumo, rilasciare carte di credito, e possedere immobili.
Nel 1985 la costruzione di nuove case crollò, raggiungendo il valore più basso dal secondo conflitto e numerose S&L iniziarono a fallire, tant’è che il presidente Bush intervenne commissariando gli istituti e riversando 50 miliardi di dollari per far ripartire la crescita.
Questa fu una crisi localizzata alla sola America che si protrasse per un decennio circa, dovuta alla ricerca del profitto a tutti i costi, sottovalutazione del rischio e operazioni finanziare azzardate. Tuttavia il sistema nel suo complesso era sano per cui gli effetti sull’economia furono ridotti.
IL LUNEDI’ NERO:
Il 19 ottobre 1987 il Dow Jones perse il 22,61% in una singola giornata, registrando il peggior crollo finanziario della storia (con una volatilizzazione di circa 1.000 miliardi di dollari). In breve i mercati del mondo furono contagiati. 19 piazze finanziare su 23 persero il 20% circa della loro capitalizzazione, ma rimase escluso il Giappone.
Tra le cause attribuite al crollo vi fu l’informatizzazione delle transizioni di borsa che rapidamente si stava sviluppando; il nuovo sistema di gestione automatizzata dei portafogli, collegato globalmente tra le varie piazze, avrebbe incentivato il diffondersi della crisi.
La situazione riuscì a normalizzarsi in breve tempo, con le quotazioni ritornate ai loro livelli standard. In seguito a questa crisi furono introdotti nuovi strumenti di controllo tra cui la sospensione per eccesso di ribasso.

ITALIA, 1992:
Nel luglio del 1992 il nostro paese era nel pieno dello scandalo Tangentopoli – scoppiato a Milano nel febbraio dello stesso anno – e tutto il sistema partitico della Prima Repubblica crollava sotto le serrate indagini della magistratura che evidenziò come l’economia di un paese fosse sorretta sull’illegalità e sulle tangenti. Come se non bastasse dobbiamo aggiungere anche la spesa pubblica (quindi debito) totalmente fuori controllo.
Nel nuovo mondo globalizzato di Maastricht nasce l’Unione Europea, l’Italia che ne vuole far parte deve sottostare a precise e ferree regole di comportamento: stabilità economica con debito pubblico contenuto e spesa pubblica ridotta.
L’Italia nel 1992 non era assolutamente in grado di poter accogliere questi requisiti richiesti dal Trattato, per cui il governo presieduto da Giuliano Amato varerà la manovra nota come “lacrime e sangue”.
Si cerca di recuperare i 30 mila miliardi di lire per far capire all’Europa di essere affidabili e per fare ciò il governo interviene con più tasse sui Bot (Buoni Ordinari del Tesoro), Irpef, aumento dei ticket sui medicinali e la Patrimoniale.
La manovra non riesce tuttavia ad arginare la speculazione che si sviluppa intorno alla lira, la quale nel settembre raggiunge una svalutazione del 30%, obbligando l’Italia ad uscire dallo SME, il Sistema Monetario Europeo. Ci rientrerà solamente nel 1996.

BOLLA DELLE DOT-COM o BOLLA DI INTERNET:
Le Dot-com sono intese quelle aziende che creano e sviluppano il loro business attraverso un sito web. Dalla fine degli anni ’90 tutti vedevano nella rete la nuova forma di rivoluzione industriale.
A partire dal 1994, con la quotazione in borsa di Netscape, nacque la new economy e terminò nel biennio 2001-2002. Nel corso di questi anni aumentarono le quotazioni di start-up legate all’informatica, all’innovazione tecnologica, di internet e di high-tech e contemporaneamente il settore di IT delle aziende diventata il nuovo core business per emergere nel mercato. Molte web agency si lanciarono nel mercato fornendo sul web servizi alle imprese, senza avere solide basi di gestione di impresa.
A seguito dell’entusiasmo generato dal mercato azionario durante la fine del ventesimo secolo ogni azienda che possedeva un sito internet guadagnava punti percentuali in ogni piazza superando, nella maggior parte dei casi, il suo reale valore. Le loro azioni continuavano a crescere costantemente, fino al 10 marzo 2000 quando il Nasdaq toccò il record di 5.132 punti.
Contemporaneamente nascevano una serie di indicatori che assegnavano il prezzo delle azioni in base al numero di visitatori (contatti) che aveva il sito. Tuttavia vi erano molte aziende che seppur ricevendo centinaia di visite quotidianamente non guadagnavano niente; molte di queste non avevano idea di come “monetizzare” le visite – i clic giornalieri – ed era ancora sconosciuta la pubblicità su internet.
La bolla alla fine scoppiò per una serie di ragioni: quando si diffuse la convinzione (in realtà una certezza) che la maggior parte delle aziende non erano sostenibili e le idee, nonostante fossero innovative ed avessero raccolto tanto successo all’inizio, alla fine si rivelarono deboli nei confronti del mercato e non ultimo la rilevanza che l’attentato delle Torri Gemelle in borsa.
Il NASDAQ perse quasi l’80% da marzo 2000 a ottobre 2002. Il listino dei titoli tecnologici di Wall Street cominciò un lento ed inesorabile crollo. Molte società sono state travolte dai ribassi; lo sgonfiarsi di questa bolla portò alla più grande perdita di ricchezza dalla fine dell’ultima guerra mondiale.
Comunque come avvenne in passato per i treni, anche in questa occasione di rinnovamento tecnologico globale si ha un iniziale momento di crisi finanziaria e le innovazioni verranno assorbite dalla società solamente in un secondo momento.

ARGENTINA:
La crisi di questo paese arriva da lontano. A partire dagli anni ottanta un’iperinflazione investe la nazione costringendola ad adottare un cambio fisso con il dollaro nel 1992.
La prima conseguenza coinvolge la produzione argentina che soffre di un forte calo nell’export a causa della sopravvalutazione del peso scambiato alla pari con il dollaro. Aumenta il debito con l’estero, la disoccupazione ed infine l’Argentina entra in recessione.
Nel 1999 crolla il PIL e nel 2002 il paese dichiara il proprio default. Il PIL scende del 40%, la moneta perde del tutto il suo valore e nel 2003 il 58% della popolazione è sotto la soglia della povertà.
Il governo interviene svalutando il peso, che passa al cambio di 3 pesos per dollaro nel 2005, dando respiro all’economia e all’industria nazionale.coll1

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