16-06-88/16-06-13 : PAZ

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…Era un uomo così dotato da mirare, con inaudita precisione, al cuore del nulla.

Le orme della sua storia costeggiano, si intersecano e si sovrappongono alle nostre….

Andrea Pazienza ci lasciò il 16 giugno 1988, giusto 25 anni fa e, come si usa, qualcuno si ricorda di ricordarci di ricordarlo.

Andrea se ne andò in circostanze, come si suol dire, mai chiarite completamente. A me piace pensare che non morì, nel senso che non ci furono cause di morte nel senso comune della locuzione.

 

Andiamo per ordine.

 

Conobbi Andrea sulle pagine di Alterlinus, come tanti altri. Il mio ’77 lo ricordo come l’anno del mio servizio militare. Lo scampolo di tempo che mi rimase di quell’anno così particolare lo dividevo tra le manifestazioni di piazza e il mio primo vero amore. Come dire rabbia, speranza, e poi fierezza e spensieratezza, e quel modo di vivere un po’ stralunato dei personaggi di Pentothal, sogni d’Africa e di Amazzonia, strade lastricate, qualche canna e parole parole, tante parole.

 

Io mi riconoscevo nei suoi personaggi, e ci riconoscevo i miei amici, i miei conoscenti e i miei nemici. Del resto sappiamo che nessuno come Paz ha saputo ritrarre la propria, la nostra generazione. E il suo inarrestabile declino.

 

…Aveva un paio di marce in più, semplicemente. E le nostre lacune diventavano abissi se ci si aggiungeva la sua umiltà.

 

Andrea frequentò Siena. Ho avuto il privilegio di incontrarlo, a casa di amici comuni. Mi era stato detto che aveva conosciuto, a Bologna, una ragazza di Siena colà trasferitasi e che era diventata il suo grande e storico amore. Così, attraverso lei, conobbe la nostra città.

Cosa mi aspettassi da un incontro con lui non lo so, ma ammetto che non volli farmene sfuggire l’occasione.

 

Gli facevamo cerchio intorno, così come delle colline possono circondare il vento…

 

Non era un divo. Era sfuggente, gentilissimo, educato, disponibile. Ma soprattutto, l’impressione che ebbi di lui fu quella di una inesorabile estraneità. Qual’era il vero Andrea? Quello che si scusava se rimaneva col piede schiacciato sotto il tuo? Quello che non sapeva dire di no a chi gli chiedeva un disegnino, un ritratto, una vignetta?

Era quello che si drogava? Che forse cercava in questo modo di mimetizzare la sua grandezza, la sua assoluta unicità? O voleva solo lenire quella solitudine che lo avvolgeva, come un velo bagnato e greve?

 

…Fu allora che, scorgendo nei suoi occhi quell’ostinata indifferenza, che ebbi paura.

 

Eppure dentro di lui sapevo che da qualche parte abitavano Colasanti e Petrilli, e Campofame, e Ricardo, e Sgherzi e Pompeo e Tanino il rapinatore e soprattutto il più famoso, Zanardi, e tutta quella corte di personaggi violenti, irascibili, traditori o insensibili che erano l’opposto di lui. Veniva in mente la famosa storia del ventriloquo mite, remissivo e complessato, il cui pupazzo era uno spietato assassino. Signor Pazienza e Mister Hyde.

 

La sua morte, da cui avevamo iniziato, la faccio raccontare a lui. Ho usato le sue parole nelle righe scritte in corsivo, vengono tutte da una sua storia, una delle più belle secondo me, una delle più sofferte di sicuro, pubblicata su “Corto Maltese” del dicembre 1983. Il protagonista della storia si chiamava Michele.

 

E infine, accadde. Una mattina lo ritrovai morto nel suo letto ma, fatto straordinario, non si era ucciso. Il medico dichiarò che semplicemente il suo cuore si era fermato. Se ne andò così, per un insulto cardiaco, all’età di ventotto anni. Osservando la sua foto sulla tomba, mi chiesi se davvero il cuore fosse un muscolo involontario e se quella morte non fosse IL SEGNO DI UNA RESA INVINCIBILE.

