NEIL YOUNG, LIKE A GIANT ON THE LAND OF ROCK (Lucca, 25/7/2013) – di Francesco Panzieri

Capita, talvolta, di andare a vedere un concerto con le migliori intenzioni del Mondo, e di tornare invece a casa con la sensazione di non aver visto nulla di nuovo, di speciale. Altre volte invece l’emozione che ti trasmette non ti abbandona per diversi giorni, inducendo chi ti è vicino a domandarsi se tu abbia cominciato ad assumere sostanze illegali.
A chi abbia assistito al concerto di Neil Young a Lucca difficilmente sfuggirà il ricordo di una sensazione di epifania: un’epifania del rock’n’roll vero, ruvido e malinconico, che dai laghi e le praterie dell’Ontario scende verso il Midwest e la California. Che riconduce all’epoca d’oro della musica, gli anni Sessanta, ed alla coda dolce ed amara dei Settanta, al ricordo dei sogni cullati e poi distrutti.
L’arzillo settantenne si presenta sul palco con la vecchia band dei Crazy Horse (Frank Sampedro alla chitarra, Ralph Molina alla batteria, Billy Talbot al basso) coi quali non suonava da una dozzina di anni. L’intesa tra grandi amici e musicisti viene fuori subito, basta un sorriso ed uno sguardo che si incrociano, e così i nostri riempiono di energia piazza Napoleone con la cavalcata elettrica di “Love and only love”, col classico “Powderfinger” (da “Rust never sleeps”) e con “Psychedelic pill”, che da’ il titolo all’ultimo album. Lunghi assoli, distorsioni e feedback, e sono già passati 25 minuti. “Walk live a giant”, forse il pezzo più forte degli ultimi anni, si protrae per oltre un quarto d’ora, senza mai stancare la platea, e dopo una serie di assoli e di intrecci di Neil e Frank Sampedro ed un bombardamento di distorsioni che evocano quasi sul palco i giganti della canzone, si conclude in un trionfo, col cantante canadese attaccato alle maniglie degli amplificatori come un Pete Townshend ventenne.NEIL
Il folk elettrico di “Red Sun” prepara all’uscita dei Crazy Horse per lasciare spazio allo Young menestrello, chitarra acustica ed armonica, che regala una versione molto emozionante di “Heart of gold” e fa cantare a squarciagola la piazza con l’inno generazionale dei Sixties, “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan. La parentesi acustica e’ chiusa dalla splendida ballata “Singer without a song”, che vede Neil affidarsi ad un vecchio piano da saloon.
Nella seconda parte del concerto non subisce flessioni il livello dell’energia e delle emozioni trasmesse al pubblico, con una scelta sapiente delle canzoni, pescate dall’ultimo album, come “Ramada Inn”, uscita già con le caratteristiche di classicone, oppure riprese dagli inizi di carriera, come “Mr. Soul”, energia e psichedelia dei Buffalo Springfield con un riff alla “Satisfaction”, al rock sporco di “Fuckin’ up”, che ha incoronato il canadese come il “padrino del grunge”. La voce di Neil e’ tirata a lucido ed anche gli assoli più difficili non scadono mai in un virtuosismo fine a se’ stesso. La conclusione e’ affidata ad “Everybody knows this is nowhere” che, insieme alla bellissima “Cinnamon girl” ci riportano alle atmosfere di un country rock estremo e tirato che hanno caratterizzato il sodalizio con i Crazy Horse, grandi musicisti, anche loro un pezzo di storia.

Che dire? Con la semplicità di quattro vecchi ragazzacci che si ritrovano e ricominciano uno scherzo iniziato più di quarant’anni fa, Neil Young ed i Crazy Horse hanno dato l’ennesima dimostrazione del mistero dell’immortalita’ di certi dei del rock, lasciando a molti presenti la sensazione che non rivedranno piu’ un concerto di questo tipo..

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