LE RAGIONI DEI TUMULTI IN TURCHIA di Filippo Secciani

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Per comprendere quello che sta accadendo da ormai quattro giorni in Turchia dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di circa un centinaio di anni. Il 10 agosto del 1920 fu infatti firmato il trattato di Sèvres che sancì la pace, al termine della Prima Guerra mondiale, tra l’impero Ottomano in disfacimento e le potenze vincitrici del conflitto.

Questo accordo de facto stabiliva la fine della Sublime Porta con la perdita e lo smembramento di quasi tutti i suoi territori ad eccezione dell’Anatolia. Era infatti prevista la consegna della Tracia alla Grecia, l’indipendenza dell’Armenia, l’autonomia del Kurdistan, il controllo degli stretti da parte delle potenze vincitrici (Gran Bretagna e Francia) e la rinuncia da parte di Istanbul di future pretese territoriali. Nasceva – più o meno – la Turchia come la conosciamo oggi.
Non tutti riconobbero la legittimità di questi trattati e tra i maggiori oppositori vi fu senza dubbio il generale Mustafa Kemal che dette vita con il movimento dei Giovani Turchi alla Guerra di Indipendenza turca volta alla riunificazione nazionale (1923).

Kemal dopo aver respinto le forze alleate greche, francesi ed armene tra il 1920 ed il 1922 riuscì a riunificare il paese con i suoi confini attuali.
Ottenuto un primo riconoscimento internazionale riuscì anche a riportare al tavolo negoziale le forze vincitrici dell’Intesa, con le quali firmò il trattato di Losanna (1923) che concluse la guerra con la Grecia e stabilì i nuovi e definitivi confini della Turchia con i paesi limitrofi – Grecia e Bulgaria in primo luogo.
La neonata repubblica fu da subito improntata su una forte connotazione laica e nazionalista, fu dunque abolito il secolare sultanato ottomano, la fine del diritto islamico ed il califfato e furono intraprese una serie di riforme sia costituzionali che sociali.
Mustafa Kemal divenne Kemal Ataturk (padre dei turchi, 1934), il primo presidente della repubblica di Turchia.
Sotto di lui come detto ebbe luogo una rapida laicizzazione dello stato e si assistette ad una serie di riforme di stampo progressista fino alla sua morte avvenuta nel 1938. Ancora oggi chiunque faccia un viaggio nelle città turche si troverà circondato da sue effigi e bandiere nazionali ad ogni angolo della città.
Seguendo questo filo cronologico arriviamo alle proteste scoppiate venerdì.
Al governo abbiamo, dal 2003, il primo ministro Recep Erdoğan, il quale ha contribuito alla rapida espansione economica turca e politica che l’ha fatta diventare in breve tempo una nuova potenza regionale, favorita anche dalla posizione geografica ed idrografica. Il premier ha spinto per una spregiudicata campagna per l’affermazione degli interessi di Ankara, in primo luogo nel Vicino e Medio Oriente. Non è un caso il viaggio diplomatico compiuto qualche mese fa per le capitali coinvolte nelle Primavere Arabe.
Nonostante tutto ciò, qual’è il motivo che ha dato luogo ai tumulti? Erdoğan è al potere con il partito “Giustizia Islamica e Sviluppo”, partito dichiaratamente religioso che cozza con la tradizionale “fede” laica del popolo turco, inoltre negli anni hanno visto accrescere il loro potere le organizzazioni sociali islamiche che hanno favorito il rafforzamento a livello nazionale del partito del primo ministro. Non solo, secondo un essay redatto da Osman Baydemir per conto dell’European Council on Foreign Relations e riproposto da Limes “la classe dirigente dell’Akp ha ereditato la concezione kemalista secondo cui “i cittadini non sanno cosa è meglio per loro, noi sì”. Una sorta di elitismo di stampo paternalistico, ormai radicato nell’autopercezione delle classi dirigenti turche.”1, prosegue Stilo “In altre parole l’approccio dall’alto al basso alla democrazia […] è stato assorbito dai decisori dell’Akp ma risale alle élite repubblicane e kemaliste […] vieppiù, i dirigenti islamico-moderati hanno ingaggiato un lungo confronto politico e culturale per ridurre il ruolo dei kemalisti – in particolare i militari – nella società e sostituirsi ad essi.”2

Sembra dunque che sia nata una frattura insanabile tra il laicismo storico della nazione e le forze religiose interessate alla stabilizzazione e aumentare il loro potere centrale.
In quest’ottica quindi va studiata l’opposizione popolare: sebbene sia nata in difesa di un giardino di Istanbul – il parco Gezi vicino alla piazza Taksim, centro degli scontri, uno dei pochi parchi verdi rimasti che dovrebbe fare spazio ad un centro commerciale, abitazioni di lusso ed un’avveniristica moschea – la protesta ha ben presto mostrato la sua reale natura di contrasto al processo di islamizzazione della repubblica messa in essere dal partito Akp di Erdoğan.
Il partito sta deviando verso una pericolosa direttrice conservatrice sia in campo sociale, che in quello politico, affiancato da un rapace e sfrenato capitalismo, la Turchia cresce con tassi maggiori della Cina.
La protesta nasce dunque come opposizione all’inarrestabile processo di cementificazione di una città popolata da ben 14 milioni di abitanti, salvo poi trasformarsi in opposizione alle iniziative autoritarie di governo, sostenute dalla parte religiosa del paese e dal controllo delle fonti di informazioni nonché dall’uso repressivo delle forze di polizia contro ogni possibile forma di dissenso politico.

Anche il sostegno logistico e militare alle forze di opposizione in Siria ha avuto forti attriti in patria, soprattutto a causa delle conseguenze che ha avuto all’interno del territorio turco: una serie di attentati con autobombe che hanno provocato la morte di numerosi civili.

Il governo del primo ministro è ai minimi storici sia livello interno che internazionale per la brutalità della risposta della polizia alle manifestazioni inizialmente civili.
Per Erdoğan, che mira alla presidenza della repubblica per il prossimo anno, modificando la costituzione, le sommosse di piazza sono un grave problema da risolvere, insieme alla normalizzazione di un paese che vuole spingere la sua influenza geopolitica dai Balcani fino all’Asia Centrale, così come risolvere il problema della pacificazione della maggior parte della società, fortemente laica con le élite di provata fede islamica.

Non ultimo sarà importantissimo il ruolo delle forze armate, finora rimaste aliene delle proteste, ma che per la loro tradizionale laicità potrebbero spostare gli equilibri interni del paese in modo definitivo.

 

1) http://temi.repubblica.it/limes/uno-stato-imperiale-la-turchia-secondo-erdogan-e-davutoglu/42514
2) Ibidem.

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