Eugenio Blinskij (Marco Neri)

Siena, 16 giugno 2013

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Presentazione del libro “La Follia del Palio”, di Michele Masotti

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SO LONG, DRAZEN – di Jacopo Rossi

Aveva un gran bel carattere, Drazen. Carattere di uno che non sai se vorresti in squadra, perché se sbagli urla, se non la passi urla, se perdi urla e non ti rivolge la parola. Ma quando gioca e dice di farlo, lo fa in quartine, endecasillabi e rime. O meglio, lo fa in musica, armonica ed immortale, come i più grandi compositori, come Mozart. E proprio Mozart era il soprannome che Drazen Petrovic si guadagnò in Italia per mano di Enrico Campana, mitico giornalista della Rosea che ebbe la fortuna di scriverne. drazen
E ce n’era da scrivere su Drazen. Nacque nella metà dei Sessanta a Sebenico, in quella Yugoslavia che non esiste più e che oggi si chiama Croazia, Bosnia, Macedonia, Slovenia, Serbia e Montenegro. Mosse i suoi primi passi sul parquet con i colori del locale Sibenik, distinguendosi subito e trascinandolo in finale di Coppa Korac a soli diciannove anni. Da lì a Zagabria il tragitto fu breve, e con il più titolato Cibona si accontentò di segnare una media di quarantatre punti a partita, entrando nell’atrio della leggenda, non ancora in salotto. Si ritrovò controla ben più modesta ex squadra, ne mise a segno 56 e dichiarò: «Non è stata dura. I ricordi sono ricordi, l’amore è amore, ma in campo non mi importa di nulla; gli ho segnato 56 punti, e lo rifarò ancora, se ne avrò la possibilità». Presente il tipo?
Se ne accorgono a Madrid, sponda Real, dove per convincerlo, qualora ce ne fosse bisogno, gli offrono uno stipendio di quattro impensabili milioni di dollari all’anno. Il 15 marzo dell’89, qualche mese prima che venisse giù un Muro, insieme a relative ideologie e divisioni (e squadre sportive), ad Atene in finale di Coppa con la Snaidero Caserta il suo Real vinse per 4 punti, 117 a 113: Petrovic ne segnò 62. 
Once_Brothers001Ma poi cadde il Muro, come detto, trascinandosi dietro l’amicizia tra Drazen e un altro grande della palla a spicchi, Vlade Divac. I due si conoscevano da sempre, compagni di squadra e stanza, inseparabili ma nati in due Yugoslavie diverse. Nel ’90 in Argentina, pochi secondi dopo aver stravinto il Mondiale, Vlade strappò di mano a un tifoso la bandiera yugoslava, perché recava gli scacchi croati. In patria la Croazia era a un passo dalla guerra civile. Drazen, di natali croati, non gli rivolse più la parola. Sommerso dai trofei e stregato da richiami d’oltreoceano disse «In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e a collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare anche nell’Nba». E nell’Nba andò, pioniere e testardo come pochi, relegato in panchina dai miopi Portland Blazers. Se lo presero i Nets del New Jersey e in soli due anni diventò uno dei primi quindici giocatori della lega, terzo quintetto Nba, primo europeo ad entrarci. Sarebbe diventato, nel giro di poco, uno dei migliori.
Ma era un ossessivo Drazen, sempre sul parquet. A sedici anni si alzava alle sei per allenarsi da solo due ore prima di andare a scuola. I suoi ritmi erano impressionanti, come la sua volontà di migliorarsi, come la voglia di non mancare mai, nemmeno in una partitella già decisa dal tabellone. E fu proprio per tornare da una di queste partite, con la non irresistibile Polonia, che la sorte decise il suo destino.
Dormiva, ché una volta tanto era stanco anche lui. La sua Golf la guidava la fidanzata, l’algida Klara Szalantzy, attuale signora Bierhoff. Denkendorf, Germania: anche se era giugno pioveva, e la strada era quel che era, il manico pure. Strozzatura dell’asfalto, spavento, frenata madornale e impatto con un tir in senso opposto. Lei e l’altra passeggera si salvano: Drazen, addormentatosi a 28 anni mentre Klara metteva in moto, non si sveglierà più. Ma c’è spazio per il comico e l’horror: la neonata polizia tedesca non dispone di bare per un morto di un metro e novantacinque. La decisione è quanto mai bizzarra: lo dissanguano, semplicemente. Lo dissanguano, lo incastrano nella miglior cassa disponibile e lo accompagnano in Croazia. Appena i compagni di squadra, già atterrati con un volo di linea, aprono la bara e lo vedono in quello stato, si avventano sui poliziotti. O fermali, con il più piccolo che è 1.80 e il più grosso, Rankovic, 2.15, ha la bava alla bocca. Glieli strappano dalle mani e a loro non resta che piangere col resto della nazione, e la Yugoslavia tutta, Drazen. Oggi in Croazia era lutto nazionale.

