UNA PAROLA PER OGGI: GLI ASSASSINI – di Fausto Jannaccone

ASSASSINO:  Chi assassina, chi si è reso colpevole di un assassinio

alamut

 

Milice è una contrada ove ‘l Veglio de la Montagna solea dimorare anticamente. Or vi conterò l’afare, secondo che messer Marco intese da più uomini.

Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e ‘l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò ‘l fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò ‘l fece simile a quello ch’avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente che quello fosse lo paradiso.

E in questo giardino non intrava se none colui cu’ e’ volea fare assesin[o]. A la ‘ntrata del giardino ave’ uno castello sí forte, che non temea niuno uomo del mondo. Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare.

(Il Milione – Marco Polo, Rustichello da Pisa)

ASSASSINI. – Nome usato nell’Europa cristiana (le più antiche testimonianze se ne hanno in Francia nel sec. XII) per designare i seguaci del “Vecchio della montagna”, misterioso personaggio vivente in un castello inaccessibile tra le montagne di Siria, circondato da uno stuolo di fedeli fanatici, che egli, dopo averli inebriati con una bevanda aromatica, introduceva in giardini e sale piene di delizie, dando loro a credere di trovarsi nel paradiso e poi, addormentatili con la stessa bevanda, faceva metter fuori dal suo castello, dicendo loro che, se volevano riacquistare il paradiso perduto, dovevano sacrificare la vita in qualunque impresa egli avesse loro comandata: resili per tal modo schiavi del suo volere, li impiegava a uccidere a tradimento i suoi nemici. La più completa notizia del Vecchio della montagna e dei suoi Assassini (di cui è frequente menzione in testi relativi alla storia delle Crociate) si ha in Marco Polo (ed. Benedetto, capp. XLI-XLIII), dove la grafia più sicura è asciscin; altri testi medievali dànno le forme assacis, chazisii, ecc. Più tardi la parola assassino ha assunto il significato generico di omicida, e come tale si trova già in Dante (Inf., XIX, 50).
Le fonti orientali (arabe, persiane e anche cinesi) danno luce su questi racconti e illustrano il carattere e la storia degli Assassini. Si tratta di una diramazione degli eretici musulmani Sciiti detti Isma‛īliyyah, della quale fu iniziatore il persiano al-Ḥasan ibn as-Sabbāh (aṣ-Ṣabbāḥ è propriamente il nome di un suo antenato, non di suo padre), agente della propaganda dei Fāṭimidi di Egitto. Recatosi per ragioni del suo ufficio in Egitto, ne ritornò partigiano convinto di Nizār, pretendente alla successione all’imāmato contro il fratello al-Musta‛lī, e si fece propagatore in oriente delle pretese di lui, divenendo nel 500 ègira (1107 d. C.) gran maestro degli Ismā‛īliyyah di Persia. Fin dal 483 èg. (1090 d. C.) egli si era impadronito di Alamūt, il “Nido dell’Aquila”, fortezza in posizione formidabile a NE. di Qazwīn, che divenne il centro della sua potenza, e, conquistati poi altri luoghi forti in Persia e nella Mesopotamia e Siria settentrionali, organizzò saldamente la setta, combattendo con successo i sovrani musulmani ortodossi, specialmente i Selgiuchidi. I seguaci di al-Ḥasan ibn aṣ-Ṣabbāḥ e dei suoi successori sono chiamati dagli autori musulmani con varî nomi: Ismā‛īliyyah, il nome generico dell’eresia cui appartenevano, Nizāriyyah, dal fāṭimita Nizār in cui credevano, Bāṭinīyyah, che anch’esso è nome generico degli Sciiti credenti in una dottrina esoterica (bāṭin), Fidāwiyyah, “coloro che dànno la vita in riscatto (fidā) della propria anima”, Malāḥidah, plurale di mulḥid “eretico”. Rarissimo (se ne conoscono pochissimi esempî) è l’uso del nome Ḥashīshiyyah (di cui