SO LONG, DRAZEN – di Jacopo Rossi

Aveva un gran bel carattere, Drazen. Carattere di uno che non sai se vorresti in squadra, perché se sbagli urla, se non la passi urla, se perdi urla e non ti rivolge la parola. Ma quando gioca e dice di farlo, lo fa in quartine, endecasillabi e rime. O meglio, lo fa in musica, armonica ed immortale, come i più grandi compositori, come Mozart. E proprio Mozart era il soprannome che Drazen Petrovic si guadagnò in Italia per mano di Enrico Campana, mitico giornalista della Rosea che ebbe la fortuna di scriverne. drazen
E ce n’era da scrivere su Drazen. Nacque nella metà dei Sessanta a Sebenico, in quella Yugoslavia che non esiste più e che oggi si chiama Croazia, Bosnia, Macedonia, Slovenia, Serbia e Montenegro. Mosse i suoi primi passi sul parquet con i colori del locale Sibenik, distinguendosi subito e trascinandolo in finale di Coppa Korac a soli diciannove anni. Da lì a Zagabria il tragitto fu breve, e con il più titolato Cibona si accontentò di segnare una media di quarantatre punti a partita, entrando nell’atrio della leggenda, non ancora in salotto. Si ritrovò controla ben più modesta ex squadra, ne mise a segno 56 e dichiarò: «Non è stata dura. I ricordi sono ricordi, l’amore è amore, ma in campo non mi importa di nulla; gli ho segnato 56 punti, e lo rifarò ancora, se ne avrò la possibilità». Presente il tipo?
Se ne accorgono a Madrid, sponda Real, dove per convincerlo, qualora ce ne fosse bisogno, gli offrono uno stipendio di quattro impensabili milioni di dollari all’anno. Il 15 marzo dell’89, qualche mese prima che venisse giù un Muro, insieme a relative ideologie e divisioni (e squadre sportive), ad Atene in finale di Coppa con la Snaidero Caserta il suo Real vinse per 4 punti, 117 a 113: Petrovic ne segnò 62. 
Once_Brothers001Ma poi cadde il Muro, come detto, trascinandosi dietro l’amicizia tra Drazen e un altro grande della palla a spicchi, Vlade Divac. I due si conoscevano da sempre, compagni di squadra e stanza, inseparabili ma nati in due Yugoslavie diverse. Nel ’90 in Argentina, pochi secondi dopo aver stravinto il Mondiale, Vlade strappò di mano a un tifoso la bandiera yugoslava, perché recava gli scacchi croati. In patria la Croazia era a un passo dalla guerra civile. Drazen, di natali croati, non gli rivolse più la parola. Sommerso dai trofei e stregato da richiami d’oltreoceano disse «In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e a collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare anche nell’Nba». E nell’Nba andò, pioniere e testardo come pochi, relegato in panchina dai miopi Portland Blazers. Se lo presero i Nets del New Jersey e in soli due anni diventò uno dei primi quindici giocatori della lega, terzo quintetto Nba, primo europeo ad entrarci. Sarebbe diventato, nel giro di poco, uno dei migliori.
Ma era un ossessivo Drazen, sempre sul parquet. A sedici anni si alzava alle sei per allenarsi da solo due ore prima di andare a scuola. I suoi ritmi erano impressionanti, come la sua volontà di migliorarsi, come la voglia di non mancare mai, nemmeno in una partitella già decisa dal tabellone. E fu proprio per tornare da una di queste partite, con la non irresistibile Polonia, che la sorte decise il suo destino.
Dormiva, ché una volta tanto era stanco anche lui. La sua Golf la guidava la fidanzata, l’algida Klara Szalantzy, attuale signora Bierhoff. Denkendorf, Germania: anche se era giugno pioveva, e la strada era quel che era, il manico pure. Strozzatura dell’asfalto, spavento, frenata madornale e impatto con un tir in senso opposto. Lei e l’altra passeggera si salvano: Drazen, addormentatosi a 28 anni mentre Klara metteva in moto, non si sveglierà più. Ma c’è spazio per il comico e l’horror: la neonata polizia tedesca non dispone di bare per un morto di un metro e novantacinque. La decisione è quanto mai bizzarra: lo dissanguano, semplicemente. Lo dissanguano, lo incastrano nella miglior cassa disponibile e lo accompagnano in Croazia. Appena i compagni di squadra, già atterrati con un volo di linea, aprono la bara e lo vedono in quello stato, si avventano sui poliziotti. O fermali, con il più piccolo che è 1.80 e il più grosso, Rankovic, 2.15, ha la bava alla bocca. Glieli strappano dalle mani e a loro non resta che piangere col resto della nazione, e la Yugoslavia tutta, Drazen. Oggi in Croazia era lutto nazionale.

PS: per chi è curioso e mastica l’inglese, sulla vicenda e sul rapporto tra Petrovic e Divac c’è “Once brothers”, della ESPNDražen_Petrović_1_Mirogoj_lipanj_2008

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