PS: per chi è curioso e mastica l’inglese, sulla vicenda e sul rapporto tra Petrovic e Divac c’è “Once brothers”, della ESPNDražen_Petrović_1_Mirogoj_lipanj_2008

UNA PAROLA PER OGGI: GLI ASSASSINI – di Fausto Jannaccone

ASSASSINO:  Chi assassina, chi si è reso colpevole di un assassinio

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Milice è una contrada ove ‘l Veglio de la Montagna solea dimorare anticamente. Or vi conterò l’afare, secondo che messer Marco intese da più uomini.

Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e ‘l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò ‘l fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò ‘l fece simile a quello ch’avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente che quello fosse lo paradiso.

E in questo giardino non intrava se none colui cu’ e’ volea fare assesin[o]. A la ‘ntrata del giardino ave’ uno castello sí forte, che non temea niuno uomo del mondo. Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare.

(Il Milione – Marco Polo, Rustichello da Pisa)

ASSASSINI. – Nome usato nell’Europa cristiana (le più antiche testimonianze se ne hanno in Francia nel sec. XII) per designare i seguaci del “Vecchio della montagna”, misterioso personaggio vivente in un castello inaccessibile tra le montagne di Siria, circondato da uno stuolo di fedeli fanatici, che egli, dopo averli inebriati con una bevanda aromatica, introduceva in giardini e sale piene di delizie, dando loro a credere di trovarsi nel paradiso e poi, addormentatili con la stessa bevanda, faceva metter fuori dal suo castello, dicendo loro che, se volevano riacquistare il paradiso perduto, dovevano sacrificare la vita in qualunque impresa egli avesse loro comandata: resili per tal modo schiavi del suo volere, li impiegava a uccidere a tradimento i suoi nemici. La più completa notizia del Vecchio della montagna e dei suoi Assassini (di cui è frequente menzione in testi relativi alla storia delle Crociate) si ha in Marco Polo (ed. Benedetto, capp. XLI-XLIII), dove la grafia più sicura è asciscin; altri testi medievali dànno le forme assacis, chazisii, ecc. Più tardi la parola assassino ha assunto il significato generico di omicida, e come tale si trova già in Dante (Inf., XIX, 50).
Le fonti orientali (arabe, persiane e anche cinesi) danno luce su questi racconti e illustrano il carattere e la storia degli Assassini. Si tratta di una diramazione degli eretici musulmani Sciiti detti Isma‛īliyyah, della quale fu iniziatore il persiano al-Ḥasan ibn as-Sabbāh (aṣ-Ṣabbāḥ è propriamente il nome di un suo antenato, non di suo padre), agente della propaganda dei Fāṭimidi di Egitto. Recatosi per ragioni del suo ufficio in Egitto, ne ritornò partigiano convinto di Nizār, pretendente alla successione all’imāmato contro il fratello al-Musta‛lī, e si fece propagatore in oriente delle pretese di lui, divenendo nel 500 ègira (1107 d. C.) gran maestro degli Ismā‛īliyyah di Persia. Fin dal 483 èg. (1090 d. C.) egli si era impadronito di Alamūt, il “Nido dell’Aquila”, fortezza in posizione formidabile a NE. di Qazwīn, che divenne il centro della sua potenza, e, conquistati poi altri luoghi forti in Persia e nella Mesopotamia e Siria settentrionali, organizzò saldamente la setta, combattendo con successo i sovrani musulmani ortodossi, specialmente i Selgiuchidi. I seguaci di al-Ḥasan ibn aṣ-Ṣabbāḥ e dei suoi successori sono chiamati dagli autori musulmani con varî nomi: Ismā‛īliyyah, il nome generico dell’eresia cui appartenevano, Nizāriyyah, dal fāṭimita Nizār in cui credevano, Bāṭinīyyah, che anch’esso è nome generico degli Sciiti credenti in una dottrina esoterica (bāṭin), Fidāwiyyah, “coloro che dànno la vita in riscatto (fidā) della propria anima”, Malāḥidah, plurale di mulḥid “eretico”. Rarissimo (se ne conoscono pochissimi esempî) è l’uso del nome Ḥashīshiyyah (di cui Ḥasīshiyyīn è variante non attestata, ma linguisticamente ammissibile), che allude all’uso del ḥashīsh (canapa, cannabis indica) come sostanza inebriante atta a produrre gli effetti, analoghi a quelli dell’oppio, che si è detto essere serviti al Vecchio della montagna per fingere ai suoi fedeli le gioie del paradiso. Questo nome, che dovette essere usato popolarmente e che, nell’uso letterario, ha dato origine al vocabolo europeo Assassini, mentre il nome di “Vecchio” deriva da un equivoco sul significato dell’arabo shaikh “vecchio” e “capo”. Del resto le fonti orientali stesse riferiscono il racconto dell’inebriamento e citano altresì, a prova del potere assoluto che il capo degli Assassini aveva sui suoi seguaci, l’aneddoto di alcuni fra essi che si gettavano a un suo cenno dall’alto delle mura della fortezza sfracellandosi sulle rupi sottostanti; aneddoto che è narrato anche dal Novellino (Nov. C) in relazione con una pretesa visita dell’imperatore Federico al Vecchio della montagna.
Gli adepti venivano inquadrati nei vari gradi della setta, da novizio a Gran Maestro, secondo il loro livello d’istruzione, di affidabilità e di coraggio, seguendo un piano intensivo di indottrinamento e di addestramento fisico.
Ḥasan terrorizzava i nemici attraverso gli omicidi individuali: membri della setta venivano inviati, singolarmente o a piccoli gruppi, con la missione di uccidere una persona importante. Le esecuzioni, per impressionare di più, erano condotte in pubblico, nelle moschee, preferibilmente il venerdì, giorno sacro dell’Islam. Di solito gli Assassini ( fidāʾī ) erano uccisi sul fatto. La serenità con cui si lasciavano massacrare fece pensare ai contemporanei che fossero drogati con hashish, donde l’appellativo di hashīshiyyūn o hashashīn (= mangiatori d’erba), che produrrà il termine «Assassini».
Come la maggior parte delle sette, che indottrinano i propri adepti attraverso tecniche di persuasione spesso piuttosto dure sia fisicamente sia psicologicamente (privazione del sonno, rescissione dei legami con la famiglia), anche i Nizariti utilizzarono tecniche proprie (la promessa di un mondo migliore, la devozione per la guida spirituale), aggiungendovi l’uso di droghe, tra cui l’hashish e probabilmente anche vino, oppio e varie solanacee, come il giusquiamo.
Si dice che Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ rapisse coloro che desiderava divenissero suoi adepti – uomini forti e abituati a combattere – facendo loro credere che erano morti e giunti in Paradiso, con l’aiuto di droghe, di una scenografia incantata, di fanciulle bellissime e di grandi quantità di vino. Una volta risvegliati dal torpore, Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ spiegava loro che ciò che essi credevano un sogno non era stato che un’anticipazione del Paradiso, che era loro garantito se fossero morti per il loro maestro.
La descrizione di questo durevole metodo di condizionamento, che sarebbe stato assai avanzato per l’epoca, viene soprattutto dalla leggenda che sorse attorno ai segreti di Alamūt. In Occidente, la pretesa visita di Marco Polo alla fortezza – narrata probabilmente più sulla base della leggenda che per esperienza diretta – è stata a lungo considerata una fonte affidabile. In realtà tale visita si svolse nel 1273, quando la fortezza di Alamūt era già stata distrutta dalle truppe mongole. Del resto la descrizione della droga usata evoca non tanto l’hashish quanto piuttosto l’alcool o gli oppiacei, soprattutto per la sindrome da astinenza.
