16-06-88/16-06-13 : PAZ

pazpaz

…Era un uomo così dotato da mirare, con inaudita precisione, al cuore del nulla.

Le orme della sua storia costeggiano, si intersecano e si sovrappongono alle nostre….

Andrea Pazienza ci lasciò il 16 giugno 1988, giusto 25 anni fa e, come si usa, qualcuno si ricorda di ricordarci di ricordarlo.

Andrea se ne andò in circostanze, come si suol dire, mai chiarite completamente. A me piace pensare che non morì, nel senso che non ci furono cause di morte nel senso comune della locuzione.

 

Andiamo per ordine.

 

Conobbi Andrea sulle pagine di Alterlinus, come tanti altri. Il mio ’77 lo ricordo come l’anno del mio servizio militare. Lo scampolo di tempo che mi rimase di quell’anno così particolare lo dividevo tra le manifestazioni di piazza e il mio primo vero amore. Come dire rabbia, speranza, e poi fierezza e spensieratezza, e quel modo di vivere un po’ stralunato dei personaggi di Pentothal, sogni d’Africa e di Amazzonia, strade lastricate, qualche canna e parole parole, tante parole.

 

Io mi riconoscevo nei suoi personaggi, e ci riconoscevo i miei amici, i miei conoscenti e i miei nemici. Del resto sappiamo che nessuno come Paz ha saputo ritrarre la propria, la nostra generazione. E il suo inarrestabile declino.

 

…Aveva un paio di marce in più, semplicemente. E le nostre lacune diventavano abissi se ci si aggiungeva la sua umiltà.

 

Andrea frequentò Siena. Ho avuto il privilegio di incontrarlo, a casa di amici comuni. Mi era stato detto che aveva conosciuto, a Bologna, una ragazza di Siena colà trasferitasi e che era diventata il suo grande e storico amore. Così, attraverso lei, conobbe la nostra città.

Cosa mi aspettassi da un incontro con lui non lo so, ma ammetto che non volli farmene sfuggire l’occasione.

 

Gli facevamo cerchio intorno, così come delle colline possono circondare il vento…

 

Non era un divo. Era sfuggente, gentilissimo, educato, disponibile. Ma soprattutto, l’impressione che ebbi di lui fu quella di una inesorabile estraneità. Qual’era il vero Andrea? Quello che si scusava se rimaneva col piede schiacciato sotto il tuo? Quello che non sapeva dire di no a chi gli chiedeva un disegnino, un ritratto, una vignetta?

Era quello che si drogava? Che forse cercava in questo modo di mimetizzare la sua grandezza, la sua assoluta unicità? O voleva solo lenire quella solitudine che lo avvolgeva, come un velo bagnato e greve?

 

…Fu allora che, scorgendo nei suoi occhi quell’ostinata indifferenza, che ebbi paura.

 

Eppure dentro di lui sapevo che da qualche parte abitavano Colasanti e Petrilli, e Campofame, e Ricardo, e Sgherzi e Pompeo e Tanino il rapinatore e soprattutto il più famoso, Zanardi, e tutta quella corte di personaggi violenti, irascibili, traditori o insensibili che erano l’opposto di lui. Veniva in mente la famosa storia del ventriloquo mite, remissivo e complessato, il cui pupazzo era uno spietato assassino. Signor Pazienza e Mister Hyde.

 

La sua morte, da cui avevamo iniziato, la faccio raccontare a lui. Ho usato le sue parole nelle righe scritte in corsivo, vengono tutte da una sua storia, una delle più belle secondo me, una delle più sofferte di sicuro, pubblicata su “Corto Maltese” del dicembre 1983. Il protagonista della storia si chiamava Michele.

 

E infine, accadde. Una mattina lo ritrovai morto nel suo letto ma, fatto straordinario, non si era ucciso. Il medico dichiarò che semplicemente il suo cuore si era fermato. Se ne andò così, per un insulto cardiaco, all’età di ventotto anni. Osservando la sua foto sulla tomba, mi chiesi se davvero il cuore fosse un muscolo involontario e se quella morte non fosse IL SEGNO DI UNA RESA INVINCIBILE.

Eugenio Blinskij (Marco Neri)

Siena, 16 giugno 2013

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