Ḥasīshiyyīn è variante non attestata, ma linguisticamente ammissibile), che allude all’uso del ḥashīsh (canapa, cannabis indica) come sostanza inebriante atta a produrre gli effetti, analoghi a quelli dell’oppio, che si è detto essere serviti al Vecchio della montagna per fingere ai suoi fedeli le gioie del paradiso. Questo nome, che dovette essere usato popolarmente e che, nell’uso letterario, ha dato origine al vocabolo europeo Assassini, mentre il nome di “Vecchio” deriva da un equivoco sul significato dell’arabo shaikh “vecchio” e “capo”. Del resto le fonti orientali stesse riferiscono il racconto dell’inebriamento e citano altresì, a prova del potere assoluto che il capo degli Assassini aveva sui suoi seguaci, l’aneddoto di alcuni fra essi che si gettavano a un suo cenno dall’alto delle mura della fortezza sfracellandosi sulle rupi sottostanti; aneddoto che è narrato anche dal Novellino (Nov. C) in relazione con una pretesa visita dell’imperatore Federico al Vecchio della montagna.
Gli adepti venivano inquadrati nei vari gradi della setta, da novizio a Gran Maestro, secondo il loro livello d’istruzione, di affidabilità e di coraggio, seguendo un piano intensivo di indottrinamento e di addestramento fisico.
Ḥasan terrorizzava i nemici attraverso gli omicidi individuali: membri della setta venivano inviati, singolarmente o a piccoli gruppi, con la missione di uccidere una persona importante. Le esecuzioni, per impressionare di più, erano condotte in pubblico, nelle moschee, preferibilmente il venerdì, giorno sacro dell’Islam. Di solito gli Assassini ( fidāʾī ) erano uccisi sul fatto. La serenità con cui si lasciavano massacrare fece pensare ai contemporanei che fossero drogati con hashish, donde l’appellativo di hashīshiyyūn o hashashīn (= mangiatori d’erba), che produrrà il termine «Assassini».
Come la maggior parte delle sette, che indottrinano i propri adepti attraverso tecniche di persuasione spesso piuttosto dure sia fisicamente sia psicologicamente (privazione del sonno, rescissione dei legami con la famiglia), anche i Nizariti utilizzarono tecniche proprie (la promessa di un mondo migliore, la devozione per la guida spirituale), aggiungendovi l’uso di droghe, tra cui l’hashish e probabilmente anche vino, oppio e varie solanacee, come il giusquiamo.
Si dice che Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ rapisse coloro che desiderava divenissero suoi adepti – uomini forti e abituati a combattere – facendo loro credere che erano morti e giunti in Paradiso, con l’aiuto di droghe, di una scenografia incantata, di fanciulle bellissime e di grandi quantità di vino. Una volta risvegliati dal torpore, Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ spiegava loro che ciò che essi credevano un sogno non era stato che un’anticipazione del Paradiso, che era loro garantito se fossero morti per il loro maestro.
La descrizione di questo durevole metodo di condizionamento, che sarebbe stato assai avanzato per l’epoca, viene soprattutto dalla leggenda che sorse attorno ai segreti di Alamūt. In Occidente, la pretesa visita di Marco Polo alla fortezza – narrata probabilmente più sulla base della leggenda che per esperienza diretta – è stata a lungo considerata una fonte affidabile. In realtà tale visita si svolse nel 1273, quando la fortezza di Alamūt era già stata distrutta dalle truppe mongole. Del resto la descrizione della droga usata evoca non tanto l’hashish quanto piuttosto l’alcool o gli oppiacei, soprattutto per la sindrome da astinenza.
Comunque sia, questo condizionamento psicologico spinto sarebbe stato applicato soltanto ad un numero ridotto di iniziati ( fidāʾiyyīn ), e non alla maggioranza dei fedeli, indipendentemente dal loro sesso.