Comunque sia, questo condizionamento psicologico spinto sarebbe stato applicato soltanto ad un numero ridotto di iniziati ( fidāʾiyyīn ), e non alla maggioranza dei fedeli, indipendentemente dal loro sesso.
L’assassinio per fini politico-religiosi era comunemente ammesso nella dottrina degli Ismā‛īlīyyah, né deve stupire il riscontrarlo tra i seguaci di al-Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ: una delle prime e più illustri vittime ne fu il celebre ministro dei Selgiuchidi, Niźām al-Mulk e altri omicidî seguirono più tardi con impressionante frequenza. I Selgiuchidi, specialmente Malik Shāh e suo figlio Muḥammad, cercarono invano di snidare gli Assassini dalle loro ben munite fortezze. Al-Ḥasan morì nel 518 èg. (1124 d. C.); uno dei suoi successori, al-Ḥasan II (557-561 èg., 1162-1166 d. C.), si arrogò la dignità di imām, pretendendo di essere discendente di Nizār e accentuando così il distacco della setta dal resto degli Ismā‛īliyyah. Ma al-Ḥasan III (607-618 èg., 1210-20 d. C.), non solo non riconobbe siffatta innovazione, ma inclinò verso l’ortodossia sunnita, acquistandosi il soprannome di Naw-muslimān (“neo-musulmano”, in persiano). Nel frattempo l’autorità dei capi della setta andava indebolendosi a causa di discordie interne, che andarono accrescendosi sotto il figlio e successore di al-Ḥasan III, ‛Alā’ ad-dīn (Aladino, 618-653 èg., 1220-1255 d. C.: è colui che è menzionato da Marco Polo). L’ultimo capo, Rukn ad-dīn, non fu in grado di resistere all’impeto dei Mongoli, il cui khān Hūlāgū espugnò Alamūt nel 654 èg., (1256 d. C.), e, fatto prigioniero Rukn ad-dīn, lo fece mettere a morte.
Il ramo degli Assassini stabilito in Siria era anch’esso padrone di diverse fortezze (se ne veda l’elenco in Gaudefroy de Demombynes, La Syrie à l’époque des Mamelouks, Parigi 1923, pp. 114-116), di cui le principali erano Bāniyās, al-Khawābī, Maṣyāf, Qadmūs, ed estese contemporaneamente il suo dominio anche per alcune citta (Aleppo, Apamea, Amida): nelle lotte tra i crociati e i musulmani gli Assassini parteggiavano volta a volta per questi e per quelli, ed ebbero parte notevole negli avvenimenti della prima metà del sec. XI, sotto il gran maestro Rashīd ad-Dīn Sinān. Anche in Siria essi non mancarono di esercitare la loro attività omicida contro principi e personaggi insigni; Corrado di Monferrato, principe di Tiro, e Raimondo I, conte di Tripoli, caddero sotto i colpi dei loro sicari; lo stesso Saladino sfuggì solo per caso a un attentato. La caduta degli Assassini di Persia portò con sé anche quella dei loro correligionari di Siria: alcune fortezze furono espugnate dai Mongoli, ma, ricacciati questi dai Mamelucchi d’Egitto, gli Assassini le rioccuparono. Tuttavia il sultano Baibars, restauratore della dominazione egiziana in Siria, voltosi contro di essi, riuscì a sottometterli definitivamente (671 èg., 1273 d. C.); si dice che egli prendesse poi al servizio alcuni di questi fanatici per valersene contro i proprî nemici. Comunque sia, la potenza politica degli Assassini non risorse più, e gli avanzi di questi settarî si confusero con il resto degli Ismā‛īliyyah.
Le dottrine teologico-politiche degli Assassini erano esposte in un’opera persiana di al-Ḥasan ibn al-Ṣabbāh, oggi perduta, ma della quale rimangono citazioni presso scrittori eresiologici musulmani. Salvo il riconoscimento dell’imāmato in Nizār (v. sopra) e alcune lievi differenze nei particolari, esse sono simili a quelle degli Ismā‛īliyyah, dei quali accentuano il principio fondamentale della sottomissione assoluta all’autorità rivelata senza lasciare alcun posto all’uso del raziocinio: questa dottrina ci spiega la devozione fanatica degli Assassini ai loro capi e il carattere di cupo fanatismo della loro condotta.

MUSICA IN CITTA’: SIENA BATTE UN COLPO – di Francesco Panzieri

E se a Siena cominciasse a suonare un’altra musica? In un mio intervento precedente auspicavo una primavera-estate in cui si potesse assistere ai primi segnali di “disgelo” di una situazione cittadina totalmente stagnante. Stagnante persino a dispetto delle numerose risorse ed energie di cui la città dispone, specialmente in campo culturale.
Ora, e’ un fatto che, dal momento in cui si è messa in moto la “macchina” della candidatura a Capitale Europea della Cultura 2019, si sia creato un circolo virtuoso di iniziative culturali di varia natura che certamente non potranno che giovare ad un’economia cittadina in carenza di ossigeno, ma che soprattutto hanno il merito di aprire strade nuove, ancora non percorse, o forse percorse con scarsa convinzione.
Nel campo dell’intrattenimento musicale, che è Cultura in maiuscolo, sono da evidenziare due novità essenziali.
La prima e’ legata ad un evento, il “Radio Cinque Day”, organizzato il 18 maggio scorso dall’omonima emittente cittadina. In pieno centro, piazza Tolomei, hanno suonato le migliori rock band cittadine, per lasciare poi il palco a Maurizio Vandelli, storico frontman degli Équipe 84. I concerti erano totalmente gratuiti e l’iniziativa ha riscosso un grande successo, nonostante il tempo perennemente incerto. Merito principale degli organizzatori e’ stato il coraggio di portare avanti l’idea di far suonare musica in città, la musica preferita da loro, senza affidarsi a babbi e babboni, ricercando per conto proprio sponsor e finanziamenti. Magari la prossima iniziativa avrà ancora più risonanza, la strada e’ aperta..SienaandStars
Forse ancora più importante e’ la seconda novità: una rassegna musicale estiva finalmente degna di tale nome, “Siena and Stars”. Suoneranno in piazza del Duomo, fra il 10 luglio ed il 2 agosto, artisti di nome come Pino Daniele e Mario Biondi, Marco Mengoni, Ludovico Einaudi, i Baustelle, l’orchestra Buena Vista Social Club, il tutto costellato da spettacoli e concerti jazz gratuiti. Credo che questa sia la formula giusta: grandi nomi, grandi artisti, ma a pagamento. Che possano richiamare gli appassionati e creare un evento, ma che tale evento non gravi sulle casse del comune e quindi sui cittadini. Coloro che vogliono assistere ai concerti saranno ben felici di finanziare tali iniziative, che d’altra parte saranno recepite con una maggiore disponibilità dal resto della città. Oltre alla “line up” variegata e di alto livello, la rassegna ha una durata ed una collocazione di tutto rispetto, e questo attirerà un numero maggiore di visitatori, magari per diversi giorni (giovando al settore turistico-alberghiero ed agli esercizi commerciali), rispetto a formule sì gratuite, ma sporadiche (per ovvie esigenze finanziarie) come “la città aromatica” ed i “capodanni”…
Si va contro tendenza, poiché i festival estivi in Italia sono sempre più in difficoltà finanziaria, costretti a barcamenarsi tra sponsor e crowdfunding ( finanziamenti da parte di sottoscrittori volontari che a Siena conosciamo bene..), ma con artisti che hanno sempre più bisogno di suonare, vista la crisi irreversibile del disco.
Ecco che, forse, la formula “artista di nome e con seguito-ingresso a pagamento-eventi culturali collaterali” può rivelarsi quella più adeguata per la nostra città, e magari contribuire ancora di più a sdoganare eventi musicali “liberi” come il “Radio Cinque Day” e non concessi paternalisticamente come un regalo ai cittadini da parte del comune.