L’assassinio per fini politico-religiosi era comunemente ammesso nella dottrina degli Ismā‛īlīyyah, né deve stupire il riscontrarlo tra i seguaci di al-Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ: una delle prime e più illustri vittime ne fu il celebre ministro dei Selgiuchidi, Niźām al-Mulk e altri omicidî seguirono più tardi con impressionante frequenza. I Selgiuchidi, specialmente Malik Shāh e suo figlio Muḥammad, cercarono invano di snidare gli Assassini dalle loro ben munite fortezze. Al-Ḥasan morì nel 518 èg. (1124 d. C.); uno dei suoi successori, al-Ḥasan II (557-561 èg., 1162-1166 d. C.), si arrogò la dignità di imām, pretendendo di essere discendente di Nizār e accentuando così il distacco della setta dal resto degli Ismā‛īliyyah. Ma al-Ḥasan III (607-618 èg., 1210-20 d. C.), non solo non riconobbe siffatta innovazione, ma inclinò verso l’ortodossia sunnita, acquistandosi il soprannome di Naw-muslimān (“neo-musulmano”, in persiano). Nel frattempo l’autorità dei capi della setta andava indebolendosi a causa di discordie interne, che andarono accrescendosi sotto il figlio e successore di al-Ḥasan III, ‛Alā’ ad-dīn (Aladino, 618-653 èg., 1220-1255 d. C.: è colui che è menzionato da Marco Polo). L’ultimo capo, Rukn ad-dīn, non fu in grado di resistere all’impeto dei Mongoli, il cui khān Hūlāgū espugnò Alamūt nel 654 èg., (1256 d. C.), e, fatto prigioniero Rukn ad-dīn, lo fece mettere a morte.
Il ramo degli Assassini stabilito in Siria era anch’esso padrone di diverse fortezze (se ne veda l’elenco in Gaudefroy de Demombynes, La Syrie à l’époque des Mamelouks, Parigi 1923, pp. 114-116), di cui le principali erano Bāniyās, al-Khawābī, Maṣyāf, Qadmūs, ed estese contemporaneamente il suo dominio anche per alcune citta (Aleppo, Apamea, Amida): nelle lotte tra i crociati e i musulmani gli Assassini parteggiavano volta a volta per questi e per quelli, ed ebbero parte notevole negli avvenimenti della prima metà del sec. XI, sotto il gran maestro Rashīd ad-Dīn Sinān. Anche in Siria essi non mancarono di esercitare la loro attività omicida contro principi e personaggi insigni; Corrado di Monferrato, principe di Tiro, e Raimondo I, conte di Tripoli, caddero sotto i colpi dei loro sicari; lo stesso Saladino sfuggì solo per caso a un attentato. La caduta degli Assassini di Persia portò con sé anche quella dei loro correligionari di Siria: alcune fortezze furono espugnate dai Mongoli, ma, ricacciati questi dai Mamelucchi d’Egitto, gli Assassini le rioccuparono. Tuttavia il sultano Baibars, restauratore della dominazione egiziana in Siria, voltosi contro di essi, riuscì a sottometterli definitivamente (671 èg., 1273 d. C.); si dice che egli prendesse poi al servizio alcuni di questi fanatici per valersene contro i proprî nemici. Comunque sia, la potenza politica degli Assassini non risorse più, e gli avanzi di questi settarî si confusero con il resto degli Ismā‛īliyyah.
Le dottrine teologico-politiche degli Assassini erano esposte in un’opera persiana di al-Ḥasan ibn al-Ṣabbāh, oggi perduta, ma della quale rimangono citazioni presso scrittori eresiologici musulmani. Salvo il riconoscimento dell’imāmato in Nizār (v. sopra) e alcune lievi differenze nei particolari, esse sono simili a quelle degli Ismā‛īliyyah, dei quali accentuano il principio fondamentale della sottomissione assoluta all’autorità rivelata senza lasciare alcun posto all’uso del raziocinio: questa dottrina ci spiega la devozione fanatica degli Assassini ai loro capi e il carattere di cupo fanatismo della loro condotta.

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