LE RAGIONI DEI TUMULTI IN TURCHIA di Filippo Secciani

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Per comprendere quello che sta accadendo da ormai quattro giorni in Turchia dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di circa un centinaio di anni. Il 10 agosto del 1920 fu infatti firmato il trattato di Sèvres che sancì la pace, al termine della Prima Guerra mondiale, tra l’impero Ottomano in disfacimento e le potenze vincitrici del conflitto.

Questo accordo de facto stabiliva la fine della Sublime Porta con la perdita e lo smembramento di quasi tutti i suoi territori ad eccezione dell’Anatolia. Era infatti prevista la consegna della Tracia alla Grecia, l’indipendenza dell’Armenia, l’autonomia del Kurdistan, il controllo degli stretti da parte delle potenze vincitrici (Gran Bretagna e Francia) e la rinuncia da parte di Istanbul di future pretese territoriali. Nasceva – più o meno – la Turchia come la conosciamo oggi.
Non tutti riconobbero la legittimità di questi trattati e tra i maggiori oppositori vi fu senza dubbio il generale Mustafa Kemal che dette vita con il movimento dei Giovani Turchi alla Guerra di Indipendenza turca volta alla riunificazione nazionale (1923).

Kemal dopo aver respinto le forze alleate greche, francesi ed armene tra il 1920 ed il 1922 riuscì a riunificare il paese con i suoi confini attuali.
Ottenuto un primo riconoscimento internazionale riuscì anche a riportare al tavolo negoziale le forze vincitrici dell’Intesa, con le quali firmò il trattato di Losanna (1923) che concluse la guerra con la Grecia e stabilì i nuovi e definitivi confini della Turchia con i paesi limitrofi – Grecia e Bulgaria in primo luogo.
La neonata repubblica fu da subito improntata su una forte connotazione laica e nazionalista, fu dunque abolito il secolare sultanato ottomano, la fine del diritto islamico ed il califfato e furono intraprese una serie di riforme sia costituzionali che sociali.
Mustafa Kemal divenne Kemal Ataturk (padre dei turchi, 1934), il primo presidente della repubblica di Turchia.
Sotto di lui come detto ebbe luogo una rapida laicizzazione dello stato e si assistette ad una serie di riforme di stampo progressista fino alla sua morte avvenuta nel 1938. Ancora oggi chiunque faccia un viaggio nelle città turche si troverà circondato da sue effigi e bandiere nazionali ad ogni angolo della città.
Seguendo questo filo cronologico arriviamo alle proteste scoppiate venerdì.
Al governo abbiamo, dal 2003, il primo ministro Recep Erdoğan, il quale ha contribuito alla rapida espansione economica turca e politica che l’ha fatta diventare in breve tempo una nuova potenza regionale, favorita anche dalla posizione geografica ed idrografica. Il premier ha spinto per una spregiudicata campagna per l’affermazione degli interessi di Ankara, in primo luogo nel Vicino e Medio Oriente. Non è un caso il viaggio diplomatico compiuto qualche mese fa per le capitali coinvolte nelle Primavere Arabe.
Nonostante tutto ciò, qual’è il motivo che ha dato luogo ai tumulti? Erdoğan è al potere con il partito “Giustizia Islamica e Sviluppo”, partito dichiaratamente religioso che cozza con la tradizionale “fede” laica del popolo turco, inoltre negli anni hanno visto accrescere il loro potere le organizzazioni sociali islamiche che hanno favorito il rafforzamento a livello nazionale del partito del primo ministro. Non solo, secondo un essay redatto da Osman Baydemir per conto dell’European Council on Foreign Relations e riproposto da Limes “la classe dirigente dell’Akp ha ereditato la concezione kemalista secondo cui “i cittadini non sanno cosa è meglio per loro, noi sì”. Una sorta di elitismo di stampo paternalistico, ormai radicato nell’autopercezione delle classi dirigenti turche.”1, prosegue Stilo “In altre parole l’approccio dall’alto al basso alla democrazia […] è stato assorbito dai decisori dell’Akp ma risale alle élite repubblicane e kemaliste […] vieppiù, i dirigenti islamico-moderati hanno ingaggiato un lungo confronto politico e culturale per ridurre il ruolo dei kemalisti – in particolare i militari – nella società e sostituirsi ad essi.”2

Sembra dunque che sia nata una frattura insanabile tra il laicismo storico della nazione e le forze religiose interessate alla stabilizzazione e aumentare il loro potere centrale.
In quest’ottica quindi va studiata l’opposizione popolare: sebbene sia nata in difesa di un giardino di Istanbul – il parco Gezi vicino alla piazza Taksim, centro degli scontri, uno dei pochi parchi verdi rimasti che dovrebbe fare spazio ad un centro commerciale, abitazioni di lusso ed un’avveniristica moschea – la protesta ha ben presto mostrato la sua reale natura di contrasto al processo di islamizzazione della repubblica messa in essere dal partito Akp di Erdoğan.
Il partito sta deviando verso una pericolosa direttrice conservatrice sia in campo sociale, che in quello politico, affiancato da un rapace e sfrenato capitalismo, la Turchia cresce con tassi maggiori della Cina.
La protesta nasce dunque come opposizione all’inarrestabile processo di cementificazione di una città popolata da ben 14 milioni di abitanti, salvo poi trasformarsi in opposizione alle iniziative autoritarie di governo, sostenute dalla parte religiosa del paese e dal controllo delle fonti di informazioni nonché dall’uso repressivo delle forze di polizia contro ogni possibile forma di dissenso politico.

Anche il sostegno logistico e militare alle forze di opposizione in Siria ha avuto forti attriti in patria, soprattutto a causa delle conseguenze che ha avuto all’interno del territorio turco: una serie di attentati con autobombe che hanno provocato la morte di numerosi civili.

Il governo del primo ministro è ai minimi storici sia livello interno che internazionale per la brutalità della risposta della polizia alle manifestazioni inizialmente civili.
Per Erdoğan, che mira alla presidenza della repubblica per il prossimo anno, modificando la costituzione, le sommosse di piazza sono un grave problema da risolvere, insieme alla normalizzazione di un paese che vuole spingere la sua influenza geopolitica dai Balcani fino all’Asia Centrale, così come risolvere il problema della pacificazione della maggior parte della società, fortemente laica con le élite di provata fede islamica.

Non ultimo sarà importantissimo il ruolo delle forze armate, finora rimaste aliene delle proteste, ma che per la loro tradizionale laicità potrebbero spostare gli equilibri interni del paese in modo definitivo.

 

1) http://temi.repubblica.it/limes/uno-stato-imperiale-la-turchia-secondo-erdogan-e-davutoglu/42514
2) Ibidem.